La condizione giovanile al tempo della globalizzazione

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"A partire dagli anni ‘80, e con una forte accelerazione nel decennio successivo, i processi di
mutamento economico e sociale che hanno investito le società europee hanno avviato una profonda
trasformazione della condizione giovanile.

Hanno favorito la trasformazione del lavoro, sia nel
contenuto che nella struttura sempre più flessibile, hanno favorito l’allungamento degli studi oltre
l’istruzione obbligatoria per la grandissima parte dei giovani europei; inoltre, incrementando le
opportunità nel lavoro, nel consumo e nel tempo libero hanno favorito modalità di elaborazione
delle identità sociali nelle quali un aspetto rilevante è divenuto il rinvio delle scelte definitive che
caratterizzavano la transizione all’età adulta.

In generale, pur nelle differenze - anche importanti -
tra i diversi paesi europei le ricerche hanno evidenziato che questi mutamenti hanno influenzato la
condizione giovanile favorendo un prolungamento della transizione ai ruoli adulti. (Scabini-Donati
1988; Cavalli - Galland 1993; Buzzi 2002). Tale prolungamento ha progressivamente ridotto
l’importanza sociale dell’età come indicatore dell’appartenenza di un individuo alla condizione di
giovane o di adulto, evidenziando allo stesso tempo una crescente tendenza all’individualizzazione
delle traiettorie di transizione. Un mutamento importante è costituito dalla sempre più evidente
disarticolazione delle diverse soglie che strutturavano il modello della giovinezza come transizione.
L’ordine delle soglie sia della transizione familiare-matrimoniale, che di quella scolasticoprofessionale
è sempre meno standardizzato e socialmente condiviso. Ciò che viene invece sempre
più legittimata è l’idea che ciascun percorso biografico possa svilupparsi in modo individualizzato,
cioè secondo un ordine non standardizzato del superamento delle soglie, ma anche possa ramificarsi
in una pluralità di percorsi che derivano dalla tendenza a considerare reversibili le scelte di vita e
dunque l’oltrepassamento delle soglie. Galland ha sottolineato due dimensioni fondamentali di
questa trasformazione in atto: la prima è relativa al fatto che «tanto sul piano professionale che
familiare le soglie di uscita dall’adolescenza non corrispondono più alle soglie di ingresso nell’età
adulta»5 (Galland 1996, 41).

Ciò appare evidente nelle forme di lavoro flessibile, temporaneo o di
stage, che, mentre permettono l’esperienza lavorativa, non segnano né un ingresso stabile nel
mondo del lavoro, né, di conseguenza, l’acquisizione di un’autonomia economica definitiva dai
genitori, ma finanziano più la dipendenza che l’emancipazione.

La seconda dimensione del
mutamento è data dal fatto che «le soglie professionali non sono più sincrone con le soglie
familiari»6, così che l’avere un lavoro stabile è sempre meno una condizione sufficiente per lasciare
la famiglia dei genitori o iniziare un nuovo lavoro è sempre meno in relazione con il completamento
della formazione
. In altri termini, siamo di fronte ad una trasformazione della struttura della
transizione che definisce «molte modalità di passaggio all’età adulta, dove, in precedenza, si
trovava una sola frontiera omogenea che distingueva chiaramente un prima e un dopo della soglia
della maturità »7 (Galland 1996, 41).
 

La trasformazione della struttura della giovinezza-transizione ha conseguenze importanti sia sul
versante dell’esperienza dell’individuo che su quello della struttura sociale. Dal punto di vista
dell’individuo si registra un’accentuazione delle differenze tra i percorsi biografici dei giovani. Tali
differenze rendono molto più incerta la valutazione dei tempi e dei modi del conseguimento degli
obiettivi della transizione. In questa prospettiva anche il confronto con le traiettorie degli amici -
con i quali spesso si condividono risorse e scarsità sociali - perde di efficacia nel fornire indicazioni
sul futuro personale. L’individuo, dunque, è spinto a considerare il far fronte ai rischi della
transizione come una condizione dei cui esiti è oggi socialmente ritenuto responsabile molto più di
quanto non accadesse in passato. Ora, se il mutamento della struttura moderna della giovinezza è
tale per cui «dovremmo parlare di transizioni, al plurale, poiché non sono né lineari, né monodirezionali,
e sono sempre meno strutturate in modelli»8 (Lagrée 2001, 26), allora dal punto di vista
della struttura sociale l’individualizzazione delle traiettorie non può essere ridotta, come talvolta è
stato fatto dai sociologi postmodernisti, ad una semplice perdita dei condizionamenti della
stratificazione sociale, quasi come se la classe sociale, il genere o il territorio di residenza avessero
perso la loro efficacia. Molti indicatori ci dicono che questi fattori esercitano ancora la loro
influenza sulle traiettorie di transizione. Ciò che viene individualizzato sono, invece l’influenza e
gli effetti che questi fattori esercitano sulla forma della condizione giovanile europea. In altri
termini, ciò che viene meno con l’individualizzazione delle transizioni non sono le diseguaglianze,
ma il carattere omogeneizzante delle diseguaglianze. In questa trasformazione i problemi del
sistema sono trasformati e definiti nei termini di fallimento personale. Nelle forme
detradizionalizzate di vita emerge una nuova mancanza di mediazione tra individuo e società nel
senso che le crisi sociali appaiono nei termini di crisi individuali e il loro carattere sociale può
essere percepito solo in una maniera molto condizionata e mediata
(Beck 2000).

Nell’esperienza
degli individui i condizionamenti delle diseguaglianze strutturali si spostano sullo sfondo e
divengono meno percepibili dalla consapevolezza del singolo
. Ciò non significa che effettivamente
non vi siano condizionamenti, ma l’individualizzazione delle transizioni rende meno comparabili i
percorsi biografici e favorisce l’idea della responsabilità della propria condizione. Così, ad esempio,
perdere il lavoro viene vissuto più come conseguenza di una qualificazione personale inadeguata o
carente che come effetto di condizionamenti di classe, di genere o simili. In termini più generali
l’appartenenza di classe, pur influenzando ancora le vite degli individui, perde la propria funzione
di base per l’azione collettiva e di motore del mutamento sociale (Furlong - Cartmel 1997, 112).
Diviene allora più chiaro il carattere collettivo del processo di individualizzazione delle transizioni:
il prevalere della ricerca individuale di soluzioni ai problemi sociali che investono gli individui è
anche conseguenza di una sorta di “individualizzazione standardizzata”, cioè di una
rappresentazione della società che spinge a considerare le biografie dal punto di vista individuale e
ad agire collettivamente da individui svincolati dai condizionamenti sociali.

Le transizioni, sviluppate attraverso decisioni reversibili e combinazioni di possibilità e rischi nei
diversi contesti di azione sociale giovanile (famiglia di origine, scuola, lavoro giovanile, coppia,
convivenza di coppia o con amici), tendono ad assumere una forma multilineare o reticolare che si
sostituisce progressivamente a quella lineare-evolutiva primo-moderna
. Quest’ultima si
caratterizzava per degli obiettivi chiaramente definiti, mentre nel modello di giovinezza della
seconda modernità il termine della giovinezza si sfuoca, sia nella soglia di età che nell’assunzione
di ruoli adulti come guida per la transizione. A seconda delle risorse psicologiche, culturali ed
economiche di cui dispone, l’individuo può darsi degli obiettivi che lo guidino nella transizione ai
ruoli adulti; in altri casi la transizione potrà essere maggiormente condizionata dalle diseguaglianze,
lasciando meno spazio all’individuo, ma sempre senza avere una struttura lineare; infine, in altri
casi ancora, la disponibilità di risorse, unita alla mancanza di obiettivi della transizione, potrà
favorire il prolungamento della transizione stessa"

Iscritto dal: 12/09/2009
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Visto che suscita interesse aggiungo il seguito:

"L'incertezza, come unione di opportunità e rischi,
diviene un dato centrale dell’esperienza sociale dei giovani che non può essere trascurato dalle
istituzioni che si occupano della loro socializzazione. In altri termini, «il punto cruciale è ora quale
relazione si definisce tra struttura sociale e agenzie di socializzazione a partire dalla “gestione
dell’incertezz
a”» (Evans - Furlong 1997, 33). L’incertezza, in quanto esperienza diffusa,
condiziona in modo rilevante le relazioni sociali dei giovani, che tendono a svilupparsi
prevalentemente nella sfera privata (famiglia e amici). Allo stesso tempo, allontanando nelle scelte
il riferimento ai ruoli adulti, l’incertezza favorisce lo sviluppo di tendenze autoreferenziali della
giovinezza
. Un numero crescente di elementi della giovinezza vengono infatti elaborati e definiti in
modo sempre più indipendente dalla loro relazione con i ruoli adulti. La giovinezza ridefinisce così
il suo carattere di transizione a favore di una crescente autonomia. Più che una condizione di
moratoria, tipica dei processi di transizione, la giovinezza assume ora, in modo un poco
paradossale, le caratteristiche di un fenomeno che trova in se stesso i presupposti del proprio
sviluppo e della propria definizione. L’estensione di tratti della cultura giovanile come l’importanza
e il consumo della musica e l’uso del tempo libero - anche se differenziati in stili e in mode molto
diversi - costituiscono un elemento di omogeneizzazione delle differenze connesse alla provenienza
sociale dei giovani. Le istituzioni educative hanno accentuato negli ultimi anni l’idea che lo
sviluppo dell’individuo come obiettivo educativo consista principalmente nel mettere i giovani in
condizione di “saper imparare” oltre che trasmettere loro la “semplice” conoscenza di nozioni. In tal
modo si doterebbero i giovani di strumenti cognitivi utili per il sempre più necessario e continuo
aggiornamento di conoscenze, anche professionali. Questa impostazione rende meno significativi i
ruoli adulti come modello di riferimento per i processi di socializzazione e - dal punto di vista
dell’istruzione - delimita un campo specifico della giovinezza come periodo di formazione ad un
sapere che renda autonomo l’individuo permettendogli in futuro di saper scegliere tra opportunità
diverse anziché di dover subire i cambiamenti come fallimenti personali. In altri termini i giovani
sono sempre più resi responsabili della propria formazione.
Dal più generale punto di vista della socializzazione il carattere autoreferenziale della definizione
della giovinezza può essere colto nel prevalere dell’orientamento secondo il quale i giovani devono
scoprire da sé ciò che vogliono diventare. Di fronte ad una struttura di opportunità e di rischi
sempre più ampia e incerta i modelli di socializzazione rinviano al singolo individuo la
responsabilità e l’impegno per la propria futura integrazione nella società degli adulti; in tal modo i
giovani possono agire in modo molto creativo, ma anche rischiare più facilmente il fallimento. La
difficoltà di mettere a fuoco i ruoli adulti futuri favorisce lo sviluppo di forme di socializzazione tra
pari, che rafforzano, in termini cognitivi, il carattere autoreferenziale della costruzione sociale della
giovinezza. Pur nella crescente variabilità delle traiettorie individualizzate, il riferimento agli amici
è un aspetto centrale dell’esperienza sociale dei giovani. La condivisione di stili di vita e di
consumo, come anche della convinzione che le scelte debbano essere reversibili, rende il gruppo dei
pari uno spazio adeguato all’elaborazione di strategie di individualizzazione. Le opportunità
disponibili e i rischi connessi permettono e richiedono di sperimentare percorsi e identità un tempo
adulti (come il lavoro o la convivenza di coppia) senza per questo tenere i ruoli adulti come modello
di socializzazione, ma - al contrario - sviluppando questi percorsi in modo reversibile, cioè come
interni alla condizione di giovane e dunque come propri della giovinezza. L’incertezza che
accompagna la reversibilità delle scelte trova nel gruppo dei pari un contesto di riferimento
importante per le strategie di individualizzazione al punto che si è parlato di “individualizzazione
collettiva” (Mørch 2001, 29). Esempi di questa assimilazione di comportamenti adulti da parte della
giovinezza sono facilmente rintracciabili nelle società dell’Unione europea. In tutti i paesi europei
accanto alla più tradizionale “disoccupazione giovanile” si sono sviluppati nell’ultimo decennio
forme di “occupazione giovanile” come lavori flessibili, part-time, o comunque tipicamente svolti
dai giovani. Nell’Europa centro-settentrionale sono da tempo diffuse forme di convivenza tra amici
o compagni di studio/lavoro prima di avviare una convivenza di coppia ed una nuova famiglia. Un
fenomeno in parte diverso, ma anch’esso ascrivibile alla trasformazione della giovinezza in senso
autoreferenziale è quanto accade nell’Europa mediterranea, dove la permanenza dei giovani nella
famiglia di origine fino a quasi 30 anni ha favorito lo sviluppo di relazioni tra figli e genitori
impostate ad una convivenza tra adulti e, in molti casi - come vedremo più avanti - sostenute da una
relazione di dialogo tra i membri delle due generazioni che richiede di ripensare i modelli di
relazioni intrafamiliari (Bontempi 2001).
Il processo di individualizzazione, dunque, mutando nella sua struttura da lineare-evolutivo a
multilineare e individualizzato, muta anche nei suoi contenuti: da emancipazione diviene sempre
più capacità di governare nella propria biografia la logica combinatoria delle opportunità e dei
rischi resi disponibili dal mutamento del sistema sociale
. Lo sviluppo di questa capacità non si
accompagna necessariamente alla condizione di individuo emancipato, ma può realizzarsi anche
all’interno di forme di dipendenza, utile punto di appoggio nei momenti di transizione.
L’individualizzazione resta un dato centrale della modernità, ma cambiando gli ordinamenti sociali
cambiano necessariamente anche forma e contenuto dell’individualizzazione. Nella “modernità
solida” (Bauman) l’individualizzazione è un compito che il singolo deve sviluppare attraverso
transizioni strutturate e socialmente condivise il cui scopo è l’emancipazione dalle dipendenze e
l’inserimento in ruoli stabili di adulto e cittadino. In questo percorso, che si sviluppa nella direzione
che va dalla società all’individuo, la giovinezza viene intesa come la fase durante la quale è
possibile contrastare le diseguaglianze dell’appartenenza di classe con lo strumento dell’istruzione e
della formazione professionale: il processo di individualizzazione risulterà allora dalla
combinazione tra condizionamenti della struttura sociale e disponibilità di risorse e strumenti di
emancipazione. Inoltre, pur nelle differenze dei percorsi individuali, il processo di
individualizzazione è promosso e sostenuto collettivamente, anche dallo Stato, attraverso le
politiche sociali di sostegno ai giovani svantaggiati.

Nella “modernità liquida” mutano le condizioni di fondo della riproduzione sociale. Un tratto
caratteristico delle società contemporanee è che l’individualizzazione «è già stata sviluppata ed è
divenuta un presupposto (a basic fact)»9 (Mørch 2001, 27). Le spinte all’individualizzazione sono
ormai presenti in ogni contesto sociale. Le relazioni sociali e familiari, come anche i contesti di
socializzazione, sono oggi molto più individualizzati che in passato. La scuola, pur conservando la
propria funzione di perequazione delle diseguaglianze di classe e di genere attraverso la formazione
professionale e la trasmissione di conoscenza, vede mutata la propria funzione sociale: non si tratta
più di favorire l’individualizzazione dei singoli come scopo collettivo (sostenuto anche dallo Stato),
9 «has been developed , has become a basic fact».
ma di fornire ai singoli gli strumenti per saper governare l’individualizzazione nei propri percorsi
biografici. Ciò accade perché la scelta non è più soltanto una conseguenza dell’abbondanza, ma
diviene una necessità imposta dalle dinamiche del mutamento sociale. In altri termini si può essere
costretti a scegliere, anche se non lo si vorrebbe. Per questa ragione è importante disporre dei mezzi
necessari per saper scegliere, mezzi in primo luogo cognitivi. Oggi, per i giovani il processo di
individualizzazione ha successo non necessariamente perché conduce ad una condizione di
emancipazione - che è espressione di un’identità stabile di adulto e di cittadino - ma in quanto
consente l’integrazione sociale mantenendo aperte per l’individuo nuove possibilità di scelta
(compresa la reversibilità di quelle già fatte). In questa prospettiva il percorso
dell’individualizzazione muove dall’individuo per orientarsi verso la società, delineando una
direzione in qualche modo opposta al percorso tipico della “modernità solida”.

In un importante lavoro sulla condizione giovanile nel Regno Unito, Andy Furlong e Fred Cartmel
hanno descritto la trasformazione della struttura della giovinezza con una metafora efficace e spesso
citata. Nei decenni ‘60-’70 la giovinezza assomigliava ad un viaggio in treno dalla classe sociale di
origine a quella di destinazione
. I treni sono caratterizzati da fattori come la classe sociale, il genere
e il tipo di istruzione. Con la scelta della scuola i giovani salgono su treni con destinazioni diverse, e
una volta iniziato il viaggio sono difficili i cambiamenti. È possibile passare ad una carrozza di una
classe superiore, o scendere ad una stazione intermedia, ma non si può cambiare la direzione del
viaggio del treno sul quale ci si trova. Durante il viaggio si stabiliscono legami tra i viaggiatori del
medesimo treno e anche forme di solidarietà; inoltre, se sono insoddisfatti di qualche aspetto del
viaggio, possono considerare che un cambiamento di direzione può essere ottenuto soltanto
attraverso l’azione collettiva. Nell’ultimo ventennio la struttura della giovinezza ha
progressivamente assunto i tratti di un viaggio in auto:
a differenza dei viaggiatori del treno,
l’automobilista deve continuamente prendere decisioni in merito al viaggio e alla destinazione come
la direzione da seguire, il tipo di strada da prendere, le fermate intermedie e le eventuali deviazioni
o scorciatoie. Per quanto possa - ed effettivamente riesca a - decidere da solo, alcuni fattori
strutturali lo condizionano nelle proprie decisioni: come il tipo di auto più o meno potente e adatta
per viaggi più o meno lunghi, le risorse per finanziare il viaggio, le competenze di guida e il saper
ottenere informazioni durante il viaggio (Furlong - Cartmel 1997, 6-7). Questa metafora è efficace
anche se applicata ai processi di socializzazione che caratterizzano la giovinezza. Le istituzioni
scolastiche, ad esempio, se nell’epoca del “viaggio in treno” avevano il compito di fornire gli
strumenti necessari per permettere al giovane di definire e raggiungere in modo adeguato la
destinazione, scegliendo il treno, e dunque il tragitto, che gli era più appropriato, nel periodo del
“viaggio in auto” necessariamente dovrebbero accentuare la trasmissione di competenze cognitive
che permettano all’automobilista di non perdersi durante il viaggio. In altri termini sarebbe
necessaria una mappa stradale della società, ma il carattere ipercomplesso e in continua
trasformazione dell’attuale fase della modernità, che si chiami “seconda”, “liquida”o altrimenti,
rende impossibile una tale descrizione della società a favore dei giovani. Ne deriva la necessità di
fornire nella formazione non solo le conoscenze professionali, ma le risorse per saper scegliere
volta per volta evitando, ad un incrocio, di prendere una strada a caso e di perdere l’orientamento.
Le opportunità, infatti, sono tali solo quando si hanno i mezzi per saperle/poterle selezionare,
diversamente si trasformano facilmente in rischi.
L’incertezza che caratterizza questa condizione di “viaggiatori senza mappa” è un fattore
dell’importanza crescente che i giovani europei assegnano alle relazioni con gli amici e con i
genitori. Molte ricerche in Europa hanno documentato negli ultimi anni una crescita
dell’importanza della famiglia per i giovani. In alcune aree, come quella dei paesi mediterranei, tale
importanza ha assunto anche i tratti del prolungamento della convivenza.
"
 

Iscritto dal: 14/01/2005
User offline. Last seen 1 anno 5 giorni ago.

 Ci mancava solo il mito dei tempi andati, che razza di bugia per le nuove generazioni, un sinistro sincero deve ancora nascere.

Solo per amore di verità.

La povertà delle famiglie di origine costringeva a lanciarsi subito nel mondo del lavoro e tempo indeterminato, bell'azienda e asilo nido non sono esistiti per nessuno. Al posto dei contratti a termine e delle altre forme di lavoro flessibile c'era del buon nero, alto rischio e bassa paga. Erano per giovani i lavori che adesso sono per extra comunitari, solo più pericolosi e meno pagati. Poi con sacrificio e volontà, di posto in posto fino a un reddito soddisfacente.

Partendo da case piccole e sovraffollate, con tanti fratelli, prima sparivi meglio era, anche perchè la norma era perdere la paga nel mare magnum familiare. La mancanza della contraccezione e la condizione domestica delle giovani donne le spingeva a schizzare fuori di casa e sposarsi rapidamente, giusto per non trovarsi a fare la serva a 5 persone e senza la libertà di una relazione, non dico sessuale, ma almeno sociale.

Adesso sei mediamente figlio unico di madre annoiata, con reddito più che abbondante in famiglia e denaro in tasca per le "spesucce", libertà personale illimitata sia per uomo che per donna, con particolare riferimento a quella sessuale. Un poco meglio scolarizzato e una sostanziale non voglia di cambiare una situazione fantastica. Soldi in tasca, cazzo in figa, hobby come solo impegno. Già strapparti dal paradiso diventa dura, la mamma al pensiero che magari prendi freddo ti tiene a casa, può pensare di lasciarti solo se lavori al caldo, sotto casa, a tempo indeterminato, senza alcuna fatica o impegno. Se non arrivi a tanto è colpa della società. Forza fighetti che in laboratorio c'è posto.

Iscritto dal: 13/07/2010
User offline. Last seen 1 anno 12 settimane ago.

Analisi interessante anche se contestualizzata alla sola Europa.

A commento,  vorrei solo aggiungere che in tutto ciò è possibile scorgere non solo un mutamento dei processi di apprendimento, che non è più limitato alla fase pre- adulta, ma che ogni individuo trovandosi ora dentro un mondo che non è più quello conosciuto e tramandato dai genitori come è stato per generazioni, si trova ora nella nuovissima situazione di dover definire se stesso e il proprio ruolo senza aiuti/paletti/riferimenti di alcun genere.

Ciascuno ha ora l'onere di definire la propria identità sul pianeta,- " individualizzazione standardizzata " -  non più sulla base di lasciti identitari collaudati e ora percepiti come inadeguati,  ma a proprio totale rischio e pericolo.

E questo non per volontà, ma per necessità di confrontarsi con possibilità e anche pericoli di un habitat allargato a tutto il pianeta. 

Da qui la difficoltà psicologica a trovare il proprio " posto ".

Credo che in futuro quel processo che nei secoli passati era caratteristico della fase pre-adulta, avrà una dilatazione tale da coprire il corso di tutta l'esistenza individuale in quanto la ricerca di "definirsi come individuo" sarà permanente.

E' probabile che il mondo prossimo sia una centro di formazione continua.

ciao.

 

 

 

brunoweiss