ALL'OPPOSIZIONE DI PANNELLA, PER PANNELLA

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xx-d.derenzis

CONTRIBUTO AL DIBATTITO PER L'ASSEMBLEA DEI MILLE.

Premessa.

Ogni discussione, sia che lo si esprima o no, dovrebbe presupporre sempre
l'adozione di un qualche criterio di metodo. Nella fattispecie di questa
fase della vicenda radicale, di questa sorta di experimentum crucis, credo
che, per evitare la deriva delle parole nella palude che vuole morte tanto
l'intelligenza che la passione, non sia inutile tentare lo sforzo di
arrestare l'inerzia di un vuoto formulario che ha smarrito, e smarrisce, la
fecondità delle cose e della vita. Tanto dico affinchè piuttosto che
ripetere e ripetersi, meglio sarebbe tacere. E se proprio né si può, né si
deve, tacere allora dobbiamo tentare l'impresa di un pensare e un dire la
politica, e della politica, che ricerchi, conquisti e aggiunga un nuovo, da
molti invocato, e che crediamo ci sia, ma che è difficile trovare. Tutto
questo per dire che non possiamo continuare con un linguaggio che reitera
pedissequamente quello di Marco Pannella. Con il quale si lanciano appelli
che nessuno sembra più raccogliere, se non l'eroismo disperato di chi non
vuole rassegnarsi ad una condizione dello stato civile delle relazioni
interpersonali, che nega alla radice gli elementi costitutivi dello stato di
diritto, ma meglio sarebbe, anzi è, delle esigenze elementari di una
costituzione della legalità, e verrebbe da dire quale che sia, purchè
rispettata. Serve un contenuto politico e una sua comunicazione per forzare
il cordone sanitario steso attorno alla tribù radicale perché essa diventi
una nazione. Nella tradizione culturale del nostro paese, nel suo dna
antropologico si nasconde un carattere che permane assolutamente
irriducibile alla grande tradizione scientifica, analitica e razionale, alla
quale pure abbiamo dato nell'epoca moderna grandi contributi, ma che si è
trasfusa nel common sense intellettuale e nella vita civile con maggiore
radicamento e profondità nel mondo anglosassone. Mi riferisco alla
tradizione italiana retorico-umanistica, che piuttosto che generare
humanitas e pietas, determina un costume di cinismo dell'etica, che trova la
sua vera origine nell'abitudine alla disonestà intellettuale diffusa non
solo nei ceti colti, e nel ceto politico, ma anche in vasti settori della
pubblica opinione, e perché no, anche nella pubblica non-opinione. La
tradizione controriformistica, l'ipocrisia curiale di secoli, dei chierici
di ogni setta, ha abituato al costume della doppia verità, in un gioco in
cui ognuno crede di farla all'altro. Una tradizione che è vissuta, e vive,
di oscurità e di oscurantismo nel sistema della comunicazione politica e
giuridica, ma ferocemente al servizio della spietatezza di chiari e distinti
interessi di fazioni e corporazioni. Voltaire credeva che le sette dei
fanatici sarebbero divenute meno pericolose se si fossero moltiplicate.
Credeva giustamente che il proliferare delle fedi le avrebbe reso meno
pericolose. Esse si sarebbero in un qualche modo relativizzate le una con le
altre, e in tale stato si sarebbe ridotta la loro capacità di arrecare
minaccia allo sviluppo di una convivenza fondata sulla tolleranza.
All'acutezza di questa intuizione di Voltaire sembra sottrarsi la tradizione
italica, nella quale l'inarrestabile partenogenesi del sistema politico vede
il consolidarsi di un integralismo individualistico non ravvisabile, nelle
forme che assume presso di noi, in nessun altro paese dell'occidente
sviluppato. Perfino la prudente e circospetta intelligenza del ministro
Amato non è riuscita a resistere, nel convegno della lista Pannella e di
radio radicale sulla riforma elettorale per le elezioni europee, alla
passione suscitata dallo sdegno per i cento partito e le cento padelle. Noi
siamo stati con Marco Pannella estranei e stranieri a questa tradizione.
L'abbiamo combattuta, un seme incerto, eppure tenace è stato introdotto nel
corpo del paese. Esiste la concreta speranza che questo può essere il tempo
che, e nel quale, esso fecondi. Ecco perché piuttosto che ripetere lo
scorrerre di una rosario e di una filastrocca scelgo l'immodestia, forse
ridicola di un periferico, di un punto di riferimento, come nel nostro
lessico organizzativo talvolta mi si chiama, e che forse sono. E provo a
dire qualcosa che spero possa aiutare la comprensione di quello che stiamo
vivendo, o che ci accade di vivere. Nell'intervista a ideazione Pannella ha
sostenuto che il nuovo non può darsi senza un salto nel buio. Questa, ancora
una volta, è la sfida. Raccoglierla significa esporsi e esporre anche le
proprie insufficienze, la propria stupidità, e chissà forse anche la propria
intelligenza. Nei punti che seguono affronterò le seguenti questioni

1) l'essenza della intervista di Pannella a Ideazione come base
dell'assemblea dei mille;

2) ulteriori elementi di valutazione politica da porre a base di una nuova
stagione di lotte radicali per la rivoluzione liberale; scuole e bioetica;

4) il problema della irriducibilità maieutica del soggetto politico
radicale, la Cosa radicale.

L'essenza dell'intervista di Pannella a "Ideazione" come base dell'assemblea
dei mille.

Il blocco sociale.

Nell'intervista di Pannella si snoda un filo che prefigura uno scenario
interpretativo diverso della storia d'Italia che parte sì da Salvemini, ma
che mi pare poi non possa non prendere una propria strada. Sia sul terreno
sociologico che antropologico in essa si affaccia in maniera completa,
ancorchè sintetica, una interpretazione della storia del paese che
rivaleggia con quella gramsciana, che ha fatto scuola, e continua a far
scuola, nella storiografia colta liberal-socialista e resistenziale tanto
cara ai Bobbio e agli Scalfari. Una storiografia che riempie i libri di
testo delle scuole secondarie e le facoltà di storia e filosofia e che, è
stata somministrata, e continua ad essere somministrata a centinaia di
migliaia di giovani. Nella ricostruzione e interpretazione gramsciana dei
quaderni dal carcere, la teoria del blocco storico agrario-borghese
antipopolare e antioperaio si estende fino alla analisi del fallimento del
socialismo e del comunismo italiani e serve a Gramsci a spiegare la vittoria
del fascismo. In questo blocco storico Gramsci pone l'accento sulle
responsabilità degli intellettuali, e successivamente di Croce in
particolare, per aver impedito a fronte dell'esistenza di intellettuali
organici al blocco di potere liberal-conservatore cavouriano prima e
giolittiano dopo, la formazione di un ceto intellettuale organico alle masse
popolari e alla classe operaia. La storiografia della sinistra aristocratica
del secondo dopoguerra ha utilizzato lo schema gramsciano per spiegare gli
eventi politici del paese fino alla fine degli anni ottanta. Nell'analisi di
Pannella questo schema tende a saltare. Un italiano che legge la storia
d'Inghilterra di Trevelyan, farebbe fatica a capire come si possa scrivere e
raccontare la storia degli inglesi senza far menzione di classi sociali
rancorose e irriducibilmente contrapposte. Di come si possa parlare della
vicenda storica di una nazione, evidenziando l'esistenza di un costume e di
una abitudine civile, che sottolinea l'importanza del rule of law, dalla
magna carta alla decapitazione di Carlo I, fino ai trattati sul governo di
J.Locke. Ma quella era una società nella quale l'uguaglianza di fronte alla
legge e il diritto al sovvertimento anche violento degli usurpatori, veniva
codificato e riconosciuto nelle costituzioni, e traeva alimento dallo
spirito di impresa, che per tutti gli inglesi, senza distinzioni di
appartenenza di casta si giocava parimenti nei successi e negli insuccessi
delle imprese oceaniche. L'Italia è stato da sempre un paese servile, e
quindi signorile. Di cafoni e signori, di sovrani borghesi e di sudditi
operai. Cristallizzati e cementati ideologicamente, culturalmente e
antropologicamente nelle loro rispettive posizioni da una chiesa senza
riforma e da un socialismo fiaccato dalla radicalità del comunismo. In
Italia il marxismo in tutte le sue versioni, comprese quella francofortese e
marcusiana, ha imposto e impone i suoi schemi sociologici. E non solo ai
marxisti o semplicemente a chi è genericamente di sinistra, ma anche a chi
tale non è, compresi a quelli che si dicono liberali, poiché le categorie
della sociologia politica e giuridica marxiste sono entrate a far parte
della nostra antropologia. E così siamo costretti ad utilizzare nell'analisi
della storia d'Italia, l'uso di un linguaggio che ci obbliga a parlare di
oggetti impossibili e impensabili quali il blocco storico di classe, e forse
anche di blocco sociale, entro tempi che seppure scanditi nell'arco di
centocinquanta, cento, ottant'anni sembrano, pur nella loro pochezza
quantitativa, tempi di durata biblica, se comparati con l'accelerarsi di un
futuro, che in un paese come l'America è già il presente, e che mettono allo
scoperto lo stato di terzomondismo classista, colto e spocchioso in cui la
stampa più o meno specializzata, la politica, la sociologia e la cultura
giuridica immaginano e rappresentano se stessi e l'Italia. Di blocchi
storici più o meno di classe facciamo volentieri a meno. (In questo divergo
da Pannella e dal ricorso che talvolta egli fa del termine classe. E ciò
anche se credo di intendere che egli, con l'uso di tale termine, vuole
mettere in grassetto l'esigenza della radicalità dell'essere parte nella
lotta politica. L'uso del termine classe ingenera equivoci, ed evoca i
fantasmi di un linguaggio responsabile di non pochi disastri nell'opera di
indottrinamento che si praticava nelle contrade delle organizzazioni
comuniste di un passato tanto remoto quanto sempre potenzialmente presente).
Quello che ci occorre è determinare un insieme di obiettivi attorno a cui
determinare la convergenza di interessi per cambiare da subito l'abito e il
costume legale del Paese. L'evocazione e la suggestione pannelliana di un
Terzo Stato credo che altro non sia che il porre questa esigenza. Può
sembrare paradossale ma, considerato che da noi esistono ordini
professionali gelosi delle loro corvee e il superordine della magistratura,
e in che stima sono tenuti i diritti alla conoscenza e alla consapevole
deliberazione della persona, mi pare che dobbiamo ancora statuire l'habeas
corpus della Magna Carta del 1215, e tanta parte della Dichiarazione dei
diritti dell'uomo del 1789, e questo con buona pace degli intendimenti e
delle dichiarazioni in difesa dei diritti umani, della eliminazione della
pena di morte e della istituzione della corte penale internazionale di cui
ci gratificano i Dini, i D'Alema e tutte le alte cariche dello stato.
Nell'era di internet e della globalizzazione dell'informazione libera,
incontrollata, e per fortuna ancora incontrollabile rompere questo gioco, o
giogo, non dovrebbe essere impresa impossibile. Se questo ha una qualche
parvenza di verosimiglianza, allora la questione diventa qual'è il terzo
stato?

Il Terzo Stato.

Possono le sole partite iva rappresentare il contingente fulcro sociale, sul
quale appoggiare la leva per la liberalizzazione e la costituzionalizzazione
del paese? Credo che la nozione di terzo stato sia una semplice riassunzione
per la individuazione possibile di un complesso di individui, i quali hanno
il comune interesse di frantumare la struttura corporativa, illiberale e
antiliberale dello stato italiano. Credere che le partite iva possono
rappresentare in modo esclusivo il terzo stato costituisce una
semplificazione fuorviante. Nell'epoca della rivoluzione del 1789 il terzo
stato individuava di sicuro una classe. E per tutto l'ottocento fino a parte
del secondo dopoguerra, ancora era ancora possibile e lecito esprimersi in
termini di classe. Nell'era della rivoluzione telematica e dell'avvio del
processo di deideologizzaziione seguito al crollo dei regimi comunisti,
nell'età della globalizzazione non solo economica e finanziaria ma anche
dell'informazione, non ha alcun senso un sociologia che parla per, e di,
classi sociali. Non solo assistiamo al tramonto delle ideologie, almeno nel
modo in cui le abbiamo conosciuto in questo secolo, ma anche delle
sociologie. Le partite iva non sono un corpo compatto di interessi omogenei.
Vi sono al loro interno dislocazioni irregolari di interessi e di volontà.
Per parte di esse il sistema dell'intreccio con i meccanismi elusivi
dell'imposizione è più vantaggioso di un sistema di prelievo fiscale
semplificato e meno oppressivo. Vi sono commercianti, e organizzazioni di
commercianti che non vogliono sentire parlare di liberalizzazione del
commercio, professionisti, con i rispettivi ordini non hanno alcun interesse
alla liberalizzazione delle professioni. Queste partite iva saranno
politicamente sempre dislocate contro ogni tentativo di liberazione e
liberalizzazione delle attività e della vita economica. Esse non saranno di
sinistra, e nel loro spirito retrogrado e bottegoio saranno di destra, di
quella destra di cui sanno che farà sempre una politica economica,
corporativa, statolatra e sociale, come le praticherebbe la sinistra, ma che
amano per le sue posizioni proibizioniste, apologetiche dei valori famiglia,
dei diritti del concepito, prima ancora che dei viventi riconosciuti come
persone giuridiche. Queste partite iva sarebbero di sinistra se non fosse
che la sinistra le turba troppo per le affermazioni di principio in difesa
dei diritti della persona, che almeno astrattamente proclama di vedere
realizzati. Ma accanto a queste partite iva, ve ne sono di molte altre,
socialmente omologhe, ma con antropologie diverse, con sovrastrutture etiche
diverse, interessate al progetto di rivoluzione liberale che noi proponiamo.
Quante saranno? 50.000 o 500.000, o forse un milione. Non c'è statistica che
ce lo possa raccontare. Le possiamo solo stanare con la nostra proposta di
iniziativa politica e di cui dirò più innanzi. Ma terzo stato nell'accezione
più vasta che propongo, di insiemi di individui resi simili non per
posizione sociale, o solo economica, ma, nell'età che viviamo, da una
antropologia che si manifesta per comuni speranze e volontà, comprende
allora anche altri soggetti individuali. E dico soggetti individuali
piuttosto che gruppi, perché credo che mai come nel momenti che stiamo
vivendo la frantumazione della personalità collettiva e dei gruppi, disegna
percorsi individuali di aspirazioni e speranze che talvolta convergono
sinergicamente in una risultante comune di comportamenti riconoscibili come
intenzionalmente sociali. Credo che la gran parte dei quesiti economici
referendari, contenuti nei venti che la corte costituzionale ha bocciato,
continuano a rappresentare l'ossatura della nostra proposta di iniziativa e
di lotta sul terreno delle libertà economiche, e che vanno per intero
ripresi.

Ulteriori elementi di valutazione politica da porre a base di una nuova
stagione di lotte radicali per la rivoluzione liberale; scuola, famiglia e
bioetica.

La scuola

Parlare al terzo stato significa allora individuare quelle nicchie di
soffocamento del bisogno di libertà e di liberazione da espugnare. Piccoli
ecosistemi sociali che pur nelle diversità che li caratterizzano, hanno
tutti in comune la tendenza all'asfissia delle libertà personali, del
diritto ad amare liberamente, del diritto per il gusto dell'impresa e della
creazione, del vivere con intelligenza il rispetto nell'educazione dei figli
e dell'istruzione per centinaia di migliaia di giovani, dei quali tutto si
può dire, ma ai quali non si pù negare, e si deve concedere, che comunque
essi rappresentano, almeno l'indubitabile rinnovamento, anche solo
biologico, per la società del futuro. I giovani credo che devono
rappresentare uno dei terreni di maggior interesse per chi voglia tentare
l'impresa di una riforma, e già solo per questo, di una rivoluzione
liberale. Mi è capitato spesso di ascoltare, anche nella cosa radicale, dei
giudizi liquidatori circa l'assenza di una intelligenza critica e di un a
passione civile nelle nuove generazioni. Credo che ciò sia un atto di
ingenerosità e un errore di valutazione politico e psicologico, che
evidenzia una sorta di riflesso conservatore. Per chi come me fa un lavoro
che quotidianamente vive a contatto con centinaia di giovani, non può non
convenire nel riconoscere una disposizione naturale e anagrafica dei giovani
verso atteggiamenti e comportamenti di radicalità. Di certo non si può
chiedere ad essi di proporsi come soggetti attivi e consapevoli di proposta
e intelligenza politica. E ciò è facile comprendere se si pone mente al
fatto che nessuno si è accorto seriamente, di quale sia lo stato in cui,
entro i recinti della scuola pubblica, vengono tenuti, e trattenuti,
centinaia di migliaia di giovani. Riproduco parti di un articolo che scrissi
tempo fa per la rivista Liberal, che molto liberalmente si è astenuta dal
pubblicare, e che potrebbe costituire un utile traccia di analisi

"Tratterò in maniera assai sintetica e in ordine le seguenti questioni A)
scuola pubblica e ministero della pubblica istruzione nel primo e nel
secondo atto della prima repubblica; B)la scuola tra ignoranza e menzogna;
C) palude legislativa, assenza della cultura, una scuola fuori-legge e senza
legge.

Scuola pubblica e ministero della pubblica istruzione nel primo e nel
secondo atto della prima repubblica.

Circa quindici anni fa uno studio del Censis fotografava la condizione della
scuola italiana con un titolo assai significativo "La scuola italiana tra
eccellenza e tutela".
La tesi che allora veniva sostenuta e che ancora oggi credo largamente
attuale, ruotava intorno al concetto che nell'immenso apparato della scuola
pubblica italiana convivevano due elementi assai contraddittori tra di essi
e assolutamente irriducibili da un lato una forte minoranza altamente
qualificata professionalmente e intellettualmente di docenti, dall'altro una
massiccia maggioranza di personale dequalificato, quindi demotivato, che
era approdato nella scuola come unico possibile sbocco per trovare una
occupazione.
Questa situazione ancora caratterizza la scuola italiana con l'aggravante
che la forte minoranza dell'eccellenza e divenuta progressivamente sempre
più minoritaria, mentre la maggioranza della tutela sempre più
maggioritaria.
Nei governi precedenti all'ingresso della sinistra comunista al governo, i
ministri democristiani dell'istruzione hanno considerato la scuola come il
luogo che doveva rispondere a due esigenze fondamentali garantire per un
verso la trasmissione e la riproduzione di un sapere ideologico e
confessionale, per un altro utilizzare la scuola come luogo naturale di
produzione di occupazione. Rispetto alla prima esigenza hanno trovato la
complicità dell'opposizione comunista, che fingendo di lottare contro il
conformismo confessionale cattolico in realtà si consociava con esso,
chiedendo e ottenendo che a questo si affiancasse quello marxista e
resistenziale nella interpretazione della storia delle società, passate e
presenti, rispetto alla seconda l'attivo collaborazionismo dei sindacati. Di
qui il risultato di questo pactum sceleris. Avvocati analfabeti di legge che
potevano insegnare lingue straniere, sociologi ignoranti di storia e di
scienze sociali che potevano insegnare statistica, laureati di magisteri,
più o meno sperimentali, che potevano insegnare storia e filosofia, laureati
in filosofia pressochè ignoranti in lettere classiche che potevano insegnare
italiano e latino nei licei. Si inventavano i più stravaganti corsi
abilitanti per titoli di studio che nulla o quasi nulla avevano a che fare
con il contenuto prefessionalizzante richiesto per l'ingresso nella scuola.
Si inventava lo sciagurato criterio dell'affinità per insegnare senza
competenza le discipline più varie. Me le due esigenze erano assolutamente
complementari nella loro funzionalità. Avere una scuola monopolistica
pubblica, con insegnanti dequalificati significava la miglior garanzia a chè
non si mettesse in discussione la funzione meramente trasmissiva del
contenuto conformistico e confessionale, sia esso di destra che di sinistra.
In circa vent'anni di insegnamento ho potuto verificare quanto efficiente
sia stato e sia, nell'inefficienza di tutte le altre funzioni, la capacità
della scuola italiana nel rendere i suoi giovani ignari, inconsapevoli e
analfabeti degli elementi basilari della cultura della legalità, l'unica per
la quale si può entrare con consapevolezza nel mondo delle relazioni
politiche e civili, dei diritti e dei doveri di una società liberale e
tollerante. E quanto invece sia stata, e sia tuttora, capace di alimentare
la cultura e il costume dell'illegalità, sia di derivazione
cattolica-controriformistica che marxista e rivoluzionista.
La mortificazione dell'eccellenza nella scuola è continuata fino al suo
massacro, non potendo, le energie più motivate e qualificate indirizzarsi
verso istituzioni private di un qualche tipo, in un mercato dove l'offerta
formativa e informativa veniva paralizzata dal monopolio pubblico.
Questo prima, o meglio nel passato futuro! E dopo, o meglio nel futuro
passato?
Dopo è venuto D'onofrio.
Ministro di Berlusconi, campione della riscossa liberale e della svolta
liberista. Il ministro liberale e liberista berlusconiano, alleato con i
sindacati, e accompagnato dagli inni festanti della intellighentia
psico-pedagoga della sinistra sindacale e politica e di tutti i mestieranti
e italioti scienziati della didattica, delle docimologie e compagnia
cantando, aboliva i famigerati esami di riparazione, cosa di per sè
sacrosanta, e ordinava a tutti gli insegnanti di trasformarsi in assistenti
di recupero di una gioventù considerata come una massa di disadattati

La scuola tra ignoranza e menzogna.

Nella scuola italiana l'insegnamento ormai prescinde, in modo pressoché
totale dal fondamentale principio, che la formazione e l'educazione sono il
prodotto di acquisizione di conoscenze, e che non si dà formazione e
educazione eludendo i contenuti di conoscenza . Si riducono così le
finalità di una scuola moderna, alla sola funzione di espletamento di
attività terapeutiche di comprensione, di accoglimento e di recupero dei
giovani, considerati alla stregua di pazienti psico-labili, bisognosi di
cure e attenzioni più degne di istituzioni di recupero per soggetti
emotivamente e psicologicamente instabili, che di una scuola capace di
diffondere e produrre cultura. E questo esito disastroso cui è giunta la
scuola italiana viene considerato dal perbenismo solidaristico nazionale un
elemento di vanto e di orgoglio. Ma una ideologizzazione della didattica,
nel modo in cui è stata descritta, non solo non forma e non educa, ma
anche, eliminando di fatto le differenze e distinzioni tra i vari ambiti
disciplinari, impedisce ai giovani di poter compiere delle scelte motivate
di percorsi formativi compatibili e coerenti con le proprie preferenze e
inclinazioni, con il risultato che essi non potranno che vivere con
conflitto il proprio rapporto con l'istituzione. La pretesa di una didattica
massificata per potersi attuare deve rimuovere la complessità intrinseca del
fatto culturale, deve semplificarlo secondo un processo destinato,
attraverso successive e ripetute riduzioni, a svuotarlo di ogni contenuto.
Senonchè, per quanto tale processo sia andato avanti, tuttavia l'assetto
attuale degli ordinamenti della scuola secondaria superiore, prevede l'
insegnamento di contenuti, che ancora non sono stati espunti formalmente
dall'insegnamento. E così è possibile che si genera un'altra stridente
contraddizione carica di effetti perversi. Un buon insegnante, per
formazione e compiti cui crede di dover adempiere, propone i contenuti del
suo ambito disciplinare e necessariamente cerca e attua verifiche di
valutazione del suo operare, e mentre fa ciò gli si dice che le verifiche di
valutazione non devono ispirarsi a criteri di capacità e di merito, e che
comunque non devono entrare in conflitto o contrastare con l'esigenza di
comprensione, di accoglimento e di recupero. Una tale situazione genera un
disturbo che è di duplice natura da un lato lo studente entra in conflitto
con se stesso, poiché avendo egli fatto una scelta ispirata a quel modello
di scuola così ampiamente propagandato, trova qualcosa di diverso e di
contraddittorio, e così agendo, veramente, la scuola oggi sta divenendo,
nella migliore delle ipotesi, un luogo di produzione di una presuntuosa
ignoranza, e nella peggiore un luogo di spostati mentalmente e di
disadattati, proprio perché essa produce così un dislocamento di senso della
realtà. Una vera e propria trappola nella quale cadono migliaia di giovani,
e dalla quale è assai difficile uscire poiché non esistono di fatto reali
percorsi alternativi di altra formazione scolastica , stante la sola scuola
pubblica e di stato, per di più omologata nella sua articolazione e
indirizzi ; dall'altro lato gli insegnanti più consapevoli, si vedono
costretti continuamente a oscillare tra una funzione che si avvicina sempre
più a quella dell'assistente sociale, incaricato di svolgere compiti di
tutela psicologica, di comprensiva accoglienza con l'obbligo dello scrupolo
di evitare tutto ciò che può arrecare dispiacere, contrarietà e delusione
dell'allievo, e la funzione, che, sebbene solo astrattamente e formalmente,
ancora gli deriva dall'obbligo di legge e dalla struttura stessa dei
programmi, che comunque delle conoscenze e cognizioni devono essere
acquisite e verificate. Tale continuo oscillare tra termini opposti, colloca
gli insegnanti in una condizione speculare a quella dei loro allievi, per
cui anche per essi si pone un problema di dislocazione del senso di realtà,
con fenomeni fortemente connessi di depressione e demotivazione rispetto
alla possibilità di incentivazione della qualità professionale e culturale
delle loro attività didattiche. Ma per chiudere su questo punto credo che la

via maestra per ridefinire un equilibrato rapporto tra il bisogno di
premiare le qualità di intelligenza e di determinazione al fare e la
necessità di preservare livelli di istruzione e educazione di chi è meno
dotato, o semplicemente meno determinato a fare, consiste nella possibilità
di assicurare una molteplicità differenziata di percorsi formativi, tali da
poter agevolmente e flessibilmente essere praticati. Ma una siffatta e
auspicabile situazione potrà essere difficilmente attuata fino a quando
permarrà il monopolio pubblico delle sedi della informazione e formazione
culturale, impedendo così l'emanciparsi della libera creatività nel campo
della cultura e delle professioni, che, malgrado tutto, pure ancora lavora
e produce nella società ma a cui e impedito di potersi costituire in
soggetti autonomi nell'ambito della offerta formativa.
Il D'onofrio ereditava questa tradizione e l'ha esaltata procedendo alla
adozione di nuove norme per la valutazione del profitto degli studenti, che
per la loro vaghezza, genericità nella formulazione e possibilità di deroga
portavano a compimento l'anarchia generale del sistema scuola, rendendo ogni
preside, ogni singolo insegnante, ogni singolo consiglio di classe, ciascun
collegio e consiglio d'istituto arbitro assoluto e onnipotente nel farsi la
propria legge, per decidere del futuro scolastico dei nostri studenti Si può
immaginare quale possa essere in tali condizioni il messaggio che è arrivato
a migliaia di giovani e famiglie.
A D'onofrio del Polo succede Berlinguer dell'Ulivo.
Tra D'onofrio e Berlimguer c'è solidarietà di ceto politico e quindi non vi
può essere soluzione di continuità. Berlinguer si muove nella più stretta
coerenza con l'immobilismo della sua tradizione politico-culturale. Non v'è
stato un solo provvedimento riformatore. Tutto continua all'insegna della
più rovinosa tradizione solidaristica, massificante e monopolista nella
gestione della scuola. L'unico provvedimento assunto dal ministero D'
onofrio, che ha privato la scuola di un qualsivoglia sistema di valutazione
della preparazione degli studenti, è stato portato fino alle estreme
conseguenze dal ministero Berlinguer. Non so quanti sanno, che noi siamo
oggi l'unico paese in Europa, e forse al mondo, che oggi non dispone di una
sistema valutativo delle capacità e delle abilità culturali e strumentali
dei suoi studenti.

Palude legislativa, assenza della cultura della legalità, una scuola senza
legge e fuori legge.

Il ministero della pubblica istruzione è il più insensato, inutile e dannoso
tra i corpi burocratici dello stato italiano. Esso rappresenta la piovra e i
suoi tentacoli sono gli apparati periferici dei provveditorati agli studi.
Annientarli di un sol colpo si potrebbe, se solo si varasse un progetto
legislativo che riaffermasse il grande valore dell'offerta formativa privata
nel campo della informazione e istruzione. Come d'incanto questi luoghi di
imboscamento di personale che niente a che fare con il sistema dell'
istruzione e della formazione culturale si dissolverebbero. Questo personale
giustifica il suo ruolo solo in ragione di tonnellate di circolari, che si
ripetono di anno in anno, superfetando norme giuridiche, decreti leggi,
ordinanze ministeriali, che si giustappongono confusamente, dai dettagli
amministrativi più insignificanti alle indicazioni generali di riforma.
Decreti ministeriali, ordinanze ministeriali, circolari esplicative del
ministero e poi quelle dei provveditorati provinciali, il tutto si mescola
con i regi decreti che ancora governano la scuola italiana e che nessuno ha
pensato, dal D'onofrio al Berlinguer di abolire.
Quanti sanno che negli ultimi provvedimenti del ministro Berlinguer in
ordine alla definizione dei criteri della valutazione del profitto dei
nostri studenti, si citano e si fa riferimento ai regi decreti dell'epoca
monarchica e fascista? E così diviene possibile che oggi nella stessa
scuola, in un consiglio di classe si promuova con sei insufficienze gravi,
e si respinga con due o tre insufficienze in un altro. E questo accade in
tutte le scuole italiane!
E' evidente che in tale situazione lo stato di diritto nella scuola italiana
è cosa negletta. Il sistema scuola è sopraffatto e soffocato dalla
burocrazia ministeriale, che solo in questa funzione può trovare legittimità
al suo status. Quando troppi sono i provvedimenti normativi e interpretativi
allora si spalancano le strada all'arbitrio e all'assenza della legge. E
quando questo accade in una istituzione che ha come fine quello della
informazione alle conoscenze, dell'istruzione alle abilità per centinaia di
migliaia di giovani, e di riflesso di cittadini, allora le conseguenze non
possono che essere devastanti per il livelli di civiltà giuridica del senso
comune di una comunità e per la cultura alla legalità.

Una breve conclusione.

Non so quanti politici sensati e consapevoli si siano accorti del disastro
in cui versa il sistema della informazione e formazione culturale del nostro
Paese. A quei liberali, se ve ne sono tanto nel polo che nell'ulivo, vorrei
suggerire, aldilà dei diluvi di parole dei documenti dei Saggi e dei
burocrati di nomina governativa alcune semplici cose

1)un sistema scolastico che non possiede un sistema di valutazione dei
meriti dei propri studenti, non può che produrre in tempi rapidi decadenza
e analfabetismo culturale, questi sì di massa;

2)se nei progetti di riforma della scuola secondaria superiore si insisterà
nella follia di consentire a tutti, indiscriminatamente, e senza prove di
ingresso, che dimostrino il possesso dei requisiti conoscitivi necessari, l
'accesso ad un indirizzo piuttosto che ad un altro, si continuerà a produrre
giovani disadattati e a mortificare i più dotati, o semplicemente più
motivati all'impegno di studio, e si declasserà sempre più al qualità della
didattica;

3)l'Autonomia scolastica si rivelerà un grave inganno e un ennesimo danno,
se non si introduce il principio di responsabilità personale per chi dirige
la scuola e a cui si vogliono conferire compiti e autonomia gestionale. Se
ogni preside diventa un piccolo manager pubblico, che si sente garantito nel
posto e nello stipendio, allora i fenomeni di corruttela, di clientelismo e
di inefficienza diverranno irrefrenabili;

3)agli insegnanti va tolta ogni forma di inamovibilità; essi dovrebbero
poter fruire di un sistema di verifica periodiche del loro grado di qualità
professionale e su quella base determinare differenziazioni in termini di
retribuzione, e non come accade con lo scandalo delle regalie degli
incentivi volute dagli accordi sindacali, che deprime l'eccellenza della
nostra scuola e premia e tutela gli ignavi e gli analfabeti ;

4)tutto questo ha senso solo se si introduce nel sistema scuola, il
principio della personale responsabilità e di conseguenza della libera
competizione tra istituzioni formative.

5)il ministero della Pubblica Istruzione, i Provveditorati e le
Sovraintendenze scolastiche vanno rapidamente smantellate".

Se questo è il modello formativo e informativo che offre la scuola italiana,
se centinaia di migliaia di giovani sono costretti a vivere quotidianamente
in reclusori siffatti, non deve stupire se in Italia si è riusciti a mettere
in piedi, in modo affatto inconsapevole forse, il più gigantesco sistema
eviramento intellettuale, con i fenomeni connessi di stupidità massificata
per migliaia di giovani.

La famiglia e la bioetica.

Ci troviamo di fronte ad effetti rivoluzionari nel campo delle tecnologie e
delle scienze biologiche che obbligano a ripensare l'istituzione stessa
della famiglia e delle relazioni parentali. Una forza che per tradizioni e
ambizioni voglia dirsi radicale non può eludere la portata di simili
effetti. La mistificazione e la falsificazione che la teologia ha fatto del
cristianesimo si trova oggi ad affrontare emergenze per la sua sopravvivenza
ben più impegnative di quelle a cui venne costretta da G. Bruno, Galileo e
Darwin. Oggi non è possibile allestire roghi, ma si possono imbastire
processi inquisitori, con legislazioni che blindano il diritto e i diritti
di libertà con i simulacri di un'etica antica di duemila anni. L'ingegneria
genetica e le sue applicazioni nella sfera della vita umana, da un lato
costringono ad un ripensamento di nuove forme di spiritualità, dall'altro
stanno già condizionando le vite concrete e i rapporti interpersonali, che
mettono in discussione dalle radici l'istituzione della famiglia, le
relazioni parentali, la procreazione e offrono la replicazione della materia
biologica in forme inimmaginate, e inimmaginabili. Le ricerche sulla
clonazione e le sue applicazioni nel campo della cura di terribili malattie
genetiche, la fecondazione assistita, il diritto dei singol di poter
procreare e adottare, scuotono l'assetto di pregiudizi morali posti a
fondamento della "sacralità della nozione di famiglia monogamica". E che
questo non sia un discorso campato n aria, viene messo drammaticamente in
luce dalla discussione in corso nel parlamento di leggi di regolamentazione
della fecondazione assistita e dalla emanazione dei decreti incostituzionali
della Bindi, con cui si vieta la ricerca di base nel campo della biologia
molecolare applicata alla clonazione. E' assai probabile che se passano gli
intendimenti conservatori, illiberali e incostituzionali di gran parte del
Parlamento dovremo riprendere la strada referendaria per l'affermazione del
diritto e dei diritti in questi ambiti. In tale contesto diviene un dovere,
per chi è anche solo men che radicale, lanciare una battaglia per il
riconoscimento dell'eutanasia del diritto alla "buona morte", come parte
integrante, e oggi non riconosciuta, del rispetto del diritto alla vita. E
ciò diviene una urgenza per dare una speranza in più ad una possibile, e più
umana felicità. Si tratta di aggredire la legislazione sulla famiglia e le
relazioni parentali in tutti i suoi aspetti legalizzazione delle unioni tra
omosessuali, adozioni, rapporti legali genitori-figli, divorzio (oggi si
incontrano più problemi in una causa di divorzio di quanti con esso si
voleva risolvere). Nuove inquisizioni per vecchi integralismi, combattono la
loro battaglia contro il libero pensiero e la ricerca scientifica con metodi
assai più raffinati e pericolosi. In questa guerra esse riescono a
utilizzare perfino l'opera di quelli, che per la libertà di pensiero furono
torturati e emarginati. Non è infrequente trovare laici e chierici
illuminati, magari galileiani e volterriani, che non s'avvedono di quanto
aristotelismo inquisitorio v'è nel loro progressismo.
Fame, guerre, stermini, genocidi, esodi e migrazioni planetarie sono la
conseguenza, se non solo, anche della esplosione demografica. Popper
includeva la bomba demografica tra i più grandi pericoli che minacciano la
pace e la convivenza tra gli uomini. La battaglia per il controllo delle
nascite, non può non divenire uno dei terreni di politica interna e
internazionale per tutti noi.

Il problema dell'irriducibilità maieutica del soggetto politico radicale, la
Cosa radicale.

Nessuno ama fare battaglie per rimanere eternamente inchiodato al palo del
minoritarismo politico. E' un destino cinico quello per cui dobbiamo essere
condannati ad essere giganti nelle idee e nani nell'organizzazione e nel
consenso? Penso che nessuno di noi voglia per definizione assiomatica
affermare il nostro essere la parte minoritaria, ancorchè nobile. Il
problema è come mantenere la nostra irriducibilità maieutica, la nostra
capacità di essere l'elemento generatore di riserve di tolleranza, di difesa
delle libertà personali e naturali, sempre e comunque, di riaffermazione
della legalità e della legalizzazione, anche a costo di urtare le
suscettibilità, e di apparire per questa via esterni e estranei a quanto le
accademie sociologiche, giuridiche e etiche fanno per alimentare il
medioevo di un senso comune, dal quale esse stesse pensano di trarre
giovamento politico, come, malgrado tutto questo, possiamo noi cercare di
essere maggioranza nella pubblica opinione? Non oso avanzare la pretesa di
poter fornire una risposta. Credo comunque che nell'assemblea dei mille
questo interrogativo non possa rimanere senza un tentativo di risposta. Ad
ogni modo credo che la risposta non possa darsi, senza partire dal dato di
schizofrenia che contraddistingue il sistema politico del Paese. C'è una
sinistra verde, rossa e rosa che contrappone l'assioma della riaffermazione
ottimistica della superiorità etica della comunità, alla sostanziale
negatività e inferiorità etica dell'individuo. E da questa premessa deriva
la propria statolatria nella concezione della vita pubblica e della vita
economica. E mentre fa ciò dichiara le sue posizioni antiproibizioniste
(vedi D'alema), la sua condanna della pena di morte, il suo favore per
l'istituzione di una giurisdizione penale internazionale per la tutela dei
diritti umani, la sua apertura per iniziative legislative avanzate per il
riconoscimento dei diritti della persona per ciò che riguarda la
procreazione assistita e così via. E poi c'è una destra bruna, bianca e
azzurra proibizionista, tendenzialmente favorevole al mantenimento della
pena capitale, che blatera la retorica della famiglia, chiusa alle domande
poste dalla bioetica, contraria alla legalizzazione delle unioni di fatto e
omosessuali, ottusa in materia di adozioni. Una destra che mentre nega sul
piano etico e costituzionale l'esercizio della libertà di scelta
dell'individuo su fondamentali questioni di coscienza, afferma il primato
della libertà economica e di mercato. Questa schizofrenia del sistema dei
partiti stringe in una morsa a tenaglia la pubblica opinione, quando questa
c'è. Tant'è che anche quando alcuni principi affermati dai radicali e
risultati vittoriosi nelle campagne referendarie come quelle del divorzio e
dell'aborto, essi sono stati tradotti dal sistema della partitocrazia in
norme legislative che ne hanno reso l'attuazione di difficile, se non
impossibile, praticabilità per i cittadini. E non c'è nulla di più
devastante per la cultura della legalità di una comunità, fare leggi che
affermano grandi principi e, al tempo stesso, renderli legalmente
impraticabili. Questa schizofrenia determina la condizione per la quale non
diviene possibile l'incivilimento liberale del paese. Causa l'effetto
paralizzante, al quale ambedue i lati del rapporto schizofrenico partecipano
attivamente, della costituzione partitocratica e corporativa della forma
dello stato. La nostra irriducibilità maieutica non credo che debba
necessariamente essere in contraddizione con l'ambizione di divenire
maggioranza. Credo che esiste una Cosa radicale. E penso che essa è qualcosa
che va oltre i radicali. Alla intelligenza radicale compete un ulteriore
atto generosità nei confronti del paese e delll'ambizione della riforma e
della rivoluzione liberale in Italia e in Europa. Un atto di generosità che
sappia superare la pavidità, le incertezze, le oscurità e forse anche
qualche miseria che sono presente in qualche regione della Cosa radicale.
L'unica personalità radicale che ha potuto assumere responsabilità
isituzionali operative e di governo, ha messo in luce quale potenziale di
dedizione di intelligenza di passione e di coraggio si cela nei radicali e
nella Cosa radicale. Il credito politico, intelletuale e umano di cui gode
Emma Bonino, rappresenta un fatto di straordinaria dimensione per il futuro
di una scuola di pratica e di pensiero politici, unica in Europa. E questo
può farci sperare che sia ragionevole pensare, che oggi possono esistere le
condizioni perchè quella irriducibilità, sia sempre più irriducibile
rispetto al sistema politico e sempre più riducibile rispetto alle esigenza
di liberazione del paese.

Campobasso 04/02/99

Donato De Renzis

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CONTRIBUTO AL DIBATTITO PER L'ASSEMBLEA DEI MILLE.

Premessa.

Ogni discussione, sia che lo si esprima o no, dovrebbe presupporre sempre
l'adozione di un qualche criterio di metodo. Nella fattispecie di questa
fase della vicenda radicale, di questa sorta di experimentum crucis, credo
che, per evitare la deriva delle parole nella palude che vuole morte tanto
l'intelligenza che la passione, non sia inutile tentare lo sforzo di
arrestare l'inerzia di un vuoto formulario che ha smarrito, e smarrisce, la
fecondità delle cose e della vita. Tanto dico affinchè piuttosto che
ripetere e ripetersi, meglio sarebbe tacere. E se proprio né si può, né si
deve, tacere allora dobbiamo tentare l'impresa di un pensare e un dire la
politica, e della politica, che ricerchi, conquisti e aggiunga un nuovo, da
molti invocato, e che crediamo ci sia, ma che è difficile trovare. Tutto
questo per dire che non possiamo continuare con un linguaggio che reitera
pedissequamente quello di Marco Pannella. Con il quale si lanciano appelli
che nessuno sembra più raccogliere, se non l'eroismo disperato di chi non
vuole rassegnarsi ad una condizione dello stato civile delle relazioni
interpersonali, che nega alla radice gli elementi costitutivi dello stato di
diritto, ma meglio sarebbe, anzi è, delle esigenze elementari di una
costituzione della legalità, e verrebbe da dire quale che sia, purchè
rispettata. Serve un contenuto politico e una sua comunicazione per forzare
il cordone sanitario steso attorno alla tribù radicale perché essa diventi
una nazione. Nella tradizione culturale del nostro paese, nel suo dna
antropologico si nasconde un carattere che permane assolutamente
irriducibile alla grande tradizione scientifica, analitica e razionale, alla
quale pure abbiamo dato nell'epoca moderna grandi contributi, ma che si è
trasfusa nel common sense intellettuale e nella vita civile con maggiore
radicamento e profondità nel mondo anglosassone. Mi riferisco alla
tradizione italiana retorico-umanistica, che piuttosto che generare
humanitas e pietas, determina un costume di cinismo dell'etica, che trova la
sua vera origine nell'abitudine alla disonestà intellettuale diffusa non
solo nei ceti colti, e nel ceto politico, ma anche in vasti settori della
pubblica opinione, e perché no, anche nella pubblica non-opinione. La
tradizione controriformistica, l'ipocrisia curiale di secoli, dei chierici
di ogni setta, ha abituato al costume della doppia verità, in un gioco in
cui ognuno crede di farla all'altro. Una tradizione che è vissuta, e vive,
di oscurità e di oscurantismo nel sistema della comunicazione politica e
giuridica, ma ferocemente al servizio della spietatezza di chiari e distinti
interessi di fazioni e corporazioni. Voltaire credeva che le sette dei
fanatici sarebbero divenute meno pericolose se si fossero moltiplicate.
Credeva giustamente che il proliferare delle fedi le avrebbe reso meno
pericolose. Esse si sarebbero in un qualche modo relativizzate le una con le
altre, e in tale stato si sarebbe ridotta la loro capacità di arrecare
minaccia allo sviluppo di una convivenza fondata sulla tolleranza.
All'acutezza di questa intuizione di Voltaire sembra sottrarsi la tradizione
italica, nella quale l'inarrestabile partenogenesi del sistema politico vede
il consolidarsi di un integralismo individualistico non ravvisabile, nelle
forme che assume presso di noi, in nessun altro paese dell'occidente
sviluppato. Perfino la prudente e circospetta intelligenza del ministro
Amato non è riuscita a resistere, nel convegno della lista Pannella e di
radio radicale sulla riforma elettorale per le elezioni europee, alla
passione suscitata dallo sdegno per i cento partito e le cento padelle. Noi
siamo stati con Marco Pannella estranei e stranieri a questa tradizione.
L'abbiamo combattuta, un seme incerto, eppure tenace è stato introdotto nel
corpo del paese. Esiste la concreta speranza che questo può essere il tempo
che, e nel quale, esso fecondi. Ecco perché piuttosto che ripetere lo
scorrerre di una rosario e di una filastrocca scelgo l'immodestia, forse
ridicola di un periferico, di un punto di riferimento, come nel nostro
lessico organizzativo talvolta mi si chiama, e che forse sono. E provo a
dire qualcosa che spero possa aiutare la comprensione di quello che stiamo
vivendo, o che ci accade di vivere. Nell'intervista a ideazione Pannella ha
sostenuto che il nuovo non può darsi senza un salto nel buio. Questa, ancora
una volta, è la sfida. Raccoglierla significa esporsi e esporre anche le
proprie insufficienze, la propria stupidità, e chissà forse anche la propria
intelligenza. Nei punti che seguono affronterò le seguenti questioni

1) l'essenza della intervista di Pannella a Ideazione come base
dell'assemblea dei mille;

2) ulteriori elementi di valutazione politica da porre a base di una nuova
stagione di lotte radicali per la rivoluzione liberale; scuole e bioetica;

4) il problema della irriducibilità maieutica del soggetto politico
radicale, la Cosa radicale.

L'essenza dell'intervista di Pannella a "Ideazione" come base dell'assemblea
dei mille.

Il blocco sociale.

Nell'intervista di Pannella si snoda un filo che prefigura uno scenario
interpretativo diverso della storia d'Italia che parte sì da Salvemini, ma
che mi pare poi non possa non prendere una propria strada. Sia sul terreno
sociologico che antropologico in essa si affaccia in maniera completa,
ancorchè sintetica, una interpretazione della storia del paese che
rivaleggia con quella gramsciana, che ha fatto scuola, e continua a far
scuola, nella storiografia colta liberal-socialista e resistenziale tanto
cara ai Bobbio e agli Scalfari. Una storiografia che riempie i libri di
testo delle scuole secondarie e le facoltà di storia e filosofia e che, è
stata somministrata, e continua ad essere somministrata a centinaia di
migliaia di giovani. Nella ricostruzione e interpretazione gramsciana dei
quaderni dal carcere, la teoria del blocco storico agrario-borghese
antipopolare e antioperaio si estende fino alla analisi del fallimento del
socialismo e del comunismo italiani e serve a Gramsci a spiegare la vittoria
del fascismo. In questo blocco storico Gramsci pone l'accento sulle
responsabilità degli intellettuali, e successivamente di Croce in
particolare, per aver impedito a fronte dell'esistenza di intellettuali
organici al blocco di potere liberal-conservatore cavouriano prima e
giolittiano dopo, la formazione di un ceto intellettuale organico alle masse
popolari e alla classe operaia. La storiografia della sinistra aristocratica
del secondo dopoguerra ha utilizzato lo schema gramsciano per spiegare gli
eventi politici del paese fino alla fine degli anni ottanta. Nell'analisi di
Pannella questo schema tende a saltare. Un italiano che legge la storia
d'Inghilterra di Trevelyan, farebbe fatica a capire come si possa scrivere e
raccontare la storia degli inglesi senza far menzione di classi sociali
rancorose e irriducibilmente contrapposte. Di come si possa parlare della
vicenda storica di una nazione, evidenziando l'esistenza di un costume e di
una abitudine civile, che sottolinea l'importanza del rule of law, dalla
magna carta alla decapitazione di Carlo I, fino ai trattati sul governo di
J.Locke. Ma quella era una società nella quale l'uguaglianza di fronte alla
legge e il diritto al sovvertimento anche violento degli usurpatori, veniva
codificato e riconosciuto nelle costituzioni, e traeva alimento dallo
spirito di impresa, che per tutti gli inglesi, senza distinzioni di
appartenenza di casta si giocava parimenti nei successi e negli insuccessi
delle imprese oceaniche. L'Italia è stato da sempre un paese servile, e
quindi signorile. Di cafoni e signori, di sovrani borghesi e di sudditi
operai. Cristallizzati e cementati ideologicamente, culturalmente e
antropologicamente nelle loro rispettive posizioni da una chiesa senza
riforma e da un socialismo fiaccato dalla radicalità del comunismo. In
Italia il marxismo in tutte le sue versioni, comprese quella francofortese e
marcusiana, ha imposto e impone i suoi schemi sociologici. E non solo ai
marxisti o semplicemente a chi è genericamente di sinistra, ma anche a chi
tale non è, compresi a quelli che si dicono liberali, poiché le categorie
della sociologia politica e giuridica marxiste sono entrate a far parte
della nostra antropologia. E così siamo costretti ad utilizzare nell'analisi
della storia d'Italia, l'uso di un linguaggio che ci obbliga a parlare di
oggetti impossibili e impensabili quali il blocco storico di classe, e forse
anche di blocco sociale, entro tempi che seppure scanditi nell'arco di
centocinquanta, cento, ottant'anni sembrano, pur nella loro pochezza
quantitativa, tempi di durata biblica, se comparati con l'accelerarsi di un
futuro, che in un paese come l'America è già il presente, e che mettono allo
scoperto lo stato di terzomondismo classista, colto e spocchioso in cui la
stampa più o meno specializzata, la politica, la sociologia e la cultura
giuridica immaginano e rappresentano se stessi e l'Italia. Di blocchi
storici più o meno di classe facciamo volentieri a meno. (In questo divergo
da Pannella e dal ricorso che talvolta egli fa del termine classe. E ciò
anche se credo di intendere che egli, con l'uso di tale termine, vuole
mettere in grassetto l'esigenza della radicalità dell'essere parte nella
lotta politica. L'uso del termine classe ingenera equivoci, ed evoca i
fantasmi di un linguaggio responsabile di non pochi disastri nell'opera di
indottrinamento che si praticava nelle contrade delle organizzazioni
comuniste di un passato tanto remoto quanto sempre potenzialmente presente).
Quello che ci occorre è determinare un insieme di obiettivi attorno a cui
determinare la convergenza di interessi per cambiare da subito l'abito e il
costume legale del Paese. L'evocazione e la suggestione pannelliana di un
Terzo Stato credo che altro non sia che il porre questa esigenza. Può
sembrare paradossale ma, considerato che da noi esistono ordini
professionali gelosi delle loro corvee e il superordine della magistratura,
e in che stima sono tenuti i diritti alla conoscenza e alla consapevole
deliberazione della persona, mi pare che dobbiamo ancora statuire l'habeas
corpus della Magna Carta del 1215, e tanta parte della Dichiarazione dei
diritti dell'uomo del 1789, e questo con buona pace degli intendimenti e
delle dichiarazioni in difesa dei diritti umani, della eliminazione della
pena di morte e della istituzione della corte penale internazionale di cui
ci gratificano i Dini, i D'Alema e tutte le alte cariche dello stato.
Nell'era di internet e della globalizzazione dell'informazione libera,
incontrollata, e per fortuna ancora incontrollabile rompere questo gioco, o
giogo, non dovrebbe essere impresa impossibile. Se questo ha una qualche
parvenza di verosimiglianza, allora la questione diventa qual'è il terzo
stato?

Il Terzo Stato.

Possono le sole partite iva rappresentare il contingente fulcro sociale, sul
quale appoggiare la leva per la liberalizzazione e la costituzionalizzazione
del paese? Credo che la nozione di terzo stato sia una semplice riassunzione
per la individuazione possibile di un complesso di individui, i quali hanno
il comune interesse di frantumare la struttura corporativa, illiberale e
antiliberale dello stato italiano. Credere che le partite iva possono
rappresentare in modo esclusivo il terzo stato costituisce una
semplificazione fuorviante. Nell'epoca della rivoluzione del 1789 il terzo
stato individuava di sicuro una classe. E per tutto l'ottocento fino a parte
del secondo dopoguerra, ancora era ancora possibile e lecito esprimersi in
termini di classe. Nell'era della rivoluzione telematica e dell'avvio del
processo di deideologizzaziione seguito al crollo dei regimi comunisti,
nell'età della globalizzazione non solo economica e finanziaria ma anche
dell'informazione, non ha alcun senso un sociologia che parla per, e di,
classi sociali. Non solo assistiamo al tramonto delle ideologie, almeno nel
modo in cui le abbiamo conosciuto in questo secolo, ma anche delle
sociologie. Le partite iva non sono un corpo compatto di interessi omogenei.
Vi sono al loro interno dislocazioni irregolari di interessi e di volontà.
Per parte di esse il sistema dell'intreccio con i meccanismi elusivi
dell'imposizione è più vantaggioso di un sistema di prelievo fiscale
semplificato e meno oppressivo. Vi sono commercianti, e organizzazioni di
commercianti che non vogliono sentire parlare di liberalizzazione del
commercio, professionisti, con i rispettivi ordini non hanno alcun interesse
alla liberalizzazione delle professioni. Queste partite iva saranno
politicamente sempre dislocate contro ogni tentativo di liberazione e
liberalizzazione delle attività e della vita economica. Esse non saranno di
sinistra, e nel loro spirito retrogrado e bottegoio saranno di destra, di
quella destra di cui sanno che farà sempre una politica economica,
corporativa, statolatra e sociale, come le praticherebbe la sinistra, ma che
amano per le sue posizioni proibizioniste, apologetiche dei valori famiglia,
dei diritti del concepito, prima ancora che dei viventi riconosciuti come
persone giuridiche. Queste partite iva sarebbero di sinistra se non fosse
che la sinistra le turba troppo per le affermazioni di principio in difesa
dei diritti della persona, che almeno astrattamente proclama di vedere
realizzati. Ma accanto a queste partite iva, ve ne sono di molte altre,
socialmente omologhe, ma con antropologie diverse, con sovrastrutture etiche
diverse, interessate al progetto di rivoluzione liberale che noi proponiamo.
Quante saranno? 50.000 o 500.000, o forse un milione. Non c'è statistica che
ce lo possa raccontare. Le possiamo solo stanare con la nostra proposta di
iniziativa politica e di cui dirò più innanzi. Ma terzo stato nell'accezione
più vasta che propongo, di insiemi di individui resi simili non per
posizione sociale, o solo economica, ma, nell'età che viviamo, da una
antropologia che si manifesta per comuni speranze e volontà, comprende
allora anche altri soggetti individuali. E dico soggetti individuali
piuttosto che gruppi, perché credo che mai come nel momenti che stiamo
vivendo la frantumazione della personalità collettiva e dei gruppi, disegna
percorsi individuali di aspirazioni e speranze che talvolta convergono
sinergicamente in una risultante comune di comportamenti riconoscibili come
intenzionalmente sociali. Credo che la gran parte dei quesiti economici
referendari, contenuti nei venti che la corte costituzionale ha bocciato,
continuano a rappresentare l'ossatura della nostra proposta di iniziativa e
di lotta sul terreno delle libertà economiche, e che vanno per intero
ripresi.

Ulteriori elementi di valutazione politica da porre a base di una nuova
stagione di lotte radicali per la rivoluzione liberale; scuola, famiglia e
bioetica.

La scuola

Parlare al terzo stato significa allora individuare quelle nicchie di
soffocamento del bisogno di libertà e di liberazione da espugnare. Piccoli
ecosistemi sociali che pur nelle diversità che li caratterizzano, hanno
tutti in comune la tendenza all'asfissia delle libertà personali, del
diritto ad amare liberamente, del diritto per il gusto dell'impresa e della
creazione, del vivere con intelligenza il rispetto nell'educazione dei figli
e dell'istruzione per centinaia di migliaia di giovani, dei quali tutto si
può dire, ma ai quali non si pù negare, e si deve concedere, che comunque
essi rappresentano, almeno l'indubitabile rinnovamento, anche solo
biologico, per la società del futuro. I giovani credo che devono
rappresentare uno dei terreni di maggior interesse per chi voglia tentare
l'impresa di una riforma, e già solo per questo, di una rivoluzione
liberale. Mi è capitato spesso di ascoltare, anche nella cosa radicale, dei
giudizi liquidatori circa l'assenza di una intelligenza critica e di un a
passione civile nelle nuove generazioni. Credo che ciò sia un atto di
ingenerosità e un errore di valutazione politico e psicologico, che
evidenzia una sorta di riflesso conservatore. Per chi come me fa un lavoro
che quotidianamente vive a contatto con centinaia di giovani, non può non
convenire nel riconoscere una disposizione naturale e anagrafica dei giovani
verso atteggiamenti e comportamenti di radicalità. Di certo non si può
chiedere ad essi di proporsi come soggetti attivi e consapevoli di proposta
e intelligenza politica. E ciò è facile comprendere se si pone mente al
fatto che nessuno si è accorto seriamente, di quale sia lo stato in cui,
entro i recinti della scuola pubblica, vengono tenuti, e trattenuti,
centinaia di migliaia di giovani. Riproduco parti di un articolo che scrissi
tempo fa per la rivista Liberal, che molto liberalmente si è astenuta dal
pubblicare, e che potrebbe costituire un utile traccia di analisi

"Tratterò in maniera assai sintetica e in ordine le seguenti questioni A)
scuola pubblica e ministero della pubblica istruzione nel primo e nel
secondo atto della prima repubblica; B)la scuola tra ignoranza e menzogna;
C) palude legislativa, assenza della cultura, una scuola fuori-legge e senza
legge.

Scuola pubblica e ministero della pubblica istruzione nel primo e nel
secondo atto della prima repubblica.

Circa quindici anni fa uno studio del Censis fotografava la condizione della
scuola italiana con un titolo assai significativo "La scuola italiana tra
eccellenza e tutela".
La tesi che allora veniva sostenuta e che ancora oggi credo largamente
attuale, ruotava intorno al concetto che nell'immenso apparato della scuola
pubblica italiana convivevano due elementi assai contraddittori tra di essi
e assolutamente irriducibili da un lato una forte minoranza altamente
qualificata professionalmente e intellettualmente di docenti, dall'altro una
massiccia maggioranza di personale dequalificato, quindi demotivato, che
era approdato nella scuola come unico possibile sbocco per trovare una
occupazione.
Questa situazione ancora caratterizza la scuola italiana con l'aggravante
che la forte minoranza dell'eccellenza e divenuta progressivamente sempre
più minoritaria, mentre la maggioranza della tutela sempre più
maggioritaria.
Nei governi precedenti all'ingresso della sinistra comunista al governo, i
ministri democristiani dell'istruzione hanno considerato la scuola come il
luogo che doveva rispondere a due esigenze fondamentali garantire per un
verso la trasmissione e la riproduzione di un sapere ideologico e
confessionale, per un altro utilizzare la scuola come luogo naturale di
produzione di occupazione. Rispetto alla prima esigenza hanno trovato la
complicità dell'opposizione comunista, che fingendo di lottare contro il
conformismo confessionale cattolico in realtà si consociava con esso,
chiedendo e ottenendo che a questo si affiancasse quello marxista e
resistenziale nella interpretazione della storia delle società, passate e
presenti, rispetto alla seconda l'attivo collaborazionismo dei sindacati. Di
qui il risultato di questo pactum sceleris. Avvocati analfabeti di legge che
potevano insegnare lingue straniere, sociologi ignoranti di storia e di
scienze sociali che potevano insegnare statistica, laureati di magisteri,
più o meno sperimentali, che potevano insegnare storia e filosofia, laureati
in filosofia pressochè ignoranti in lettere classiche che potevano insegnare
italiano e latino nei licei. Si inventavano i più stravaganti corsi
abilitanti per titoli di studio che nulla o quasi nulla avevano a che fare
con il contenuto prefessionalizzante richiesto per l'ingresso nella scuola.
Si inventava lo sciagurato criterio dell'affinità per insegnare senza
competenza le discipline più varie. Me le due esigenze erano assolutamente
complementari nella loro funzionalità. Avere una scuola monopolistica
pubblica, con insegnanti dequalificati significava la miglior garanzia a chè
non si mettesse in discussione la funzione meramente trasmissiva del
contenuto conformistico e confessionale, sia esso di destra che di sinistra.
In circa vent'anni di insegnamento ho potuto verificare quanto efficiente
sia stato e sia, nell'inefficienza di tutte le altre funzioni, la capacità
della scuola italiana nel rendere i suoi giovani ignari, inconsapevoli e
analfabeti degli elementi basilari della cultura della legalità, l'unica per
la quale si può entrare con consapevolezza nel mondo delle relazioni
politiche e civili, dei diritti e dei doveri di una società liberale e
tollerante. E quanto invece sia stata, e sia tuttora, capace di alimentare
la cultura e il costume dell'illegalità, sia di derivazione
cattolica-controriformistica che marxista e rivoluzionista.
La mortificazione dell'eccellenza nella scuola è continuata fino al suo
massacro, non potendo, le ener