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Guido Ruotolo per "la Stampa"
Conti correnti, appalti, mutui, movimenti bancari. Se avessero potuto, li avrebbero già passati al setaccio, gli 007 della Procura di Perugia. Sono i «segreti» di «Propaganda Fide» che vorrebbero che affiorassero, per trovare conferme ai loro sospetti.
Cartinale Sepe e Guido Bertolaso
SEPE
L'ipotesi da verificare è la seguente: milioni di euro dello Stato italiano finiti nelle casse gestite dal prefetto della Congregazione, il cardinale Crescenzio Sepe, in cambio di un affare davvero miracoloso: l'acquisto di una palazzina di tre appartamenti alle spalle di Montecitorio, in via dei Prefetti, a un prezzo stracciato. Pietro Lunardi, il ministro che autorizzò quei finanziamenti milionari, ha comprato quei tre appartamenti a tre milioni di euro - così è scritto nell'atto di compravendita, anche se poi l'ex ministro dice che li pagò quattro milioni di euro - mentre il suo valore di mercato oscilla tra i nove e gli undici milioni di euro.
E, dunque, nei fatti Lunardi avrebbe ottenuto una «stecca» di almeno cinque milioni di euro. Torniamo alla rogatoria. I pm perugini Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono andare a colpo sicuro, sapendo cioè che cosa cercare. Nessun intento persecutorio contro il Vaticano. La rogatoria che partirà oggi per la Santa Sede, e che riguarda la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, è circoscritta, si riferisce al periodo in cui era prefetto della Congregazione il cardinale Crescenzio Sepe, indagato per corruzione aggravata dai magistrati perugini.
E riguarda in particolare i finanziamenti autorizzati dall'allora ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi. Stiamo parlando per esempio del decreto del 2005, quello che stanzia due milioni e mezzo di euro per i lavori di restauro e la creazione di una pinacoteca nel palazzo di «Propaganda Fide» di piazza di Spagna. Un finanziamento criticato dalla Corte dei conti. Sembra che le uniche spese effettuate per quei lavori ammontino a 180.000 euro, il costo dell'affitto dei ponteggi montati all'esterno per due mesi.
In quel decreto del 2005, che finanziava i progetti Arcus - la Spa dei ministeri delle Infrastrutture e dei Beni culturali - un altro milione di euro fu destinato ai lavori di restauro dei palazzi Lucchesi e Frascara della Pontificia università Gregoriana.
Ecco, la Procura di Perugia vuole analizzare i finanziamenti, gli appalti, i mutui, i conti correnti di Propaganda Fide. Per verificare l'ipotesi dell'esistenza della «stecca», del passaggio di «utilità», in questo caso capitali in cambio di discutibili operazioni immobiliari.
La rogatoria perugina parte il giorno in cui dal Vaticano filtra la notizia che la Segreteria di Stato ha avviato una indagine interna sui conti dello Ior. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone (che è anche presidente della commissione di viglilanza sulla banca vaticana), ha promosso un'ispezione interna allo Ior, per verificare la titolarità dei conti, con particolare attenzione a quelli riconducibili al Gentiluomo di Sua Santità, Angelo Balducci, l'ex Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici in carcere dal 10 febbraio scorso, e al resto della «cricca». Insomma, anche il Vaticano avverte il bisogno di controllare la presenza di movimentazione di capitali «anomali» nella sua banca.
E se la Procura ha già depositato al Tribunale dei ministri (di Perugia) la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro per le Infrastrutture, Pietro Lunardi, indagato per corruzione - mentre si annunciano novità nei prossimi giorni, per la posizione dell'ex ministro Claudio Scajola - , né da Lunardi né dallo stesso cardinale Sepe, al di là delle dichiarazioni di intenti, sono arrivati segnali concreti di disponibilità a essere sentiti.
Nel giorno della conferenza stampa del cardinale Sepe, il suo legale si è limitato a sottolineare che i fatti contestati al cardinale «non hanno nessun rilievo penale». Lasciando assolutamente nel vago la disponibilità di andare dai pm perugini a difendersi dalle accuse.
In questa fase, la Procura non sembra interessata a convocare i due inquisiti eccellenti - l'ex prefetto della Congregazione e l'ex ministro delle Infrastrutture - impegnata invece a raccogliere altri elementi d'accusa, a verificare le ipotesi investigative.
La squadra di cinque ispettori della Banca d'Italia, intanto, sta controllando i conti correnti di tutti i protagonisti della inchiesta perugina. E' la «cricca» sotto la lente degli 007, mentre si aspettano i risultati delle rogatorie con San Marino e il Lussemburgo (ambedue i Paesi stanno collaborando alle indagini). E gli esperti di Bankitalia stanno analizzando anche i conti di Guido Bertolaso, il capo del Dipartimento della Protezione civile indagato per concorso in corruzione, alla ricerca di movimentazioni «anomale».
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ARCORE NON SI COMANDA - I VERBALI DI PERLA GENOVESI, l’ex assistente del senatore piediellino Pianetta, arrestata per traffico di droga - "L’uomo di Formigoni mi disse: sei controllata" - Si scopre che Perla faceva il triplo gioco: politica, droga e informazioni per la Digos di Parma - Ma soprattutto, occhio alle ultime righe del verbale: "Il camper aveva trasportato 12 chili di cocaina (...), e 6 chili e mezzo si sono fermati a Roma". E a Roma dove sono finiti?... <script type="text/javascript"><script type="text/javascript">google_ad_client = "pub-1970414801028000";google_ad_slot = "7795929313";google_ad_width = 468;google_ad_height = 60;</script><script type="text/javascript" src="http://pagead2.googlesyndication.com/pagead/show_ads.js"></script>
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Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"
Ieri Il Fatto Quotidiano ha raccontato l'incredibile storia dei 48 contatti telefonici tra Perla Genovesi e Villa San Martino, la residenza di Silvio Berlusconi, dal settembre 2003 al settembre 2007. E poi i 500 contatti con una sim intestata a Sandro Bondi e un'altra inserita successivamente nell'apparecchio telefonico appartenuto al ministro della cultura e infine i 127 contatti telefonici con l'attuale ministro della Funzione Pubblica, Brunetta.
Nello stesso periodo questa ragazza di Parma che allora aveva un'età oscillante tra i 25 e i 29 anni e ora ne ha compiuti 32, aveva rapporti strettissimi con narcotrafficanti siciliani vicini alla famiglia mafiosa capeggiata da Matteo Messina Denaro, il numero uno della mafia. La strana storia di Perla Genovesi è quella di una persona dalla tripla vita: narcotrafficante per amore, assistente parlamentare del senatore di Forza Italia Enrico Pianetta per lavoro, ma anche infiltrata della Polizia tra i boss.
Una storia che merita di essere raccontata con le parole dei suoi verbali con i pm di Palermo Calogero Ferrara e Marcello Viola del 27 luglio e 19 agosto del 2010. Perla Genovesi racconta anche di avere appreso di strani giri di soldi sugli appalti del San Raffaele. Sui quali Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, avrebbe percepito una somma definita dalla ragazza "tangente":
"Scoprii tramite altre persone, non persone buone, delinquenti, che praticamente il fratello di Berlusconi, Paolo, era quello che gestiva praticamente come si può dire tangenti, non lo so se si possono chiamare tangenti, però i furgoni camion che portavano su la merce dal meridione su, gli appalti di questi camion pagavano un pizzo".
NOME IN CODICE: CORALLO
Pm: Quindi tra gli 11 e i 7 anni fa grossomodo, lei ha fatto da informatore della ...
Genovesi: Per la narcotici sono i Carabinieri che si occupano di indagini antidroga. Il mio nome in codice era "Corallo". Nello stesso tempo facevo anche da informatrice per la Digos di Parma, facevo riferimento più precisamente al dott. Festa.
Pm: E la Digos che indagini fa in materia di droga, scusi signora? La narcotici lo capisco, ma ... la Digos si occupa d'altro come lei sa.
Genovesi: Non lo so, però con me il dott. Festa e la Digos hanno fatto alcuni arresti.
Pm: Sempre di droga, in materia di droga?
Genovesi: Sì.
Pm: Ho capito.
Genovesi: E tutto questo l'ho fatto per una ... né per scopo di lucro né perché io ne facessi uso ...
Pm: E perché lo faceva?
Genovesi: Perché ... questa è la cosa più difficile magari da ... perché ritenevo responsabili gli spacciatori della rovina della mia famiglia. Perché mio zio era morto dopo che l'avevano picchiato in carcere perché era stato in carcere per colpa della droga, per colpa del fratello che faceva spaccio ...
Pm: Come si chiamava suo zio?
Genovesi: Antonio Montoro e io ... ero piccola, so che quel giorno che è morto avevo giurato che da grande avrei arrestato gli spacciatori e poi me ne sono dimenticata ovviamente di questo giuramento, a 21 anni ...
L'ASSISTENTE DI FORMIGONI
Genovesi: Io pensavo che se io avessi fatto anche da infiltrata, informatrice, ... Berlusconi e questa gente avrebbe saputo queste cose, perché sapevo che avevano i servizi segreti che lavoravano per loro, che tra l'altro mi avevano detto che avevo il telefono sotto controllo, l'Assistente di Formigoni me l'avevo detto, e quindi avevo paura a fare l'informatrice su cose più piccole anche.
Pm: Che le aveva detto l'Assistente di Formigoni?
Genovesi: Che avevo il telefono sotto controllo.
Pm: Ma in che occasione glielo disse? Cioè vi siete incontrati un giorno e le disse "guarda, sai ci hai il telefono sotto controllo" ...
Genovesi: Più o meno così mi disse. Sì, mi stava ... tutti i giorni ci sentivamo, lui mi veniva dietro, però più o meno sì.
Pm: L'Assistente di Formigoni?
Genovesi: Uno degli Assistenti sì.
Pm: E come si chiama innanzitutto questo?
Genovesi: Alessandro.
Pm: Alessandro come?
Genovesi: Alessandro ... adesso il cognome ... non me lo ricordo, però ce l'ho scritto, anche il numero telefonico.
Pm: E lei non le disse "ma come lo sai, chi te l'ha detto?"
Genovesi: Sì, ‘uno dei servizi segreti', mi aveva detto.
Pm: Quindi uno dei servizi gli aveva detto che lei aveva il telefono sotto controllo.
Genovesi: Sì.
Pm: Questo mentre lei lavorava col Senatore?
Genovesi: Sì.
COCA A BARCELLONA
Perla Genovesi sostiene di avere scoperto con chi aveva a che quando Paolo Messina, impiegato del comune di Campobello di Mazara cinquantenne le rivela il senso del loro viaggio in Spagna
Genovesi: Solo quando mi disse che il viaggio che avevamo fatto a Barcellona ... il camper aveva trasportato 12 chili di cocaina ...
Pm: 12?
Genovesi: E non so se il primo o il secondo viaggio 8 chili o qualcosa del genere.
Pm: Con riferimento a questa droga che lei ha visto nella valigia cosa le disse?
Genovesi: Che era quella che tornava su ...
Pm: Cioè?
Genovesi: I 12 chili, erano 6 chili e mezzo ...
Pm: E perché tornavano su?
Genovesi: Perché si fermavano a Roma quei 6 chili e mezzo.
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sabatino di martino
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SORCI VERDINI – LA LINEA DIFENSIVA DEL COORDINATORE PDL CONSISTE NELLO SPUTTANARE ’macello’ DELL’UTRI: “MI FECE CONOSCERE CARBONI, MARTINO E LOMBARDI. MI FIDO DI MARCELLO, MICA CHIEDO I DOCUMENTI ALLE PERSONE CHE LO ACCOMPAGNANO” – LE AMMISSIONI SUL VIA LIBERA ALLA NOMINA DI FARRIS (“NON C’ERA NULLA DI ILLECITO NEL FAVORIRLO”) E I DUBBI DEI PM SUI SOLDI VERSATI DA CARBONI – DENIS SCHERZA “OFF THE RECORD”: “CALDORO MI DISSE CHE SEMMAI IL SUO PROBLEMA POTEVANO ESSERE LE DONNE E IO GLI RISPOSI ‘NON LO DIRE A BERLUSCONI, ALTRIMENTI TI FA MINISTRO’”… <script type="text/javascript"><script type="text/javascript">google_ad_client = "pub-1970414801028000";google_ad_slot = "7795929313";google_ad_width = 468;google_ad_height = 60;</script><script type="text/javascript" src="http://pagead2.googlesyndication.com/pagead/show_ads.js"></script>
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Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"
«Non conoscevo né Lombardi, né Martino. Fu Marcello Dell'Utri a portarli a pranzo a casa mia. Con lui siamo amici da una vita, è una persona carismatica. Se lui viene con qualcuno che cosa dovrei fare? Non posso certo chiedere i documenti alle persone che lo accompagnano».
Così, di fronte al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al sostituto Rodolfo Sabelli, l'onorevole Denis Verdini- indagato per partecipazione all'associazione segreta e corruzione - ricostruisce i suoi incontri con le persone che avrebbero creato un'associazione segreta per pilotare nomine e affari e cerca di scrollare da sé ogni responsabilità. È il 26 luglio, due giorni fa. La verbalizzazione- come evidenzia il suo avvocato Franco Coppi - viene effettuata a mano «e soltanto per questo motivo l'interrogatorio dura circa 9 ore».
VIA LIBERA A FARRIS
Il coordinatore del Pdl risponde a tutte le domande e assicura di essere estraneo a illeciti e organizzazioni occulte. Lo fa con i suoi modi esuberanti, lasciandosi andare anche a espressioni colorite e a qualche battuta. E la sua linea di difesa non sembra convincere affatto i magistrati, soprattutto quando affronta il capitolo che riguarda i soldi che sarebbero arrivati da Flavio Carboni. Non a caso il professor Coppi anticipa «la consegna di una memoria che potrà chiarire quei passaggi apparentemente incongrui».
È soprattutto su un punto che Verdini si mostra categorico: «Nonostante le manovre messe in atto contro Stefano Caldoro, io e Berlusconi abbiamo deciso di credere alla sua buona fede e lo abbiamo confermato candidato a governatore della Campania».
Il verbale è lungo circa dieci pagine, i punti salienti sono sostanzialmente quattro: soldi, pressioni sui giudici, dossier Caldoro e affare eolico. Su questo ultimo punto Verdini dichiara di «non essere mai stato interessato perché non ci capivo niente». Ma sulla nomina di Ignazio Farris a direttore dell'Arpas ammette: «Carboni mi disse che aveva fatto una promessa e io gli dissi che andava bene. Per me non c'era nulla di illecito nel favorirlo».
I VERSAMENTI SOSPETTI SUL CREDITO
I pubblici ministeri gli contestano di aver preso 2 milioni e 600 mila euro dai conti insieme al coordinatore del Pdl in Toscana Massimo Parisi dalla «Ste, Società Toscana Edizioni» senza una causale credibile. Denaro che sarebbe stato versato dalla convivente di Flavio Carboni e ciò alimenta il sospetto che possa trattarsi del pagamento mascherato di una tangente. Verdini ribatte: «Nel 2004 il Giornale della Toscana aveva problemi e si fecero avanti un paio di imprenditori per rilevare alcune quote. Entrambi non erano però nelle condizioni di poter risolvere la questione.
All'epoca riuscimmo comunque a salvare la situazione. Ultimamente ci sono stati altri problemi e nel maggio del 2009 uno di loro mi presentò Flavio Carboni. Mi disse che avendo quasi 80 anni voleva creare una voce per la Sardegna, voleva usare il mio giornale e creare un inserto. Parlava anche di aprire una radio e una televisione. Di lui sapevo che era stato coinvolto nella vicenda di Calvi, ma che era stato assolto. In ogni caso in quel momento era utile perché portava soldi, quindi cominciai a riflettere sulla possibilità di una sua proposta. Mentre stavo decidendo, Dell'Utri organizzò un pranzo all'Hotel Eden e quando arrivai trovai anche Carboni.
Marcello mi disse che dovevo accettare e alla fine cedetti il 30 per cento delle quote. Fu versata la prima rata da 800 mila euro ma poi cominciò l'indagine della procura di Firenze e io decisi di bloccare tutto». I magistrati gli chiedono che cosa ci ha guadagnato Carboni da questa operazione, ma Verdini esita, dice che l'affare è rimasto in sospeso perché ci sono state difficoltà. Per quanto riguarda l'operazione con Parisi sostiene invece che «si tratta di una "partita di giro" che chiarirò con una memoria».
LA RIUNIONE A CASA SUL LODO ALFANO...
Dichiara Verdini: «Nel settembre scorso c'era un attacco mediatico contro Nicola Cosentino ma Silvio Berlusconi era convinto a fare fronte. Quando però arrivò la richiesta d'arresto si cominciò a pensare a un'alternativa e mi fecero il nome di Arcibaldo Miller. Fu dell'Utri a organizzare un pranzo che doveva svolgersi a casa mia. Gli chiesi quanti saremmo stati e mi rispose quattro, cinque persone. In realtà alla fine quel 23 settembre eravamo almeno sette, otto. Dell'Utri portò Carboni e si presentò con Lombardi e Martino che io non avevo mai visto prima.
C'erano anche Miller, Giacomo Caliendo e il giudice Antonio Martone. Miller diceva di essere lusingato, ma non mi sembrava convinto e infatti quando lo presi da parte per capire che cosa pensava mi resi conto che era perplesso e questo lo rendeva un candidato non affidabile. In quell'occasione si parlò effettivamente del Lodo Alfano, ma come avveniva in tutta Italia, visto che mancavano dieci giorni alla decisione.
Facevamo pronostici, cercavamo di capire come avrebbe votato ogni giudice e ricordo che Martone disse che non conta come sono stati eletti i giudici della Consulta perché alla fine votano in maniera autonoma. Io non ho mai effettuato pressioni su nessuno. Martino e Lombardi li avrò visti altre due o tre volte, ma certo non avevo bisogno che loro mi dicessero che cosa fare. Sono persone che valgono poco».
IL DOSSIER CALDORO E L'INCONTRO A ROMA...
Un lungo capitolo del verbale è dedicato alle pressioni per eliminare Caldoro dalla partita delle elezioni in Campania facendo credere che avesse frequentazioni con transessuali. Verdini ricostruisce così quanto accade in quei giorni: «Quando sfuma la candidatura di Cosentino per la richiesta di arresto arrivata in parlamento e si capisce che anche Miller non può andare bene, Berlusconi decide di puntare su Caldoro. Mi arriva in forma anonima un foglio che lo riguarda dove sono annotati alcuni alberghi, un elenco di nomi maschili e le date in cui li avrebbe incontrati.
Chiedo informazioni a Cosentino e lui mi dice che si tratta di roba vecchia. Dopo un po' però torna alla carica Ernesto Sica e mi consegna un foglio simile al precedente, con qualche dettaglio in più. A questo punto informo Berlusconi e siamo d'accordo di parlarne direttamente con Caldoro per capire che cosa stia accadendo. Lo chiamo e poi lo incontro a Roma in Parlamento. Lui giura su sua moglie e sui suoi figli che sono tutte falsità, mi assicura che non ci può essere niente di simile contro di lui. Io lo riferisco a Berlusconi e decidiamo di credergli e dargli fiducia confermando la sua candidatura».
In realtà fuori verbale Verdini aggiunge anche un dettaglio per dare forza a quanto ha appena raccontato: «Caldoro mi disse che semmai il suo problema potevano essere le donne e io gli risposi "Non lo dire a Berlusconi, altrimenti ti fa ministro"».
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Ebbene ? Dove sono i reati ?
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del 12/7/2010