LA PRIORITA' PRIORITARIA

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Daniele,
questa priorità è una grande offensiva per abbattere i privilegi a tutti i livelli, una grande campagna in cui si vanno a spulciare tutti i regali che lo Stato fa a destra e a manca, dai Ministeri, alle Auto Blu, alle pensioni d'oro, ai dirigenti a tutti i massimi livelli, alla rai ecc. ecc.
Non è una battaglia populista è una battaglia popolare e non antipopolare.

E poi fa parte della linea Giavazzi, dettata stamatina.

:wink: :wink: :wink: :wink: :wink: :wink:

n.nicolosi (non verificato)

A questo punto, come dice Pannella, bisogna essere impopolari per non essere antipopolari:,
in questo paese deve passare l'idea che la riduzione delle spese dello stato in inutili stipendi pubblici deve rappresentare la priorità assoluta.
Pe eliminare un burocrate bisogna prima annientare la burocrazia nata per giustificare il ruolo del burocrate stesso.
L'Italia deve subire un processo di delegificazione, al quale corrisponda un corrispondente processo di eliminazione di milioni di dipendenti pubblici inutili, tramite la riorganizzazione degli enti pubblici.
Chi dice di eliminare le Provincie dice una cosa saggia!
Avanti tutta...

d.carcea wrote:
Nella parte finale dell'editoriale Giavazzi punta l'indice su dipendenti pubblici e sprechi ad essi collegati, molto interessante.

Linea Giavazzi: 8)

L'America frena, Finanziaria in salita Se la ripresa è in pericolodi Francesco Giovazzi STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Aveva ragione Romano Prodi, che commentando i recenti dati positivi sulla nostra economia disse «una rondine non fa primavera». Da qualche settimana si è diffuso un improvviso pessimismo sull'economia americana. Pochi ormai escludono una recessione e si discute se questa sarà relativamente blanda, come nel 2001-02, oppure più severa. Alcuni, come Nouriel Rubini — l'ex alunno dell'università Bocconi, ora professore a New York, il cui sito
RGE Monitor è diventato il nuovo punto di riferimento delle analisi dell'economia del mondo — sottolineano le similitudini con l'autunno del 1987 quando, il 19 ottobre, Wall Street crollò perdendo il 20,4% in un sol giorno.
Il motivo di questi timori è spiegato con la consueta lucidità da Paul Krugman sul New York Times. L'economia americana cresce ininterrottamente — se si esclude il temporaneo rallentamento del 2001-02 — da 15 anni. In una prima fase, gli anni Novanta, la crescita fu sostenuta dalla tecnologia,— quella che allora si chiamava «nuova economia» — i cui effetti probabilmente furono esagerati e crearono una bolla speculativa nel mercato azionario. Quando la Borsa si ridimensionò il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, sostituì, nell'interpretazione di Krugman, una bolla azionaria con una bolla immobiliare. Per alcuni anni dopo il 2001, tassi di interesse straordinariamente bassi hanno spinto in alto il prezzo delle case e il settore delle costruzioni. Gli americani hanno usato l'aumento del prezzo delle loro case come garanzia per indebitarsi e consumare di più: costruzioni e consumi sono stati il motore della recente crescita dell'economia.
Il pessimismo oggi nasce da due osservazioni. Innanzitutto il rallentamento delle costruzioni e del prezzo delle case. Il numero di nuovi cantieri per la costruzione di abitazioni familiari scende ormai da 6 mesi ed è oggi del 20% inferiore al livello dello scorso mese di gennaio. I prezzi (medi) degli appartamenti situati in un condominio stanno scendendo a un tasso del 9% l'anno. La preoccupazione è che le banche chiedano alle famiglie di rimborsare una parte dei prestiti che erano stati garantiti dal valore della loro casa, e che le famiglie si trovino in difficoltà e si vedano costrette a tagliare bruscamente i consumi. La seconda preoccupazione è che la politica economica non sia in grado di contrastare una recessione. Il deficit del governo federale è già straordinariamente elevato, per effetto dei tagli fiscali e del costo della guerra in Iraq: difficile pensare che la politica fiscale possa divenire ancor più espansiva. La Fed potrebbe essere titubante a ridurre i tassi di interesse perché il prezzo del petrolio mantiene elevata l'inflazione.
Faccio fatica a convincermi che tanto pessimismo sia davvero giustificato. Posta di fronte al rischio di una recessione la Fed non ha mai esitato a ridurre i tassi. E' vero che da qualche mese c'è un nuovo presidente, Ben Bernanke, e che costui — arrivato a Washington con la reputazione di «una colomba» — potrebbe essere titubante ad abbassare i tassi. Ma all'inizio di agosto Bernanke non ha esitato a sorprendere i mercati e a mantenere fermi i tassi dopo due anni di aumenti consecutivi. Quindi prevedo farà ciò che è necessario per cercare di evitare una recessione.

Per noi europei c'è poco di che rallegrarsi. Un rallentamento dell'economia americana e tassi USA più bassi significano un dollaro più debole: non è impossibile che il cambio si avvicini, come nell'inverno di due anni fa, a un livello di 1,3 – 1,5 dollari per un euro. Se ciò accadesse addio esportazioni, almeno verso gli Stati Uniti, e addio ripresa! Per evitare che il rallentamento dell'economia americana e un dollaro più debole fermino anche noi c'è una sola via: aiutare la domanda interna, e soprattutto gli investimenti, tagliando le tasse. E invece in Germania la Signora Merkel, con buona pace di chi la addita ad esempio, si appresta ad alzarle: l'aumento dell'IVA annunciato per gennaio rischia di spegnere la timida ripresa dei consumi tedeschi. Per ridurre le tasse senza far crescere il debito occorre evidentemente tagliare le spese. Il presidente del Consiglio è preoccupato perché i buoni dati sull'economia già hanno dato il là a richieste di una Finanziaria «soft». E il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non aiuta quando, come in un recente dibattito con il presidente di Confindustria, ripete «non voglio sentir parlare di tagli»! Dopo il coraggio di Bersani sulle liberalizzazioni e l'apparente efficacia di Vincenzo Visco nel convincere gli italiani a cominciare a pagare le tasse, quello che manca a questo governo è altrettanta determinazione sulla spesa.
«Da anni gli stipendi dei dipendenti pubblici sforano sistematicamente ogni limite prefissato. Nel 2005 sono aumentati del 4 per cento, cioè il doppio dell'obiettivo programmatico. Da anni la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni schiva i ripetuti, multiformi tentativi di porvi un freno»: questo il giudizio espresso qualche settimana fa dalla Corte dei conti. «Un'analisi condivisibile» commentò il ministro dell'Economia. E allora? Un ministro che condivide queste valutazioni non può ripetere «niente tagli». E non a caso occorre partire dai dipendenti pubblici. Come si fa a convincere i tassisti a rinunciare a qualche privilegio o i metalmeccanici ad andare in pensione un anno più tardi, se si continuano a proteggere i dipendenti pubblici. Il
Sole 24 Ore nei mesi scorsi ha pubblicato inchieste illuminanti sul costo delle amministrazioni pubbliche, a cominciare dalla più costosa, il Senato della Repubblica che continua ad acquistare immobili e a riempirli di dipendenti.
Giornali, radio, televisioni private, ricevono ogni anno dallo Stato contributi per circa 40 milioni di euro: vogliamo deciderci a tagliarli, almeno per le società editrici quotate in Borsa? Ma il problema non sono soltanto i 40 milioni spesi, quanto gli oltre 150 dipendenti pubblici comandati alla Presidenza del Consiglio per amministrare questi contributi. Il semplice atto del «comando» alla Presidenza ne fa quasi raddoppiare lo stipendio. Potremmo sapere quanto guadagnano e quanti davvero sono?

19 agosto 2006

Iscritto dal: 12/11/2005
User offline. Last seen 1 anno 25 settimane ago.

Nella parte finale dell'editoriale Giavazzi punta l'indice su dipendenti pubblici e sprechi ad essi collegati, molto interessante.

Linea Giavazzi: 8)

L'America frena, Finanziaria in salita Se la ripresa è in pericolodi Francesco Giovazzi STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Aveva ragione Romano Prodi, che commentando i recenti dati positivi sulla nostra economia disse «una rondine non fa primavera». Da qualche settimana si è diffuso un improvviso pessimismo sull'economia americana. Pochi ormai escludono una recessione e si discute se questa sarà relativamente blanda, come nel 2001-02, oppure più severa. Alcuni, come Nouriel Rubini — l'ex alunno dell'università Bocconi, ora professore a New York, il cui sito
RGE Monitor è diventato il nuovo punto di riferimento delle analisi dell'economia del mondo — sottolineano le similitudini con l'autunno del 1987 quando, il 19 ottobre, Wall Street crollò perdendo il 20,4% in un sol giorno.
Il motivo di questi timori è spiegato con la consueta lucidità da Paul Krugman sul New York Times. L'economia americana cresce ininterrottamente — se si esclude il temporaneo rallentamento del 2001-02 — da 15 anni. In una prima fase, gli anni Novanta, la crescita fu sostenuta dalla tecnologia,— quella che allora si chiamava «nuova economia» — i cui effetti probabilmente furono esagerati e crearono una bolla speculativa nel mercato azionario. Quando la Borsa si ridimensionò il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, sostituì, nell'interpretazione di Krugman, una bolla azionaria con una bolla immobiliare. Per alcuni anni dopo il 2001, tassi di interesse straordinariamente bassi hanno spinto in alto il prezzo delle case e il settore delle costruzioni. Gli americani hanno usato l'aumento del prezzo delle loro case come garanzia per indebitarsi e consumare di più: costruzioni e consumi sono stati il motore della recente crescita dell'economia.
Il pessimismo oggi nasce da due osservazioni. Innanzitutto il rallentamento delle costruzioni e del prezzo delle case. Il numero di nuovi cantieri per la costruzione di abitazioni familiari scende ormai da 6 mesi ed è oggi del 20% inferiore al livello dello scorso mese di gennaio. I prezzi (medi) degli appartamenti situati in un condominio stanno scendendo a un tasso del 9% l'anno. La preoccupazione è che le banche chiedano alle famiglie di rimborsare una parte dei prestiti che erano stati garantiti dal valore della loro casa, e che le famiglie si trovino in difficoltà e si vedano costrette a tagliare bruscamente i consumi. La seconda preoccupazione è che la politica economica non sia in grado di contrastare una recessione. Il deficit del governo federale è già straordinariamente elevato, per effetto dei tagli fiscali e del costo della guerra in Iraq: difficile pensare che la politica fiscale possa divenire ancor più espansiva. La Fed potrebbe essere titubante a ridurre i tassi di interesse perché il prezzo del petrolio mantiene elevata l'inflazione.
Faccio fatica a convincermi che tanto pessimismo sia davvero giustificato. Posta di fronte al rischio di una recessione la Fed non ha mai esitato a ridurre i tassi. E' vero che da qualche mese c'è un nuovo presidente, Ben Bernanke, e che costui — arrivato a Washington con la reputazione di «una colomba» — potrebbe essere titubante ad abbassare i tassi. Ma all'inizio di agosto Bernanke non ha esitato a sorprendere i mercati e a mantenere fermi i tassi dopo due anni di aumenti consecutivi. Quindi prevedo farà ciò che è necessario per cercare di evitare una recessione.

Per noi europei c'è poco di che rallegrarsi. Un rallentamento dell'economia americana e tassi USA più bassi significano un dollaro più debole: non è impossibile che il cambio si avvicini, come nell'inverno di due anni fa, a un livello di 1,3 – 1,5 dollari per un euro. Se ciò accadesse addio esportazioni, almeno verso gli Stati Uniti, e addio ripresa! Per evitare che il rallentamento dell'economia americana e un dollaro più debole fermino anche noi c'è una sola via: aiutare la domanda interna, e soprattutto gli investimenti, tagliando le tasse. E invece in Germania la Signora Merkel, con buona pace di chi la addita ad esempio, si appresta ad alzarle: l'aumento dell'IVA annunciato per gennaio rischia di spegnere la timida ripresa dei consumi tedeschi. Per ridurre le tasse senza far crescere il debito occorre evidentemente tagliare le spese. Il presidente del Consiglio è preoccupato perché i buoni dati sull'economia già hanno dato il là a richieste di una Finanziaria «soft». E il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non aiuta quando, come in un recente dibattito con il presidente di Confindustria, ripete «non voglio sentir parlare di tagli»! Dopo il coraggio di Bersani sulle liberalizzazioni e l'apparente efficacia di Vincenzo Visco nel convincere gli italiani a cominciare a pagare le tasse, quello che manca a questo governo è altrettanta determinazione sulla spesa.
«Da anni gli stipendi dei dipendenti pubblici sforano sistematicamente ogni limite prefissato. Nel 2005 sono aumentati del 4 per cento, cioè il doppio dell'obiettivo programmatico. Da anni la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni schiva i ripetuti, multiformi tentativi di porvi un freno»: questo il giudizio espresso qualche settimana fa dalla Corte dei conti. «Un'analisi condivisibile» commentò il ministro dell'Economia. E allora? Un ministro che condivide queste valutazioni non può ripetere «niente tagli». E non a caso occorre partire dai dipendenti pubblici. Come si fa a convincere i tassisti a rinunciare a qualche privilegio o i metalmeccanici ad andare in pensione un anno più tardi, se si continuano a proteggere i dipendenti pubblici. Il
Sole 24 Ore nei mesi scorsi ha pubblicato inchieste illuminanti sul costo delle amministrazioni pubbliche, a cominciare dalla più costosa, il Senato della Repubblica che continua ad acquistare immobili e a riempirli di dipendenti.
Giornali, radio, televisioni private, ricevono ogni anno dallo Stato contributi per circa 40 milioni di euro: vogliamo deciderci a tagliarli, almeno per le società editrici quotate in Borsa? Ma il problema non sono soltanto i 40 milioni spesi, quanto gli oltre 150 dipendenti pubblici comandati alla Presidenza del Consiglio per amministrare questi contributi. Il semplice atto del «comando» alla Presidenza ne fa quasi raddoppiare lo stipendio. Potremmo sapere quanto guadagnano e quanti davvero sono?

19 agosto 2006

Iscritto dal: 12/11/2005
User offline. Last seen 1 anno 25 settimane ago.

Cazzo mi sono scordato le banche.

:evil: