CORREZIONI AL TESTO: PANNELLA, BONINO, IL COMITATO E NOI

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xx-d.derenzis

Nel precedente testo vi erano degli errori che rendevano alcune parti poco comprensibili. Questo è il testo corretto.

PANNELLA, BONINO, IL COMITATO E NOI.

Questo è un primo testo al quale, se vi saranno dei compagni interessati allo spirito che muove le osservazioni che in esso sono contenute, ne seguiranno degli altri per organizzare una possibile Lista.

Chi scrive è Donato De Renzis 49 anni, insegnante. Forse qualcuno ricorderà il mio nome per via del fatto che nel 1995 venni espulso dal PDS, di cui ero capogruppo consiliare al comune di Campobasso, per aver dato vita alla raccolta di firme per i 20 referendum in un momento assai drammatico, con Marco Pannella in sciopero della fame e della sete.
Penso di aver corrisposto senza riserve, con lealtà e onore, alle iniziative radicali di questi ultimi anni.
E proprio per lealtà vado a dire quello che segue.
La tradizione del linguaggio politico di questo paese è quella della retorica, dell'oscurità e, per meglio dire dell'oscurantismo, a tal proposito Gobetti, nella Rivoluzione Liberale scriveva
"Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un'indicazione d'infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'ottimismo, dell'entusiasmo… Ma il Fascismo è stato qualcosa di più è stato l'autobiografia di una nazione…, una nazione che per pigrizia rinuncia alla lotta politica…. Il Fascismo ha avuto almeno questo merito di offrire la sintesi, spinta alle estreme conseguenze, delle storiche malattie italiane retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo… Il fascismo è legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica, parassitaria, paternalistica..". Se volessimo fare l'utobiografia del nostro Paese oggi forse dovremmo continuare a tener conto di quanto rilevava Gobetti.
Lo spirito pubblico del nostro Paese è ancora in questa cifra gobettiana. Penso che quei compagni che leggeranno queste note non avranno difficoltà a consentire con questo giudizio. Ma ciò che mi interessa non è tanto citare un autore che, per la sua autorevolezza e eroismo, ci consoli e rafforzi nei nostri propri convincimenti. Ciò che mi interessa è vedere se nel pensiero e nella prassi politica della storia radicale di questi ultimi anni noi stessi non siamo stati in una qualche forma contaminati dalle connotazioni dell'italico spirito pubblico di cui parlava Gobetti, e se la nostra autobiografia è estranea in parte o in tutto da quella del Paese.. E' Una provocazione? Un'eresia inammissibile? Un attentato che lede qualche maestà? Cartesio diceva che di tanto in tanto per qualche minuto bisogna provare a rovesciare il mondo dei nostri pensieri. Così per esercizio! Magari dopo si constata che il rovesciamento produce incoerenze e paradossi irrisolvibili e non arricchisce le nostre conoscenze per cui se ne conclude il mondo va bene così com'è e che magari, come per il dottor Pangloss di Voltaire, è il migliore dei mondi possibili. Ma il metodo credo sia buono e va comunque perseguito. K.R. Popper ha detto, qualche secolo dopo, qualcosa di analogo anche se in forma diversa. Egli sostiene che un qualsivoglia paradigma conoscitivo è scientifico ( e cioè dotato di senso), solo se è falsificabile, vale a dire se è confutabile. Chiedo se la politica è tale solo se è, e si fa, cultura e se la cultura è tale solo se è, e si fa, conoscenza, e se la conoscenza deve essere scientifica, nel senso che deve avere senso, allora la politica deve essere falsificabile, quindi confutabile.
La critica popperiana del metodo credo rappresenti il punto teorico più alto e lucido cui è stata spinta la dottrina liberale. Le fondamenta filosofiche liberali si trovano in quel prudente e equilibrato scetticismo, che faceva dire a B Russell che " liberale non è colui che dice questo è vero, liberale è colui che dice <<nelle attuali circostanze sono incline e credere che questa è probabilmente l'opinione migliore>>. Tempo fa chiesi a Pannella in una lettera aperta cosa ne pensasse, ma non mi ha dato risposta. Potrò sbagliare ma mi è parso di capire che forse le convinzioni alla Croce piuttosto che le opinioni ragionevoli dei Locke, degli Hume e degli Smith e forse anche di Berkeley toccano e segnano alcuni presupposti di natura culturali e teorici del movimento radicale. Croce pensava che se il liberalismo voleva affermarsi doveva hegelianamente costituirsi come una concezione, la cui base valoriale doveva avere la stessa forza di quella della religione. Recentemente Pannella ha ripetuto che salutò con favore l'ascesa al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II perché questi era, ed è, uomo di convinzioni sincere, anche se reazionarie. Insomma un Papa convintamente reazionario è meglio di un non saprei dire che... Forse Marco vuole dire che egli preferisce gli amici e i nemici sinceramente convinti perché così diventa più chiaro e onesto poter distinguere tra amici e nemici, tra alleati e avversari, forse… Pure Mussolini era un convinto e probabilmente lo era anche Hitler. Ma forse più semplicemente sono io che non ci arrivo. Ad ogni modo per parte mia avrei preferito un papa meno convinto di quello che abbiamo e più capace del dubbio e dell'apertura alla ricerca, per cercare di distinguere tra l'errante e l'errore, come era per Giovanni XXIII, visto che lo stesso Cristo sulla croce ebbe a manifestare la sua umana e debole disperazione implorando "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato".
Se la conoscenza non è falsificabile e quindi confutabile allora essa è teologia. A maggior ragione se la politica, che appartiene al regno delle più incerte conoscenze umane, non è confutabile allora essa si fa dogma e teologia. Ciò detto chiedo ma la politica, la prassi e il pensiero radicali sono confutabili in senso popperiano? Sono cioè soggette a trasformazione e superamento di statuti conoscitivi precedenti per arricchirsi e accrescersi di fronte ai cambiamenti del mondo contemporaneo. Temo che se qualcuno si pone una tale questione finisce per non godere di troppa popolarità nel nostro movimento. Nella nostra tribù radicale ho l'impressione che si parla di storia e tradizione radicali, del carattere peculiare e specifico di quella storia e di quella tradizione né più e nè meno di come i cattolici, i socialisti, i comunisti e tutti gli ex qualcosa che affollano il palcoscenico della politica italiana parlano delle proprie. La cultura teologica è inconfutabile perché epistemologicamente è assiomatica. Vale a dire essa prima costituisce dei principi fondamentali dati per vero in via assoluta e da quelli fa discendere tutte le proposizioni successive. Se noi siamo per definizione i veri liberali, se noi siamo in assoluto gli unici veri democratici, tolleranti, gli esclusivi depositari della consapevolezza della legalità e del diritto, per natura non violenti e così via, è del tutto evidente che diviene pressocchè impossibile riconoscere al nostro interno dei comportamenti che si possono allontanare da quelle verità date per acquisite una volta per tutte come caratteristiche strutturali dei nostri comportamenti. Recentemente si è posto il problema di introdurre un punto di discontinuità nel modo radicale di fare politica. Lo ha posto in forma problematica lo stesso Pannella. Ma chi lo deve proporre come indicazione di progetto e lotta politica? Marco Pannella? (Nell'intervista di quasi un anno fa alla rivista "Ideazione" Pannella disse cose di grande interesse su cui però non si è esercitato nessun serio dibattito critico). Non mi è parso di scorgere che l'attuale gruppo dirigente di deputati europei abbiamo con l'onestà intellettuale necessaria posto la necessità della introduzione di una soluzione di continuità, cimentandosi apertamente nella sfida da Pannella imposta a noi, ma anche a se stesso. Eppure hanno un ruolo autorevole che gli imporrebbe un simile atto di fatica e responsabilità politica e morale. Ricordo al tempo dell'intervista a "Ideazione", che egli torno a sottolineare della sua solitudine e della necessità di dover traversare il deserto in solitudine. Come pure di quanto disse in una delle ultime assemblee generali dell'area radicale che forse era necessario, di fronte all'assedio del silenzio dei media, "lasciarsi morire". E ricordo un intervento bello e intelligente di Massimo Bordin, che richiamandosi alla drammaticità della questione posta da Pannella, diceva " quello che mi impressione non è il morire, ma quel <<lasciarsi>>". Né sono riuscito a capire quali siano le opinioni di Emma Bonino sul tema di un aggiornamento forte della nostra tattica e strategia politiche. Gli insuccessi ultimi hanno fatto dire a Emma Bonino che essa si considerava dimissionaria, anche se non sapeva bene da cosa dimettersi. Su questo torno tra un attimo. Pannella, dal canto suo, anch'egli si considerava dimissionario, se ricordo bene, e aggiungeva un suo dissenso politico che lo ha portato recentemente a interloquire con il coordinamento radicale via E mail. Io non ho capito quale era, ed è, il punto di dissenso, ma questo forse vale per me, a causa dei miei limiti, ma se qualcuno lo ha capito lo pregherei di darmi qualche chiave di lettura.

IL PARTITO TELEMATICO

I lavori dell' ultimo, o penultimo, coordinamento nazionale hanno avuto al centro il partito telematico. La novità e il futuro radicali si dice e si scrive INTERNET?
Internet è uno strumento potente ma è solo uno strumento, non può essere un fine. Il futuro della comunicazione non si riduce a internet. La discontinuità di cui abbiamo bisogno non è internet. Anzi credo che tutto il dibattito sul partito telematico abbia di fatto deviato e coperto l'apertura di un serrato confronto sul futuro della politica radicale. E' stata posta troppa enfasi su di esso e trovo insufficiente e pericoloso ridurre la complessità del fatto politico, o di un dibattito politico che cerca la discontinuità, ad una discussione sul partito ridotto alla sola dimensione telematica. E ancora forse che gli altri non pensano a internet? forse che internet è una nostra scoperta? Forse che non si discute in tutte le sedi politiche, sociologiche e scientifiche sul villaggio globale e sulla rivoluzione in atto nelle relazioni introdotte dai nuovi sistemi di elaborazione e trasmissioni delle informazioni nella cosiddetta "società della conoscenza"? Insomma non sto sostenendo che non ci si debba attrezzare all'uso dei nuovi strumenti che la tecnologia mette a disposizione, dico solo che i problemi relativi ad un salto di qualità nell'invenzione di idee e programmi politici, come alle strategie di lotta politica non possono ridursi al solo uso della telematica nell'organizzazione di una forza politica. Anzi temo che la configurazione telematica, o come si dice con l'orribile neologismo "internettista", finirà per accentuarne il modello rigidamente centralista del movimento radicale.

BONINO "DIMETTERMI DA CHE COSA"

Già ma da che cosa ?
Io sostengo che il movimento radicale, denominato in vario modo in questi anni, Club, Lista Pannella Lista Bonino, è stato contrassegnato dalla stessa modalità organizzativa. Una modalità paradossalmente leninista-weberiana. Provatevi a leggere il "Che Fare" di Lenin e capirete. Questo lo schema essenziale dell'organizzazione
1)in testa il Leader carismatico; 2) subito dopo un pugno di superprofessionisti dediti a tempo pieno alla politica e che si identificavano totalmente con il Leader (Lenin li chiamava rivoluzionari di professione); 3)una articolata organizzazione territoriale (Cellule di partiti e Sezioni di partito) che stabilivano il rapporto tra il nucleo d'acciaio della direzione centrale e quindi con il Leader stesso; 4) infine la massa dei militanti. Il modello organizzativo radicale è nella sostanza leninista, tranne che per il punto 3). Infatti il rapporto del leader con i militanti è diretto e assoluto e la possibilità per i dirigenti di intervenire autonomamente nel rapporto con i militanti è nulla, oppure può essere di una qualche efficacia solo se illuminato, per qualche attimo, dal carisma del leader. Lo so purtroppo! Qualcuno della nostra tribù dirà questo o è scemo o è pazzo! Ma come si può sostenere una tale l'enormità di un Pannella o di una Bonino leninisti? E' come dare dal musulmano ad un cristiano! (Spero che Marco e Emma, se mai gli dovesse capitare di leggere queste note, mi vorranno perdonare la stupidità, ma come le vere stupidità essa è assolutamente in buona fede, e anche se i buoni a volte possono fare un gran male senza saperlo, non credo che questo sia il caso). Già, però io così mi rappresento empiricamente la realtà vissuta e da me sperimentata. Il fatto che la leaderschip di Emma affianchi quella di Marco, o viceversa, non cambia nulla al nostro modulo organizzativo. Il leninismo è una caratteristica che, pur vivendo dissimulata in varie forme caratterizza la tradizione politica e storica del nostro paese una tradizione tutta clericale e chiesastica. Noi parliamo del mondo anglosassone, ma chiedo in quale paese di lingua anglosassone esiste una longevità politica comparabile con quella italica? Da quelle parti comuni cittadini si impegnano in politica e dopo qualche anno tornano ad essere comuni cittadini. Nel Regno Unito il potere politico abita al numero 10 di Downing Street, che sembra una casa come tutte le altre e non a Windsor. Da noi la palude del potere politico abita i palazzi della nobiltà romana ed è paludata dei suoi simboli e, come si dice, una volta entrati in politica vi si resta vita natural durante. Del resto la nobiltà non è forse ereditaria?
Quando Emma ha detto " dimettermi? Si ma da che cosa?", aveva perfettamente ragione. In fondo lei è solo Emma Bonino. Non è stata eletta da qualcuno ad essere quella che è. Lei è la leader di un movimento ma tra lei e il movimento non vi è assolutamente nulla di costituito e statuito da regole, tali da governare il suo rapporto con i militanti. Non si può essere eletti alla carica di leader. Si può eleggere un presidente o un segretario ma non un leader. O meglio solo in quanto si è leader si può essere eletti presidente o segretario. E quindi Emma l'unica cosa che poteva fare era dimettersi da se stessa! Noi abbiamo un comitato di coordinamento che in realtà non è stato eletto da nessuno. E' nato dalla riunione di un seminario che lanciò l'assemblea dei mille. Questa non fu un congresso e come tale non poteva legittimare alcunchè. L'incostituzionalità del comitato è un dato di fatto. Non mi interessa una diatriba sottilmente giuridica circa la sua legittimità. Mi interessa mettere in chiara evidenza che lo è di fatto in termini di responsabilità politica, rispetto alla massa dei militanti, che credo abbiano diritto ad uno statuto delle regole che dovrebbero governare la vita interna del movimento radicale. Il fondamento della legalità sta nella consapevolezza che per gli uomini e le donne la garanzia del diritto alla vita, al benessere e al perseguimento della propria felicità, non risiede nelle persone individualmente prese, o nella presunta, innata bontà ma solo nella costituzione di giuste leggi capaci di vincolare i comportamenti umani a principi costituzionali aventi validità universale. Allora chiedo se questo è un principio generale, non dovrebbe il comportamento di un leader essere in qualche modo legato a regole statuite cui egli è tenuto a rispondere? In fondo Emma non poteva dimettersi anche se fosse stato giusto e essa lo avesse voluto, perché al sua è una condizione di assoluta irresponsabilità., la quale tra l'altro non credo lei ami particolarmente. Non amo la parola militante e non starò a spiegare perché. Ma io sono stato un militante che ha speso senza riserve, come tanti compagni che ho conosciuto nel movimento radicale, tanta parte del suo tempo di vita. Quanto vale il tempo di vita di un militante radicale? Ha un militante diritto ad immaginare delle ambizioni per il tempo di vita che egli dedica, che non si esauriscano solo della luce di attenzione che il leader dedica ad essi? Non hanno per esempio diritto a sentirsi riconoscere una particolare identità privilegiata nel movimento che essi animano, piuttosto che sentirsi anonimi signori a cui di tanto in tanto qualcuno chiede di fare qualcosa? (Ad esempio io non so se per l'elezione via internet del 25% del comitato sia stato previsto qualcosa per quei militanti che non hanno internet o hanno scarsa pratica con i PC. Chiedo un distratto navigatore di internet vale quanto un militante che non sa navigare?). I militanti non dovrebbero godere di una speciale attenzione nella vita dell'organizzazione e avere qualche diritto in più di parola e di scelta rispetto a chi, magari per curiosità o altro, si avvicina a noi per sostenere le ragioni del movimento? Insomma le nostre assemblee sono definite congressi che dovrebbero decidere qualcosa. A volte si invita chiunque capiti a tiro così come il militante di sempre. E il diritto dell'ultimo arrivato a prendere la parola o alzare la mano per una votazione, vale come quello di chi da anni ha sacrificato non genericamente parte del suo tempo, ma parte del suo tempo di vita. Rispettare il tempo di vita offerto e donato da tanti militanti, significa definire regole di vita politica del movimento dentro le quali sia riconoscibile la praticabilità del loro diritto alla parola e alla deliberazione, siano chiare le responsabilità. Il potere politico non è solo quello che si esercita nell'espletamento di una funzione di governo di uno paese. Il potere politico lo si incontra ovunque nella società dove si stabiliscono relazioni umane e, quindi, nei movimenti e nei partiti organizzati. Pannella spesso ripete che il potere senza responsabilità è folle. E' vero! Però bisogna aggiungere che un potere è responsabile solo se la responsabilità è condivisa! O se sono state statuite, e costituite, le condizioni che ne permettono la condivisione.
Una proposta
Noi abbiamo bisogno di un congresso della area radicale. Di un congresso che abbia al centro tre questioni
1) quali i contenuti politici e programmatici del soggetto radicale interno;
2) quale la modalità organizzativa del soggetto radicale interno per i prossimi tre anni;
3) quale l'azione del partito radicale transanazionale e quali i rapporti con le altre organizzazioni non governative che agiscono su scala internazionale.
Se qualcuno è interessato allo spirito che muove queste note e si fa avanti invierò altri materiali relativi
a) problemi di libertà politiche e civili legati alla rivoluzione nel campo delle biotecnologie;
b) osservazioni su radio radicale;
c) liberalismo e fondamentalismo liberista.