"La Repubblica", MERCOLEDÌ, 07 GIUGNO 2006
Pagina V - Torino
Si definisce il calendario della tre giorni: si chiuderà con un notte bianca alla Colletta
Gay Pride da record: attesi in 40mila Corteo e concerto in piazza Vittorio
SARA STRIPPOLI
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Obiettivo trenta-cinquantamila persone. Dieci giorni all´evento e già il Torino Pride 2006 annuncia numeri ambiziosi che lasciano immaginare una variopinta invasione del centro cittadino. Sette pullman soltanto da Bologna, che per il Pride romano ne aveva fatti partire solo quattro, autobus da Milano, Firenze e Roma. Da tutta Italia mezzi pronti a mettersi in viaggio per il convegno europeo Città amiche in calendario il 16. Contatti anche dai Paesi europei più vicini. Il one woman concert in programma alle 20 in piazza Vittorio vede protagonista Antonella Ruggiero, ex-voce ammaliante dei Mattia Bazar, un marchio di raffinatezza e personalità a chiudere il corteo della discordia. Poi la grande notte bianca al parco della Colletta, dj set e dance fino all´alba. L´appuntamento è a Porta Susa verso le 16, partenza alle 17,30. Puntuali come orologi annunciano gli organizzatori. Il percorso: via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po e piazza Vittorio. Saltato l´appuntamento all´Università. «Nessuna polemica, soltanto una questione di sicurezza», dicono gli organizzatori. In testa al corteo una banda musicale, a marcare lo spirito popolare della festa, poi i carri: al momento fra i 15 e i 20 quelli sicuri. Fra i primi, i dodici metri di «visibilità lesbica». Ci saranno le mamme dell´Agedo, l´associazione genitori di omosessuali e anche le Famiglie Arcobaleno, le famiglie che a Milano avevano aperto il corteo con i bambini. Fra le «maschere» a grandezza naturale quella di Frankestein e Chaplin, testimonial-logo del festival torinese Da Sodoma a Hollywood di Giovanni Minerba, un carro personalizzato con i volti del cinema senza tempo.
Come per i Giochi olimpici anche per il Pride ci saranno i volontari. Ieri sera la prima riunione ufficiale per decidere compiti e mansioni. Il comitato organizzatore ha chiuso un accordo con l´Università e con l´Edisu, l´ente regionale per il diritto allo studio, che metterà a disposizione dei manifestanti 200 posti letto a 25 euro a persona all´interno delle residenza universitarie. Posti letto riservati a studenti, dottorandi e personale docente e non docente degli Atenei. Chi si occupa dell´accoglienza annuncia che sono in molti i partecipanti che hanno deciso di prolungare il soggiorno per visitare la città.
Un punto interrogativo ancora aperto sulla presenza della neo-ministra per le Pari opportunità Barbara Pollastrini. Sicura la presenza del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, che da tempo ha in agenda la sua partecipazione sia al convegno del 16 sia al corteo del 17. Senza escludere che il suo possa essere uno degli interventi più attesi dal palco di piazza Vittorio, parentesi politica prima dell´inizio del concerto. Non può mancare Vladimir Luxuria, ci saranno Franco Grillini, Titti De Simone e il senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri. Al comitato contano molto sulla presenza al corteo del sindaco Chiamparino, che ha annunciato la sua partecipazione al convegno del giorno precedente ma che il giorno fatidico del corteo potrebbe essere impegnato con il Grinzane Cavour. L´invito è esteso a tutte le autorità, Mercedes Bresso e Antonio Saitta. Chi vorrà partecipare sarà il benvenuto. Qualcuno vorrebbe veder sfilare anche Marco Calgaro, la speranza è l´ultima a morire, ironizzano.
Puntuale come alla vigilia di ogni manifestazione connotata politicamente, si parla di una contromanifestazione organizzata da Forza Nuova in un parco cittadino, un Family pride contro il Pride ufficiale. Obiettivo degli organizzatori e del comitato di sicurezza quello di evitare ogni contatto. Su Internet poi la minaccia di una presenza dei rappresentanti della Lista "Immigrati basta", Renzo Rabellino in testa, che dopo i manganelli pre-elezioni amministrative stanno meditando un intervento contro l´omofobia islamica. Cosa non si farebbe per la pubblicità.
Ieri le prime provocazioni in Consiglio regionale. Esponenti di Rifondazione Comunista e dei Ds hanno sfoggiato la spilletta rosa del Gay Pride. Agostino Ghiglia di An ha risposto attaccandosi alla giacca un foglio su cui ha tracciato a grandi lettere la scritta ´Family pride´. L´iniziativa del Prc e dei Ds, sarà affrontata nell´ Ufficio di presidenza di lunedì prossimo. «Nel 1999 - ha detto Ghiglia - sono stati cacciato dall´aula di Palazzo Lascaris perché indossavo una spilletta che diceva sì a un referendum. Ricordo che a espellermi fu Sergio Deorsola. Oggi invece si ammettono senza battere ciglio spillette che inneggiano al Gay Pride».
"La Repubblica", MERCOLEDÌ, 07 GIUGNO 2006
Pagina V - Torino
Libretto bis per i transessuali
L´Università aiuta chi sta cambiando sesso
Un documento col nuovo nome per chi aspetta l´intervento
A utilizzare il servizio sono stati fino a oggi quattro studenti
Non ancora certa la presenza del ministro Pollastrini, sicuro l´arrivo di Vendola
Forza Nuova annuncia contromanifestazioni Rabellino lancia minacce su internet
TIZIANA CATENAZZO
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Transessuale e studente universitario? Si può. Una vita accademica serena, senza troppe domande o sguardi indagatori, da parte dei docenti - magari in sede d´esame - o dei colleghi: per presentarsi ai colloqui, o per svolgere attività di ricerca, o magari semplicemente per allacciare nuove amicizie senza essere costretti a dare troppe spiegazioni, o lunghe premesse. E soprattutto per non suscitare curiosità, inutili imbarazzi. E´ possibile grazie alla possibilità di richiedere un ‘nuovo´ libretto universitario: non un ‘doppio´ libretto ma semplicemente un libretto bis, corretto in base all´altro nome indicato dallo studente o dalla studentessa: quel nome che presumibilmente ritengono di poter assumere una volta ottenuta la rettifica da parte dell´anagrafe. Il nuovo libretto si potrà utilizzare, però, solo in ambito accademico. «Verrà rilasciato a quanti ne faranno domanda grazie a una norma approvata con decreto, che è stata aggiunta al regolamento degli Studenti all´articolo 14.7: è sufficiente presentarsi in segreteria per l´autocertificazione e consegnare il primo libretto per averne un altro in cui compare solo il ‘secondo´ nominativo – hanno spiegato ieri in rettorato le referenti del Comitato per le Pari opportunità, la presidente Sabrina Gambino e la docente Silvia Giorcelli - Attualmente i libretti di questo tipo già in uso sono quattro, ma ci auguriamo siano da esempio ad altri che desiderano inserirsi all´Università nel migliore dei modi".
Anche in corso Duca, esiste da tempo la pratica del ‘doppio libretto´: «Certo le domande non sono frequenti – ha spiegato Claudio Beccari, garante degli studenti - ma è senz´altro utile, a chi probabilmente vive già una situazione complicata fuori, sapere che dentro l´ateneo non incontrerà difficoltà legate al genere. L´ultimo libretto l´abbiamo rilasciato l´anno scorso, a una studentessa di ingegneria che risultava essere una ‘ragazza´ solo all´anagrafe. E ancora, abbiamo rilasciato un ‘secondo´ certificato di laurea a un nostro laureato, che nel frattempo era divenuto donna». L´Università tornerà sul tema il prossimo 19 giugno alle 9.30, con Vladimir Luxuria che sarà la grande protagonista dell´incontro "Omosessualità/transessualità/ transgenderismo: quali azioni positive per le pari opportunità".
Ricevo da Enzo Cucco e inoltro come richiesto:
Inaugurazione della Mostra dedicata ai 25 anni di lotta all'Aids attraverso 600 manifesti. Nella Mostra e' anche compresa una piccola selezione di video curata dall'OCCS.
L'inagurazione e' prevista per il 2 dicembre alle ore 11 presso la Cavallerizza Reale di Torino.
Per lo stesso giorno alle ore 17 presso Palazzo Cavour in Via Cavour 8 a Torino e' prevista la presentazione di un libro molto interessante di Rebecca Brown, I doni del corpo, edito da Il dito e la Luna.
Presente l'autrice, Samuele Grassi e Marco Pustianaz.
E' uno straordinario esempio della cosiddetta letteratura sull'Aids.
Dopo la presentazione, alle ore 19, aperitivo e ricchissimo buffet di autofinanziamento per il Torino Pride 2006, sempre a Palazzo Cavour.
Vi prego di far circolare queste informazioni il piu' possibile, ed ovviamente di parteciparvi!
Grazie
Enzo Cucco
"La Repubblica", GIOVEDÌ 23 NOVEMBRE 2006
Pagina IV - Torino
LA PROPOSTA
In occasione dei 40 anni del movimento gay "Fuori"
EuroPride del 2011 candidatura di Torino
Sette giorni per decine di migliaia di visitatori e l´appoggio di sponsor privati di rilievo
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Torino si candiderà per ospitare il Gay Pride europeo nel 2011. L´annuncio è stato dato martedì sera nel corso del congresso provinciale dell´Arci Gay cui hanno partecipato come ospiti anche la presidente della Regione Mercedes Bresso e gli assessori comunale Marta Levi e provinciale Eleonora Artesio.
A parlare dell´intenzione di candidarsi è stato Enzo Cucco, uno dei leader storici del movimento gay torinese e tra le anime del Pride nazionale che Torino ha ospitato quest´anno e che ha avuto il suo clou nel corteo del 17 giugno. E la scelta della data non è casuale, perché nel 2011 ricorrerà il 40° anniversario della fondazione del Fuori, il primo movimento omosessuale organizzato in Italia, nato proprio nella nostra città nel 1971. «A decidere la città che ospita il Pride europeo - spiega Cucco - è un comitato internazionale composto dai rappresentati delle città nelle quali già si è svolto nonché dai membri di Ilga Europe (lnternational lesbian e gay association) che riunisce oltre 200 movimenti omosessuali del continente». La scelta ricalca un po´ il meccanismo olimpico: «Bisogna presentare la candidatura con tre anni di anticipo e il comitato decide tra le diverse città che si presentano sulla base del dossier culturale ed economico che viene presentato». Per un Pride europeo è prima di tutto un importante business: dura solo una settimana, sette giorni in cui attira decine di migliaia di visitatori e turisti. Per questo riceve l´appoggio di importanti sponsor privati: «A Londra, ad esempio, per l´edizione del 2006 - aggiunge Cucco - il finanziatore principale della manifestazione è stato British Airways». E quante possibilità abbiamo di ottenere il Pride? «Buone. Finora l´hanno ottenuto solo città capitali, nel 2007 sarà a Madrid, nel 2008 a Stoccolma. Ma Roma ha già ospitato il Pride mondiale del 2000 e quindi non può più candidarsi. Inoltre qui in Piemonte, a Torre Pellice, c´è già stato il congresso europeo di Ilga».
«Non ho alcun tipo di preclusione nei confronti dell´iniziativa - ha commentato nel suo intervento dell´altra sera la presidente della Regione Mercedes Bresso - per vedere come la si può appoggiare aspetto però che venga presentata ufficialmente la candidatura. Certo negli ultimi anni si sono fatti importanti passi avanti nel riconoscimento dei diritti dei gay, anche se le difficoltà che incontra la nostra legge regionale contro ogni discriminazione dimostrano che c´è ancora molto cammino da fare». Possibilista anche il presidente della Provincia Antonio Saitta: «Non c´è nessun pregiudizio. Prima di tutto però voglio parlare con chi presenterà la candidatura per capire davvero in cosa consiste la manifestazione». «Va bene, anche se allora non sarò più io il sindaco - dice invece Sergio Chiamparino - Abbiamo già fatto il Pride nazionale che mi sembra abbia fugato ogni dubbio anche nei più diffidenti».
viva la spagna................
Spagna: matrimonio gay tra militari
Due avieri pronunciano il si' in uniforme a Siviglia
(ANSA) -MADRID, 15 SET- Sono 2 avieri la prima coppia gay delle forze armate spagnole convolata a nozze, dopo la legalizzazione del matrimonio omosessuale nel Paese. I due militari, Alberto Linero Marchena e Alberto Sanchez Fernandez, della base aerea di Moron de la Frontera (sud), hanno pronunciato il fatidico si' in uniforme nel municipio di Siviglia. Dall'entrata in vigore della legge che legalizza il matrimonio gay, il 4 luglio 2005, in Spagna piu' di 4.500 coppie
para lo dios
g.c.
Se oggi sono già DUE e una è nata praticamente l'altro ieri in casa magheritina NON vedo perchè Capezzone non possa RITIRARE FUORI ( FUORI!) dal cassetto la proposta di legge di iniziativa popolare che lui stesso promosse come primo atto e impegno della sua allora recentissima Segreteria di Radicali Italiani.
Ricordo che quella proposta di legge fu effettivamente depositata poi in Parlamento grazie non alle 50.000 firme necessarie (e che non riuscimmo a raccogliere) ma grazie alle firme di un centinaio di parlamentari (sia di destra che di sinistra).
Ricordo anche che quella proposta di legge è l'unica che prevede esplicitamente L'ALLARGAMENTO DELL'ISTITUTO DEL MATRIMONIO PER LE PERSONE DI UGUALE SESSO.
Per quanto mi rigurda e come portavoce della ASSOCIAZIONE RADICALE FUORI! questa è l'unica proposta RADICALE che siamo disposti a sottoscrivere e ad appoggiare.
Le altre due le osteggeremo con tutte le nostre forze.
Anche a costo di chiedere un REFERENDUM ABROGATIVO se dovessoro passare (ma non c'è molto pericolo!)
Perchè a tutt'oggi l'unica proposta RADICALE è quella proposta RADICALE (non mi risulta che sia stata ritirata poi).
E noi del FUORI! siamo RADICALI !
Carlo Manera
Segretario nazionale del FUORI!
SIAMONOIZAPATERO!
Pacs, sono due le proposte dell'Unione
• da L'Unità del 15 settembre 2006, pag. 6
Sarà un autunno parlamentare caldo per l'Unione. La Rosa nel Pugno, infatti, chiede che la proposta di legge sui Pacs sia esaminata subito in Commissione Giustizia. La proposta, arrivata ieri in commissione alla Camera da parte del responsabile giustizia dello Sdi, Enrico Buemi è per la Rnp, "Un punto dirimente anche se già ci sono avvisaglie delle resistenze che potrebbero arrivare da parte dell Udeur e della Margherita". L'esponente della Rnp ha sottolineato che il presidente della commissione Giustizia, Pino Pisicchio (ldv), di fronte alla richiesta della Rnp si è riservato “un complessivo esame da parte dei capigruppo, martedì prossimo, prima di inserire la pdl nel calendario della commissione”. Ma dal fronte Margherita il vicepresidente della Commissione giustizia al Senato, Roberto Manzione, ha fatto sapere di aver lavorato ad un testo di legge che riguarda rigorosamente le coppie eterosessuali. E comunque, dice Manzione, "questo tema non rientra certo tra le priorità dell'Unione". Intanto il Ds Franco Grillini ha fissato a Roma per ottobre il congresso della Lega italiana delle Famiglie di fatto.
«Coppie di fatto? Solo se eterosessuali»
• da Il Manifesto del 15 settembre 2006, pag. 4
di Alessandro Braga
Intanto «non c'è fretta». Con tutte le questioni che la maggioranza di governo deve affrontare, la sola idea di pensare a una legge sulle unioni di fatto deve fargli venire l'orticaria. A tempo debito, chissà quando, si farà qualcosa. Per le «sole coppie eterosessuali» però. E' questo, in estrema sintesi, il pensiero del senatore della Margherita Roberto Manzione, vicepresidente della commissione giustizia del Senato. «Con tutte le questioni che abbiamo di fronte - spiega Manzione - quella dei Pacs non è certo una priorità. Dell'argomento ci occuperemo al momento opportuno, cominciando comunque dalle coppie etersessuali”. Con buona pace del programma del centrosinistra che, seppure in maniera alquanto stringata, poneva il tema delle unioni civili. E di Franco Grillini, che ha già depositato una proposta di legge sulla questione.
Sicuramente maldigerita dalla componente cattolica dell'Unione, che in questi mesi di governo ha dimostrato di avere posizioni differenti. Da un lato il ministro Rosy Bindi che, coerentemente con quanto sottoscritto in campagna elettorale, è tornata anche nei giorni scorsi a parlare di diritti per le coppie di fatte. Dall'altro la senatrice Paola Binetti, ex presidente del comitato Scienza&vita, che in un'intervista a Gay.it dichiara che non si può parlare di amore per coppie dello stesso sesso. E, dall'inizio della legislatura, continua ad occhieggiare ai cattolici del centrodestra, per privilegiare un fronte trasversale a sostegno di una politica per la famiglia. Ovviamente tradizionale.
Ma il fronte laico della maggioranza sembra non volersi arrendere, e porta avanti le sue proposte. Il deputato della Rosa nel pugno Enrico Buemi, proprio due giorni fa, aveva chiesto alla commissione giustizia della Camera di esaminare immediatamente la sua proposta di legge. Richiesta che ha rilanciato anche ieri, rispondendo a Manzione. «La soluzione avanzata mi pare perlomeno insufficiente», chiosa l'esponente socialista. Che ripropone l'urgenza di una discussione sul tema, «anche in considerazione che la Camera in questi mesi non è stata chiamata ad un impegno particolarmente oneroso». Si discuta quindi al più presto di una proposta che «è alquanto moderata, e non vuole certo dare alle coppie omosessuali un istituto simile al matrimonio tra eterosessuali, ma semplicemente uno strumento giuridicamente riconosciuto che consenta tutele sociali e regolazioni dei rapporti».
E nella stessa commissione giustizia del Senato Maria Luisa Boccia è pronta a depositare una proposta di legge sulle unioni civili «per superare la discriminazione esistente sui diritti delle coppie di fatto». «Adesso dobbiamo portare avanti la questione della Finanziaria, ma questo non impedisce di iniziare il discorso politico fin da subito», dichiara la senatrice di Rifondazione comunista. Manzione dovrà quindi confrontarsi con proposte differenti che, dichiara Buemi, «non vanno di certo nel senso di un superamento del programma dell'Unione, ma del suo compimento».
Perché, conclude Buemi, «non vogliamo fare nè più nè meno di quello dichiarato in campagna elettorale da Romano Prodi».
Stiamo a vedere.
Sarebbe la prima volta che questo argomento arriva ad una DISCUSSIONE in Parlamento.
Anche se progetti e disegni di legge su questo tema (Pacs compresi!) giacciono negli scantinati dei "governi" di destra e di sinistra di questo regime da anni e anni e hanno ormai la muffa e gli scarfaggi.
Stiamo a vedere.
Ci sarà da ridere (io non piango più ...lascio piangere chi deve: Grillini e le sue "gay friendly"!).
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8) cimanera 8)
SIAMONOIZAPATERO!
www.rosanelpugno.it
Pacs, Pdl subito in commissione
La Rosa nel Pugno chiede che la proposta di legge sui Pacs sia esaminata subito in Commissione Giustizia.La proposta è arrivata oggi in commissione alla Camera da parte del responsabile giustizia dello Sdi, Enrico Buemi. "Per noi è un punto dirimente - spiega - anche se già ci sono avvisaglie delle resistenze che potrebbero arrivare da parte dell'Udeur e della Margherita".
L'esponente della rnp sottolinea che il presidente della commissione Giustizia, Pino Pisicchio (Idv), di fronte alla richiesta della Rosa nel Pugno si è riservato "un complessivo esame da parte dei capigruppo, martedì prossimo, prima di inserire la pdl nel calendario della commissione".
"La Repubblica", SABATO 15 LUGLIO 2006
Pagina 24 - Esteri
IL CASO
Una materia obbligatoria su tutti i tipi di famiglia possibile
Spagna, anche le coppie gay finiscono sui libri di scuola
La Chiesa attacca il governo: "Non può educare ai valori"
ALESSANDRO OPPES
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MADRID - Avere due mamme o due papà? È qualcosa di assolutamente normale, né più né meno come vivere in una famiglia tradizionale. Nella Spagna di Zapatero, che da un anno ha aperto la strada ai matrimoni gay, la nuova realtà sociale verrà spiegata così ai bambini e ai ragazzi, a partire dai dieci anni. Disposizione del ministero dell´Educazione, che detta ai professori le norme per l´insegnamento di una nuova materia obbligatoria, l´Educazione alla cittadinanza e ai diritti umani, prevista dalla nuova legge in base alla quale l´ora di religione non è valutabile per il giudizio sull´alunno.
La polemica, ancora una volta, è servita. Il Parlamento sovrano discute e decide a maggioranza, la Conferenza episcopale non ci sta e alza la voce. E non si tratta solamente dello spinosissimo dibattito sul modo di intendere la famiglia. Sotto accusa c´è il concetto stesso di "educazione alla cittadinanza" e il fatto che il governo, per la prima volta nella storia, si arroghi il diritto di trasmettere valori. Si tratti pure di valori positivi e universalmente condivisibili, come la democrazia, il rispetto per gli altri, i diritti umani, la condanna del razzismo, delle discriminazioni e della violenza machista, i diritti dei consumatori. La Chiesa perde il monopolio sull´insegnamento morale, e reagisce come può. Il cardinale Antonio Cañizares, vicepresidente dei vescovi spagnoli, uomo molto vicino a papa Benedetto XVI, raccomanda ai genitori che «non permettano che i loro figli vengano educati da altri». Per «altri» ovviamente si intendono i professori, quelli della scuola pubblica, portatori della detestata concezione laica dello Stato.
Quando ha deciso di stabilire l´obbligatorietà dell´insegnamento di questa materia, il governo Zapatero si è rifatto a una raccomandazione dell´Unione europea, e ha tenuto presente che in paesi come Germania, Francia e Regno Unito si insegnano già discipline simili. Con la differenza che si tratta di paesi nei quali non esiste una situazione di aperto contrasto tra poteri pubblici e istituzioni ecclesiastiche. L´indicazione agli insegnanti perché spieghino agli alunni che esistono in Spagna vari tipi di famiglia, tra cui quella omosessuale, risponde a un´iniziativa parlamentare approvata tre settimane fa. Ma questa disposizione, oltre a suscitare la condanna della Conferenza episcopale, ha anche provocato una dura reazione delle due principali organizzazioni dei professori di religione. Una in particolare, la Cece (Confederazione spagnola dei centri di insegnamento) - che rappresenta la maggior parte dei collegi religiosi ultraconservatori - ha annunciato che editerà i suoi libri di testo senza tenere conto della raccomandazione del Ministero. La Cece prevede già nuovi "conflitti": «In religione si insegneranno alcuni valori, in educazione alla cittadinanza, tutto il contrario», ha detto a El País Mariano Del Castillo, uno dei massimi responsabili dell´organizzazione. E anche il Partito Popolare non nasconde la possibilità che esplodano «un grande malessere e nuove divisioni nella scuola».
Cassazione: più tutela per le coppie di fatto
• da La Stampa.it del 14 luglio 2006
Anche i cosiddetti «nuovi parenti» hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro: l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile dei Pacs porta a riconoscere anche alle coppie di fatto il cosiddetto «danno parentale».
È quanto ha stabilito la terza sezione civile della Corte di Cassazione, che nella sentenza 15760 depositata oggi sottolinea che «l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs (Patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce all' estensione della solidarietà umana anche a situazioni di vita in comune».
I giudici supremi erano stati chiamati a decidere sul ricorso dei genitori di un minorenne che nel luglio dell'89 morì per le conseguenze di un incidente sul mare: mentre si trovava a bordo di un pedalò sulle coste di Taormina, era stato investito da uno scooter d'acqua.
Il riferimento alle coppie di fatto è inserito in un passaggio sul riconoscimento del danno da morte di congiunti. I giudici chiariscono però che nel caso in questione «il danno parentale interessa un societas stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, onde i referenti costituzionali sono certi».
Il Tribunale di Messina, il 22 aprile 1998, aveva riconosciuto colpevole di omicidio colposo il conducente (all'epoca minorenne) dell'idrogetto ed i suoi genitori per 'culpa in vigilando ed educandò. In sede civile furono poi liquidati, come risarcimento danni patrimoniali, cinquanta milioni di lire ai genitori e 25 milioni al fratello della vittima.
Cifre che furono ritenute insufficienti dai familiari che impugnarono la decisione in Corte d'Appello: i giudici accolsero il ricorso e liquidarono 100 milioni di lire ai genitori e 40 nei confronti del fratello della vittima. Sulla sentenza di secondo grado sono stati chiamati a decidere i giudici della Suprema Corte che hanno accolto il ricorso dei genitori che chiedevano una diversa valutazione dei danni.
La terza sezione civile della Corte di Cassazione, presieduta da Vittorio Duva, ha annullato la sentenza dei giudici di Messina e rinviato gli atti per una nuova decisione alla Corte d'Appello di Reggio Calabria «per una corretta valutazione del danno parentale morale diretto». Nelle motivazioni della sentenza il relatore Giovanni ha approfondito, tra l'altro, le linee di principio sulle quali si fonda il risarcimento danni da morte dei congiunti, il cosiddetto «danno parentale».
Una lesione, spiegano i giudici supremi, che interessa due beni della vita inscindibilmente collegati: il bene all'integrità e quello alla solidarietà familiare. «Valori da considerare sia in relazione alla vita matrimoniale che in relazione al rapporto tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi».
La Suprema Corte, però, non si è limitata ad affrontare la questione nel solo ambito delle cosiddette 'coppie tradizionalì e delle famiglie riconosciute da Costituzione e Codice civile: «L'attuale movimento per la estensione della tutela civile dei Pacs - si legge nella sentenza 15760 - conduce appunto alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune, e dunque prima o poi anche i 'nuovi parentì vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro».
Evviva la Cassazione
• da Il Riformista.it del 14 luglio 2006
Quando si discute di estendere il campo delle libertà individuali, molti di coloro che si appuntano in petto la spilletta del «liberale» sono i primi a voltarsi dall’altra parte. Soprattutto ogni qualvolta il dibattito sui “famigerati” Pacs viene frettolosamente associato a fantomatici attacchi al cuore della Chiesa o ai “valori” della famiglia tradizionale. Per fortuna può succedere che al silenzio della politica suppliscano sentenze come quella della Corte di Cassazione depositata ieri.
La suprema Corte ha infatti aperto ai «Patti civili di solidarietà, sottolineando la necessità di garantire più tutela alle coppie di fatto, anche quelle costituite da parenti conviventi. I giudici della III sezione civile, con la sentenza 15760, hanno stabilito che anche i «nuovi parenti» hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio congiunto, osservando che «l’attuale movimento per l’estensione della tutela civile ai Pacs conduce all’estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune». Per la cronaca, il riferimento ai Pacs prende spunto dall’accoglimento del ricorso dei genitori di un minorenne deceduto nel 1989 in un incidente in mare.
La politica è stata colta di sorpresa. E nel solito tira e molla tra chi condanna (ad esempio l’Udc) e chi applaude (ad esempio Rifondazione e Verdi), molti ulivisti scelgono la strada del silenzio. Un silenzio non inedito, soprattutto quando si discute dei cosiddetti temi eticamente sensibili. Per quanto ci riguarda, noi applaudiamo alla sentenza «liberale» dei giudici del Palazzaccio. E nel frattempo ci prepariamo ad assistere all’ennesima disputa all’interno dell’Unione sulla libertà di coscienza e su quello che prevede il caro vecchio programma di 281 pagine. Non si sa mai.
www.cortecostituzionale.it
Sentenza 253/2006
Giudizio
Presidente MARINI
Relatore SAULLE
Udienza Pubblica del 02/05/2006
Decisione del 21/06/2006
Deposito del 04/07/2006
Pubblicazione in G. U.
Massime:
SENTENZA N. 253
ANNO 2006
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Annibale MARINI Presidente
- Franco BILE Giudice
- Giovanni Maria FLICK "
- Francesco AMIRANTE "
- Ugo DE SIERVO "
- Romano VACCARELLA "
- Paolo MADDALENA "
- Alfio FINOCCHIARO "
- Alfonso QUARANTA "
- Franco GALLO "
- Luigi MAZZELLA "
- Gaetano SILVESTRI "
- Sabino CASSESE "
- Maria Rita SAULLE "
- Giuseppe TESAURO "
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'intera legge della Regione Toscana 15 novembre 2004, n. 63 (Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere), nonché degli artt. 2, 3, 4, 5, 7, commi 1 e 5, 8 e 16, commi 1 e 4, della medesima legge, promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei Ministri notificato il 24 gennaio 2005, depositato in cancelleria il 31 gennaio 2005 ed iscritto al n. 12 del registro ricorsi 2005.
Visto l'atto di costituzione della Regione Toscana;
udito nell'udienza pubblica del 2 maggio 2006 il Giudice relatore Maria Rita Saulle;
uditi l'avvocato dello Stato Aldo Linguiti per il Presidente dei Consiglio dei ministri e gli avvocati Lucia Bora e Fabio Lorenzoni per la Regione Toscana.
Ritenuto in fatto
1. - Con ricorso notificato il 24 gennaio 2005 il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha sollevato in via principale, in riferimento agli artt. 2, 3, 5, e 117, secondo comma, lettera l), e terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'intera legge della Regione Toscana 15 novembre 2004, n. 63 (Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere), nonché degli artt. 2, 3, 4, 5, 7, commi 1 e 5, 8 e 16, commi 1 e 4, della medesima legge.
Il ricorrente rileva che la legge impugnata, finalizzata a consentire ad ogni persona la libera espressione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, promuove il superamento delle situazioni di discriminazione nei settori della formazione professionale e delle politiche del lavoro, della sanità, delle attività turistiche e commerciali, fondate sulla diversità sessuale.
Tale disciplina, secondo la difesa erariale, nell'introdurre forme di tutela differenziata a favore dei soggetti che si presumono discriminati in ragione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere mediante l'attribuzione di situazioni giuridiche soggettive che costituiscono diritti fondamentali della persona, invaderebbe la competenza legislativa esclusiva dello Stato fissata dall'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, con conseguente violazione degli artt. 2, 3, e 5 della Costituzione. La legge impugnata, quindi, determinerebbe un ingiustificato arricchimento del patrimonio delle posizioni giuridiche e dei diritti di taluni soggetti a svantaggio di altri, essendo l'ordinamento giuridico italiano improntato al principio di neutralità rispetto all'orientamento sessuale di un individuo.
In particolare, l'Avvocatura ritiene che l'art. 2 della legge Regione Toscana n. 63 del 2004, nel prevedere misure di sostegno e tutela delle politiche del lavoro specificamente destinate alle «persone discriminate per motivi derivanti dall'orientamento sessuale o dalla identità di genere», ai transessuali e ai transgender, determinerebbe, da un lato, un'ingiustificata disparità di trattamento in favore di tali soggetti, dall'altro, violerebbe il principio fondamentale in materia di tutela del lavoro fissato nell'art. 2, lettera k), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30), e, conseguentemente, l'art. 117, terzo comma, della Costituzione, in quanto includerebbe nella categoria dei lavoratori svantaggiati, ai fini dell'accesso al lavoro, figure non contemplate dalla norma statale.
A parere dell'Avvocatura, anche gli artt. 3 e 4, comma 1, nella parte in cui prevedono rispettivamente che la Regione e le province «garantiscono opportune misure di accompagnamento, anche al fine di assicurare percorsi di formazione e di riqualificazione alle persone che risultino discriminate e esposte al rischio di esclusione sociale per motivi derivanti dall'orientamento sessuale o dall'identità in genere» (recte: di genere), nonché «favoriscono l'accrescimento della cultura professionale correlata all'acquisizione positiva dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere di ciascuno», esulerebbero dalla competenza regionale, incidendo nella competenza legislativa esclusiva dello Stato fissata dall'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
Alla stessa censura si espone, secondo il ricorrente, l'art. 5 che, disciplinando la materia della responsabilità sociale delle imprese e delle relative certificazioni, invaderebbe il regime dell'impresa regolato dal codice civile.
Parimenti in contrasto con i principi costituzionali sarebbero gli artt. 7, comma 1, e 8, nella parte in cui prevedono che «Ciascuno ha diritto di designare la persona a cui gli operatori sanitari devono riferirsi per riceverne il consenso a un determinato trattamento terapeutico, qualora l'interessato versi in condizione di incapacità naturale e il pericolo di un grave pregiudizio alla sua salute o alla sua integrità fisica giustifichi l'urgenza e indifferibilità della decisione», nonché disciplinano il procedimento per rendere operative le relative dichiarazioni di volontà. Tali norme invaderebbero la competenza legislativa dello Stato prevista dall'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, incidendo sulla disciplina degli atti di disposizione del proprio corpo di cui all'art. 5 del codice civile, violando, altresì, i principi fondamentali sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina indicati nella convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, ratificata dall'Italia con la legge 28 marzo 2001, n. 145.
Oggetto di apposita censura è anche l'art. 7, comma 5, nella parte in cui prevede che «La richiesta di un trattamento sanitario, che abbia ad oggetto la modificazione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere per persona maggiore degli anni diciotto, deve provenire personalmente dall'interessato, il quale deve preventivamente ricevere un'adeguata informazione in ordine allo scopo e natura dell'intervento, alle sue conseguenze ed ai suoi rischi». A parere dell'Avvocatura, la norma impugnata consentirebbe trattamenti sanitari a prescindere dall'esistenza di specifiche esigenze terapeutiche o stati patologici, in quanto non indica in modo puntuale le ragioni che possono giustificare il «trattamento sanitario che abbia ad oggetto la modificazione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere». Risulterebbe da ciò violata la competenza legislativa dello Stato di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, relativamente alla disciplina degli atti di disposizione del proprio corpo inerente l'«ordinamento civile», nonché il principio fondamentale in materia di tutela della salute contenuto nell'art. 3 della legge 14 aprile 1982 n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), che riserva al tribunale l'autorizzazione al trattamento medico-chiruirgico laddove sia necessario un adeguamento dei caratteri sessuali anteriormente alla rettificazione dell'attribuzione del sesso enunciato nell'atto di nascita.
Infine, a parere della difesa erariale, l'art. 16, commi 1 e 4, nella parte in cui introducono un regime sanzionatorio amministrativo a carico di esercenti di pubblici servizi e di operatori turistici e commerciali che, nello svolgimento delle loro attività, discriminino gli utenti «per motivi riconducibili all'orientamento sessuale o all'identità di genere», esulerebbe dalla potestà legislativa regionale, atteso che la competenza sanzionatoria è conseguente a quella sulla materia cui la sanzione afferisce che, nel caso di specie, risulterebbe carente.
2. - Si è costituita in giudizio la Regione Toscana, chiedendo la declaratoria di inammissibilità o infondatezza del ricorso, riservandosi di illustrare tali richieste in successive memorie.
3. - In prossimità dell'udienza pubblica, la Regione Toscana ha depositato memorie illustrative.
La Regione, preliminarmente, rileva che il limite «dell'ordinamento civile», derivante dall'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione riguarda solo le regole fondamentali di diritto concernenti la disciplina dei rapporti fra privati, con la conseguenza che le regioni, nel regolare le materie di loro competenza, possono incidere su tali rapporti.
In particolare, la Regione Toscana osserva che la censura riferita all'art. 2 è infondata, in quanto la norma impugnata disciplina aspetti della materia «tutela e sicurezza del lavoro», di competenza legislativa regionale. Al riguardo, osserva la Regione, che l'art. 2 si limita, sia attraverso il piano di indirizzo generale integrato di cui all'art. 31, comma 3, della legge regionale 26 luglio 2002, n. 32 (Testo unico della normativa della Regione Toscana in materia di educazione, istruzione, orientamento, formazione professionale), sia attraverso specifiche politiche regionali del lavoro, a favorire quei soggetti esposti al rischio di esclusione sociale per il proprio orientamento sessuale, senza, peraltro, indicare un'ulteriore categoria di «lavoratore svantaggiato».
Tale norma, quindi, secondo la Regione, individua esclusivamente gli obiettivi e gli interventi regionali in materia di formazione professionale e politiche del lavoro finalizzati al contrasto di discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale.
Anche la censura relativa agli artt. 3 e 4, comma 1, sarebbe infondata, non incidendo tali disposizioni sulla competenza legislativa statale ex art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, in quanto la previsione di misure di accompagnamento e di interventi finalizzati a promuovere percorsi di formazione per incentivare l'accrescimento della cultura professionale, a favore delle persone che risultino esposte al rischio di esclusione sociale per motivi derivanti dall'orientamento sessuale, è espressione della competenza legislativa regionale in materia di istruzione e formazione professionale.
Allo stesso modo la censura relativa all'art. 5 sarebbe, secondo la Regione, infondata, atteso che la norma impugnata, prevedendo il coinvolgimento delle associazioni rappresentative dei diversi orientamenti sessuali e identità di genere in qualità di «parte interessata» ai fini del conseguimento della certificazione «SA 8000», avrebbe contenuto meramente ricognitivo del divieto di discriminazione connesso al rilascio della indicata certificazione.
Ugualmente infondata dovrebbe dichiararsi la censura relativa agli artt. 7, comma 1, e 8, poiché la previsione della possibilità «di indicare la persona cui riferirsi, nel caso di impossibilità del paziente a prestare un valido consenso al trattamento medico cui deve essere sottoposto», costituirebbe una mera specificazione della regola del consenso informato già prevista dall'art. 9 della Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, ratificata dall'Italia con la legge 28 marzo 2001, n. 145. Osserva, poi, la Regione che la norma impugnata non prevede che il soggetto così designato si sostituisca al paziente, esprimendo in sua vece il consenso informato, ma solo la sua partecipazione al processo decisionale, spettando comunque al medico la scelta definitiva.
Con riferimento alla censura relativa all'art. 7, comma 5, la Regione, nel contestare le argomentazioni del ricorrente, rileva che la norma regionale non incide in alcun modo sulla normativa statale in materia di rettificazione di attribuzione di sesso, poiché si limita a regolare il rapporto di informazione che deve intercorrere tra medico e soggetto che si sottopone al trattamento e, quindi, disciplina profili attinenti all'organizzazione del servizio sanitario spettanti in via esclusiva alla potestà legislativa regionale.
Quanto all'ultima censura, afferente l'art. 16, la Regione evidenzia che le condotte discriminatorie disciplinate da tale disposizione, concernendo l'erogazione di prestazioni nei pubblici servizi, riguarderebbero materie di competenza esclusiva della regione quali quelle dello sviluppo economico, del commercio e del turismo, con la conseguente legittimità della disciplina regionale anche con riguardo alla previsione della relativa sanzione amministrativa.
Considerato in diritto
1. - Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato, in via principale, questione di legittimità costituzionale dell'intera legge della Regione Toscana 15 novembre 2004, n. 63 (Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere), nonché degli artt. 2, 3, 4, 5, 7, commi 1 e 5, 8 e 16, commi 1 e 4, della medesima legge, lamentando la violazione degli artt. 2, 3, 5 e 117, secondo comma, lett. l), e terzo comma, della Costituzione.
Le norme impugnate sarebbero in contrasto con i parametri costituzionali evocati, in quanto, ad avviso del ricorrente, attribuiscono una tutela differenziata a determinate categorie di soggetti in ragione del loro orientamento sessuale (artt. 2, 3 e 4), regolano aspetti del regime dell'impresa disciplinato dal codice civile (art. 5), incidono sulla disciplina degli atti di disposizione del proprio corpo (artt. 7, commi 1 e 5, e 8) e prevedono sanzioni amministrative in materie di competenza statale (art. 16).
2. - La questione di legittimità costituzionale afferente l'intera legge della Regione Toscana n. 63 del 2004 è inammissibile.
Il ricorrente, infatti, si limita a prospettare generiche doglianze concernenti la asserita lesione dell'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, nonché di ulteriori parametri costituzionali, da parte di un insieme di disposizioni dal contenuto eterogeneo, in quanto destinate a regolare materie diverse (dalla politica del lavoro agli atti di disposizione del proprio corpo), senza individuare gli specifici contenuti normativi che si porrebbero in contrasto con i parametri costituzionali evocati.
3. - La questione di legittimità costituzionale relativa all'art. 2 non è fondata.
Con tale disposizione il legislatore regionale ha previsto, nell'ambito delle politiche del lavoro e dell'integrazione sociale, misure di sostegno e di tutela a favore delle persone discriminate per motivi derivanti dall'orientamento sessuale, o dalla identità di genere, dei transessuali e dei transgender, come tali menzionati dall'art. 2, comma 3, della legge impugnata.
A parere della difesa erariale, la norma impugnata, da un lato, determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento in favore di tali soggetti, dall'altro, violerebbe il principio fondamentale fissato in materia di tutela del lavoro dall'art. 2, lettera k), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30) e, conseguentemente, l'art. 117, terzo comma, della Costituzione, includendo nella categoria dei lavoratori svantaggiati, ai fini dell'accesso al lavoro, figure non indicate dalla norma statale.
Invero, con la norma impugnata, la Regione si pone un obiettivo già previsto dall'art. 1, comma 4, lettera g), della legge della Regione Toscana 26 luglio 2002, n. 32 (Testo unico della normativa della Regione Toscana in materia di educazione, istruzione, orientamento, formazione professionale). Tale ultima norma, infatti, sotto la rubrica «Oggetto e obiettivi delle politiche di intervento», prevede che gli interventi regionali relativi all'orientamento e alla formazione professionale e all'occupazione «concorrono ad assicurare lo sviluppo dell'identità personale e sociale, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, dell'uguaglianza e delle pari opportunità, in relazione alle condizioni fisiche, culturali, sociali e di genere».
Così definito il contenuto dell'art. 2, ne risulta il carattere genericamente di indirizzo e, pertanto, la sua inidoneità ad attribuire diritti o situazioni giuridiche di vantaggio a determinati soggetti e ad incidere sulla disciplina dei contratti di lavoro e sui rapporti intersoggettivi che da essi derivano.
Altresì infondata è la questione concernente la presunta violazione dell'art. 117, terzo comma, della Costituzione. La norma impugnata, infatti, non si pone in contrasto con l'art. 2 lettera k), del d.lgs. n. 276 del 2003, norma interposta, in quanto non amplia la definizione di «lavoratore svantaggiato» prevista dalla disposizione statale, includendo in essa anche quella dei transessuali e dei transgender, ma si limita ad affermare, a favore di questi, l'obiettivo di esprimere «specifiche politiche regionali del lavoro, quali soggetti esposti al rischio di esclusione sociale».
Tale interpretazione risulta, peraltro, conforme alla nozione di «lavoratore svantaggiato» delineata dalla disposizione statale che individua costui nel soggetto che versa in determinate situazioni oggettivamente rilevabili (ad esempio: lavoratori migranti, disoccupati di lungo periodo, invalidi fisici, psichici e sensoriali), non potendosi, al contrario, nei soggetti presi in considerazione dalla norma regionale impugnata, rinvenire alcun elemento oggettivo astrattamente idoneo ad accomunarli tra loro, così da farne una categoria autonoma.
4. - La questione relativa agli artt. 3 e 4, comma 1, non è fondata.
Il ricorrente ha impugnato tali norme ritenendole lesive della propria competenza legislativa esclusiva ex art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
Le norme oggetto di censura, da un lato, assicurano pari opportunità nell'accesso ai percorsi di formazione e di riqualificazione alle «persone che risultino discriminate e esposte al rischio di esclusione sociale per motivi derivanti dall'orientamento sessuale o dall'identità in genere», (recte: di genere); dall'altro, favoriscono «l'accrescimento della cultura professionale correlata all'acquisizione positiva dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere di ciascuno».
A prescindere dalla natura di mero indirizzo delle disposizioni in esame, esse costituiscono espressione dell'esercizio della competenza legislativa esclusiva regionale in materia di istruzione e formazione professionale che la Regione può offrire mediante strutture pubbliche o private per soddisfare le esigenze delle varie realtà locali; le norme regionali impugnate, perciò, non incidono sulla disciplina dei singoli contratti di lavoro e non invadono la competenza dello Stato in materia di ordinamento civile (v. sent. n. 50 del 2005).
5. - La questione afferente all'art. 5 è inammissibile in quanto il ricorrente, con il proprio ricorso, si è limitato ad affermare apoditticamente che la disciplina della «responsabilità sociale delle imprese» rientrerebbe nell'ordinamento civile in quanto inerente alla disciplina dell'impresa (sent. n.139 del 2006).
6. - La questione relativa agli artt. 7, comma 1, e 8 è fondata.
L'art. 7, al comma 1, prevede che «Ciascuno ha diritto di designare la persona a cui gli operatori sanitari devono riferirsi per riceverne il consenso a un determinato trattamento terapeutico, qualora l'interessato versi in condizione di incapacità naturale e il pericolo di un grave pregiudizio alla sua salute o alla sua integrità fisica giustifichi l'urgenza e indifferibilità della decisione». Il successivo art. 8 disciplina il procedimento per rendere le dichiarazioni di volontà indicate dall'art. 7.
La Regione ha così disciplinato la possibilità per il soggetto, in vista di un'eventuale e futura situazione di incapacità naturale e al ricorrere delle condizioni indicate dall'art. 7, di delegare ad altra persona, liberamente scelta, il consenso ad un trattamento sanitario.
Così operando il legislatore regionale ha ecceduto dalle proprie competenze, regolando l'istituto della rappresentanza che rientra nella materia dell'ordinamento civile, riservata allo Stato, in via esclusiva, dall'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
La Corte non può, infine, omettere di rilevare che i commi 2, 3 e 4 dell'art. 7, non oggetto di censura, si pongono in inscindibile connessione con il comma 1 specificamente impugnato dal ricorrente; pertanto, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimità costituzionale deve estendersi, in via consequenziale, ai predetti commi 2, 3, e 4 dell'art. 7 della legge impugnata.
7. – Anche la questione afferente all'art. 7, comma 5, è fondata.
La norma impugnata prevede che «La richiesta di un trattamento sanitario, che abbia ad oggetto la modificazione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere per persona maggiore degli anni diciotto, deve provenire personalmente dall'interessato, il quale deve preventivamente ricevere un'adeguata informazione in ordine allo scopo e natura dell'intervento, alle sue conseguenze ed ai suoi rischi».
Tale disposizione incide del pari nella materia dell'ordinamento civile e, precisamente, in quella degli atti di disposizione del proprio corpo, riservata all'esclusiva potestà legislativa statale.
In particolare, il trattamento sanitario che abbia ad oggetto l'adeguamento dei caratteri sessuali morfologici esterni alla identità psico-sessuale, rientra tra quelli che, pur determinando una diminuzione permanente della propria integrità fisica, sono eccezionalmente ammessi dall'ordinamento - in deroga al divieto di cui all'art. 5 del codice civile - nei limiti fissati dal legislatore statale con la legge del 14 aprile 1982 n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso).
8. - La questione riferita all'art. 16, commi 1 e 4 , è fondata.
Tale norma prevede il divieto per gli operatori commerciali appartenenti a determinate categorie di rifiutare la loro prestazione, o di erogarla a condizioni deteriori rispetto a quelle ordinarie, «senza un legittimo motivo e, in particolare, fra l'altro per motivi riconducibili all'orientamento sessuale o all'identità di genere». La disposizione contiene, altresì, la previsione di una sanzione amministrativa in caso di contravvenzione al detto divieto.
Viene così imposto ai soggetti sopra indicati l'obbligo di fornire la propria prestazione a chiunque ne faccia richiesta, senza possibilità di discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale.
La norma regionale impugnata nel prevedere, in sostanza, un'ipotesi di obbligo legale a contrarre - obbligo già previsto in via generale dal legislatore statale all'art. 187 del regio decreto 6 maggio 1940, n. 635 (Approvazione del regolamento per l'esecuzione del testo unico 18 giugno 1931, n. 773 delle leggi di pubblica sicurezza) - e alla cui violazione è altresì connessa la comminatoria di una sanzione amministrativa, introduce una disciplina incidente sull'autonomia negoziale dei privati e, quindi, su di una materia riservata, ex art. 117, comma secondo, lettera l), della Costituzione, alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.
Alla illegittimità della disposizione che prevede l'obbligo a contrarre consegue, «stante il parallelismo tra potere di predeterminazione delle fattispecie da sanzionare e potere di determinare la sanzione» (v. sent. n. 361 del 2003), anche l'illegittimità dell'ulteriore previsione relativa alla applicabilità, in caso di violazione dell'obbligo, della sanzione amministrativa.
Va, infine, rilevato che i commi 2 e 3 dell'art. 16, non oggetto di censura, si pongono in inscindibile connessione con i commi 1 e 4 specificamente impugnati; pertanto, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimità costituzionale deve estendersi, in via consequenziale, all'intero art. 16 della legge impugnata.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l'illegittimità costituzionale degli artt. 7, commi 1 e 5, 8, e 16, commi 1 e 4, della legge della Regione Toscana 15 novembre 2004, n. 63 (Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere);
dichiara, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimità costituzionale consequenziale degli artt. 7, commi 2, 3 e 4, 16, commi 2 e 3, della legge della Regione Toscana 15 novembre 2004, n. 63 (Norme contro le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere).
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'intera legge della Regione Toscana n. 63 del 2004, sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe, in riferimento agli artt. 2, 3, 5 e 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione;
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 5 della legge della Regione Toscana n. 63 del 2004, sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe, in riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione;
dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 2, 3, 4, comma 1, della legge della Regione Toscana n. 63 del 2004, sollevate dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe, in riferimento agli artt. 3, 117, secondo comma, lettera l), e terzo comma, della Costituzione;
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 giugno 2006.
F.to:
Annibale MARINI, Presidente
Maria Rita SAULLE, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 4 luglio 2006.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA
www.osservatoriobalcani.org
Il gay pride divide i rumeni
28.06.2006
Estrema destra e cristiani ortodossi attaccano il gay pride di Bucarest, ma la polizia interviene.
“Vogliamo entrare nell’Unione Europea, non a Sodoma e Gomorra”, afferma un vescovo. L’eredità del periodo comunista.
Di Vlad Telibasa, Bucarest, per BIRN, Balkan Insight, 8 giugno 2006
(titolo originale: “Gay Pride Parade Divides Romanians”)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta
"Andatevene dalla Romania, nessuno vi vuole qui", urlava un gruppo di circa cento tra attivisti di destra e cristiani ortodossi all’indirizzo degli attivisti gay che sfilavano per Bucarest il 3 giugno scorso.
Mentre i manifestanti, che brandivano crocifissi e cartelli su cui si leggeva "L’omosessualità è peccato", cercavano di impedire la sfilata, gli attivisti gay rispondevano col suono dei fischietti, cantando canzoni patriottiche e scandendo "Basta con l’omofobia!"
Quando alcuni militanti hanno iniziato a gettare uova, sassi e bottiglie di plastica, la polizia è intervenuta per proteggere la sfilata, lanciando gas lacrimogeni e arrestando circa 15 persone. Un agente è rimasto ferito.
Anche se la violenza che ha segnato la seconda marcia del gay pride a Bucarest è un segno evidente delle passioni che questo argomento ha il potere di suscitare, il fatto che la polizia sia intervenuta – e dalla parte di chi sfilava – sta invece ad indicare quanti passi avanti abbiano fatto in Romania le rivendicazioni di uguaglianza dei diritti per ogni genere e orientamento sessuale, rispetto anche solo a pochi anni fa.
"Fortunatamente la polizia che ci proteggeva è stata estremamente responsabile e ha fatto un buon lavoro", ha detto Octav Popescu, uno degli organizzatori. "Altrimenti, sarebbe potuto succedere di tutto, perché la Romania ha ancora dei problemi ad accettare le minoranze".
Nonostante la virulenta omofobia incontrata, gli attivisti gay sostengono di aver raggiunto un obiettivo chiave.
"Siamo riusciti a renderci visibili e a mostrarci al mondo, alla luce del giorno", ha dichiarato a Balkan Insight Florin Buhuceanu, leader del gruppo per i diritti degli omosessuali Accept.
Buhuceanu ha sostenuto che la marcia ha anche attirato l’attenzione sul tema della legalizzazione delle unioni omosessuali, che la Romania non riconosce.
In un gesto simbolico, il 4 giugno, Buhuceanu ha sposato il suo compagno spagnolo, in una cerimonia religiosa tenuta da un pastore protestante degli Stati Uniti.
Mentre gli organizzatori delle marce del Gay pride suggeriscono che la Romania sta lentamente accettando l’esistenza di gay e lesbiche, a cinque anni di distanza dalla depenalizzazione dell’omosessualità, il pubblico nel suo insieme vede ancora come offensivi i matrimoni gay e le convivenze civili.
Uno dei principali oppositori delle manifestazioni pubbliche dei gay - e specialmente dell’idea di matrimoni tra persone dello stesso sesso – è la Chiesa ortodossa rumena, cui appartiene più dell’80 per cento dei 22 milioni di rumeni.
"Una marcia come quella organizzata dalle organizzazioni omosessuali è un oltraggio alla morale e alla sacra istituzione della famiglia, e costituisce un reale pericolo per i più giovani, esponendoli alla corruzione morale", ha detto il vescovo Ciprian Campineanul commentando la parata.
La Chiesa ha severamente criticato le autorità per aver autorizzato la sfilata, definendola "incostituzionale" e "offensiva per la maggioranza dei cittadini".
La Chiesa ha esortato le autorità a mantenere leggi che proibiscano quella che essa definisce “la propaganda omosessuale”, e ha attaccato l’Unione europea per aver fatto pressione sulla Romania affinché cambiasse le sue leggi sull’omosessualità.
"Noi vogliamo entrare nell’Unione europea, non a Sodoma e Gomorra", ha affermato recentemente un importante vescovo della Chiesa rumena.
La Chiesa ha una grande influenza sulle opinioni della gente comune. Secondo la maggioranza dei sondaggi, più del 90 per cento dell’opinione pubblica ha più fiducia nella Chiesa che in ogni altra istituzione pubblica.
Le posizioni della Chiesa in materia di sesso sono condivise entusiasticamente dai movimenti di estrema destra, specialmente da un gruppo chiamato Nuova destra, che il 3 giugno ha organizzato la sua contromanifestazione, a sostegno dei valori della famiglia e della religione.
"Non abbiamo nulla contro gli omosessuali, solo non li vogliamo vedere" ha spiegato un ventenne partecipante alla marcia, che reggeva uno striscione con simboli neonazisti e aveva un distintivo appuntato al petto. "Che se ne vadano dalla Romania. Sono una minoranza, devono obbedire alla maggioranza".
Da parte loro, gli attivisti gay imputano alla Chiesa il fatto che la maggioranza dei rumeni ancora veda l’omosessualità come un peccato e una malattia. "L’atteggiamento della Chiesa è inappropriato, come il suo messaggio che, come si è visto, legittima la violenza nelle strade", ha detto Florin Buhuceanu.
Un recente rapporto del gruppo per i diritti umani Amnesty international ha dipinto un quadro fosco, di diffusa intolleranza in Romania in materia di orientamenti sessuali.
Il rapporto, pubblicato in maggio, sostiene che il 40 per cento dei rumeni vorrebbe bandire l’omosessualità dal Paese. Ha ritratto livelli di ostilità e di discriminazione pari solo a quelli rilevati contro la vasta e impopolare comunità Rom del Paese.
Csaba Asztalos, responsabile del Consiglio nazionale contro le discriminazioni, CNCD, ha affermato che la Romania ha aspettato troppo a lungo prima di affrontare questa spinosa materia.
"L’omosessualità era un soggetto tabù nella Romania del periodo comunista, e tale è rimasto nel corso degli ultimi 15 anni", ha detto. "Noi abbiamo depenalizzato l’omosessualità molto tardi, in confronto alla maggior parte degli altri Stati ex comunisti, perciò la Romania ha bisogno di discutere apertamente di questo tema sensibile, per far sì che la gente accetti le differenze".
Il sociologo Mircea Kivu concorda. Confondere le questioni morali e religiose sull’omosessualità con i diritti umani degli omosessuali in quanto cittadini ha creato dei problemi.
"Mentre i gay chiedevano normali diritti civili, la Chiesa assumeva il ruolo dello Stato e cercava di imporre il suo punto di vista religioso", ha detto.
"Questa non deve diventare la norma. Ma ci vorrà del tempo prima che i rumeni diventino più tolleranti".
Vlad Telibasa è un giornalista della testata web HotNews.ro.
Balkan Insight è la pubblicazione online di BIRN
"Il Foglio", 29/06/06, pag. 4
Rubrica delle lettere
Al direttore - Il Foglio riferiva l'altroieri della "prima domanda di separazione tra due omosessuali" da quando in Spagna esiste la legge che consente il matrimonio con ogni essere umano consenziente. D'accordo sul fatto che si tratti indubbiamente - come tutte le cose nuove -di una notizia (presto non lo sarà più) e che dimostri la "normalità" dei matrimoni gay. Anche se mi è sembrata piuttosto gretta e padana l'ironia ("non-si-può-evitare-di-sorprendersi") sul fatto che in ballo "ci sia l'affidamento dei cani, che sembra sostituire quello (sic) dell'affidamento dei figli", ironia attenuata nelle intenzioni del redattore dal vecchio cliché ipocrita "con-tutto-il-rispetto-per-le-persone". Ma l'altra cosa su cui saremo d'accordo è che non appena adottare dei bambini sarà prassi comune e benvista per ogni coppia di persone che si amano, questa bizzarria dei cani sarà superata e anche le coppie separate gay potranno discutere dei figli, con sollievo di tutti. Saluti.
Luca Sofri
Risponde Giuliano Ferrara:
Sì, caro Luca, non farei lo spiritoso sulle nozze gay, che sono purtroppo una cosa seria. Come i cani e i cristiani.
err
http://www.radicali.it/phpbb2/viewtopic.php?p=497814#497814
Cari Compagni,
trascorsi i giorni pieni di attività intrinseca e quindi con gli animi più distesi
e dispoti benevolmente alla quieta discussione eccomi a commentare la presenza del F.U.O.R.I.! al Gay Pride Nazionale 2006 di Torino.
Il fatto che un componente della Segreteria attuale non sia dell'opinione di essere presenti al Gay di Torino nulla toglie all'importanza della presa di posizione del Movimento, in questione, anzi dimostra la vivacità e la libertà di opinioni esistenti all'interno del F.U.O.R.I.!; però v'è da ricordare che esiste anche una presenza politica, la quale non è affatto inferiore e nemmeno nulla alla presenza per dir così di cortesia.
Era doveroso da parte del F.U.O.R.I.!, essere presente a TORINO: non si deve dimenticare che senza la costituzione ed il lavoro, alle volte solitario e molto censurato, di questo primo Movimento di Liberazione Omosessuale Italiano, non ci sarebbe stata alcuna opportunità di assistere alla bellissima giornata del 17 giugno scorso a Torino.
E' il F.U.O.R.I.! che ha gettato la semenza perchè certa prassi di Liberazione Omosessuale sia attualmente presente e possibile nella Pontificia Repubblica Italiana ricca e PREGNA, come una BALDRACCA GRAVIDA OSCENAMENTE di OMOFOBIA.
E' proprio perchè è stato fondato il F.U.O.R.I.! e tuttora continua, imperterrito, la sua battaglia integralmente per la piena e completa EMANCIPAZIONE DEGLI, DI TUTTI GLI, OMOSESSUALI, che oggi siedono nel Parlamento italiano cinque OMOSESSUALI legalmente eletti; ed un Presidente di Regione ugualmente OMOSESSUALE, orgogliosi della loro IDENTITA'.
E' perchè il F.U.O.R.I.! è tuttora presente che anche quell'integralista catto omofobo[/][/b] Giacinto alias Marco Pannella, sedicente laicista, ha sentito il dovere politico di essere presente con un carro sotto le bandiere del cartello elettorale ROSA NEL PUGNO.
Fu solamente nel 2000 al Gay Pride di Roma che MARCO PANNELLA riesumò dal cimitero lo scheletro di PEZZANA ANGELO fatto avviluppare, allora, ad uno striscione del F.U.O.R.I.!
Ma bando alle polemiche!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La STORIA non può essere cambiata!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ho voluto essere presente, PERSONALMENTE, a Torino anche perchè era stata progettata una conferenza stampa nella sede della FONDAZIONE SANDRO PENNA, con la presenza di PEZZANA ANGELO.
IO SONO ANDATO PROPRIO PER SOTTIOLINEARE CHE IL F.U.O.R.I.! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario INTERNAZIONALE) è tuttora vivo e presente ed attivo, nonostante la pochezza di mezzi economici; ma NON DI PRESENZE E DI IDEE E DI PROGETTI.
Ho potuto constatare la riduzione a schiavismo, culturale e non solo mentale di PEZZANA ANGELO e di ENZO CUCCO, il quale ultimo è assimilabile al Rigoletto di Stato, ovvero a chi ha il nihil obstat per fare una opposizione che non turbi il PADRONE della VAPORIERA.
Ho voluto essere presente non solo per ribadire la continuità del F.U.O.R.I.! nell'attuale sua segreteria, eletta nell'ambito di un regolare Congresso, ma soprattutto per sottolineare la posizione che questo Movimento ha nei confronti della EMANCIPAZIONE DEGLI, DI TUTTI GLI, OMOSESSUALI: anche e soprattutto di quelli che nell'orapresente non hanno il coraggio di uscire dal bujo della loro realtà accettata passivamente da MARRANI, avendo optato per la più comoda presenza identitaria della fenotipica ETEROSESSUALITA' assiomaticamente imposta prima ancora della nascita.
Nel corso della mia presenza lungo il corteo ho potuto svolgere interiormente alcune mie personalissime considerazioni, che qui rendo pubbliche.
A Daniele Capezzone, nella sua nuova identità istituzionale di DEPUTATO DEL PARLAMENTO ITALIANO, VA IL MIO MASSIMO CONSENSO, E LA MIA SOMMA STIMA, per essersi fatto, senza battere ciglio alcuno, tenendo le mani sullo striscione, bene inchiavardato nel completo blu (giacca e pantaloni e cravatta) che non ha mai, dicesi mai, lasciato, e nemmeno non ha mai, dicesi mai, dimostrato un qualche cenno di disagio (magari dovuto alla temperatura, seppure non canalicolare) dovuto, forse anche alla inevitabile stanchezza del percorso, non certo breve del corteo.
A dire il vero ogni tanto si risvegliava dalla concentrazione massima allorchè qualche giornalista gli gettava, impunemente e gagliardemente, quasi in bocca il CONO del microfono per registrare il suo pensiero sul PRIDE; oppure quando nella prima fila, dove MI ERO POSIZIONATO, ovviamente per diritto di decananza nella LOTTA DI EMANCIPAZIONE OMOSESSUALE, compariva un nuovo deputato, tra i quali ho riconosciuto: l'amicinisimo mio NIKI VENDOLA, che ho abbracciato con tutto il dovuto calore essendo ricambiato amicinissimamente et gayinissimamente, la Ministra PRESTIGIACOMO, CHE SI è COMPORTATA FINALEMENTE DA MINISTRO EUROPEO, il Ministro Ferrero, la deputata Wladimir Lussaria, almeno quelli che sono riuscito a riconoscere.
Il comportamento di DANIELE CAPEZZONE è da sottolineare in quanto è stato svolto con la dovuta concretezza del classico OBBLIGATO per circostanza ad essere presente. NULLA PIU' NULLA MENO.
Il carro della ROSA NEL PUGNO. Faceva bella mostra MARCO PANNELLA, il quale, a mio parere, manifestava la sua essenza primigenia, quella che aveva molti decenni or sono, ma che ha del tutto dismesso e parimenti bandito da sè stesso per motivi organici alla prassi della politica cotidiana. Si vedeva, fino a prova contraria, che MARCO era a suo agio in quel carro, si trovava veramente bene ad essere RADICALE, anche se ha molti limiti, e moltissimi lacciuoli che lo tengono inchiavardato nel suo doppio petto tutto a punto, e che non ha mai smesso nemmeno in quell'occasione. Però gli va dato atto di essere, almeno questa volta, stato presente e non solamente di facciata.
Gli altri componenti del Carro della Rosa Nel Pugno. Non nomino nessuno: però erano tutti, anzi TUTTE CONTENTISSIME nei loro inevitabili ed obbligati VELI, di essere attrici nel PRIDE, alemno per una sera!!!!!!!!!!
Anche se, come ho avuto contezza da talune considerazioni avute in strettissima confidenza, tale CARRO DELLA ROSA NEL PUGNO non ha avuto l'adesione di tutti coloro che sono parte integrante della ROSA NEL PUGNO, dimostrando, quindi, che si è strattato e si tratta di un cartello elettorale; ma non è questa la sede per fare commenti a tal riguardo, ma ho ritenuto necessario accennarvi.
Come conclusione mi aspetterei una, per così dire, marcia in più, che a mio modestissimo parere, manca a chi razzola ed a chi abita al terzo piano di un palazzaccio della ROMA PAPALINA nei pressi del Pantheon.
DEBBESI PRENDERE ATTO CHE NELLA PONTIFICIA REPUBBLICA ITALIANA LA QUESTIONE OMOSESSUALE NON E' PIU' RINVIABILE: PER CUI
VIVA VIVA VIVA LA EMANCIPAZIONE DEGLI, DI TUTTI GLI, OMOSESSUALI: anche di MARCO PANNELLA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
VIVA VIVA VIVA IL MATRIMONIO OMOSESSUALE!
Lotta anche tu con il F.U.O.R.I.!
per abbattere l'OMOFOBIA che obnubila anche la tua libertà!
Surgite!
Niun Dorma!
Nicolino Tosoni, Presidente del F.U.O.R.I.!
"La Stampa", 27/06/06, pag. 11
MADRID/UN CONIUGE RECLAMA 7 MILA EURO AL MESE DI ALIMENTI E L’USO DELLA VILLA
Spagna, primo divorzio gay: «I cani li voglio tenere io»
È passato solo 1 anno dalla legge di Zapatero che consente le unioni
fra gli omosessuali
Gian Antonio Orighi
MADRID
Dopo le nozze, arrivano anche i divorzi (lampo) per i gay. Ad appena un anno dall’approvazione delle leggi, perseguite a spada tratta dall'«omosessalmente corretto» premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero, sull'imeneo omosessuale e lo scioglimento tra congiunti senza separazione previa, un marito madrileno ha deciso di farla finita con il suo sposo. Ma la sua domanda, la prima del genere ricevuta in un «Tribunale di Familia», lascerebbe di stucco persino la moglie etero più avida: pensione mensile colossale (7 mila euro), uso del villino familiare per 15 anni, il 50 per cento delle stock-options. Persino la guardia e custodia dei cani, con richiesta di fissarne i giorni di visita.
H. B. (gli spagnoli, gran signori, salvaguardano la privacy di chi ricorre alla giustizia), un ex modello di 43 anni, ha presentato la sua domanda il 22 giugno scorso. La sua love story con il coetaneo F.C., un importante manager di una multinazionale, è cominciata nel 1993. Amore a prima vista, convivenza immediata, vita da nababbi documentata. Già iscritti dal 2001 nel registro delle coppie di fatto della comunità di Madrid, i due facevano crociere di lusso, avevano due auto di grossa cilindrata, vivevano in un villino da 300 metri quadrati e indossavano vestiti griffati. Il maritaggio arriva nell'ottobre del 2005. Con tanto di luna di miele. Poi, però, sono arrivate le corna.
H.B, ultimamente, faceva da casalingo. Prima aveva montato una agenzia di modelli, che però è fallita. «Mio marito continuava nel suo lavoro, a me è toccata la parte peggiore. Io volevo lavorare, ma lui mi diceva di non preoccuparmi», si è sfogato ieri su «El Mundo», noto quotidiano spagnolo, l'anima in pena. Anche il tentativo di montare un negozio da parrucchiere canino nel suo immenso garage non ha fortuna. La situazione tuttavia cambia: F.C. è trasferito in Francia ed il casalingo, fedele, lo segue.
Il manager però ha intestato tutte le proprietà a nome suo e ha sempre menato il can per l'aia quando si trattava di sottoscrivere un accordo di comunione dei beni, benché avesse autorizzato la firma del marito nei suoi conti correnti bancari. All'inizio del 2006, la coppia torna in patria e si compra una dimora da mille ed una notte. H.B decide, l’8 maggio, di rivolgersi all’avvocato per la sua parte di proprietà. Sorpresa: F.C. inaspettatamente gli dice che preferisce aspettare «perché ha qualche dubbio».
L’amore precipita. Il 18 il manager dorme fuori. Ed allora il casalingo tradito vuole il divorzio. «Non chiedo nulla che non mi corrisponda. Come coppia abbiamo vissuto bene e credo di aver diritto alla metà di ciò che abbiamo conseguito. Non voglio fare del male a nessuno, ma non mi sembra giusto che mi voglia lasciare senza casa e senza soldi», rivendica H.B.
F.C. ci è rimasto di stucco, anche perché aveva firmato un documento privato in cui riconosceva che suo marito «lo aiuta a conseguire la sua qualità di vita in tutti gli aspetti». Segno dei tempi, nella liberal Spagna zapaterista, dove si sono sposati in un anno appena 1539 omosessuali (lo 0,6 per cento delle nozze totali), il divorzio non è finito neanche in prima pagina. «Anche i gay si separano», si limita a constatare El Mundo.
www.corriere.it
IL CASO / Grillini: la sinistra tira i remi in barca. I sospetti di Capezzone
Fuga dai Gay pride «Ci sono altre priorità»
Castagnetti: positiva l’assenza dei politici a Roma
ROMA - La settimana scorsa a Torino c’erano due ministri. Sabato a Roma tre assessori. Certo, il primo era il Gay pride nazionale, il secondo solo un appuntamento locale. Eppure tra gli striscioni e i colori che hanno attraversato la Capitale qualche mugugno c’è stato. E poi Bologna, dove ieri si è conclusa con un altro rinvio l’ennesima difficile riunione per la Street rave parade, il corteo antiproibizionista in programma sabato che il sindaco Sergio Cofferati guarda con sospetto. Città diverse, problemi diversi, ma una comune cautela di fondo: «Passata la festa - sintetizza Daniele Capezzone, della Rosa nel pugno - gabbato lo santo. Che poi, già prima della festa... La verità è che nell’Unione c’è la tendenza a mettere fra parentesi la questione dei diritti civili. Non si vogliono pestare i piedi al Vaticano». Eccolo il timore che si respira: una volta incassato l’appoggio dei movimenti che sostengono campagne spigolose, per l’Unione è arrivato il momento di tirare il freno. La prudenza al potere. Perché perché la fantasia va bene in campagna elettorale ma poi - finiti i comizi e passate le elezioni - nel Palazzo si stan ben attenti ad evitarli gli spigoli. Pierluigi Castagnetti, della Margherita, non lo nasconde nemmeno: «Le priorità del Paese sono altre. Bisogna prendere posizioni sugli impegni militari e far ripartire l’economia. Spero che tutti siano consapevoli di questo e la scarsa presenza di politici al Gay pride di Roma mi sembra un segnale positivo». Ottaviano Del Turco - presidente dell’Abruzzo, anche lui Rosa nel pugno ma sponda Sdi - sottoscrive: «Non voglio fare gerarchie ma mi sembra chiaro che al centro degli interessi nazionali ci sono altre cose: il lavoro, le pensioni, il precariato giovanile. E poi basta con questa idea di fare ogni volta la conta di chi viene: grazie al cielo il tema dei diritti per i gay è stato digerito dalla maggioranza degli italiani. Ma ci vuole calma, altrimenti si rischia di irrigidire la discussione e allontanare il risultato invece di avvicinarlo». Ci vuole calma, sostiene Del Turco. Ma qual è il confine, nel sottile linguaggio della politica, fra la calma e il disimpegno? «Spero di non soffrire di ottimismo ma questo pericolo non lo vedo», dice Vladimir Luxuria, deputato di Rifondazione che al gay pride di Roma c’era e che per la scarsa partecipazione di politici al corteo ha la spiegazione pronta: «A Torino c’erano Ferrero e la Pollastrini, non è che possono venire in massa ogni volta». «È vero - ribatte sconsolato Capezzone - ma anche a Torino le presenza dei politici, pur importanti, si contavano sulle dita di una mano». Per le vie della Capitale c’erano gli assessori di Comune, Provincia e Regione, ma non hanno sfilato né Veltroni, né Gasbarra, né Marrazzo. Un po’ a sorpresa, invece, c’era Gianni Cuperlo, potente responsabile comunicazione dei Ds, neo deputato e mente della campagna elettorale del botteghino. Un riconoscimento per il sostegno che in quei giorni è stato decisivo. Nemmeno lui vede rischi di disimpegno ma ribadisce che sulle coppie di fatto non tocca al governo fare il primo passo: «Mi auguro - spiega - che il Parlamento faccia la sua parte e si abbia una discussione serena».
Ottimismo d'ordinanza per chi lavora da anni nella comunicazione. Ma che non convince il suo compagno di partito e leader storico dell’Arcigay Franco Grillini: «Il rischio che la sinistra tiri i remi in barca c’è eccome. Finora su tutti i temi eticamente rilevanti, dalla fecondazione assistita al testamento biologico passando per i Pacs, si è fatto fatica a trovare una mediazione e il punto di arrivo è stato sempre no, no e no. Allora, se hanno ragione sempre Bobba e Binetti, dove è finita la politica di rinnovamento che abbiamo promesso al Paese?». Da bolognese, Grillini parla anche del corteo antiproibizionista che preoccupa Cofferati: «Sì è vero, lui ha fatto delle legalità l’icona dell’amministrazione ma stavolta ha ragione: il punto è che nel corteo non si può fare spaccio libero di droga. Si limitino agli slogan. Pure noi ai gay pride mica facciamo quelle robe lì».
Lorenzo Salvia
"La Stampa", 25/06/06, pag. 41 (cronaca di Torino)
L’ARCIVESCOVO ALLA MESSA DEL PATRONO/POLETTO PRECISA LA SUA POSIZIONE
«Una città è davvero laica se rispetta i valori cattolici»
Maria Teresa Martinengo
«San Giovanni è un momento propizio per ribadire che come cattolici ci sta a cuore il valore di una sana laicità dello Stato e della Città». E’ un nuovo capitolo di un ragionamento che ha al centro la presenza e l’azione dei cattolici nella società, in quella torinese in particolare, il rispetto dei ruoli e delle sensibilità, quello che ieri il cardinale Poletto ha proposto alle autorità e ai fedeli radunati in Duomo nella festa del patrono.
«I cristiani - ha detto l’arcivescovo - devono, con la loro presenza e la loro testimonianza, essere come il lievito nella pasta, che nel silenzio, ma con efficacia, la fa fermentare tutta. Questo non è il tempo delle crociate, dei muri contro muri. Sia a livello locale, che nazionale e internazionale, senza un pacato confronto di idee portato avanti col dialogo... non si va da nessuna parte». Così, se al termine della processione della Consolata - la partecipatissima sfilata del Pride era storia di appena 72 ore prima - l’arcivescovo aveva richiamato migliaia di fedeli su una «Torino troppo spesso e ingiustamente definita laica», ieri, di fronte a Chiamparino, Castellani, Picchioni, al presidente del Consiglio regionale Gariglio, al prefetto, al questore, ha approfondito e precisato che «Lo Stato è e deve essere laico. Ce lo ha ricordato lo stesso Gesù quando affermò che bisogna “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Va però ricordato che la laicità dello Stato e della Città non può essere confusa con quel laicismo che vorrebbe fare della religione un fatto esclusivamente privato, che pensa che la fede renda i credenti meno ragionevoli di altri uomini, che ritiene che la fede sia per natura retrograda e contraria al reale progresso...». Uno Stato e una Città sono davvero laici «quando sono in grado, e lo dimostrano nei fatti con comportamenti concreti, di rispettare le convinzioni religiose dei loro cittadini».
In sacrestia, conversando con i giornalisti dopo la celebrazione, puntualizzerà che la riflessione sul «rispetto» non è stata stimolata dal Pride, non solo («Come si fa a dire che non sia stato un corteo “contro”? Una quantità di slogan erano contro Ruini e il Vaticano. Ma non volevo intendere questo. Le idee per l’omelia di San Giovanni comincio a raccoglierle mesi prima...»). Poletto aveva in mente episodi come le scritte contro il clero e il Papa sulla chiesa del Carmine durante una manifestazione dei centri sociali. E non solo. «Anche nelle leggi che si fanno c’è il segno del rispetto».
Valori evangelici come risorsa per tutti, dunque. «È proprio sulla base di una tale visione di laicità che, come cristiani, ci impegnamo, non solo a lavorare nei modi più svariati per il bene della Città, ma anche ad intervenire nel dibattito pubblico, laddove si dialoga sulle grandi questioni su cui la Città e lo Stato si trovano a decidere per l’oggi e per il futuro della società e dell’umanità». Ancora: «Desidero sottolineare con gratitudine quei cristiani che, in virtù della loro fede, si impegnano per il bene di Torino: nella politica, nel lavoro, nel volontariato o in quei settori in cui non sono sufficienti le strutture civili, per il semplice motivo che, proprio per il vero progresso della città, ci sarà sempre bisogno di un supplemento d’attenzione d’amore alle persone, frutto della virtù della carità».
Ma l’eco delle polemiche affermazioni del cardinale, nei giorni scorsi, si è potuto cogliere ancora in uno dei passaggi conclusivi dell’omelia, intitolato «La Chiesa non impone ma propone». Qui Poletto ha puntato il dito contro i mezzi d’informazione. «Gli interventi del Papa, dei vescovi, o anche del vostro arcivescovo a difesa di alcuni valori, secondo il progetto di Dio sull’umanità rivelatoci da Gesù... non devono mai essere interpretati e rilanciati sui vari mezzi della comunicazione come attacchi, condanne o scomuniche contro qualcuno. Le nostre parole vogliono riflettere l’atteggiamento di Gesù, il buon Pastore, il quale talvolta si esprimeva in termini forti, ma rispettando in ogni circostanza la libera scelta delle persone. La mia parola, come tutti gli interventi del magistero della Chiesa, non ha mai intento polemico o distruttivo e non nasce mai da alcun genere si risentimento. È una parola che ha un’unica ambizione: essere fedele a Cristo e al suo Vangelo. E la forza del Vangelo sta proprio nel suo offrirsi e mai imporsi».
(La politica del bastone e della carota ... in salsa clericale!)
"La Repubblica", DOMENICA, 25 GIUGNO 2006
Pagina XI - Torino
Dopo lo scontro sul Gay Pride l´arcivescovo volta pagina parlando di dialogo e rispetto reciproco. E il sindaco apprezza
GIANDUJA IN DUOMO
Poletto: "Basta con le crociate"
Il cardinale: tra chiesa e città è il tempo del confronto
la parata omosessuale: Non voglio riaprire la discussione, ho già detto quello che avevo da dire Non è stata una sfilata a favore dei diritti perché si sono sentiti molti slogan contro il Vaticano
la laicità: Uno Stato e una società sono realmente laici quando sono in grado, e lo dimostrano con fatti concreti, di rispettare le convinzioni religiose dei loro cittadini
PAOLO GRISERI
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La chiesa cattolica non promuove crociate, non vuole imporre il suo punto di vista alla città, chiede semplicemente di essere rispettata e non posta in secondo piano. Nel giorno di San Giovanni Severino Poletto risponde così a quanti si attendevano dal suo messaggio a Torino una ripresa delle polemiche recenti sul Gay Pride. Al termine della messa in Duomo il cardinale rifiuta anzi di tornare sull´argomento: «Oggi è la festa del patrono della città. Non intendo riaprire la discussione sul Gay Pride. Quel che avevo da dire l´ho già detto. Non è vero che si è trattato di una sfilata a favore dei diritti perché si sono sentiti molti slogan contro la chiesa».
Il cardinale intende dunque voltare pagina. E lo fa con una riflessione sulla laicità. Offre «leale collaborazione» alla città «nel profondo rispetto della laicità dello Stato». E cita il famoso passo del Vangelo in cui Gesù distingue tra istituzioni civili e religiose: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Un passaggio importante perché in quella circostanza Gesù evitò di benedire la rivolta fiscale degli Ebrei contro gli occupanti Romani. Per Poletto la laicità è rispetto delle convinzioni di tutti ed è la condizione, la premessa indispensabile, che autorizza i cattolici «a intervenire nel dibattito pubblico, laddove si dialoga sulle grandi questioni su cui la città e lo Stato si trovano a decidere per il futuro della società e dell´umanità». Insomma, un patto: la chiesa torinese rispetta il principio del pluralismo culturale della società e chiede in cambio di non ridurre la fede cattolica a un fatto privato senza diritto di intervento nella discussione pubblica.
Il secondo passaggio dell´omelia di Poletto riguarda i contenuti dell´intervento dei cattolici. Contenuti che spesso sono parsi di pura difesa della morale tradizionale e di condanna per chi non si ritrova o non può mettere in pratica i precetti di quella morale. Una chiesa che giudica più che comprendere. Anche su questo punto il cardinale precisa e rettifica: «Questo - dice dal pulpito - non è il tempo delle crociate, del muro contro muro». Piuttosto è il tempo «di un pacato confronto di idee portato avanti con il dialogo che sappia supportare le ragioni degli uni e degli altri per trovare le soluzioni migliori per il bene comune».
C´è in questo passaggio l´avvertenza di un duplice rischio: quello di una chiesa torinese arroccata nella sua torre d´avorio, incapace di contaminarsi e di contaminare il resto della società; e quello, conseguente, di un messaggio cattolico vissuto come semplice elenco di tabù e prescrizioni. L´affollarsi di decine di migliaia di torinesi al passaggio del corteo del Gay Pride è stato un campanello d´allarme, la dimostrazione che il tabù aveva perso effetto, sopraffatto dalla curiosità e dalla solidarietà umana. Così il cardinale riprende un passaggio della prima enciclica di papa Ratzinger per ricordare come sia «impossibile che Dio, un padre che ci ama in modo infinito e personale, ci proponga scelte e comportamenti che siano di ostacolo alla nostra felicità».
Non una chiesa che vieta e impone ma una chiesa che comprende e propone. E dunque una chiesa che per questo chiede rispetto: «Uno Stato e una città sono realmente laici quando sono in grado, e lo dimostrano con i fatti concreti, di rispettare le convinzioni religiose dei loro cittadini». Si ritrova qui la contraddizione in cui è costretta a muoversi la chiesa, anche quella torinese: rimanere fedele a «un Dio geloso», quel Dio che pretende di essere il metro di tutte le scelte pubbliche e private dei credenti, e accettare contemporaneamente il dialogo con una società che, in gran parte, quel Dio non riconosce.
All´uscita il sindaco apprezza l´omelia del cardinale: «Mi è parso molto opportuno - dice Chiamparino - il richiamo alla laicità, l´atteggiamento di chi rispetta le idee di tutti e propone un dialogo». «La laicità - aggiunge il capogruppo della Margherita in Regione, Stefano Lepri, citando Bobbio - è il luogo neutro in cui si confrontano i valori». A conclusione della messa il cardinale accoglie l´invito del sindaco a partecipare, in serata, al tradizionale spettacolo di fuochi d´artificio in piazza Vittorio.
http://www.worldpride.net/index.php?id=673
segnalato da http://www.radicalparty.org/welcome_it.html
..allora niente foto pezzana cucco pannella... gay pride 2006 ... :!:
"La Stampa", 23/06/06, pag. 41 (cronaca di torino)
GLI ORGANIZZATORI DEL PRIDE RISPONDONO ALL’ARCIVESCOVO
«Offendere e condannare allontana dalla Chiesa»
«Abbiamo appreso dai giornali le parole del cardinale Poletto. Pur non nominandoci mai - scrivono i portavoce del Pride Christian Ballarin, Elio Bresso e Roberta Padovano - era chiaro a chi facesse riferimento parlando di “sfilate discutibili” che “umiliano la città”. Premettendo che non vorremmo fosse dato all’episodio più importanza di quella che ha, ci sembra doveroso fare alcune considerazioni. L’enorme successo ottenuto sabato (eravamo oltre 100 mila!) commenta da sé la distanza tra il mondo reale e quello auspicato dalla Chiesa. Le parole del Cardinale offendono, non solo noi organizzatori e le rappresentanze politiche che l’hanno sostenuto, ma ogni persona che, con la propria presenza, ha dimostrato che questa società è molto più democratica e aperta di quella che ci vorrebbero imporre. E ricordiamo che sabato per le vie di Torino c’erano persone di ogni tipo: bambini, anziani, studenti, migranti, politici, famiglie, associazioni. In giacca e cravatta, in costume da bagno, in divisa, in incognito... Questa è la città che esiste e che non si sente umiliata: la Torino orgogliosa delle proprie differenze. Quand’è che la Chiesa si renderà conto del fatto che proibire, condannare, giudicare, offendere costantemente, non faccia altro che allontanare le persone, là dove la religione dovrebbe essere un approdo? Questa società sarebbe l’eclissi di Dio? Il Medioevo è finito da un pezzo. La paura, per fortuna, ha lasciato spazio alla consapevolezza che anche l’eclissi è un evento naturale».
MARCO REVELLI: NON ESISTE UNA TERRA «NON LAICA»
DELL’AMPIO discorso tenuto dal Cardinal Poletto al termine della processione della Consolata, due frasi mi hanno colpito e - non lo nascondo - provocato un senso di disagio. Quella in cui si riferisce alla «nostra amata città, troppo spesso e ingiustamente definita laica». E quella in cui lamenta che il gay pride avrebbe «umiliato la nostra città». Sinceramente mi riesce difficile capire in che cosa la città - non singoli cittadini, o gruppi di essi, ma «la città» - sarebbe stata «umiliata». E ancor più mi turba il dinego - così perentorio, e altero - di considerare «laica» Torino.
Se il termine «laico» è l'opposto di «confessionale», non dovrebbe essere ogni città considerata laica? Cioè «neutralizzata» dal punto di vista della fede? Non dovremmo - credenti e non credenti - rifiutare la qualificazione di un territorio sulla base del credo di chi lo abita? La città è uno spazio a cui devono poter accedere e in cui devono poter convivere tutti, quale che sia la fede che hanno o non hanno, quale che sia il dio che pregano o non pregano. Le città «sacre» sono poche nel mondo, si contano sulle dita di una mano - la Mecca, Benares, la Città del Vaticano… E le «terre sante», si sa, sono pericolose. Sollecitano più o meno dichiarate tentazioni di fondamentalismo. O d’integralismo. Gli atteggiamenti «proprietari» in termini di fede, se riferiti ai territori, non ne favoriscono né la civile convivenza né la serenità.
Se invece il Cardinale, anziché agli atteggiamenti interiori dei cittadini, intendeva riferirsi alle «culture», e rivendicare la presenza a Torino anche di una cultura cattolica di alto profilo, ne ha tutti i diritti. Ma non può d’altra parte dimenticare che questa città è stata, nel corso del Novecento, la culla di una cultura razionalista, democratica e illuministica - in una parola di una «cultura laica» - di grande prestigio e d'indubbio valore, che non può essere liquidata come indebita ingerenza.
VITTORIO MESSORI: LA ZELANTE DEVOZIONE SUBALPINA
MODENESE di nascita ma portato bambino sotto la Mole, Vittorio Messori ha vissuto 32 anni nella nostra citta. In «Il mistero di Torino», scritto con Aldo Cazzullo per Mondadori, ha fatto i conti con questa che, sin dal sottotitolo, definisce «una Capitale incompresa».
«Incompresa» dice Messori «anche nella logore definizioni: calvinista, giansenista, ma pure comunista o, almeno, laicista». Dunque, è d'accordo con il cardinale Poletto che, nel suo discorso durante la processione della Consolata, ha parlato di «questa città spesso e ingiustamente definita laica?». Lo scrittore non ha esitazioni: «Monsignor Poletto ha ragione, se guardiamo alla storia di una Torino che si è sempre distinta nella difesa dell‘ortodossia cattolica. Basti guardare all‘accanimento con cui furono contrastati quei protestanti domestici che erano i valdesi. E la devozione subalpina (si pensi alle chiese barocche) fu definita da Piovene addirittura “spagnolesca”. Altro che giansenismo o calvinismo! In realtà questa città fu, sino al Vaticano II, uno dei baluardi della Controriforma. Come stemma, accanto al toro, dovrebbe avere l‘emblema della Compagnia di Gesù che l‘ha marchiata per sempre. “Falsi e cortesi“ erano detti gli Ignaziani e i loro discepoli più zelanti: tra questi, i torinesi...».
Ma neanche «rossa» o «laica»? «Dal 1951 sino al 1975 Torino votò sempre amministrazioni comunali e provinciali di centro destra, con la Dc come partito egemone. Alla Fiat, gli iscritti al sindacato furono sempre una minoranza e i comunisti una minoranza della minoranza. Quanto al laicismo, ho studiato con i suoi corifei, laureandomi con Galante Garrone, Bobbio, Firpo. Seppure con affetto per quei maestri, lo dico per esperienza personale: solo una élite, anche qui, poco rappresentativa dell‘anima di una città che tra Otto e Novecento ha dato 52 tra santi e beati alla Chiesa. Un record mondiale».
"La Stampa", 23/06/06, pag. 41 (cronaca di Torino)
La città di DIO?
Maria Teresa Martinengo
Chiesa «mamma» o «matrigna», Chiesa che cerca di comprendere o che continua a bacchettare le persone omosessuali che cercano di conquistare pari diritti? Ancora: Torino città laica dove i valori cristiani diventano invisibili? Ma che cosa s’intende per «laica»? Sono numerosi gli interrogativi che il discorso del cardinale Severino Poletto al termine della processione della Consolata si porta dietro, con quel reiterato contrapporre processione e Pride, senza mai citarlo apertis verbis. Un discorso che a molti è apparso duro, senza mediazioni. Ma oggi gli interrogativi sono anche più numerosi; oggi che il settimanale diocesano «La Voce del Popolo» esce nelle chiese e nelle librerie cattoliche con una rispettosa, delicata riflessione intitolata «Chiesa, omosessuali: incontrarsi senza orgoglio, senza pregiudizi», firmata da don Valter Danna, direttore dell’Ufficio Famiglia della diocesi. Da una parte il «gemito» del cardinale per l’«esibizionismo, la trasgressione, il turbamento». Dall’altra il prete.
«Pride, segno dei tempi?»
Don Danna si domanda: «Anche un evento come il GayPride 2006 e le sue visibili e colorate manifestazioni possono rientrare tra i "segni dei tempi" da interpretare? Credo proprio di sì, purché nell’ottica della fede annunciata dalla Chiesa che, in questo mondo con le sue variegate e innumerevoli minoranze e con le più silenziose (e talvolta penalizzate) maggioranze, è chiamata a essere segno visibile di unità e di speranza come lo fu Gesù, il buon pastore, che avvicinò tutte le categorie di persone e di emarginati della sua epoca, ridando speranza e gioia di vivere. Non finisce mai di sorprendermi questa libertà dell’uomo Gesù che vince ogni pregiudizio e non si lascia intimorire da taluni "benpensanti". A me pare che i cristiani di oggi debbano riproporre lo stesso stile "anticonformista" e libero. Che non vuol dire mancare di delicatezza verso qualcuno o approvare incondizionatamente manifestazioni qualora offendano la sensibilità religiosa, anche quando tale espressione può essere la reazione comprensibile di molte umiliazioni e discriminazioni subite».
L’intervento, che tocca anche il tema dei divorziati, conclude: «Pur nella chiarezza dei principi cattolici, è doveroso accogliere e ascoltare, ed è terapeutico e liberante ricordare a sé e a questi fratelli che nessuna persona coincide o si identifica con il suo orientamento sessuale, né con i ruoli che esercita...» (in www.diocesi.torino.it).
Le istituzioni e la città laica
E’ lapidaria la presidente della Regione Marcedes Bresso a proposito della Torino «troppo spesso e ingiustamente definita laica». «Il cardinale ha fatto bene a esprimere la sua opinione. C’era tanta gente sabato scorso - dice - e ce n’era tanta l’altra sera. Sono due espressioni della stessa città». Per il sindaco Chiamparino, religiosità e laicità a Torino convivono naturalmente. «E’ anche la storia della sua Chiesa, con santi sociali come il Cottolengo, a far sì che la città contenga profondi elementi cristiani e al tempo stesso laici». Il sindaco aggiunge: «Qui c’è stato un radicamento forte del pensiero illuminista. Ma il fatto che lo stesso popolo partecipi in massa alla processione della Consolata e accolga positivamente il Pride non è in contrapposizione. La storia di Torino è intrisa di cristianità, ma è anche molto volta al sociale. Per questo qui la laicità è cosa seria, da non confondere con il laicismo».
Il presidente della Provincia Antonio Saitta osserva: «La Chiesa non si cura di questioni politiche. Pone problemi etici, poi sta alla politica dare risposte. Che la Chiesa ponga problemi etici non vuole dire vivere in uno stato confessionale o teocratico». Ancora: «Il cardinale ha fatto bene a sottolineare che spesso Torino viene rappresentata come se non avesse la tradizione che ha di cattolicesimo sociale e come se non esistesse pluralismo culturale...». Il consigliere comunale ds Cugusi, a nome di altri, reagisce al discorso dell’arcivescovo con un «sono orgoglioso di aver accolto il Pride a Torino».
Il punto di vista dei parroci
Don Piero Gallo sarebbe andato volentieri al Pride, ma alla fine l’ha ritenuta una scelta inopportuna. Della manifestazione di sabato dice «Ci sono diritti che sottraggono cose agli altri, come le finte pensioni di invalidità. E diritti che non tolgono niente a nessuno. Quelli del Pride non tolgono, affermano principi relativi all’identità, all’inserimento. Gli attacchi al Vaticano mi sembrano secondari. Però, si può non confondere il matrimonio con la tutela delle coppie di fatto attraverso il diritto comune?». La laicità? «E’ bello per i credenti che ci sia uno spazio laico nel quale lavorare tutti. Democrazia, parità dei diritti, uguaglianza tra isessi vengono tutti da una sana laicità».
Monsignor Giovanni Coccolo, parroco di Sant’Agostino, ha ascoltato il tono accorato del cardinale. Lo spiega così: «E’ stata messa troppo in evidenza nei mezzi di comunicazione e nella considerazione delle istituzioni la parte indifferente o laica della città, dimenticandone il versante religioso». Don Matteo Migliore, parroco di San Luca, a Mirafiori: «Il cardinale ha preso pozioni forti, ma ha ricevuto applausi fortissimi quando ha parlato di eventi che “turbano”, di “trasgressione”. L’impressione che ha il cardinale e che hanno molti di noi - parecchi preti, per questo, non hanno più votato a sinistra - è che qualcuno stia lottando per distruggere i nostri valori. La Rosa nel Pugno in primo luogo. Ce lo dicono certi politici della Margherita che faticano a tener vivi i nostri principi». Poi, don Matteo, sorride: «Nessuno di noi è giovane. E le manifestazioni non ci piacciono».
Gay Pride Roma, Frezzato: successo Gay Pride, ma la battaglia per i diritti omosessuali è appena iniziata
23 giugno 2006
• Dichiarazione di Alessandro Frezzato, Consigliere generale Ass. Luca Coscioni e Membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani
La storica manifestazione non violenta del movimento gay, lesbiche, transessuali e transgender, che si è celebrata sabato 17 giugno a Torino, ha avuto un buon successo (forse inatteso) per via di due aspetti importanti e rappresentativi.
Il primo rappresentato dal fatto che hanno aderito e sfilato al Pride personalità istitutizionali di prestigio come i Ministri per le Pari Opportunità e le Solidarietà Sociali, “Barbara Pollastrini” e “Paolo Ferrero”, il Presidente della Giunta Regionale del Piemonte “Mercedes Bresso”, oltre ovviamente ai dirigenti e ai militanti della Rosa nel Pugno e dei Radicali - che nel 1971 furono l’unico partito in Italia a federarsi alla prima associazione degli omosessuali (il Fuori), fondata proprio a Torino dall’ex esponente radicale Angelo Pezzana.
Il secondo attinente, invece, al numero dei partecipanti stimato in circa 50 mila persone.
La Pollastrini ha aderito alla significativa e teatrale manifestazione con una promessa molto chiara, il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto (omosessuali e non) - che noi ci auguriamo fortemente non resti solo una chimera.
Come ci aspettavamo non sono mancate le contro - manifestazioni, come quella capitanata dal neo- nazista “Roberto Fiore” di Forza Nuova, e le ormai scontate dichiarazioni dei soliti leader di partito della cosiddetta Cdl, tra cui i più “fondamentalisti” Buttiglione e Calderoli.
L’ex Ministro per i Beni Culturali ha affermato infatti che la manifestazione ha messo in discussione i valori della famiglia tradizionale; Ronchi - Porta voce di “An” - si è esposto sulla stessa linea; il leghista Calderoli ha invece addirittura detto che: “I manifestanti sono malati non solo di protagonismo”.
Come radicale e libertario ritengo che sia ora che queste persone la finiscano con i soliti pregiudizi insopportabili nei confronti delle diversità (in questo caso affettive e sessuali) e con l’alibi della difesa della famiglia, quando spesso sono proprio loro i primi a non rispettarla, perchè magari tradiscono la propria moglie o il proprio marito, o peggio!
(Agenzia Radicale- citare la fonte)
Gabbare il regime in punta di Penna.
Un inedito del poeta omosessuale che mantenne nei confronti della burocrazia fascista un rapporto all’insegna dell’ambiguità.
• da La Stampa.it del 23 giugno 2006
di Mirella Serri
«Le tue poesie sono belle però temo che quella dell'acre pisciatoio non possa incontrare il favore della censura». Il lirico alle prime armi a cui Eugenio Montale si rivolge, nel 1935, è Sandro Penna. Il poeta degli Ossi di seppia mette in guardia il geniale scrittore di Perugia, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita, poiché quell'«acre» sapore del suo verso può incorrere nelle forbici del regime fascista. La non rosea previsione montaliana è destinata dopo qualche tempo ad avverarsi. «Caro Pavolini, nell'ultimo numero di Maestrale trovo queste due poesie di Penna. Di lui si occupò gustosamente Marcaurelio per altra poesia che aveva per protagonista - scusa - una pisciata contro il muro. Oggi vedo che un'altra pisciata e poi qualche cosa di peggio… animano… il giovane poeta». Il deputato Ezio Maria Gray, irritato da quei testi di Penna che ostentano «esibizionismo da orinatoi», arriccia il naso di benpensante in camicia nera. E chiede l'intervento del ministro Alessandro Pavolini per mettere il bavaglio a questo sconcio poeta. Questi documenti d'archivio sono stati ritrovati di recente e pubblicati sull'ultimo numero di Strumenti critici dallo storico Giovanni Sedita, nel saggio Sandro Penna e il regime. Ed è questo l'anno del grande Piumino, come lo chiamava affettuosamente Montale, del poeta che con i suoi versi, in cui declama la sua «brama» per adolescenti e ragazzi, ha rivoluzionato il codice della passione amorosa. Si ripubblica inoltre, del biografo Elio Pecora, Sandro Penna: una cheta follia (Frassinelli) e per l'autunno si annuncia l'uscita dell'autobiografia a cura sempre di Pecora. Ancora tutta da esplorare invece, come fa Sedita, la presenza di Penna in epoca fascista. Una presenza ambigua, poiché il letterato fu disprezzato e attaccato ma anche riverito e protetto dagli uomini con fez e gagliardetto. Lo scrittore, scomparso nel 1977, per tutta la vita scandaloso clochard, amante degli anfratti e degli orinatoi, con le sue «pisciate» poetiche, con le sue poesie intrise di umori corporali, di esibizionismo, di rapporti proibiti con giovani e ardenti marinai, garzoni, operai, fu capace di mettere in gran subbuglio non solo la letteratura ma anche la politica italiana degli anni della dittatura. Irrequieto, instabile, sempre in cerca di nuove avventure (Sono tornato a desiderare. A desiderar tutto: molto spesso anche qualcosa di carne», come dice nell’inedito qui a fianco) l'artista non riuscì a mantenere nemmeno il lavoro di commesso in libreria, e viveva così alla giornata: abitava con la madre avendo come fulcro della sua esistenza la scrittura e gli incontri notturni.
Negli anni neri era stato colto più volte in flagrante dalla polizia fascista. Come racconta lui stesso, però, c'era una bella differenza tra i proclami sbandierati dal regime viriloide, che ostentava i bicipiti, e la pratica quotidiana: i questurini che lo sorprendevano per strada mentre «baciavo un ragazzo» spesso erano tolleranti e anche clementi. Non intervenivano se non con qualche pacca sulle spalle, non portavano gli sventurati in gattabuia ma anzi raccomandavano di starsene buoni e di andarsene a casa. «Non fatevi trovare in quello stato», suggerivano con fare paterno. Analogo comportamento lo ebbero i gerarchi di Mussolini. Sebbene indignati a parole, di fatto con Penna si mostrarono alquanto benevoli.
Penna, seguendo in un primo momento i suggerimenti di Montale nella pubblicazione delle sue poesie, si era autocensurato. Ma sentendosi troppo «avvilito» aveva rimediato, era uscito allo scoperto, facendo apparire i suoi testi scabrosi sulla rivista Maestrale e incorrendo nelle ire di Grey. Ciononostante, tramite un giro di raccomandazioni, inizia un fitto carteggio proprio con i suoi persecutori-censori, tra cui lo stesso Pavolini. «Grazie, Eccellenza, per la nuova Vostra immeritata regalia», scriveva nel 1940. Pur essendo finito nelle maglie di quelle forbici di cui non capiva le ragioni, il «diffidato» poeta cominciò a godere dei benefici della dittatura. Dopo che si fu iscritto al sindacato scrittori riuscì a entrare nel folto gruppo degli artisti benemeriti del regime. E a chiedere e ottenere emolumenti. Ogni tre mesi rinnovava la sua richiesta di quattrini. A volte però debordando e non riuscendo a mantenersi nei limiti stabiliti: «Cara Eccellenza, non riesco questa volta nemmeno a mantenere quella distanza di tre mesi che altre volte ho saputo mettere fra l'una e l'altra domanda». Finendo per percepire, in circa due anni, 8 mila lire. In questo periodo lo scrittore affina anche la sua tecnica poetica. Affina quelle caratteristiche della sua scrittura che ne faranno un lirico, come è stato scritto, «intelligente e primitivo», perfido e innocente. Lo scrittore continuerà infatti a gabbare il regime, a ricevere sovvenzioni e anche a scrivere versi audaci. Non abbandonando l'argomento principe delle sue poesie, ovvero l'amore più «colpevole», farà dell'ironia e si farà beffe delle costrizioni ministeriali e della burocrazia di Mussolini. «Alla pregiata vostra… e il ticchettio/ delle macchine sotto curve spalle./ Alla finestra ronza col silenzio,/ tutto di sole, il cerchio d'un fanciullo».
"La Repubblica", MERCOLEDÌ, 21 GIUGNO 2006
Pagina VII - Torino
Senza mai citare esplicitamente l´happening omosex di sabato, il cardinale prende posizione nell´omelia per la Consolata
Poletto "sconfessa" il Gay Pride
"I cattolici vanno in processione e non sfilano contro gli altri"
PAOLO GRISERI
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Non li cita mai esplicitamente. Il saluto del cardinale Poletto al termine della processione della Consolata non fa un riferimento esplicito al Pride di sabato scorso. Ma i partecipanti alla sfilata di gay e lesbiche dovevano essere ben presenti all´arcivescovo quando dice dal pulpito che «una processione religiosa non è una sfilata, ma un pellegrinaggio. Non è mai contro qualcuno ma a favore di tutti. Non la si fa per rivendicare qualcosa, non è mai esibizionismo e tantomeno trasgressione, non intende imporre nulla ad alcuno». Poletto aggiunge che «la Torino cattolica non vuole essere contro qualcuno» e ha lanciato il suo grido, «anzi un gemito: questa città, così ricca di santi non si merita di essere umiliata nei tesori più preziosi della sua tradizione di fede».
Il saluto in occasione della festa della Consolata era atteso perché era la prima occasione per il cardinale di commentare il grande successo di pubblico del Pride nazionale di Torino. L´assenza di un riferimento esplicito alla manifestazione di sabato va letto come il tentativo di evitare il muro contro muro dopo le polemiche dei mesi scorsi. Ma Poletto non ha rinunciato a lasciar trasparire il suo pensiero. Il paragone tra la sfilata del Gay Pride e la processione della Consolata non è casuale. Tempo fa, quando iniziavano a fiorire le polemiche sul corteo degli omosessuali, la Presidente del Piemonte, Mercedes Bresso, aveva dichiarato in un´intervista: «Non vedo perché si dovrebbe vietare la sfilata. Ognuno sfila rendendo pubblici i suoi valori. C´è chi fa le processioni e chi organizza i cortei». Paragone che aveva irritato non poco i vertici della Curia torinese. Così ieri Poletto ha ripreso il tema. Sconsolato il commento di Enzo Cucco, uno degli organizzatori del Pride che aveva chiuso la manifestazione invitando il cardinale a esprimersi. Cucco inizia ironico: «Non ho capito se il cardinale ce l´aveva con noi o con la sfilata delle Vespe nelle vie del centro». Poi si fa serio: «Un paragone tra la nostra sfilata e una processione è un paragone contro natura. E siamo stufi di essere dipinti come persone che sfilano contro qualcuno. Noi sfiliamo per i diritti di tutti».
GAY PRIDE/SINTESI CONFERENZA STAMPA TENUTA NELLA SEDE DELLA FONDAZIONE SANDRO PENNA (Torino, 17 giugno 2006, ore 15)
Enzo Cucco (coordinatore Torino Pride 2006) introduce:
“La Fondazione Sandro Penna è l’erede del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), nato nel 1971 e scioltosi nel 1981. Non è qui con noi Marco Pannella perché ha perso l’aereo; Marco terrà più tardi una conferenza stampa con Angelo Pezzana. Abbiamo voluto comunque tenere questa conferenza stampa, come momento non di commemorazione ma di riflessione pubblica.
Formalmente il FUORI si è federato al Partito Radicale nel 1974; nel 1976 esponenti del FUORI parteciparono alle elezioni politiche nelle liste radicali (Angelo Pezzana lavorò nel gruppo parlamentare radicale per vari anni come subentrante; poi lasciò il posto da deputato a Roberto Cicciomessere, ndr). Ma al di là delle scelte formali, fin dalla nascità del FUORI vi fu sempre un rapporto personale molto stretto fra Pannella e Pezzana.
Ricordo fra i momenti più significativi di quel connubio il congresso radicale straordinario di Torino del 1972, quando fu decisa la rifondazione del PR (dopo che erano stati raccolti 1.000 iscritti; se non si fosse raggiunta la quota di mille, il PR si sarebbe sciolto! Ndr).
Fin d’allora, la scelta del FUORI fu chiara: il PR è la nostra casa, compagni della sinistra replicate la nostra esperienza all’interno dei vostri partiti!
Oggi è sotto gli occhi di tutti che quasi tutti i partiti, non solo di sinistra, hanno una “sezione gay”.
Ma è una storia che continua, che non è finita; basti pensare che al congresso del FUORI del 1980 vi furono terribili discussioni su una questione del tutto attuale: bisogna battersi per il matrimonio gay o per le unioni civili?
E del tutto attuale è la dimensione internazionale che il FUORI volle dare alle sue iniziative:
1) nel 1977, Angelo Pezzana manifesta a Mosca contro l’incarcerazione del regista russo omosessuale Parajanov e contro l’articolo del codice penale russo che prevede il reato di omosessualità (nel suo libro autobiografico “Dentro e fuori”, Angelo Pezzana ricorda che, vistosi pedinato dal KGB, decise di manifestare nell’unico modo possibile: strappò le lenzuola del suo letto in albergo, vi scrisse sopra degli slogans e le appese alla finestra,ndr): espulso dal Paese;
2) nel 1979, Enzo Francone (allora segretario del Partito radicale del Piemonte) manifesta in Iran alcune settimane dopo la presa del potere di Khomeini, per protestare contro la repressione dei diritti civili: espulso dal Paese;
3) nel 1980, di nuovo Enzo Francone è a Mosca, durante le Olimpiadi, per protestare contro la perdurante repressione degli omosessuali: espulso dal Paese.
Ciò detto, ripeto che non siamo reduci ma ancora tutti in servizio permanente effettivo; io sono anche un militante della Rosa nel Pugno. Dovendo fare i conti con un contesto che un mio amico ha felicemente sintetizzato così: “La destra fa finta che i gay non esistono; la sinistra fa finta che i gay esistono!”.
Daniele Capezzone (deputato Rosa nel Pugno, segretario di Radicali Italiani):
“Vorremmo occuparci d’altro ma purtroppo questo è un Paese arretrato; sulle unioni civili è il fanalino di coda in Europa, assieme ad Irlanda e Grecia.”
Marco Cappato (europarlamentare radicale):
“Quanto costano questi 25 anni che abbiamo perso nel campo dei diritti civili? I nostri erano e sono obiettivi popolari, non di nicchia; riguardano la vita di tutti. Ricordiamolo: dopo aver vinto sul divorzio e sull’aborto, il regime si è chiuso a riccio e ci ha impedito l’abrogazione tramite referendum del Concordato.
Noi non patteggiamo sui Pacs! Ma qui si sta ancora discutendo se è opportuno o meno andare al Gay Pride!
E rispetto a quanto accade oltre frontiera, alcuni giorni fa abbiamo votato al Parlamento Europeo una risoluzione contro l’omofobia che sta dilagando all’Est. A Mosca il Patriarca ortodosso benedice i naziskin che si accingono ad impedire il Gay Pride; brutte notizie anche in Polonia e in Romania.
All’ONU, l’ILGA (International League Gay Association) riesce a parlare solamente grazie al Partito Radicale transnazionale; altrimenti, le sarebbe impedito da quei Paesi per cui vale l’equivalenza gay=pedofilo.
Bruno Mellano (deputato Rosa nel Pugno):
“E’ vero che le sedi radicali hanno ospitato i gay ma è stato vero anche il contrario, quando i radicali piemontesi non potevano permettersi una sede. Mi piace qui ricordare un compagno che non c’è più, Bruno Di Donato; e anche Adelaide Aglietta. E ricordo anche “Informagay”, che nacque nei primi anni ’90 su impulso di Enzo Cucco, prima consigliere regionale radicale e poi assessore regionale alla Sanità. Oggi è la festa di un Paese intero che vuole essere diverso, ripetendo le belle parole di Sandro Penna: “Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune”.
(“Perfino i rossi chiedono il carcere per i diversi”?! Compagni del Manifesto, quel “perfino” è di troppo: dimenticate Cuba? Dimenticate la Cina?
E in Italia, non dobbiamo andare indietro al fascismo … Sempre ieri, su “Liberazione”, era ricordato il trentennale del Festival “alternativo” del Parco Lambro:
“… Infine ci sono le cazzate, vale a dire, regolamenti di conti interni ai servizi d’ordine e ai militanti delle varie organizzazioni con qualche pestaggio sparso e la distruzione totale dello stand del “Fuori”, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, per la prima volta presente e non senza discussioni alla Festa…”.)
“Il Manifesto”, 18/06/06, pag. 5
“CONTRO DI NOI FASCISTI E COMUNISTI”
A Mosca discriminazioni da destra e da sinistra
Parla Nikolai Alekseev, attivista in Russia. Dove perfino i “rossi” chiedono il carcere per i “diversi”.
Gianni Rossi Barilli
Torino
Nikolai Alekseev ha 28 anni, la grinta e l’entusiasmo del vero leader. E’ il coordinatore del sito Gay Russia.ru e ha organizzato alla fine di maggio, insieme a un piccolo gruppo di altri militanti, il primo pride glbt della storia russa, che si è potuto svolgere solo a metà perchè la marcia nel centro di Mosca è stata vietata dalle autorità e fisicamente impedita dagli estremisti nazionalisti e ultrareligiosi accorsi in massa per contromanifestare. Alekseev è venuto in questi giorni in Italia per partecipare al pride di Torino, nel cui ambito è stato presentato un video realizzato da due studenti torinesi sul pride moscovita di quest’anno.
Che bilancio fai dell’esperienza del pride a Mosca?
Molto positivo. Avevamo programmato l’evento con grande anticipo, annunciandolo già dallo scorso luglio. Prevedevamo la marcia, una conferenza internazionale sui diritti umani per la giornata mondiale per la lotta contro l’omofobia e un concerto del cantante francese Desireless in un locale. Alla fine l’unica cosa che non siamo riusciti a realizzare è il concerto. I proprietari del locale ci hanno ripensato all’ultimo momento.
Anche la marcia per le strade di Mosca, però, non si è potuta veramente svolgere…
Era stata vietata dal sindaco. Ma noi siamo scesi in piazza lo stesso. Il vero problema è che ci siamo ritrovati in mezzo a ogni genere di estremisti religiosi e fascisti che manifestavano contro di noi. Gente con i ritratti dello zar Nicola II, con le icone e le croci, fascisti e nazionalisti di tutti i tipi. C’erano pure i giovani comunisti russi, ma con noi in compenso c’era una delegazione del partito comunista francese. Del resto i comunisti russi hanno votato perfino per ricriminalizzare l’omosessualità in parlamento…
Comunque credo che possiamo essere molto soddisfatti di quello che siamo riusciti a fare, visto che il corteo era stato dichiarato illegale. Molti di noi sono stati fermati dalla polizia e anch’io sono stato arrestato per cinque ore, anche se non avevo fatto niente. La cosa più sgradevole è che i poliziotti hanno arrestato insieme a noi anche alcuni estremisti e li hanno portati nei vari commissariati mettendoli nelle stesse stanze dove ci trovavamo noi, in modo che potessero continuare a insultarci. Eugenia Debrianskaya, una delle dirigenti del nostro movimento, mi ha raccontato di aver parlato con loro e che il loro solo argomento era dire che i gay stuprano i bambini. Bisogna dire però che hanno organizzato molto bene la contromanifestazione, facendo arrivare gente anche da fuori Mosca. Il revanscismo nazionalista è un pericolo reale e un fenomeno in crescita, anche se io penso che ormai sia vicino al suo massimo. La questione più preoccupante è che il potere politico lo appoggia.
Che programmi avete dopo questa esperienza?
Dobbiamo fare tesoro della lezione imparata quest’anno. Poi speriamo che prima del pride del 2007, che abbiamo tutte le intenzioni di organizzare, caccino il sindaco Luzhkov. A Putin non piace ed è un politico populista molto potente. Non credo che lo vogliano mettere in condizione di poter influire sulle prossime elezioni presidenziali. Per l’anno prossimo vogliamo preparare qualcosa di spettacolare, sperando di avere finalmente l’autorizzazione a manifestare.
Come siete stati trattati dai media russi?
Volevamo attrarre la loro attenzione. E ci siamo riusciti. Nei giorni che hanno preceduto e seguito il pride i media russi hanno parlato dell’omosessualità come mai era successo prima. Molti resoconti giornalistici, inoltre, erano neutri o persino positivi nei nostri confronti. Alcuni in modo sorprendente. Anche in televisione sono andati in onda molti resoconti sul pride e sulla vita gay in Russia. Io sono stato invitato al principale talk show televisivo della Russia, insieme a una deputata ex comunista (oggi indipendente) che era contro il pride.
La società russa è omofobica?
Non so. Secondo i sondaggi sì, ma io penso che la gente non sappia davvero cosa sia un gay pride. E le autorità hanno fatto di tutto perché continuassero a non capire. Comunque, un anno fa le inchieste d’opinione indicavano che la maggioranza dei russi era a favore della ricriminalizzazione dell’omosessualità. Quest’anno, rispondendo alla stessa domanda, la maggioranza si è dichiarata contro. Oggi però, più che di questo, ci si chiede se il pride sia o meno un diritto umano.
Perché le autorità sono così omofobe?
Perché non vogliono cambiare niente e perché hanno bisogno di nemici da additare alla popolazione e alla chiesa ortodossa. Dopo settant’anni di oppressione, hanno capito che possono essere loro a opprimere qualcun altro.
Qual è la forza reale del movimento glbt russo?
Non esiste un grande movimento, così come non esiste una vera e propria comunità gay in Russia. Ci sono locali per omossessuali a Mosca e San Pietroburgo e basta. I proprietari di queste strutture, dopo la decriminalizzazione dell’omosessualità nel 1993, avevano stabilito un tacito accordo con le autorità. Erano liberi di fare i loro affari a patto di non disturbare e di non fare politica per i diritti gay. Noi quest’anno abbiamo rotto questo tacito accordo e cercato di organizzare un evento pubblico in poche decine di persone.
"La Repubblica", SABATO, 17 GIUGNO 2006
Pagina IX - Torino
L´INTERVISTA/1
Lillian Faderman, leader storica delle lesbiche in Usa
"Mettersi in mostra? È giusto e bello"
"Da noi in ateneo non si attuano diversità sessuali"
TIZIANA CATENAZZO
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Minuta, raffinata, cordiale e misurata, nel tono di voce come negli atteggiamenti, l´esponente più autorevole della storia lesbica, Lillian Faderman (classe 1940, docente e direttore del dipartimento di inglese all´Università di Fresno, California; prima donna lesbica ad avere un figlio con l´inseminazione artificiale e, da due mesi, nonna) è arrivata a Torino ieri per intervenire al convegno sull´esistenza lesbica - domani, al teatro Vittoria alle 10.30 - organizzato da Les4Pride Forum Lesbiche per Torino Pride 2006.
Signora Faderman, considera necessario esibire, e a volte ostentare in pubblico, il proprio orientamento sessuale?
«Assolutamente sì. Il Gay Pride è un´occasione per gli omosessuali di mostrarsi e di ‘vivere´ liberamente, senza vergogna. Molti omosessuali devono ancora nascondersi, e vivono una situazione poco sana. La manifestazione negli Stati Uniti è molto diversificata, va a gruppi: ci sono i gruppi religiosi, poi i professionisti e così via… Ognuno ha un proprio stile di vita: c´è chi ostenta modi ribelli, e chi magari è più riservato: dipende dal carattere, e dal proprio vissuto»
Nel suo ateneo ha avuto difficoltà, o subìto dei pregiudizi?
«Anzi, nella mia università, che è pubblica, in molti hanno creduto e credono nell´utilità delle mie ricerche. Il nostro corpo accedemico è all´avanguardia, sofisticato: credo che bocciare tesi di ricerca su questi argomenti sarebbe un vero scandalo».
Qui a Torino il Gay Pride incontra le ‘resistenze´ di molti, anche in ambito universitario. Nonostante, ad esempio, la possibilità di un ‘doppio´ libretto per gli studenti trasgender. Cosa ne pensa?
«Che purtroppo la strada da percorrere è lunga e complicata. Ogni provvedimento, da solo, non basta: bisogna attuarne molti, e vedere che siano reali, concreti, non utili solo a salvaguardare la ‘forma´. All´Università noi abbiamo corsi sulla sessualità (trattata in tutti i suoi aspetti, e da docenti ben preparati, non necessariamente gay!) riconosciuti sul libretto dei crediti come percorso formativo».
Un suggerimento a Torino, città che non s´appassiona ai gay?
«Beh, da noi numerose città e province hanno regolamenti e serie normative antidiscriminatorie. Le occasioni per conoscere e capire gli altri vanno continuamente promosse: la vera conoscenza sta nell´accettare serenamente l´ampiezza e la complessità del mondo».
SABATO, 17 GIUGNO 2006
Pagina IX - Torino
L´INTERVISTA/2
Christian Ballarin racconta la sua difficile "transizione"
"Io, il portavoce ho cambiato sesso"
"Non è facile farsi accettare in quei momenti"
CONCITA MINUTOLA
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Christian Ballarin aveva 18 anni quando ha deciso di cambiare sesso, di diventare un uomo. Adesso ha 28 anni, è il portavoce del Torino Pride e difende i diritti di chi ha fatto la sua stessa scelta. «Avevo già deciso - racconta Christian - ma dovevo capire come farlo perché all´epoca le informazioni erano confuse». All´inizio le cose non sono andate bene perché «sfortunatamente mi sono affidato a una specialista che non era tale e che non mi dava le informazioni giuste», dice. Poi, nel 2000, la decisione di proseguire il percorso di transizione all´ospedale Mauriziano. Con la terapia ormonale iniziano i cambiamenti, e alle difficoltà legate a una scelta così radicale si sono aggiunte le paure, gli imbarazzi. L´aspetto cambia, ma i documenti rimangono sempre gli stessi: «con un aspetto insospettabilmente maschile anche solo se chiedi un libro in biblioteca provi imbarazzo, disagio, e spesso sei anche discriminato. Ovviamente in questo periodo sei in balia di tutto quello che può succedere. Mi sono capitati episodi del tipo che in banca non ti cambiano un assegno». E poi si è chiesto anche come avrebbero reagito i genitori, i vicini: «ti chiedi se magari devi cambiare casa o lavoro, ma non avevo dubbi sulla mia condizione». Dopo aver completato il periodo di transizione e dopo l´intervento, nel 2003 finalmente ottiene una nuova carta d´identità. Non ha mai avuto dubbi sulla sua scelta, ma i pregiudizi lo feriscono ancora: «Spesso le persone immaginano i transessuali come prostitute alte due metri e col parruccone. In realtà questi sono i casi più appariscenti. Ma quanti sono? Le persone non hanno scritto in fronte che sono transessuali e non fanno parte di questo stereotipo». Da volontario del Gruppo transessuali Luna, parla anche delle difficoltà di molti altri che sono stati meno fortunati: «ci sono persone che non trovano un lavoro, che sono costrette a prostituirsi, perché magari la famiglia li sbatte fuori casa». Adesso si occupa di dare supporto, informazioni, accoglienza a transessuali e transgender e chiede maggiori diritti. Una carta d´identità che rispecchi l´aspetto prima dell´intervento, e un aiuto finanziario da parte delle Asl per le cure ormonali. Oggi sfilerà con il carro della Cgil.