di Leonardo Facco
La patrimoniale, forse la più infame delle tasse, è argomento di dibattito di estrema attualità. Per Casini la patrimoniale non è all’ordine del giorno del dibattito parlamentare. Per Berlusconi, bugiardo patentato, è argomento da campagna elettorale. Anche Enrico Mentana vi ha dedicato un servizio, l’altra sera, nel suo TG e per raccontare questa insulsa gabella sponsorizzata da Giuliano Amato ha scomodato le facce di Stalin, Lenin e Mussolini, che negli Anni Trenta su il primo a farne uso in Italia. Mentana ha avuto anche il buon gusto di ricordare che per molti opinionisti essa non è altro che una “rapina a mano armata”!
Eppure, la patrimoniale aleggia su di noi, dato che il “professor sottile” ha lanciato l’idea che sarebbe il caso di derubare i cittadini di 30.000 euro dei loro risparmi per il “nobile fine” di abbassare il debito pubblico e rilanciare la crescita, il che significa tornare a fare debiti e ingigantire l’accumulo di sprechi di questo paese in via di sottosviluppo. Oltre a lui anche un tal Capaldo sul Corriere della Sera ha perorato la causa dell’ex primo ministro socialista.
Tecnicamente, la tassa patrimoniale è un esproprio di ricchezza privata, ma “rapina” è la sua definizione più corretta, più realistica, più di buon senso.
Ergo, il cittadino (come accade per altre tasse dirette del resto) si trova di fronte a un malvivente, lo Stato travestito da governo, che gli punta la pistola alla tempia (la pistola non è altro che una metafora della legislazione) e gli intima di tirare fuori i soldi senza fiatare. Per chi non obbedisce c’è la galera, invocata peraltro da milioni invidiosi sempre con la bava alla bocca quando si tratta di denari altrui. Come ci ha insegnato Lysander Spooner, la differenza tra lo Stato ed una banda di briganti è che contro i briganti un individuo ha il diritto di difendersi, contro lo Stato no.
E qui vengo a reincarnare ai giorni nostri la metafora dell’anarco- individualista americano: tra Renato Vallanzasca e Giuliano Amato è meglio avere a che fare col primo.
Il bel René, criminale ed assassino conclamato (peraltro per sua stessa ammissione) sfoderava ala pistola e rapinava banche. La sua fortuna è stata che nessuno mai gli ha ficcato una pallottola in testa durante una sparatoria, perché se fosse accaduto nessuno avrebbe pianto la sua morte.
Giuliano Amato – peraltro indimenticato protagonista del furto del 6 per mille nel 1992 – non differisce per nulla da Vallanzasca, se non fosse che, rispetto al gaglioffo vero, pretende di essere servito, riverito coi soldi pubblici e, financo, di essere chiamato statista (come insegna la neolingua tanto in voga di questi tempi), come la gran parte dei servi che lavorano nei giornali fanno.
Per farla breve: se dovessi mai trovarmi di fronte un delinquente che aspira ai miei denari non esiterei un istante a sperare di dovermi confrontare con uno come Vallanzasca, per il semplice fatto che almeno a lui potrei sparare una rivoltellata, ricevendo lodi ed encomi da più parti.