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Stefano Cucchi è morto per disidratazione mentre era detenuto in ospedale, dopo aver rifiutato «almeno in parte», cure e cibo: non per capriccio, ma perché voleva parlare con un avvocato. Non c’è riuscito, e nessuno l’ha avvisato che stava rischiando la vita; fu ricoverato che pesava 52 chili, quattro giorni dopo era arrivato a 42. S’èspento nella notte fra il 21 e il 22 ottobre, e quando gli hanno praticato la rianimazione aveva smesso di vivere da quasi tre ore; medici e infermieri, insomma, tentavano di rianimare un cadavere.
Aveva anche delle lesioni, il trentunenne arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina: agli occhi, alla terza vertebra lombare e all’osso sacro. Lesioni recenti «di origine traumatica», che se non hanno direttamente a che fare con la morte risultavano comunque dalle visite effettuate dopo l’arresto di Cucchi, ma nessuno le segnalò alla magistratura. Continua...
COMMENTI
'Abbiamo avuto oggi il referto del nostro radiologo che e' disponibile a sostenere in tutti i gradi di giudizio e di fronte a qualsiasi autorita' che Stefano Cucchi ha la colonna vertebrale rotta in sede coccigea e alla vertebra L3. Quindi sono due le fratture e sono recentissime, non cosi' vecchie come qualcuno sta cercando di proporre'. Lo ha detto ai microfoni di Cnrmedia Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, il giovane romano deceduto il 22 ottobre all' ospedale Pertini di Roma una settimana dopo l'arresto.
Sulla relazione della commissione di inchiesta, secondo la quale Cucchi sarebbe morto per disidratazione mentre era detenuto in ospedale, l'avvocato afferma: 'Un altro momento di riflessione e' il perche' sia successo: perche' Stefano ha subito un pestaggio mentre era in regime di detenzione e il pestaggio ha avuto questo epilogo'.
Il presidente della commissione sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, in relazione a un articolo pubblicato sul 'Corriere della sera' di ieri, rammenta a coloro che hanno legittimo accesso alle informazioni sull'inchiesta relativa alla tragica vicenda di Stefano Cucchi e alla bozza di relazione finale, "che la delibera istitutiva della commissione impone un inderogabile obbligo di segretezza (art. 6)".
La Commissione, aggiunge Marino, "grazie al lavoro dei relatori e alla responsabilita' di tutti i Gruppi parlamentari, e' a un passo dal concludere tale delicata inchiesta: vi sono le condizioni per l'approvazione ampiamente condivisa di un documento equilibrato e tutt'altro che anodino". La relazione finale sara' votata mercoledi' 17 marzo.
Dei circa 67mila detenuti oggi presenti nelle 206 carceri italiane, uno su 3 e' straniero, uno su 4 e' tossicodipendente e considerevole e' anche la percentuale di detenuti con malattie mentali. Lo sottolinea il Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) secondo cui tutto cio' ''va ad aggravare le gia' pesanti condizioni lavorative delle donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, oggi sotto organico di ben 5mila unita'''. ''Il dato importante da considerare - afferma il segretario generale Donato Capece - e' che i detenuti affetti da tossicodipendenza o malattie mentali, come ogni altro malato limitato nella propria liberta', sconta una doppia pena: quella imposta dalle sbarre del carcere e quella di dover affrontare la dipendenza dalle droghe o il disagio psichico in una condizione di disagio, spesso senza cure adeguate e senza il sostegno della famiglia o di una persona amica. Forse e' il caso di ripensare il carcere proprio prevedendo un circuito penitenziario differenziato per questi tre tipi di detenuti''. ''Nonostante l'Italia sia un Paese il cui ordinamento e' caratterizzato da una legislazione all'avanguardia per quanto riguarda la possibilita' che i tossicodipendenti possano scontare la pena all'esterno, oggi sono circa il 25% del totale della popolazione detenuta. E' infatti previsto che i condannati a pene fino a sei anni di reclusione, quattro anni per coloro che si sono resi responsabili di reati particolarmente gravi, possano essere ammessi a scontare la pena all'esterno, presso strutture pubbliche o private, dopo aver superato positivamente o intrapreso un programma di recupero sociale. Nonostante cio' queste persone continuano a rimanere in carcere''. Un'altra soluzione che da tempo suggerisce il Sappe e' quella di espellere i detenuti stranieri e favorire al contempo la circolarita' di quelli comunitari ristretti in Italia, facendo scontare loro la pena nelle carceri dei Paesi di provenienza.
Dopo Milano e Bologna anche il Tribunale civile di Roma ha condannato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a risarcire i famigliari di un detenuto morto nel carcere romano di Rebibbia il 13 ottobre 2010. L'uomo, Marco Zodiaco, era deceduto mentre era in attesa di giudizio, a seguito di insufficienza cardiorespiratoria determinata da assunzione di sostanze stupefacenti. A renderlo noto e' il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che in una nota ricostruisce la vicenda che ha portato il Dap a dover risarcire circa 350mila euro. All'interno del carcere - avrebbe rilevato il giudice del Tribunale civile - sarebbe stata introdotta della droga in dosi sufficienti per almeno due persone, il che deporrebbe per un'evidente carenza nei controlli da parte dei dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria in servizio presso il carcere di Rebibbia.
Sempre in base alla sentenza - riferisce il Sappe - la mancanza di controlli avrebbe integrato una chiara violazione di quelle disposizioni dell'ordinamento penitenziario che pongono a carico dell'Amministrazione l'obbligo di garantire il diritto di ogni detenuto all'integrita' fisica. In secondo luogo, l'omissione sarebbe stata una concausa dell'evento letale, in quanto soltanto grazie alla carenza (o alla superficiale esecuzione) dei doverosi controlli sui detenuti stessi fu possibile a Marco Zodiaco (o ad altro detenuto che lui frequentava) entrare in possesso di sostanza stupefacente e, quindi, assumerla. Pertanto, il giudice ha stabilito che la responsabilità dell'Amministrazione consiste nel non aver impedito, come era suo dovere istituzionale, che il detenuto potesse avere la disponibilita' di sostanza stupefacente. Il giudice avrebbe dunque stabilito che il danno risarcibile e' costituito soltanto da quello morale, patito dai famigliari, ed e' quantificabile in 75.900 euro ciascuno in favore dei genitori, 42.900 ciascuno in favore delle due sorelle del detenuto morto e 49.500 dell'altro fratello minore. Sulle suddette somme dovranno essere calcolati gli interessi, per un totale complessivo di circa 350.000 euro 'Si sta ormai affermando un indirizzo giurisprudenziale di merito che sconcerta tutti gli addetti ai lavori, soprattutto se si pensa che, laddove dovesse essere riscontrata la colpa grave, la Corte dei Conti potrebbe agire in rivalsa nei confronti del personale di polizia penitenziaria - afferma in una nota Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe - Ció sarebbe davvero assurdo, ma non improbabile, in considerazione delle gravi difficoltà in cui opera il personale stesso'. Il sindacato si augura dunque che la Corte di Cassazione, quando sarà chiamata a giudicare, 'affermi principi opposti a quelli finora affermati dai giudici di merito e che, soprattutto, l'Amministrazione penitenziaria cominci a preoccuparsi di stipulare delle assicurazioni per il personale di polizia penitenziaria'.
La sorella: errori e ritardi, aspettiamo ancora le carte. I consulenti del pm: pronti a fine marzo
Cucchi, la famiglia accusa: "Impossibile seppellire Stefano"
CARLO PICOZZA
ROMA - «Arrestato, aggredito, morto in solitudine tra sofferenze e silenzi inquietanti e ora, dopo quattro mesi, Stefano non può ancora riposare in pace perché i consulenti medico-legali della procura, tra tante titubanze, non ci consegnano la documentazione della seconda autopsia: invece delle tac e delle radiografie richieste, ci mandano foto dei jeans macchiati di sangue e referti di autopsie eseguite su altre salme, che con la morte di mio fratello non c´entrano niente». Scuote la testa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il trentunenne deceduto nel reparto carcerario dell´ospedale romano Sandro Pertini, il 22 ottobre scorso, sei giorni dopo il suo arresto, con la schiena rotta, traumi vari e sospette bruciature di sigaretta sul corpo. «Alla tragedia si aggiunge la beffa», commenta. «La salma di Stefano deve ancora essere sepolta e noi continuiamo ad aspettare la documentazione per la quale, con grande sofferenza, abbiamo chiesto la sua riesumazione».
È preoccupato anche Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi: «Ho già mandato tre sollecitazioni ai pm: il primo marzo i consulenti della procura devono incontrarsi con quelli di parte per valutare gli esami della seconda autopsia, ma anche questa riunione rischia di saltare perché senza le foto delle tac e delle radiografie non sarà possibile, neanche improvvisare, il contraddittorio tecnico». «I rinvii - replica Paolo Arbarello, coordinatore dei consulenti dei pm Francesca Loi e Vincenzo Barba (quattro medici legali, un istologo, un tossicologo) - sono dovuti alla richiesta più che legittima di disporre di tutta la documentazione, parte della quale non è stata consegnata pur essendo nella disponibilità del consulente della commissione parlamentare di inchiesta sulla Sanità, che, appena autorizzato, l´ha immediatamente messa a disposizione dei colleghi». «Se non ci saranno sorprese - annuncia Arbarello - concluderemo il nostro lavoro entro la metà di marzo».
E proprio il presidente della commissione, Ignazio Marino, ha ricevuto dal presidente dell´Ordine romano dei medici, Mario Falconi, una lettera di convocazione per giustificare le sue dichiarazioni sul comportamento clinico dei medici che nell´ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, l´hanno avuto in cura. Per il mio ruolo, ha risposto Marino, non devo chiarimenti all´Ordine.
PROGETTI. Quello del Governo serve a farsoldi e non all`efficienza del sistema penitenziario.
Il 19 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato la conversione del decreto legge sulla Protezione Civile. Ora il testo è all`esame del Senato.
Che centra questo col "Piano carceri"? Centra e come. Il Governo infatti ha infilato in questo decreto la norma base del tanto proclamato intervento sui penitenziari. E` l`articolo 17 ter, intitolato appunto:
"Disposizioni per la realizzazione urgente di istituti penitenziari".
Nell`articolo si conferiscono amplissimi poteri al Commissario per le carceri, ovvero al capo del Dap Franco Tonta.
Poteri che gli consentono di individuare le aree per la realizzazione dei nuovi penitenziari e per gli interventi neces- sari. Ma non solo. E` previsto che il Commissario per le carceri può assumere le proprie decisioni in deroga a diverse normative come: le previsioni sull`urbanistica, il testo unico sugli espropri di pubblica utilità e il limite ai subappalti delle lavorazioni prevalenti, che potranno aumentare dall`attuale 30 per cento fino al 50 per cento.
Ed infine la ciliegina. Nella normativa sulle carceri si prevede che il Commissario straordinario può avvalersi della Protezione civile per le attività di: progettazione, scelta del contraente, direzione lavori e vigilanza degli interventi.
Una previsione questa già contenuta nel comunicato del Consiglio dei Ministri del 13 gennaio dove c`è scritto: "Il braccio operativo con cui gestire l`emergenza carceri sarà la Protezione Civile". Più chiaro di così! Nella sostanza il progetto governativo sui penitenziari, che vorrebbe seguire lo stesso modello adottato per L`Aquila, è semplice. Costruire, alla modica cifra di 600 milioni di euro, 47 palazzine all`interno di strutture carcerarie già esistenti.
E poi, se e quando si vedrà, realizzare 18 carceri nuove.
Lo scopo: creare 21 mila nuovi posti nelle sgangherate patrie galere.
Ora, visti gli interventi pensati dal Governo per risolvere il degrado delle nostre carceri, sembra che il "Super Piano" altro non sia che un modo per spartirsi una ghiotta torta.
Quella delle costruzioni.
Una spartizione che coinvolge anche la Protezione Civile, di cui resta ignota la competenza sulle carceri.
Una sparizione che pare essere anche non idonea a risolvere il gravissimo problema dei sovraffollati e vecchi penitenziari italiani.
Basti pensare allo scopo del "Super Piano". La realizzazione di 21 mila posti in più. Uno scopo che non riuscirebbe a soddisfare neanche il fabbisogno odierno delle nostre carceri.
Carceri dove infatti vivono 67 mila detenuti, a fronte di soli 43 mila posti. Per non dire del tanto pubblicizzato "metodo de L`Aquila" che si vuole applicare anche per il "Piano carceri". Uno spot idiota. E` evidente infatti che un conto è costruire delle casette prefabbricate in un comune, altro è edificare strutture penitenziarie su tutta la Nazione.
Torte e spot a parte, il fatto è che oggi il sistema penitenziario versa in condizioni vergognose. E, per risolvere tale vergogna, occorre ripensare l`intero sistema con un approccio innovativo. Vendere le ottocentesche galere, e sono tante, per realizzare nuove e diverse strutture a seconda della loro finalità. Riscrivere il sistema delle pene, al fine di introdurre sanzioni differenti dal carcere, magari eseguibili in primo grado.
Carceri: Suicida a Fermo, Perduca: Vittima di disattenzione socio-sanitaria nei penitenziari. Ispezione nei prossimi giorni.
24 febbraio 2010
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·Dichiarazione del Senatore Marco Perduca, candidato alla presidenza della regione Marche per la liste Bonino-Pannella:
"Nei prossimi giorni effettuerò una visita ispettiva al carcere di Fermo dove martedì pomeriggio si è ucciso Vincenzo Balsamo, di 40 anni. Secondo l'associazione Ristretti Orizzonti Balsamo sarebbe stato trovato impiccato nel bagno dai compagni di cella che hanno lanciato l'allarme. Pare sempre che Balsamo non avesse dato alcun segno di voler tentare il suicidio. L'uomo fino a poco prima della tragedia aveva giocato a carte con gli altri detenuti poi si era appartato in bagno. I compagni di cella, non vendendolo rientrare, si sono preoccupati e, quando hanno aperto la porta, si sono trovati di fronte alla macabra scena. Balsamo ieri aveva effettuato il colloquio settimanale con lo psicologo del carcere ed era apparso tranquillo. Ristretti Orizzonti informa che fosse un tossicomane scappato dalla comunità dove era stato provvisoriamente trasferito.
"Visitando il Carcere di Ascoli e Ancona nei giorni scorsi ho potuto constatare come purtroppo l'assistenza psicologica psichiatrica anche negli istituti di pena della Marche sia ridotta ai minimi termini il che è grave in generale perché il sovraffollamento acuisce i sintomi negativi della detenzione, ma nel caso di tossicomani è sicuramente una gravissima omissione di assistenza medica. Auspico che anche altri parlamentari o consiglieri regionali effettuino visite ispettive tanto a Fermo quanto altrove per trovare una soluzione ai problemi della sanità nelle carcere marchigiane.
L'osservatorio permanente sulle morti in carcere definisce "emblematica" la situazione della Casa Circondariale di Brescia, dove un tunisino di 27 anni si e' tolto la vita: ha una capienza regolamentare di 206 posti, ma i detenuti sono 510, di cui 305 stranieri (dati Dap riferiti al 19 febbraio scorso). "Questo significa - rileva l'Osservatorio - che ogni detenuto ha a disposizione uno spazio in cella inferiore ai 2 mq, spazio nel quale trascorre 20-22 ore al giorno, durante le quali cerca di dormire, di nutrirsi, di lavarsi...e di non impazzire. Un accatastamento di corpi reso possibile dalla disposizione 'a castello' delle brande, fino a 3 o anche 4 piani".
Nelle carceri italiane vivono piu' di 66mila detenuti (negli ultimi due anni sono aumentati di ben 18mila) a fronte di circa 44mila posti. "L'affollamento - rileva l'Osservatorio - significa condizioni di vita peggiori: per mancanza di spazi di movimento, di intimita', di igiene e salute, etc., quindi e' tra le possibili ragioni della scelta di uccidersi. Va anche detto che il 30% circa dei suicidi avviene mentre il detenuto e' da solo, perche' in cella di isolamento o perche' i compagni sono usciti per 'l'ora d'aria'".
Negli ultimi dieci anni (2000-2009), i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, mentre nel decennio 1960-69 sono stati "soltanto" 100, con una popolazione detenuta che era circa la meta' dell'attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi e' quindi aumentata del 300%: 40 anni fa, sottolinea l'Osservatorio, i detenuti erano prevalentemente criminali "professionisti", mentre oggi buona parte della popolazione detenuta e' costituita da persone provenienti dall'emarginazione sociale - immigrati, tossicodipendenti, malati mentali - spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere.
La media europea dei suicidi in carcere e' di 1 detenuto ogni 1.000 circa e l'Italia e' allineata a questo dato, ma nel complesso della popolazione italiana avviene un suicidio ogni 20mila abitanti, mentre in Paesi come la Francia, la Gran Bretagna e l'Olanda si registra una frequenza pressoche' doppia, quindi da noi, secondo l'Osservatorio, "e' maggiore lo scarto tra popolazione libera e detenuti".
E' 'urgente avere dati certi sulle patologie nelle carceri per garantire l'effettiva tutela della salute per detenuti e addetti penitenziari'. Lo afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari, presieduta da Leoluca Orlando, che oggi ha audito sulla questione il dirigente sanitario del ministero della Salute Guido Ditta nell'ambito dell'indagine aperta sul tema dalla stessa commissione.
Ditta, informa la Commissione, ha fornito un quadro specifico della tutela della salute nelle carceri. L'Amministrazione Penitenziaria, ha riferito Ditta come reso noto dalla Commissione, gia' si serviva molto in passato del Servizio Sanitario Nazionale: Ora, ha precisato, l'affidamento al Ssn e' completo, ma presenta alcune criticita', come la scarsita' di risorse e il ricorso eccessivo a visite specialistiche all'esterno, con conseguente spostamento di polizia penitenziaria. Un altro problema segnalato da Ditta e' la mancanza di una rilevazione generale degli stati patologici, a parte una ricerca a campione del 2005. Le criticita' maggiori da questo punto di vista, ha spiegato il dirigente, riguardano soprattutto le tossicodipendenze e i problemi di salute mentale.
A questo proposito, Ditta ha spiegato che il primo passo nella soluzione di questi problemi e' un accordo di programma nell'ambito del coordinamento tra ministero, Regioni e Amministrazione penitenziaria, a partire dai singoli Istituti. E ha annunciato che dopo il 19 febbraio verranno resi noti i risultati di un monitoraggio sull'attuazione degli accordi presi, chiesto alle singole Regioni. Ha infine auspicato un miglioramento strutturale dell'organizzazione e una valorizzazione delle buone pratiche presenti, citando in proposito il caso di eccellenza del penitenziario di Bollate.
Rispetto alla relazione, il presidente Orlando ha sollevato il problema delle conseguenze dei tagli legati ai deficit di bilancio, che andrebbero a colpire la tutela del diritto della salute dei carcerati proprio in seguito al passaggio al Sistema sanitario nazionale. Inoltre, e' stata sollecitata l'urgenza di avere dei dati completi su salute mentale, tossicodipendenza, errori sanitari e diffusione dell'Hiv nelle carceri.
Carceri, Litta Modignani: Ancora un suicidio in carcere, il cosiddetto Movimento per la Vita non ha nulla da dire?
23 febbraio 2010
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Litta Modignani: “Il carcere di Canton Mombello a Brescia è forse il peggiore della Lombardia.”
“Conosco bene il carcere di Canton Mombello a Brescia: è forse il peggiore della Lombardia”. Così Alessandro Litta Modignani, esponente radicale candidato a Brescia nella Lista Bonino-Pannella, commenta la notizia del suicidio di un giovane tunisino in quell’istituto penitenziario – l’ottavo in Italia dall’inizio dell’anno.
“Canton Mombello è una struttura impossibile, obsoleta, cadente e soffocante – racconta Litta, che in passato ha visitato più volte l’istituto, da consigliere regionale – Un carcere a porta girevole, dove gli arrestati entrano ed escono a getto continuo, e vengono ammassati uno sull’altro fino a una dozzina nella stessa cella, senza lo spazio neppure per stare in piedi, senza l’assistenza di psicologi ed educatori prevista dalla legge”.
“Con undici milioni di processi pendenti (cinque e mezzo dei quali penali) e le carceri sovraffollate oltre qualsiasi limite tollerabile, si impongono misure urgenti, come un’ampia amnistia per i reati minori e una radicale riforma della giustizia. Invece la politica latita, incapace di affrontare l’emergenza – accusa Litta – perché succube del populismo di Lega e Italia dei Valori, rendendosi così responsabile di questi dolorosi episodi”.
“Devo constatare amaramente – conclude l’esponente radicale – che anche di fronte a questo suicidio, il cosiddetto “Movimento per la Vita” non ha nulla da dire, essendo troppo impegnato a ostacolare e colpevolizzare, negli ospedali lombardi, le donne che decidono dolorosamente di interrompere una gravidanza. Dove sono in questo caso i difensori dei valori cristiani ?”
Caso Cucchi, Poretti: Rimandare la chiusura dell'indagine è un tentativo della maggioranza per depistare
23 febbraio 2010
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Intervento della sen. Donatella Poretti, Radicali-Pd
Apprendo che anche questa settimana la commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Cucchi non riuscira' a riunirsi e a chiudere i propri lavori! Dopo settimane che abbiamo acquisito tutti gli atti, i documenti, le audizioni e l'autopsia la relazione finale e' praticamente gia' scritta, occorre solo trascriverli in un documento finale e renderli pubblici.
Perche' la maggioranza continua a rimandare la convocazione? Quali pressioni sono in gioco?
Per avere una autopsia invece che giorni abbiamo impiegato mesi, ma ora che e' impossibile non mettere in fila tutti gli eventi, gli atti e le omissioni, i protagonisti e le cause della morte di Stefano Cucchi, rimandare la chiusura dell'indagine d'inchiesta parlamentare e' un tentativo maldestro per depistare e ingarbugliare una vicenda in realtà fin troppo chiara.
Carcere di Arezzo, Poretti: urge indagine su trattamenti sanitari
23 febbraio 2010
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Intervento della senatrice Donatella Poretti, Radicali-Pd, Segretaria della Commissione Igiene e Sanità
Nel corso di una visita di sindacato ispettivo effettuata sabato scorso presso il carcere di Arezzo, ho avuto un colloquio con il dottor Giovanni Pietro Calella, lo psichiatra che da 15 anni presta servizio nella struttura. Calella mi ha detto di essere molto preoccupato perche' il coordinatore sanitario della struttura, il dottor Carlesimo, pur essendo specializzato in otorino-laringoiatria, interverrebbe sulle prescrizioni psichiatriche rifiutando gli psicofarmaci a diversi detenuti e specificatamente ad alcuni di origine marocchina. La cosa sarebbe di estrema gravità, ancor di più se si considera l’alto tasso di suicidi che si registra in carcere e che affligge prevalentemente la popolazione straniera.
Il dottor Calella mi ha consegnato l'esposto-denuncia che ha depositato presso i carabinieri l'8 febbraio scorso, dove espone una situazione che se confermata è allarmante: il dottor Carlesimo, da un paio di mesi, esaminerebbe tutte le diagnosi e terapie fatte dallo psichiatra e successivamente, pur non essendo specializzato nel settore, con suo assoluto arbitrio deciderebbe personalmente le terapie che devono essere adottate e quelle che devono essere respinte, le quali non verrebbero nemmeno trascritte nella cartella clinica come obbligo d'Ufficio.
Per questo, con il senatore Marco Perduca ho rivolto un’interrogazione ai ministri della Giustizia e della Salute per sapere se intendano:
- disporre una ispezione per verificare i fatti denunciati dal dottor Calella;
- implementare l’assistenza psicologica e psichiatrica per i detenuti, prevedendo l’aumento degli operatori in servizio presso gli istituti di pena.
Qui il testo dell'interrogazione:http://blog.donatellaporetti.it/?p=1229
Carcere Arezzo. Poretti: sovraffollamento, mancanza di attività e limitazioni alle ispezioni parlamentari
Intervento della sen. Donatella Poretti, Radicali-Pd
20 febbraio 2010
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132 detenuti per 65 di capienza (90 quella tollerata), di cui 79 stranieri e 45 definitivi, contro 58 agenti di polizia penitenziaria in funzione rispetto a 82 in organico. Con questi numeri il direttore Paolo Basco ci ha descritto le condizioni della struttura che secondo una comunicazione ufficiale "a breve" dovrebbe chiudere per lavori di ristrutturazione esterni (2 milioni e mezzo di euro assegnati da oltre 1 anno). All'interno abbiamo parlato coi detenuti e visitato celle in cui 8 persone sono stipate mangiando a turni, difficolta' di lavoro essendo solo 17 i posti di lavoro interni (cuoco, scopino, ecc...), celle singole di neppure 6 metri con l'aggiunta del secondo letto (a castello).
Nella visita di stamane, inoltre, mi e' stata mostrata una circolare del Dap, firmata da dr. Franco Ionta n. 481177 del 30 dicembre 2009, che limita fortemente e illegalmente le visite ispettive dei parlamentari che secondo l'art. 67 del regolamento penitenziario possono essere accompagnati dai 2 collaboratori per "ragioni d'ufficio"; la circolare in questione descrive cosi' minuziosamente come devono essere queste persone che accompagnano: "debbano ritenersi integrate non in presenza di qualunque tipo di collaborazione del tutto episodica ma solo allorche' si adduce l'esistenza di un rapporto di collaborazione professionale stabile e continuativo, ancorche' non avente fonte in veri e propri provvedimenti formali di nomina producibili dall'interessato".
Su questa interpretazione limitativa della funzione del parlamentare e delle collaborazioni politiche di cui possa avvalersi, riducendole a mero rapporto di lavoro di funzionario di partito, presentero' una interrogazione parlamentare.
Carceri: Bernardini sospende sciopero fame dopo annuncio ministro Alfano di corsia preferenziale per dl su detenzione domiciliare e messa in prova
Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata Radicali/PD, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati
20 febbraio 2010
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Ho potuto leggere la bozza del Disegno di Legge presentato dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano riguardante l’”esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno” e la “sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato” per i reati puniti con pena non superiore nel massimo a tre anni.
Il provvedimento, ora all’esame tecnico degli Uffici della Camera prima di iniziare il suo iter in Commissione Giustizia, avrà la corsia preferenziale della sede legislativa avendo il Ministro della Giustizia ottenuto l’assenso dei Gruppi Parlamentari della Camera, tranne quello della Lega che però non si è dichiarata pregiudizialmente ostile.
Due sere fa il Ministro Alfano, dopo aver reso alle agenzie questa notizia, mi ha invitato a sospendere lo sciopero della fame. Accolgo ora questo invito, dopo aver letto la bozza del disegno di legge che corrisponde a quanto contenuto nei punti d) ed e) della mozione radicale sulle carceri approvata il 12 gennaio a Montecitorio. Il provvedimento, segna un’importante inversione di tendenza della politica di carcerizzazione fin qui seguita e mi auguro che porti un po’ di sollievo nel disumano e sofferente mondo penitenziario oggi caratterizzato da un sovraffollamento mai raggiunto in passato al quale si aggiunge, determinando una situazione esplosiva difficilmente governabile, una cronica carenza di personale di agenti, educatori, psicologi, medici, infermieri e personale amministrativo.
Ringrazio il Ministro Alfano soprattutto per aver accettato questa forma di dialogo nonviolento, questo Satyagraha che – lo ricordo - non vuole imporre alcunché all’interlocutore istituzionale ma, più semplicemente, richiamarlo a fare ciò di cui è profondamente convinto e che riguarda il rispetto delle leggi e degli impegni assunti: nel caso in questione, la mozione radicale sulle carceri.
Da parte mia rivolgo un invito a Irene Testa, segretaria dell'Ass.ne radicale II Detenuto Ignoto, che da oltre una settimana si era unita allo sciopero della fame - sposando i miei obiettivi e aggiungendo la richiesta di una commissione d'inchiesta sulle morti sospette in carcere - a interrompere per il momento anche il suo il digiuno.
Carceri, Ancona. Perduca: sovrappopolazione, sotto-organico, 1/3 in attesa di giudizio e violazione diritto alla salute.
Dichiarazione del Senatore Radicale Marco Perduca, candidato alla presidenza della regione Marche per la lista Bonino-Pannella a seguito della visita ispettiva al carcere di Ancona colla delegazione Radicale composta da Andrea Granata, Walter Mancini e Al
20 febbraio 2010
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"A fronte di una capienza regolamentare di 202 posto, oggi erano presenti 367 detenuti, stipati in celle al limite dei 3 mq minimi previsti dalle normative europee. Metà dei presenti non sono italiani. Gravissimo il fatto che un terzo sia in attesa di giudizio e solo un terzo con sentenza definitiva e che tutti siano costretti a convivere in un ex "carcere d'oro" con grossi problemi strutturali in alcune sue parti, come le docce.
"Molto preoccupante anche la presenza dell'organico, a seguito dei tagli dei 189 agenti previsti ne son rimasti solo 129 che, divisi per turni e con le fisiologiche licenze e malattie, in certe fasce orarie calano a una decina di presenza - sei la notte. Un aggravio di lavoro che peggiora la qualita' della vita per tutti, liberi e reclusi.
"Del tutto inaccettabile la qualita' del servizio sanitario. A seguito del passaggio alla Regione c'e' stato un progressivo disinteresse da parte delle autorita' con la drastica riduzione o cancellazione di prestazioni specialistiche che possono generare pericolosi circoli viziosi in cui palliativi e sedativi prendono il posto delle cure. Quasi 100 i tossicomani in carico al Sert.
"Ritengo molto grave come sia stato gestito il passaggio alla sanità regionale, un periodo di rodaggio e' fisiologico, ma qui siamo di fronte alla patologia di un'amministrazione distratta se non ostile al godimento del diritto alla salute dei presenti al carcere. Presenterò interrogazioni parlamentari su quanto visto, ma mi appello alla Regione perché ponga fine a questa vergogna di Montacuto.
Il ragazzo morto dopo l' arresto. L' aveva scritta in ospedale.
Così è stata fatta sparire l' ultima lettera di Cucchi
Chiedeva aiuto. Spedita dal carcere dopo la morte.
ROMA - Continua ad essere un mistero l' ultima lettera scritta da Stefano Cucchi, il trentunenne romano arrestato il 15 ottobre scorso e morto sei giorni dopo nel reparto carcerario dell' ospedale «Sandro Pertini», con le ossa rotte. Chi l' ha spedita, e perché, visto che è stata imbucata quattro giorni dopo che Stefano aveva smesso di vivere? Quel foglio di carta vergato con calligrafia malferma in cui si chiedeva aiuto al volontario di una comunità terapeutica, chiuso in una busta, era tra le cose che Cucchi aveva con sé quando è morto. Lo dimostra l' inventario redatto all' ospedale «in riferimento al decesso del detenuto», con l' elenco degli «effetti personali», restituiti «per competenza» al carcere di Regina Coeli: oltre a due paia di calzini, due mutande, due maglie intime e una tuta da ginnastica, compare «una busta da lettera». Chiusa e contenente qualcosa, c' è da credere, altrimenti non avrebbe avuto senso riconsegnarla. Che quelle cose siano arrivate a Regina Coeli, busta compresa, è provato dal timbro del carcere e dalla firma di un agente della polizia penitenziaria. Lo stesso che qualche giorno più tardi (il documento è senza data, ma c' è il timbro di un ufficio apposto il 6 novembre) ha compilato un' altra lista di «oggetti personali rinvenuti all' interno della camera detentiva» dove si trovava Cucchi; nel verbale sono indicati la tuta, le mutande, i calzini e le magliette. Della «busta da lettera» non c' è traccia. E naturalmente non ce n' era tra gli effetti restituiti ai familiari di Stefano. Loro cercavano una lettera perché una donna della polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver dato busta e francobollo al detenuto, e di averlo visto scrivere, ma nessuno seppe dire nulla di più. La logica conseguenza dei due diversi verbali è che la lettera sia stata spedita dal carcere. Come mai, se dell' inquietante morte di chi l' aveva scritta avevano già cominciato a parlare televisioni e giornali? Sulla busta c' era un nome e l' indirizzo di una Comunità di Roma, e dunque si può pensare che burocraticamente chi l' ha avuta tra le mani abbia ritenuto di inviarla al destinatario; premurandosi di indicare mittente e provenienza, scritti con una calligrafia diversa da quella di Cucchi. Ma il contenuto del messaggio poteva essere utile a fare chiarezza sulla morte del giovane, o a spiegare gli ultimi giorni trascorsi tra una caserma dei carabinieri, le gabbie di un tribunale, il carcere di Regina Coeli e infine il reparto di «protetto» di un ospedale. Invece la burocrazia ha pensato di liberarsi subito di quella busta che poteva scottare. E un po' effettivamente scottava, visto che nella lettera Cucchi chiedeva aiuto a un suo amico della Comunità di recupero per tossicodipendenti. «Per favore almeno rispondimi, a presto», aveva scritto: è la dimostrazione che cercava un appiglio per continuare a vivere, nonostante al «Pertini» rifiutasse il cibo perché voleva un avvocato che non è mai arrivato. I suoi familiari hanno potuto leggere quell' invocazione per caso, quando all' inizio di febbraio hanno deciso di rendere pubblico il mistero della lettera sparita. Solo dopo la conferenza stampa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, è stata chiamata alla Comunità che in passato aveva ospitato suo fratello. Le hanno consegnato il foglio, giunto a fine ottobre e messo via perché tanto ormai non c' era più niente da fare; senza pensare, nonostante il grande clamore suscitato dal «caso Cucchi», che alla famiglia potessero interessare le ultime parole di Stefano. E' una fra le tante stranezze di una vicenda dove trascuratezza e negligenza si sono accumulate fin dalle prime ore in cui quel tossicodipendente sorpreso con qualche dose di hashish e cocaina è finito nelle mani dello Stato: nel verbale d' arresto redatto alla stazione dei carabinieri di Roma Appia, per un evidente errore dovuto all' utilizzo di atti già redatti in precedenza sullo steso computer, Stefano Cucchi risulta «nato in Albania», in una data diversa, e «senza fissa dimora». Alla fine è scritto che «il prevenuto, interpellato, dichiarava di non dare notizia del suo avvenuto arresto ai propri familiari». Peccato che dopo essere stato fermato, Cucchi è andato coi carabinieri nella casa dove ufficialmente abitava insieme a genitori, che al termine della perquisizione l' hanno visto portare via in manette.
Giovanni Bianconi
Il giallo
L' arresto: Stefano Cucchi viene fermato per spaccio dai carabinieri il 15 ottobre scorso. Passa la notte nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri a Tor Sapienza La morte Processato per direttissima il 16 ottobre viene trasferito a Regina Coeli. Il giorno dopo viene visitato da un medico che riscontra postumi di una caduta. Spostato nel reparto detenuti dell' ospedale Pertini, muore il 22 ottobre
Il verbale sbagliato: Tra le tante stranezze della vicenda, il verbale d' arresto indica che Stefano era un cittadino albanese.
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(20 febbraio 2010) - Corriere della Sera
L`allarme carceri e lo sciopero della fame di Rita
• da L'Unità del 22 febbraio 2010
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di Luigi Manconi
"Intrepido" è un termine che da tempo, e per ragioni misteriose, viene utilizzato solo in senso
critico o canzonatorio. E invece, per una volta, ne voglio fare un uso positivo, definendo appunto «intrepida» Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del PD, e la sua azione a tutela
dei diritti delle persone private della libertà. Intrepida è, infatti, la sua quotidiana e meticolosa - e «maniacale», così appare ai suoi critici - opera di denuncia di tutte le iniquità che si consumano
all`interno delle carceri. Qui, alle antiche e strutturali «violenze istituzionali» - proprie di ogni sistema di coercizione - si è aggiunta l`abnorme crescita della popolazione detenuta, che ha superato le 66.000 unità. Il governo finora ha mostrato di voler affrontare una simile situazione ricorrendo a un solo strumento: la costruzione di nuove carceri. Progetto tanto miope quanto utopistico dal momento che il ritmo di realizzazione di nuove celle è fatalmente assai più lento del tasso di incremento della popolazione detenuta. L`unica strada alternativa e realistica è, invece,
quella della depenalizzazione e della de-carcerizzazione: ossia la riduzione del numero dei comportamenti classificati come reati e la riduzione del numero dei reati sanzionati con la reclusione in cella. Per ottenere che tale strada sia perlomeno intrapresa, Rita Bernardini ha attuato un lungo sciopero della fame. Dopo 19 giorni di silenzio, c`è stato un segnale di attenzione: il ministro Angelino Alfano ha inviato un disegno di legge alla Commissione giustizia della Camera che contiene alcuni elementi positivi. Eccoli: detenzione domiciliare (anche in luoghi pubblici e privati di assistenza e cura) per chi abbia ancora da scontare un anno di pena, anche se
recidivo; messa in prova nei processi per reati con pena inferiore a tre anni. Si tratta di indicazioni giuste ma sottoposte a limiti e vincoli che appaiono eccessivamente onerosi: obbligatorietà dello svolgimento di lavori socialmente utili e della «riparazione» nei confronti delle vittime (condizioni sacrosante ma assai difficili da applicare); aggravamento delle pene in caso di violazione delle regole delle misure alternative. Il rischio è che obblighi così rigidi portino al fallimento di queste nuove norme. Tuttavia ora il Parlamento ha l`opportunità di legiferare e di tradurre quel disegno in un provvedimento più razionale e giusto, che porti sollievo a una situazione diventata intollerabile, e che indichi una prospettiva di riforma per un sistema che sembra essere
decisamente irriformabile.
Bene ha fatto, dunque, la Bernardini, a interrompere uno sciopero della fame che ha già ottenuto un primo risultato. Siano altri, ora, ad assumersi le proprie responsabilità.
Mauro Palma, Presidente del CPT (Comitato europeo prevenzione tortura) per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 febbraio 2010.
Fonte: il Manifesto, di Mauro Palma 17/02/2010
E’ certamente vero che non esistono misure o progetti che portino a cancellare del tutto il rischio di suicidio di chi, privato della libertà, è ristretto in un luogo chiuso al mondo esterno. L’atto del suicidio attiene alla sfera intima, personale, mai del tutto esplorabile e leggibile; attiene a una sofferenza e a una scelta che non sono mai dominabili attraverso sistemi di regole esterne e che, in quanto tali, vanno rispettate e discusse con pudore e senza facili scorciatoie interpretative. E’ anche vero che in nessuno dei sistemi detentivi europei, e certamente anche in quelli al di fuori del nostro continente, il numero dei suicidi è zero. Tuttavia queste sono verità parziali. Altre ci dicono che nelle carceri italiane lo scorso anno, e nell’avvio di questo, se ne è verificato un numero tale che indica una crescita allarmante del fenomeno, percentualmente tra i più alti in Europa; che questa impennata è segno ed effetto del negativo funzionamento di un’istituzione che si vorrebbe destinata al recupero sociale; e che per ridurne il numero molto si può e si deve fare, anche seguendo le tracce di altri paesi. L’estensione del fenomeno dell’autolesionismo e l’aumento del numero dei suicidi ci proiettano innanzitutto l’immagine di un mondo detenuto debole, prodotto di assenze d’intervento sociale e di una marginalità declinata penalmente e rigidamente affrontata con la detenzione.
In questo contesto, il carcere diviene un luogo di abbandono di ogni progettualità possibile, luogo ininfluente rispetto all’elaborazione culturale e alla decisione politica: se ne conoscono numeri, problemi e carenze, ma questi elementi non incidono nel formare pensiero collettivo. Per chi è in carcere questa percezione di essere nel luogo dell’ininfluenza sui processi reali e della mancanza di qualsiasi progettualità che non sia il mero contenimento è un fattore che incide sulla decisione di sancire definitivamente tali assenze; quindi, sul numero dei suicidi. Ogni suicidio in carcere ci interroga sulle nostre responsabilità e dà una indiretta immagine delle criticità e degli elementi patologici e patogeni di questa istituzione, perché rappresenta sempre il risultato di più incapacità: a leggere disagio e difficoltà, a prevenirne gli esiti più negativi, a dare sostegno adeguato. Quindi, non è possibile chiudere il problema come insito nella logica stessa della detenzione o nelle vicende umane difficili da cui proviene la gran parte dei detenuti. Abbiamo il dovere di capire le ragioni di numeri così elevati, di chiederci come intervenire, di riflettere sugli interrogativi che essi pongono. Gli interlocutori di questa riflessione sono molteplici e non si restringono a chi del carcere ha diretta responsabilità. Certamente questi sono i primi interlocutori e alcune indicazioni europee delineano linee d’intervento: la costruzione di équipe di accoglienza, composte di operatori con diverso profilo professionale; il potenziamento della comunicazione tra detenuto e staff, anche attraverso forme di rappresentanza; il passaggio da un modello de-responsabilizzante, in cui il detenuto è un soggetto passivo che deve chiedere per agire, a un modello di assunzione attiva di responsabilità; la scrupolosa rilevazione degli atti auto lesivi, nonché dei suicidi, e il loro utilizzo come casi d’analisi per la stessa formazione del personale, rompendo la tendenza a occultare e negare; la drastica riduzione delle forme d’isolamento del detenuto. Sono linee guida, che l’Italia dovrebbe attuare, che certamente non sanano le questioni a monte di politica penale, ma che, nel contesto dato, chiedono all’istituzione di agire al proprio interno al massimo delle possibilità per ridurre drasticamente il numero di suicidi. All’esterno, l’unico segnale positivo si è avuto lo scorso anno, quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha inserito il tema dei suicidi in carcere nella propria agenda, avviando una serie di audizioni. Un segnale della consapevolezza sociale del problema, non più ristretto così a tema per specialisti o ad argomento da includere nel più generale tema del suicidio, senza evidenziarne la specificità del suo porsi nella privazione della libertà. Sarebbe importante avere gli esiti di tale lavoro, anche come apertura di una riflessione sulla responsabilità intrinseca di tutti i noi su quel numero alto di vite che si continuano a perdere dietro le sbarre.
In carcere, se hanno figli
«Minialloggi per detenute»
«Una grossa novità alla quale stiamo lavorando è rappresentata dalla possibilità di sfruttare un edificio dove prima abitava il personale - all’interno della cancellata ma fuori dalla sezione detentiva - per accogliere in alloggi 11 madri carcerate con i loro figli». Lo ha annunciato il direttore della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno Pietro Buffa durante l’incontro con l’assessore alle Risorse Educative della Città Beppe Borgogno per il secondo rinnovo di un protocollo d’intesa che consente l’inserimento di bambini figli di detenute nel Centro per bambini e genitori Stella Stellina di via dei Mughetti 29/1, offrendo uno spazio di relazione con coetanei e con adulti che si pongano come riferimento educativo in un contesto diverso da quello carcerario e pensato per i bambini. Contemporaneamente è previsto un percorso di accompagnamento e sostegno alla genitorialità responsabile, rivolto alle madri anche nella prospettiva dell’uscita dal carcere.
MESI DI INDAGINI AL «LORUSSO-CUTUGNO», PERQUISIZIONI IN CARCERE, SCOPERTE ANCHE TRE SIM CARD
I mafiosi col telefonino in cella
CLAUDIO LAUGERI
I pupilli delle famiglie della ‘ndrangheta avevano il telefono in cella. Così, potevano comunicare con le famiglie e con i compari, aggirando i divieti di legge e trasformando il soggiorno in carcere in una sorta di «assenza forzata» dagli affari illeciti, ma non dal meccanismo decisionale delle imprese criminose. Per loro, tutto era possibile nel carcere «Lorusso-Cutugno». O almeno, così pensavano. Finché, martedì all’alba quaranta agenti di polizia penitenziaria hanno passato al setaccio una quindicina di celle (e una ventina di detenuti) del «blocco C». L’ultimo atto di un’indagine avviata alcuni mesi fa dagli stessi agenti della penitenziaria coordinasti dal comandante Gianluca Colella, in collaborazione con i colleghi dello Sco della Squadra Mobile diretti da Marco Martino, sotto la strettissima supervisione del direttore Pietro Buffa e dei pm Sandro Ausiello e Gabriella Viglione.
Il risultato ha confermato i sospetti degli investigatori: nascosti nelle celle c’erano due telefoni cellulari e tre schede telefoniche. L’attrezzatura era a disposizione di una mezza dozzina di detenuti, che intrattenevano rapporti con l’esterno. In tutta tranquillità. Con ampia disponibilità di tempi e modi.
E poco importava se le celle erano nel settore «alta sicurezza». Là dentro sono detenuti A. S., 29 anni, e A. G., di 30, entrambi collegati a famiglie della ‘ndrangheta molto attive tra Calabria e Torinese, proprio per questo tenuti in una zona del carcere dove il livello di sorveglianza è più elevato. Con loro, a beneficiare dell’«optional telefonico» c’era anche Ottavio Magnis, 40 anni, noto esponente della criminalità organizzata torinese, da due anni in una cella «Lorusso-Cutugno». E’ l’uomo accusato di aver tentato di imporre il «pizzo» a Giuseppe Forello, imprenditore palermitano titolare del Bingo di Moncalieri. Era arrivato al Nord per sfuggire alla morsa della mafia e rischiava di essere schiacciato da un’intesa tra quella stessa malavita e la ‘ndrangheta, a migliaia di chilometri di distanza. Per opera di Magnis, collegato a Calogero Pillitteri, una sorta di «colonnello» del racket imparentato con i boss Francesco e Giovanni Bonanno, che a loro volta avrebbero stretto un’intesa con i pari grado siciliani Salvatore e Sandro Lo Piccolo.
Questo il livello dei personaggi con il «telefono in camera». Ecco spiegato perché sono stati necessari mesi per ricostruire la «vita» delle schede telefoniche poi finite sotto sequestro. Un’indagine delicatissima, resa ancora più complessa dal sovraffollamento del carcere torinese: per i detenuti è molto più facile riuscire a nascondere un cellulare (e più ancora un sim card telefonica) in celle dove sono ammucchiati gli oggetti personali di un numero di detenuti superiore al previsto.
Martedì mattina, i detenuti finiti «nel mirino» degli inquirenti hanno assistito in silenzio alle perquisizioni. Prima, però, gli agenti hanno dato loro una possibilità di evitare il ribaltamento di brande e oggetti personali nelle celle: i detenuti hanno spergiurato di non avere nascosto nulla. Uno è sbiancato quando gli investigatori gli hanno tirato fuori da un calzino il cellulare «fuorilegge». Al punto che si è accasciato a terra, è stato sistemato su una barella e ha continuato ad assistere alla perquisizione. Per lui e gli altri detenuti coinvolti, il direttore Buffa ha già previsto la richiesta dell’applicazione della «sorveglianza particolare» (per sei mesi). E poi, c’è un altro filone dell’indagine: gli investigatori devono individuare la persona che ha portato in carcere le sim card e i cellulari. Un sospettato c’è. Non appartiene all’Amministrazione, ma era autorizzato all’ingresso.
"Il detenuto è morto": quando il carcere uccide e non si sa perché
• da Il Fatto Quotidiano del 17 febbraio 2010
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di Paola Zanca
Sono venuti a Roma con le fotografie, "quelle brutte" e "quelle belle". C`è un prima e un
dopo, nelle vite dei fratelli, delle sorelle, dei padri e delle madri che hanno perso in carcere uno
di loro. Lo spartiacque di solito è arrivato con una telefonata nel cuore della notte. Niente spiegazioni, nessuna compassione, pura formalità: "Il detenuto è morto". Perché, come, quando?
Niente da fare, hanno già messo giù. I familiari vogliono risposte: ieri sono tornati a chiederle al Senato, nel corso di un`iniziativa organizzata dall`associazione dei Radicali, Il detenuto ignoto.
Storie diverse, difficile fare confronti. Ma in tutti i casi un minimo comune denominatore c`è:
l`errore dello Stato. Una condanna sbagliata, una detenzione ingiusta, un suicidio inscenato. In
ognuna delle storie c`è l`errore di qualcuno: un giudice, un medico, uno psichiatra, un poliziotto.
Più difficile trovare qualcuno che abbia pagato. Alcune di queste storie hanno avuto la ribalta
della cronaca nazionale: quella di Stefano Cucchi, quella di Aldo Bianzino, quella di Federico Aldrovandi. Altre sono rimaste relegate nelle pagine locali. Manuel Eliantonio, per esempio, è
morto un anno e mezzo fa nel carcere Marassi di Genova. A sua madre al telefono hanno parlato
di un incidente. Suo figlio era in carcere per resistenza a pubblico ufficiale, era fuggito ad un
controllo. Cinque mesi e 10 giorni di reclusione. Ma dal carcere non è uscito vivo. Lei al Senato ha
portato tutte le immagini del corpo di suo figlio, martoriato, pieno di ecchimosi. Con sé ha anche
l`ultima lettera scritta da Manuel, il giorno prima di morire: "Mi ammazzano di botte almeno
una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci". Marcello
Lonzi, invece, è morto l` l l luglio del 2003, a 29 anni, nel carcere di Livorno dove era detenuto per tentato furto. Morte naturale, dovuta a una caduta, la versione ufficiale. Ma i medici dicono che quelle costole rotte, lo sterno fracassato e tutti quei lividi non sono "compatibili con la caduta".
Anche Riccardo Rasman dicono sia morto per un collasso. Imbavagliato, con i polsi e le caviglie
legate con il fil di ferro, uno zigomo e l`osso del collo rotto, immerso nel sangue: forse sì, alla fine
un collasso gli è venuto. Sua sorella Giuliana da quel giorno è diventata "peggio di Perry Mason".
E grazie alle sue indagini è riuscita a far condannare tre poliziotti: sei mesi con la condizionale.
Tutto qui. Riccardo Boccaletti è entrato in carcere che pesava 86 chili. In tre mesi ne ha
persi quaranta. Sveniva ogni due o tre giorni. Sua madre ha chiesto spiegazioni. "Non sapevano
nemmeno quanto pesasse all`ingresso". Era dipendente dalla cocaina, voleva andare in comunità,
perfino lo psichiatra diceva "bisogna farlo uscire". Invece è morto così, chilo dopo chilo: "I
vostri figli li hanno ammazzati di botte - dice la madre alle altre famiglie che l`ascoltano - Il mio in un altro modo". E poi Stefano Frapporti, Simone La Penna, Katiuscia Favero, Giuliano Dragutinovic. Tutti sperano che non finisca come alla famiglia Scardella, che da 24 anni cerca di capire come sono andate le cose nel carcere di Cagliari. Loro figlio, Aldo, era in carcere da innocente, per una rapina di cui solo dieci anni dopo si troveranno i veri responsabili. Si è suicidato, dicono. Ma nel sangue di Aldo c`erano tracce di metadone, e nessuno glielo aveva mai prescritto. Per gli Scardella, neanche una telefonata.
Che era morto l`hanno saputo dalla televisione.
'L'inchiesta procede, abbiamo fiducia nella Procura ma abbiamo una forte preoccupazione per le perizie, per cui stanno succedendo cose gravi'. Lo ha detto Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi, il geometra romano morto all'ospedale Pertini di Roma a 31 anni il 22 ottobre scorso, a una settimana dal suo arresto per droga.
'Quando lo Stato sbaglia - ha detto intervenendo a una conferenza stampa al Senato, a cui hanno preso parte altre famiglie coinvolte in morti sospette di detenuti - Stefano non puo' riposare in pace, perche' ancora non ci ridanno il corpo.
E' come se il dolore per la sua riesumazione sia stato inutile.
Siamo in attesa della tac, senza la quale i nostri medici non sono in grado di stabilire cio' che da sempre sosteniamo, cioe' che mio fratello e' morto in seguito alle percosse ricevute.
Affrontare questa storia e' rinnovare un dolore ma soprattutto fa male dover combattere per avere giustizia, che dovrebbe essere doverosa in uno Stato di diritto'.
Dal palco ha poi parlato, in una delle sue rarissime dichiarazioni alla stampa, anche Rita, madre di Stefano: 'Lo Stato me lo ha portato via - ha detto - lo Stato me lo ha ridato morto. Spero che dicano tutta la verita', noi non ce l'abbiamo con le istituzioni, non ce l'abbiamo con l'Arma, ma con una manciata di persone, in camice o in divisa, pagate dallo Stato.
Vogliamo che siano giudicati da semplici cittadini italiani, perche' la legge sia davvero uguale per tutti'.
RADICALI CHIEDONO COMMISSIONE INCHIESTA MORTI SOSPETTE - La Commissione parlamentare d'inchiesta faccia luce sulle morti sospette avvenute nelle carceri italiane. E' la proposta fatta questa mattina dai Radicali e dall'associazione 'Il detenuto ignoto', nel corso di una conferenza stampa che si e' svolta al Senato e che ha visto la partecipazione di numerosi familiari di detenuti morti in circostanze sospette in carcere.
La deputata Rita Bernardini, in sciopero della fame dal 3 febbraio, ha chiesto che venga data rapida esecuzione alla mozione parlamentare che e' stata approvata alla Camera l'11 gennaio e che prevede il riordino del sistema carcerario.
"Qualcosa di importante - ha detto Rita Bernardini che e' membro della Commissione Giustizia della Camera - e' accaduto nel nostro Paese perche' si e' squarciato il velo della rassegnazione dei tanti familiari che ritenevano ormai impossibile ottenere la verita'. Questo e' accaduto in modo piu' evidente con la vicenda di Stefano Cucchi, grazie al coraggio della famiglia. Le carceri sono purtroppo delle istituzioni oscure e nonostante sia permesso accedere ai parlamentari e ai giornalisti, quando non ci sono questi occhi, accadono cose che e' difficile raccontare".
"E' importante essere qui con le famiglie che hanno vissuto lo stesso dolore assurdo - ha detto Daria Cucchi, sorella di Stefano, morto in carcere il 22 ottobre, dopo otto giorni di detenzione -. Noi tutti chiediamo che ci sia data giustizia, e questo e' un dovere per le istituzioni. Continueremo ad avere fiducia nelle istituzioni anche perche' ci sono delle responsabilita' ma da parte dei singoli".
Oltre alla vicenda di Stefano Cucchi stamattina sono state ricordate altre vicende che sono ancora oscure, come la morte di Marcello Lonzi, di 27 anni, deceduto nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003, ufficialmente per collasso cardiaco dopo essere caduto battendo la testa. Il corpo di Lonzi pero' era pieno di ferite e sono state riscontrate anche otto costole fratturate. Il caso di Stefano Frapporti, cinquantenne, ufficialmente morto suicida nel luglio del 2009 nel carcere di Rovereto e quello Katiuscia, trentenne, trovata impiccata con un lenzuolo nel novembre 2005, nel giardino dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere.
"Chiediamo verita' e giustizia per queste famiglie - ha detto Irene Testa, segretaria dell'associazione 'Il detenuto ignoto', che da cinque giorni e' in sciopero della fame - le istituzioni possono e devono fare qualcosa. Mi sono unita allo sciopero della fame di Rita Bernardini affinche' sia data esecuzione alla mozione gia' approvata sulle carceri, ma chiediamo soprattutto giustizia per queste morti sospette".
Satyagraha: Lettera ad Alfano di Rita Bernardini, giunta oggi al 15° giorno di digiuno su dieci obiettivi di legalità e giustizia
16 febbraio 2010
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La deputata Radicale-PD Rita Bernardini, giunta oggi al 15° giorno di sciopero della fame, ieri ha inviato una lettera al Ministro della Giustizia Angelino Alfano, scelto come interlocutore di questa iniziativa nonviolenta, per illustrare gli obiettivi del Satyagraha intrapreso.
mentre Le scrivo, sono giunta al 14° giorno del mio Satyagraha che porto avanti nella forma dello sciopero della fame su 10 obiettivi di giustizia e di legalità che ritengo fondamentali per il ruolo che ricopro in quanto rappresentante della Nazione.
Il Satyagraha è una forma di dialogo nonviolento che non vuole imporre alcunché all’interlocutore istituzionale, ma è più semplicemente una forma di attenzione e di sollecitazione affinché l’interlocutore faccia ciò di cui è profondamente convinto e che riguarda sempre il rispetto delle leggi e degli impegni assunti.
Dei dieci obiettivi, due sono stati raggiunti: il primo riguardava la mia richiesta di accesso agli elenchi dei fornitori della Camera dei deputati: da luglio 2009 avevo avanzato la domanda e solo grazie all’intervento del Presidente della Camera Gianfranco Fini mi è stato riconosciuto il diritto, che è di tutti i deputati, previsto dall’art. 68 del Regolamento contabile dell’amministrazione della Camera. Il secondo obiettivo centrato è stato il blocco da parte del Governo della nuova legge elettorale della Regione Basilicata, entrata in vigore senza la necessaria modifica dello statuto regionale.
Gli obiettivi che mi hanno portato a sceglierLa quale interlocutore del mio impegno nonviolento riguardano:
l’adeguamento del nostro ordinamento allo Statuto istitutivo della Corte Penale Internazionale
(Allegato 1)
l’ attuazione dei 12 punti della mozione n. 1/00288 sulle carceri approvata dalla camera dei deputati in data 12 gennaio 2010 e il rispetto immediato di alcune norme del regolamento penitenziario
oltre ai 12 punti della mozione approvata in data 12/01/2010 (Allegato 2), in conformità a quanto disposto dall’ordinamento giuridico vigente, dovranno essere realizzate, all’interno degli istituti di pena, le seguenti opere di ristrutturazione: rimozione dei muretti divisori all’interno delle sale colloqui, laddove ancora esistenti;
realizzazione delle aree verdi dove i detenuti possono incontrare i propri familiari laddove mancanti; smantellamento dei wc a vista, laddove necessario. Inoltre, ad ogni detenuto dovrà essere consegnato (nella lingua dallo stesso conosciuta) il vademecum contenente i diritti e i doveri del detenuto e il Regolamento dell’istituto penitenziario.
Signor Ministro, nella convinzione che accoglierà questa mia forma di dialogo nonviolento, resto in attesa di un Suo riscontro e Le porgo i miei più sinceri e cordiali saluti.
(Uno "stato di emergenza" non si nega a nessuno ... nemmeno ai carcerati!)
DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 13 gennaio 2010
Dichiarazione dello stato di emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. (10A00835)
(GU n. 23 del 29-1-2010 )
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Visto l'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225;
Visto l'art. 107, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112;
Visto il decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con
modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401;
Visto l'art. 44-bis, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207,
convertito, con modificazioni, nella legge 27 febbraio 2009, n. 14;
Visto il decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 195;
Considerata la situazione di grave criticita' conseguente al
sovrappopolamento del sistema carcerario nazionale, causato
dall'inadeguatezza delle strutture che ospitano gli istituti di pena;
Considerato che, la predetta situazione di criticita' determina un
grave rischio per la salute e l'incolumita' dei soggetti detenuti
presso gli istituti di pena;
Ravvisata la necessita' di procedere, in termini di somma urgenza
all'immediato avvio di interventi volti alla realizzazione di nuove
infrastrutture carcerarie e l'aumento della capienza di quelle
esistenti, al fine di assicurare la tutela della salute e la
sicurezza dei detenuti, garantendo una migliore condizione di vita
degli stessi e la funzione rieducativa della pena;
Tenuto conto che tali interventi, per il carattere di
straordinarieta' e di somma urgenza che rivestono, devono essere
assunti anche nell'esercizio di poteri in deroga alla normativa
vigente;
Ritenuto che ricorrono, quindi, nella fattispecie, i presupposti
previsti dall'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225,
per la dichiarazione dello stato di emergenza;
Sentito il Ministro della giustizia;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella
riunione del 13 gennaio 2010;
Decreta:
Ai sensi e per gli effetti dell'art. 5, comma 1, della legge 24
febbraio 1992, n. 225, in considerazione di quanto espresso in
premessa, e' dichiarato, fino al 31 dicembre 2010, lo stato di
emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti
penitenziari presenti sul territorio nazionale.
Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana.
Roma, 13 gennaio 2010
Il Comitato vincitori/idonei del concorso per educatori penitenziari continua a sostenere l'azione di lotta non violenta della deputata radicale Rita Bernardini, in sciopero della fame dal 3 febbraio scorso, e di Irene Testa, Segretaria dell'Associazione Radicale il Detenuto Ignoto e membro della Giunta di Radicali Italiani, con diversi obiettivi, tra cui la richiesta che sia data rapida esecuzione alla mozione parlamentare approvata alla Camera l'11 gennaio, ove si prevede una riforma organica e non più rinviabile del sistema carcerario e affinche' la politica e le istituzioni facciano chiarezza sul caso della morte del giovane Marcello Lonzi, avvenuta presso il carcere Le Sughere di Livorno nel 2003,che per la seconda volta rischia, nei prossimi giorni, di venire archiviato senza che si siano individuate responsabilità, sul cui cadavere, ufficialmente morto di infarto, sono state riscontrate lesioni gravi e inspiegabili.
L'11 e 12 gennaio 2010 venivano discusse ed infine approvate dal parlamento e dal governo rappresentato dal ministro della giustizia Angelino Alfano tutte le mozioni sul problema penitenziario.Giova ricordare che in quella occasione il ministro assumeva un ben preciso impegno che è quello di darvi concreta attuazione,sancendo l'inizio di un nuovo percorso dapprima con la dichiarazione di emergenza di tutto il sistema penitenziario a cui avrebbe dovuto susseguirsi tutta una seria di nuovi atti necessari ad ottemperare a quanto detto per poter, nei tempi strettamente necessari, affrontare concretamente e efficacemente l’ormai ingestibile emergenza creatasi..
Purtroppo, a circa un mese dall'approvazione delle mozioni e dello stato di emergenza, nessun segnale ancor oggi giunge dal governo oltre a quello di un ipotetico piano carcere che si limita a prevedere solo la costruzione di nuove carceri e le assunzioni del personale di Polizia Penitenziaria.
E´ necessario, dunque, ricordare che sicuramente è urgente un ampliamento strutturale degli istituti di pena, visto l´esorbitante numero di detenuti e con esso il numero degli agenti di Polizia Penitenziaria -com´è nelle già dichiarate intenzioni del Ministro- ma non va dimenticato che il Piano Carceri, voluto dallo stesso Ministro Alfano, prevede uno straordinario ricorso alle misure alternative e senza l'assunzione di ulteriori unità di educatori, la procedura attuativa delle stesse certamente non potrà mai dare gli esiti sperati, poiché di tale intera procedura ne è artefice materiale proprio l’educatore.
Infatti su una popolazione carceraria, che peraltro nella giornata di ieri ha raggiunto un nuovo record nazionale, di circa 66.161 detenuti, stando a quanto emerge da uno studio condotto da Carcere Possibile Onlus, ad oggi il rapporto educatore/detenuto è di 1 a 1000; pertanto le possibilità che un educatore incontri un carcerato si attestano intorno a meno di una all’anno, tempo evidentemente altamente inadeguato e assurdo per costruire un progetto rieducativo serio e condiviso, così come risulta impossibile che, con tali tempi, gli educatori oggi in servizio abbiano occasione per seguire tale progetto rieducativo e partecipare ad esso con contributi mirati per renderlo effettivamente efficace. Ribadiamo, dunque, la nostra ferma convinzione che il Piano Carceri non può cominciare solo da un aspetto custodiale e strutturale, ma ha il dovere di affiancare immediatamente ad esso il principio costituzionale della rieducazione ovvero il Piano Carceri deve cominciare proprio dall’assunzione di ulteriori unità di educatori, grazie al lavoro dei quali beneficeranno, in termini di vivibilità e umanità, in primis i detenuti, ma anche tutti gli operatori penitenziari. In uno stato di emergenza del sistema carcerario non è possibile accettare che il Governo si limiti solamente all'assunzione di nuove unità di Polizia Penitenziaria dimenticando proprio la necessità di incrementare e di riportare alle effettive esigenze reali gli organici di quelle figure professionali che svolgono un ruolo centrale nell'attività di osservazione e trattamento dei detenuti e risultano essenziali per ridurre il numero dei suicidi, dei maltrattamenti, degli abusi generati dal sovraffollamento vertiginoso vissuto quotidianamente dai carcerati ed anche dagli agenti di Polizia Penitenziaria.
Perché non migliorare da subito la qualità della vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti? Perché cominciare dalle strutture e non dalle persone?
Crediamo, dunque, che un Piano Carceri che abbia l’intenzione e la capacità vera di affrontare l’emergenza carceraria non possa trattare solo alcuni aspetti del problema, ma debba avere un approccio globale, che contemporaneamente, però, ponga al centro della sua azione realizzativa la componente umana, attraverso la messa in campo di competenze specifiche ed imprescindibili -per le funzione loro attribuite dalla legge- quali quelle che investono l’educatore penitenziario. Invitiamo, dunque, tutti gli operatori penitenziari ad aderire a tale iniziativa non violenta, poiché in un paese democratico e civile non è possibile che si giunga ad un livello tale di intollerabilità di presenze nelle carceri senza che lo Stato si interroghi immediatamente e concretamente sulle motivazioni che hanno generato una simile situazione che palesa l’evidente involuzione del compito affidato all’istituto di pena.
Pertanto, ci uniamo all’Onorevole Bernardini per chiedere l’immediata esecuzione della mozione sul carcere attraverso la messa in atto tutte quelle misure che tengano conto della complessità di equilibri, di processi e dinamiche che si celano dietro quelle sbarre, acquisendo quale assioma di partenza la funzione rieducativa e risocializzativa che il carcere deve essere in grado di fornire a chi lo vive, poiché chi varca il suo cancello è sì detenuto, ma continua ad essere persona dotata delle sue apicalità, dei suoi diritti e dei suoi doveri.
Roma: domani, ore 11, conferenza stampa al Senato de Il detenuto Ignoto, "Quando lo Stato sbaglia. Casi, storie e proposte al Senato".
Partecipano tra gli altri Emma Bonino, Rita Bernardini e Donatella Poretti.
QUANDO LO STATO SBAGLIA. CASI, STORIE E PROPOSTE AL SENATO
Conferenza stampa,
Martedì 16 febbraio 2010,
alle ore 11, a Roma presso la
Sala conferenze stampa del Senato della Repubblica
Alcune volte, gli errori dello Stato, ancorché pochi, forse fisiologici, forse comunque troppi, lasciano le vittime ad invocare verità, giustizia, risposte.
Da parte di chi, se non da parte dello Stato stesso?
Lo Stato possiede gli anticorpi per prevenire, riconoscere e intervenire qualora le persone che agiscono in suo nome incorrano in errori? O tali anticorpi possono essere migliorati, resi più efficienti, se non alcune volte addirittura creati?
Sono domande che non possono non interrogare profondamente la politica, rivolte in questa occasione, insieme all'associazione radicale il Detenuto Ignoto, da parte delle famiglie coinvolte nelle tremende, sospette storie di:
Manuel Eliantonio, 22 anni, muore il 25 luglio 2008, nel carcere Marassi di Genova, coperto di lividi e di segni di violenze, ufficialmente dopo aver inalato del gas butano. Stava scontando una condanna a 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. La sua pena avrebbe dovuto terminare il 4 settembre;
Marcello Lonzi, 29 anni, muore l’11 luglio 2003 nel carcere di Livorno: sarebbe deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa. La madre non crede a questa ricostruzione e sospetta si sia trattato di un omicidio, anche perché il corpo del figlio era coperto di lividi;
Stefano Cucchi, 31 anni, muore il 22 ottobre 2009 nel reparto detentivo dell’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dopo essere passato per il Tribunale, il carcere di Regina Coeli e l’Ospedale Fatebenefratelli. Otto giorni fatali durante i quali la famiglia ha tentato invano di mettersi in contatto con il proprio caro e con i medici che lo avevano in cura;
Aldo Bianzino, 44 anni, muore il 14 ottobre 2007, nel carcere “Capanne” di Perugia, dove era detenuto da meno di 48 ore. L’autopsia fa risalire le cause della morte a un aneurisma cerebrale. Incensurato, pacifista, di professione falegname, lascia la moglie, anch'essa imputata e che morirà di lì a poco, e un figlio, Rudra, ora diciassettenne, senza più una famiglia;
Riccardo Rasman, 34 anni, muore il 27 ottobre 2006, nel suo appartamento a Trieste: ammanettato a terra, prono, con le caviglie legate da un fil di ferro, ha un arresto respiratorio. La polizia era intervenuta a seguito della segnalazione di alcuni vicini perché Riccardo teneva il volume della musica troppo alto e aveva lanciato due petardi nella corte interna dello stabile;
Gabriele Sandri, 28 anni, muore l’11 novembre 2007 in un Autogrill dell’autostrada A1, dove, dopo un accenno di rissa tra tifoserie opposte, la polizia stradale interviene e un agente spara due colpi di pistola a grande distanza colpendo Gabriele al collo mentre si trova all’interno di un’auto;
Giulio Comuzzi, 24 anni, muore suicida il 28 febbraio 2007 in un Centro di riabilitazione mentale di Trieste. Secondo il padre, parte di responsabilità per il gesto del figlio sarebbero imputabili ai medici che lo avevano in cura per un problema psichiatrico;
Stefano Frapporti, 50 anni muore suicida il 21 luglio 2009 nel carcere di Rovereto (TN). Era un muratore provetto e stimato. Con la legge non aveva mai avuto problemi, fino a quando una pattuglia di Carabinieri lo ferma, contestandogli una manovra errata in bicicletta. Gli perquisiscono la casa, dove gli trovano dell’hashish e lo arrestano. Il giorno stesso viene rinvenuto morto, impiccato in cella;
Simone La Penna, 32 anni, muore il 25 novembre 2009 nel carcere di Regina Coeli (Rm). Era in carcere per reati legati alla droga e soffriva di un’anoressia nervosa che gli aveva fatto perdere oltre 20 chili di peso in due mesi. A Regina Coeli, dove non poteva essere curato, era arrivato dal reparto medico per detenuti dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo;
Katiuscia Favero, 30 anni, il 16 novembre 2005 viene ritrovata impiccata con un lenzuolo ad una recinzione, nel giardino interno dell’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn): è un suicidio, secondo gli investigatori, la madre però non crede a questa versione: “Voglio sapere cosa hanno fatto a mia figlia. Io non credo che si sia suicidata, sospetto che sia stata uccisa”;
Aldo Scardella, 24 anni, muore suicida il 2 luglio 1986 nel carcere Buoncammino di Cagliari. Era stato arrestato il 29 dicembre 1985, dopo una rapina in un market nel corso della quale perse la vita il titolare del negozio. Dieci anni dopo la sua morte, nel 1996, altre persone sono state condannate per quella rapina e quell’omicidio. Aldo era stato arrestato sulla base di sospetti infondati e messo in isolamento dove si è tolto la vita prima di essere processato. A tutt'oggi la famiglia attende di avere spiegazioni su alcune circostanze misteriose legate alla sua morte, e di un pronunciamento postumo di innocenza.
Giuliano Dragutinovic, 24 anni, muore il 7 marzo 2009 nel carcere di Velletri (Rm). Sembra si sia ucciso impiccandosi, ma tante sarebbero le incongruenze che portano i suoi famigliari a dubitare di una tale ricostruzione;
Riccardo Boccaletti, 38 anni, muore il 24 luglio 2007 nel carcere di Velletri. Era detenuto in attesa di giudizio per reati legati alla droga. Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi. Nonostante le sue scadenti e precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono state approntati tutti quegli interventi specialistici che il grave e disperato quadro clinico avrebbe richiesto.
Partecipano:
Emma Bonino, Vice Presidente del Senato;
Rita Bernardini, Deputata, membro della Commissione Giustizia alla Camera dei Derputati;
Ignazio Marino, Senatore e Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale che ha aperto una indagine sul caso Cucchi;
Donatella Poretti, Senatrice e segretaria della Commissione Igiene e Sanità al Senato;
Ornella Favero, presidente di Ristretti Orizzonti;
Laura Bacaro, Criminologa.
Moderano:
Irene Testa (Segretaria dell'Associazione radicale Il Detenuto Ignoto) e l'Avv. Alessandro Gerardi.
I sig.ri giornalisti sono pregati di accreditarsi presso l’Ufficio stampa del Senato, telefonando al numero 06 6706 2698, oppure mandando un fax al numero 06 6706 2947 o una mail a uff.stampa@senato.it
Su Radio Radicale storie di ordinaria illegalità al Cie di Bari
• da L'Unità del 10 febbraio 2010
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di Simone Sapienza
Peggio della galera!». «Viviamo come dei cani». Sono arrivate alla redazione di RadioRadicale.it le immagini del Cie di Bari Palese, registrate con un cellulare da un immigrato tunisino
ora espulso. Beseghaier Fahi ci ha fornito una imponente documentazione cartacea, fotografica e video, che abbiamo montato e pubblicato sul nostro sito e che il Tg3 delle 19.00 ha mandato in onda domenica scorsa.
Oltre alle immagini scioccanti delle condizioni igienico-sanitarie in cui versa la struttura, il video contiene diversi appelli degli immigrati e alcune storie di ordinaria illegalità dello Stato italiano.
Chi è il responsabile? La O.E.R, "onlus" che ha vinto la gara d`appalto per la gestione del CIE? Le ditte Medica Sud srl e Ladisa, che partecipano alla gestione di questo centro? I militari del battaglione S. Marco, addetti alla sorveglianza? Politicamente il primo responsabile è il Ministro
Maroni, cui si deve una legge che allunga il trattenimento nei CIE. Su quello di Bari, nell`ottobre
scorso il deputato del Pd, Dario Ginefra, ha depositato un`interrogazione che attende ancora risposta; il Radicale Maurizio Turco è tornato a visitare il Cie a gennaio denunciando come nulla sia cambiato. Chi ha realizzato quel video e chi vi ha partecipato ha trovato la forza di assumersi la responsabilità di denunciare l`ingiustizia anche per conto di quanti in quei centri lavorano o
prestano la loro attività volontaria.
Radio Radicale mette a disposizione nel suo sito di giornalismo partecipativo FaiNotizia.it la possibilità di segnalare gli abusi attraverso materiale video, fotografico e scritto.
Speriamo che altri, italiani o stranieri, facciano quanto ha fatto Beseghaier Fahi.
Efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei per prevenire la trasmissione dell’HIV nelle carceri, questo l’oggetto di uno studio del National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney.
Le terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei, ad esempio quelle di lungo termine con metadone o buprenorfina, sono praticate in più di 60 paesi e fanno parte del pacchetto di proposte per la prevenzione dell’HIV a favore dei consumatori di droga per via iniettiva, suggerite dalla World Health Organization(WHO), dal United Nations Office on Drugs and Crime (UNDOC) e dal Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS).
Nel rispetto delle linee guida del network The Cochrane Collaboration, Sarah Larney ha prodotto un esame sistematico per definirne l’efficacia nelle case di detenzione.
La ricerca si è svolta sui database online PubMad, Scopus e Web of Science ed è stata integrata con bibliografia su HIV/AIDS e epatite C in carcere.
Sono stati identificati 458 studi; di questi, ricerche incrociate ne hanno esclusi 437 come non rilevanti. Di 24 studi sulle terapie sostitutive, 19 sono stati esclusi perché non soddisfacevano i criteri metodologici di selezione. Si è arrivati così a 5 analisi: 1 studio clinico controllato e randomizzato, 1 studio clinico semi-randomizzato, 3 studi di tipo controllato.
I dati disponibili indicano che le terapie sostitutive possono essere utili per la prevenzione dell’HIV e per prevenirne la trasmissione tra i detenuti, ma è necessaria una metodologia più rigorosa per guidarne lo sviluppo e l’attuazione. I pochi studi già condotti sono infatti frammentari e applicano differenti metodologie di analisi.
L’analisi sistematica ha mostrato una maggiore efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei in carcere, se inserite in un più ampio programma di prevenzione che preveda anche, ad esempio, la distribuzione di profilattici e di materiale sterile per iniezioni e tatuaggi.
Larney S., Does opioid substitution treatment in prisons reduce injecting-related HIV risk behaviours? A systematic review, Addiction, Volume 105, n. 2, Febbraio 2010 , pp. 216-223(8)2826 216..223
Efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei per prevenire la trasmissione dell’HIV nelle carceri, questo l’oggetto di uno studio del National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney.
Le terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei, ad esempio quelle di lungo termine con metadone o buprenorfina, sono praticate in più di 60 paesi e fanno parte del pacchetto di proposte per la prevenzione dell’HIV a favore dei consumatori di droga per via iniettiva, suggerite dalla World Health Organization(WHO), dal United Nations Office on Drugs and Crime (UNDOC) e dal Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS).
Nel rispetto delle linee guida del network The Cochrane Collaboration, Sarah Larney ha prodotto un esame sistematico per definirne l’efficacia nelle case di detenzione.
La ricerca si è svolta sui database online PubMad, Scopus e Web of Science ed è stata integrata con bibliografia su HIV/AIDS e epatite C in carcere.
Sono stati identificati 458 studi; di questi, ricerche incrociate ne hanno esclusi 437 come non rilevanti. Di 24 studi sulle terapie sostitutive, 19 sono stati esclusi perché non soddisfacevano i criteri metodologici di selezione. Si è arrivati così a 5 analisi: 1 studio clinico controllato e randomizzato, 1 studio clinico semi-randomizzato, 3 studi di tipo controllato.
I dati disponibili indicano che le terapie sostitutive possono essere utili per la prevenzione dell’HIV e per prevenirne la trasmissione tra i detenuti, ma è necessaria una metodologia più rigorosa per guidarne lo sviluppo e l’attuazione. I pochi studi già condotti sono infatti frammentari e applicano differenti metodologie di analisi.
L’analisi sistematica ha mostrato una maggiore efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei in carcere, se inserite in un più ampio programma di prevenzione che preveda anche, ad esempio, la distribuzione di profilattici e di materiale sterile per iniezioni e tatuaggi.
Larney S., Does opioid substitution treatment in prisons reduce injecting-related HIV risk behaviours? A systematic review, Addiction, Volume 105, n. 2, Febbraio 2010 , pp. 216-223(8)2826 216..223
Il Dipartimento Politiche Antidroga, riguardo a quanto affermato dalla LILA relativamente alla distribuzione di siringhe e profilattici nelle carceri, precisa quanto segue: non c'è alcuna discordanza tra la posizione del DPA ed il Ministero della Salute, relativamente alla distribuzione di tali presidi in carcere.
Le frasi che ci sono state attribuite non corrispondono ad una nostra posizione ufficiale ma sono contenute in uno studio, riportato (al pari di tutti gli altri studi) nel portale informativo Droganews. Questa ricerca è stata eseguita dal National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney, in Australia dove le condizioni di rischio sono ben diverse da quelle italiane.
Inoltre non ci sono evidenze che dimostrino, che l' incidenza e cioè il numero di nuovi casi di infezione da HIV (e non la semplice prevalenza e cioè il numero delle persone già infette) nelle carceri italiane sia elevata o si possa pensare, anche sulla base di casi aneddotici, che vi possa essere un reale problema di sanità pubblica al di là del rischio teorico. Crediamo invece che sia scorretto e inaccettabile l'intenzionale deformazione delle informazioni per creare una artificiale quanto inesistente contraddizione tra strutture Governative.
Prima di pensare a qualsiasi azione preventiva all'interno delle carceri è necessario considerare i dati reali ,che ad oggi seppur scarsi non depongono per l' esistenza di emergenze infettive in quegli ambienti. Evidenziamo, anche il pericolo che potrebbe esserci nel fornire siringhe potenzialmente utilizzabili anche come armi improprie nei confronti sia dei detenuti che degli agenti.
Ci dispiace infine che l'associazione Lila invece di percorrere la strada del dialogo e dell'approfondimento tecnico del problema, abbia invece spostato l'attenzione tentando di creare una pretestuosa polemica tra Istituzioni.
La denuncia: «I servizi sono scadenti, mancano beni di prima necessità e la sanità è completamente assente»
I due peggiori: Secondo Msf sono a Trapani e Lamezia Terme: «Bisognerbbe chiuderli, sono luoghi invivibili»
I volontari nei 21 centri: «Situazione peggiorata rispetto a 5 anni fa»
Cie, le accuse di Medici senza frontiere. Il governo: solo ideologia
ROMA
Hanno cambiato nome e teoricamente funzioni ma nella realtà tutto è identico nei centri che accolgono clandestini e richiedenti asilo. Non sono più Cpt, centri di permanenza temporanea, si chiamano Cie, Cara, Cda ma continuano a essere centri in emergenza permanente, incapaci di garantire diritti e tutela sanitaria. Soddisfano a malapena i bisogni primari, e non hanno minimamente adeguato il tipo di servizi erogati anche se l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza ha fatto allungare i tempi di detenzione nei Cie da 2 a 6 mesi.
E’ il risultato dell’analisi di Medici senza frontiere sullo stato dei 21 centri a cinque anni dall’ultima rilevazione. Un’indagine realizzata su intervistati che almeno nella metà dei casi si trovano nel nostro paese da non meno di 5 anni; alcuni anche 15-20 anni. Dopo la lettura del rapporto il Pd ha rivolto un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Ma il governo non ci sta e ribatte alle accuse. Le valutazioni di «Medici Senza Frontiere» «non sorprendono» e sono frutto di una «posizione tutta ideologica», afferma il Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, prefetto Mario Morcone. «Francamente non ce ne meravigliamo - prosegue Morcone - perché è sotto gli occhi di tutti, già dalla vicenda di Lampedusa, una posizione tutta ideologica che Msf ha manifestato periodicamente e la cui sostanza quasi sempre non corrisponde al vero».
Ma il rapporto dell’organizzazione è spietato. «Danno servizi scadenti, mancano i beni di prima necessità. Riescono a coprire appena i bisogni di base. La sanità pubblica è assente». Tutto ciò si traduce, in permanenze in container fatiscenti e sovraffollati, assenza di spazi adeguati, servizi igienici fortemente carenti, sporcizia diffusa ed anche presenza di topi. Vivono così uomini, donne, bambini ed anche neonati. La permanenza media è di 35 giorni.
I Cie poi, «sono carceri a tutti gli effetti», in cui vive il 45% di ex detenuti ed anche vittime di tratta. La responsabilità di ciò, per Msf, è da attribuire ai gestori. Ma non solo. «Verso gli immigrati il clima è sempre più ostile - ha detto il direttore generale Kostas Moschochoritis - e lo dimostra la vicenda di Rosarno».
Per Msf, dunque, sarebbe necessario chiudere i Cie di Trapani E Lamezia Terme «totalmente inadeguati, sono luoghi invivibili» e c’è anche chi ci vive per 6 mesi; in molti casi mancano le finestre alle camere. A Roma, «mancano persino beni di prima necessità come coperte, saponi, vestiti, carta igienica».
Mancano i controlli sanitari. L’assistenza sanitaria è affidata ai singoli gestori; le Asl non hanno il controllo, nè di malattie nè di eventuali epidemie (rilevata la scabbia in alcuni casi) di quanto avviene nei centri. Mancano protocolli medici comuni. È insufficiente anche l’assistenza legale e psicologica. È stato riscontrato anche un uso di psicofarmaci per «sedare» le persone. A Roma e Torino mancano i mediatori culturali, impossibile conoscere i reali bisogni sanitari.
Altra denuncia di Msf: i clandestini non hanno nulla da fare, i ritmi nei Cie sono scanditi dai pasti e dal sonno. E questo aggrava lo stato psicologico delle persone già provata dal viaggio per arrivare in Italia.
E’ facile quindi in questa situazione che nascano problemi. Msf ha più volte rilevato i segni di tensioni e rivolte, come muri anneriti. Nel Cie di Isonzo, ad esempio, la visita è avvenuta senza elettricità perché due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi elettrici. Addirittura nel caso dei centri di Bari e Lampedusa la Prefettura non ha autorizzato l’accesso di Msf per realizzare l’indagine. E, comunque, in molti casi le visite di medici e operatori sociali di Msf sono avvenute con scorta armata di poliziotti in tenuta anti-sommossa, e accompagnate da mezzi blindati dei militari, racconta Rolando Magnano, vice capo missione Msf Italia.
«Sono mesi che, assieme alle organizzazioni umanitarie come Msf, denunciamo le misere condizioni di vita nei Cie e nei Cara. Ma il governo non hai mai dato risposte. Sono già alla seconda interpellanza sul Cie di Ponte Galeria a Roma, caduta nel vuoto», ha affermato il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della commissione Affari Europei.
Durante la visita di Medici senza Frontiere al Cie di Isonzo - 138 posti - non c’era elettricità perché due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi.
Bari
Sono 994 i posti nel centro di accoglienza di Bari. Ma in quel centro i medici di Msf non sono potuti entrare perché gli è stato impedito
Ponte Galeria (Roma)
Sotto accusa da tempo il Cie di Roma. Da mesi Msf ne denuncia le condizioni invivibili e nonostante le interpellanze parlamentari nulla è cambiato.
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Aveva anche delle lesioni, il trentunenne arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina: agli occhi, alla terza vertebra lombare e all’osso sacro. Lesioni recenti «di origine traumatica», che se non hanno direttamente a che fare con la morte risultavano comunque dalle visite effettuate dopo l’arresto di Cucchi, ma nessuno le segnalò alla magistratura.
Continua...
COMMENTI
'Abbiamo avuto oggi il referto del nostro radiologo che e' disponibile a sostenere in tutti i gradi di giudizio e di fronte a qualsiasi autorita' che Stefano Cucchi ha la colonna vertebrale rotta in sede coccigea e alla vertebra L3. Quindi sono due le fratture e sono recentissime, non cosi' vecchie come qualcuno sta cercando di proporre'. Lo ha detto ai microfoni di Cnrmedia Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, il giovane romano deceduto il 22 ottobre all' ospedale Pertini di Roma una settimana dopo l'arresto.
Sulla relazione della commissione di inchiesta, secondo la quale Cucchi sarebbe morto per disidratazione mentre era detenuto in ospedale, l'avvocato afferma: 'Un altro momento di riflessione e' il perche' sia successo: perche' Stefano ha subito un pestaggio mentre era in regime di detenzione e il pestaggio ha avuto questo epilogo'.
Il presidente della commissione sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, in relazione a un articolo pubblicato sul 'Corriere della sera' di ieri, rammenta a coloro che hanno legittimo accesso alle informazioni sull'inchiesta relativa alla tragica vicenda di Stefano Cucchi e alla bozza di relazione finale, "che la delibera istitutiva della commissione impone un inderogabile obbligo di segretezza (art. 6)".
La Commissione, aggiunge Marino, "grazie al lavoro dei relatori e alla responsabilita' di tutti i Gruppi parlamentari, e' a un passo dal concludere tale delicata inchiesta: vi sono le condizioni per l'approvazione ampiamente condivisa di un documento equilibrato e tutt'altro che anodino". La relazione finale sara' votata mercoledi' 17 marzo.
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http://droghe.aduc.it/notizia/droga+dap+nuovamente+condannato+detenuto+morto_116426.php
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Sempre in base alla sentenza - riferisce il Sappe - la mancanza di controlli avrebbe integrato una chiara violazione di quelle disposizioni dell'ordinamento penitenziario che pongono a carico dell'Amministrazione l'obbligo di garantire il diritto di ogni detenuto all'integrita' fisica. In secondo luogo, l'omissione sarebbe stata una concausa dell'evento letale, in quanto soltanto grazie alla carenza (o alla superficiale esecuzione) dei doverosi controlli sui detenuti stessi fu possibile a Marco Zodiaco (o ad altro detenuto che lui frequentava) entrare in possesso di sostanza stupefacente e, quindi, assumerla. Pertanto, il giudice ha stabilito che la responsabilità dell'Amministrazione consiste nel non aver impedito, come era suo dovere istituzionale, che il detenuto potesse avere la disponibilita' di sostanza stupefacente. Il giudice avrebbe dunque stabilito che il danno risarcibile e' costituito soltanto da quello morale, patito dai famigliari, ed e' quantificabile in 75.900 euro ciascuno in favore dei genitori, 42.900 ciascuno in favore delle due sorelle del detenuto morto e 49.500 dell'altro fratello minore. Sulle suddette somme dovranno essere calcolati gli interessi, per un totale complessivo di circa 350.000 euro 'Si sta ormai affermando un indirizzo giurisprudenziale di merito che sconcerta tutti gli addetti ai lavori, soprattutto se si pensa che, laddove dovesse essere riscontrata la colpa grave, la Corte dei Conti potrebbe agire in rivalsa nei confronti del personale di polizia penitenziaria - afferma in una nota Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe - Ció sarebbe davvero assurdo, ma non improbabile, in considerazione delle gravi difficoltà in cui opera il personale stesso'. Il sindacato si augura dunque che la Corte di Cassazione, quando sarà chiamata a giudicare, 'affermi principi opposti a quelli finora affermati dai giudici di merito e che, soprattutto, l'Amministrazione penitenziaria cominci a preoccuparsi di stipulare delle assicurazioni per il personale di polizia penitenziaria'.
È preoccupato anche Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi: «Ho già mandato tre sollecitazioni ai pm: il primo marzo i consulenti della procura devono incontrarsi con quelli di parte per valutare gli esami della seconda autopsia, ma anche questa riunione rischia di saltare perché senza le foto delle tac e delle radiografie non sarà possibile, neanche improvvisare, il contraddittorio tecnico». «I rinvii - replica Paolo Arbarello, coordinatore dei consulenti dei pm Francesca Loi e Vincenzo Barba (quattro medici legali, un istologo, un tossicologo) - sono dovuti alla richiesta più che legittima di disporre di tutta la documentazione, parte della quale non è stata consegnata pur essendo nella disponibilità del consulente della commissione parlamentare di inchiesta sulla Sanità, che, appena autorizzato, l´ha immediatamente messa a disposizione dei colleghi». «Se non ci saranno sorprese - annuncia Arbarello - concluderemo il nostro lavoro entro la metà di marzo».
E proprio il presidente della commissione, Ignazio Marino, ha ricevuto dal presidente dell´Ordine romano dei medici, Mario Falconi, una lettera di convocazione per giustificare le sue dichiarazioni sul comportamento clinico dei medici che nell´ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, l´hanno avuto in cura. Per il mio ruolo, ha risposto Marino, non devo chiarimenti all´Ordine.
IL PIANO CARCERI? SOLO UNA TORTA DA SPARTIRE
Da "IL RIFORMISTA" di mercoledì 24 febbraio 2010
PROGETTI. Quello del Governo serve a farsoldi e non all`efficienza del sistema penitenziario.
Il 19 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato la conversione del decreto legge sulla Protezione Civile. Ora il testo è all`esame del Senato.
Che centra questo col "Piano carceri"? Centra e come. Il Governo infatti ha infilato in questo decreto la norma base del tanto proclamato intervento sui penitenziari. E` l`articolo 17 ter, intitolato appunto:
"Disposizioni per la realizzazione urgente di istituti penitenziari".
Nell`articolo si conferiscono amplissimi poteri al Commissario per le carceri, ovvero al capo del Dap Franco Tonta.
Poteri che gli consentono di individuare le aree per la realizzazione dei nuovi penitenziari e per gli interventi neces- sari. Ma non solo. E` previsto che il Commissario per le carceri può assumere le proprie decisioni in deroga a diverse normative come: le previsioni sull`urbanistica, il testo unico sugli espropri di pubblica utilità e il limite ai subappalti delle lavorazioni prevalenti, che potranno aumentare dall`attuale 30 per cento fino al 50 per cento.
Ed infine la ciliegina. Nella normativa sulle carceri si prevede che il Commissario straordinario può avvalersi della Protezione civile per le attività di: progettazione, scelta del contraente, direzione lavori e vigilanza degli interventi.
Una previsione questa già contenuta nel comunicato del Consiglio dei Ministri del 13 gennaio dove c`è scritto: "Il braccio operativo con cui gestire l`emergenza carceri sarà la Protezione Civile". Più chiaro di così! Nella sostanza il progetto governativo sui penitenziari, che vorrebbe seguire lo stesso modello adottato per L`Aquila, è semplice. Costruire, alla modica cifra di 600 milioni di euro, 47 palazzine all`interno di strutture carcerarie già esistenti.
E poi, se e quando si vedrà, realizzare 18 carceri nuove.
Lo scopo: creare 21 mila nuovi posti nelle sgangherate patrie galere.
Ora, visti gli interventi pensati dal Governo per risolvere il degrado delle nostre carceri, sembra che il "Super Piano" altro non sia che un modo per spartirsi una ghiotta torta.
Quella delle costruzioni.
Una spartizione che coinvolge anche la Protezione Civile, di cui resta ignota la competenza sulle carceri.
Una sparizione che pare essere anche non idonea a risolvere il gravissimo problema dei sovraffollati e vecchi penitenziari italiani.
Basti pensare allo scopo del "Super Piano". La realizzazione di 21 mila posti in più. Uno scopo che non riuscirebbe a soddisfare neanche il fabbisogno odierno delle nostre carceri.
Carceri dove infatti vivono 67 mila detenuti, a fronte di soli 43 mila posti. Per non dire del tanto pubblicizzato "metodo de L`Aquila" che si vuole applicare anche per il "Piano carceri". Uno spot idiota. E` evidente infatti che un conto è costruire delle casette prefabbricate in un comune, altro è edificare strutture penitenziarie su tutta la Nazione.
Torte e spot a parte, il fatto è che oggi il sistema penitenziario versa in condizioni vergognose. E, per risolvere tale vergogna, occorre ripensare l`intero sistema con un approccio innovativo. Vendere le ottocentesche galere, e sono tante, per realizzare nuove e diverse strutture a seconda della loro finalità. Riscrivere il sistema delle pene, al fine di introdurre sanzioni differenti dal carcere, magari eseguibili in primo grado.
R. A.
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· Dichiarazione del Senatore Marco Perduca, candidato alla presidenza della regione Marche per la liste Bonino-Pannella:
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Nelle carceri italiane vivono piu' di 66mila detenuti (negli ultimi due anni sono aumentati di ben 18mila) a fronte di circa 44mila posti. "L'affollamento - rileva l'Osservatorio - significa condizioni di vita peggiori: per mancanza di spazi di movimento, di intimita', di igiene e salute, etc., quindi e' tra le possibili ragioni della scelta di uccidersi. Va anche detto che il 30% circa dei suicidi avviene mentre il detenuto e' da solo, perche' in cella di isolamento o perche' i compagni sono usciti per 'l'ora d'aria'".
Negli ultimi dieci anni (2000-2009), i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, mentre nel decennio 1960-69 sono stati "soltanto" 100, con una popolazione detenuta che era circa la meta' dell'attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi e' quindi aumentata del 300%: 40 anni fa, sottolinea l'Osservatorio, i detenuti erano prevalentemente criminali "professionisti", mentre oggi buona parte della popolazione detenuta e' costituita da persone provenienti dall'emarginazione sociale - immigrati, tossicodipendenti, malati mentali - spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere.
La media europea dei suicidi in carcere e' di 1 detenuto ogni 1.000 circa e l'Italia e' allineata a questo dato, ma nel complesso della popolazione italiana avviene un suicidio ogni 20mila abitanti, mentre in Paesi come la Francia, la Gran Bretagna e l'Olanda si registra una frequenza pressoche' doppia, quindi da noi, secondo l'Osservatorio, "e' maggiore lo scarto tra popolazione libera e detenuti".
Ditta, informa la Commissione, ha fornito un quadro specifico della tutela della salute nelle carceri. L'Amministrazione Penitenziaria, ha riferito Ditta come reso noto dalla Commissione, gia' si serviva molto in passato del Servizio Sanitario Nazionale: Ora, ha precisato, l'affidamento al Ssn e' completo, ma presenta alcune criticita', come la scarsita' di risorse e il ricorso eccessivo a visite specialistiche all'esterno, con conseguente spostamento di polizia penitenziaria. Un altro problema segnalato da Ditta e' la mancanza di una rilevazione generale degli stati patologici, a parte una ricerca a campione del 2005. Le criticita' maggiori da questo punto di vista, ha spiegato il dirigente, riguardano soprattutto le tossicodipendenze e i problemi di salute mentale.
A questo proposito, Ditta ha spiegato che il primo passo nella soluzione di questi problemi e' un accordo di programma nell'ambito del coordinamento tra ministero, Regioni e Amministrazione penitenziaria, a partire dai singoli Istituti. E ha annunciato che dopo il 19 febbraio verranno resi noti i risultati di un monitoraggio sull'attuazione degli accordi presi, chiesto alle singole Regioni. Ha infine auspicato un miglioramento strutturale dell'organizzazione e una valorizzazione delle buone pratiche presenti, citando in proposito il caso di eccellenza del penitenziario di Bollate.
Rispetto alla relazione, il presidente Orlando ha sollevato il problema delle conseguenze dei tagli legati ai deficit di bilancio, che andrebbero a colpire la tutela del diritto della salute dei carcerati proprio in seguito al passaggio al Sistema sanitario nazionale. Inoltre, e' stata sollecitata l'urgenza di avere dei dati completi su salute mentale, tossicodipendenza, errori sanitari e diffusione dell'Hiv nelle carceri.
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Nel corso di una visita di sindacato ispettivo effettuata sabato scorso presso il carcere di Arezzo, ho avuto un colloquio con il dottor Giovanni Pietro Calella, lo psichiatra che da 15 anni presta servizio nella struttura. Calella mi ha detto di essere molto preoccupato perche' il coordinatore sanitario della struttura, il dottor Carlesimo, pur essendo specializzato in otorino-laringoiatria, interverrebbe sulle prescrizioni psichiatriche rifiutando gli psicofarmaci a diversi detenuti e specificatamente ad alcuni di origine marocchina. La cosa sarebbe di estrema gravità, ancor di più se si considera l’alto tasso di suicidi che si registra in carcere e che affligge prevalentemente la popolazione straniera.
Il dottor Calella mi ha consegnato l'esposto-denuncia che ha depositato presso i carabinieri l'8 febbraio scorso, dove espone una situazione che se confermata è allarmante: il dottor Carlesimo, da un paio di mesi, esaminerebbe tutte le diagnosi e terapie fatte dallo psichiatra e successivamente, pur non essendo specializzato nel settore, con suo assoluto arbitrio deciderebbe personalmente le terapie che devono essere adottate e quelle che devono essere respinte, le quali non verrebbero nemmeno trascritte nella cartella clinica come obbligo d'Ufficio.
Per questo, con il senatore Marco Perduca ho rivolto un’interrogazione ai ministri della Giustizia e della Salute per sapere se intendano:
- disporre una ispezione per verificare i fatti denunciati dal dottor Calella;
- implementare l’assistenza psicologica e psichiatrica per i detenuti, prevedendo l’aumento degli operatori in servizio presso gli istituti di pena.
Qui il testo dell'interrogazione:http://blog.donatellaporetti.it/?p=1229
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132 detenuti per 65 di capienza (90 quella tollerata), di cui 79 stranieri e 45 definitivi, contro 58 agenti di polizia penitenziaria in funzione rispetto a 82 in organico. Con questi numeri il direttore Paolo Basco ci ha descritto le condizioni della struttura che secondo una comunicazione ufficiale "a breve" dovrebbe chiudere per lavori di ristrutturazione esterni (2 milioni e mezzo di euro assegnati da oltre 1 anno). All'interno abbiamo parlato coi detenuti e visitato celle in cui 8 persone sono stipate mangiando a turni, difficolta' di lavoro essendo solo 17 i posti di lavoro interni (cuoco, scopino, ecc...), celle singole di neppure 6 metri con l'aggiunta del secondo letto (a castello).
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"A fronte di una capienza regolamentare di 202 posto, oggi erano presenti 367 detenuti, stipati in celle al limite dei 3 mq minimi previsti dalle normative europee. Metà dei presenti non sono italiani. Gravissimo il fatto che un terzo sia in attesa di giudizio e solo un terzo con sentenza definitiva e che tutti siano costretti a convivere in un ex "carcere d'oro" con grossi problemi strutturali in alcune sue parti, come le docce.
"Molto preoccupante anche la presenza dell'organico, a seguito dei tagli dei 189 agenti previsti ne son rimasti solo 129 che, divisi per turni e con le fisiologiche licenze e malattie, in certe fasce orarie calano a una decina di presenza - sei la notte. Un aggravio di lavoro che peggiora la qualita' della vita per tutti, liberi e reclusi.
"Del tutto inaccettabile la qualita' del servizio sanitario. A seguito del passaggio alla Regione c'e' stato un progressivo disinteresse da parte delle autorita' con la drastica riduzione o cancellazione di prestazioni specialistiche che possono generare pericolosi circoli viziosi in cui palliativi e sedativi prendono il posto delle cure. Quasi 100 i tossicomani in carico al Sert.
"Ritengo molto grave come sia stato gestito il passaggio alla sanità regionale, un periodo di rodaggio e' fisiologico, ma qui siamo di fronte alla patologia di un'amministrazione distratta se non ostile al godimento del diritto alla salute dei presenti al carcere. Presenterò interrogazioni parlamentari su quanto visto, ma mi appello alla Regione perché ponga fine a questa vergogna di Montacuto.
http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/20/Cosi_stata_fatta_sparire_ultima_co_8_100220085.shtml
Il caso
Il ragazzo morto dopo l' arresto. L' aveva scritta in ospedale.
Così è stata fatta sparire l' ultima lettera di Cucchi
Chiedeva aiuto. Spedita dal carcere dopo la morte.
ROMA - Continua ad essere un mistero l' ultima lettera scritta da Stefano Cucchi, il trentunenne romano arrestato il 15 ottobre scorso e morto sei giorni dopo nel reparto carcerario dell' ospedale «Sandro Pertini», con le ossa rotte. Chi l' ha spedita, e perché, visto che è stata imbucata quattro giorni dopo che Stefano aveva smesso di vivere? Quel foglio di carta vergato con calligrafia malferma in cui si chiedeva aiuto al volontario di una comunità terapeutica, chiuso in una busta, era tra le cose che Cucchi aveva con sé quando è morto. Lo dimostra l' inventario redatto all' ospedale «in riferimento al decesso del detenuto», con l' elenco degli «effetti personali», restituiti «per competenza» al carcere di Regina Coeli: oltre a due paia di calzini, due mutande, due maglie intime e una tuta da ginnastica, compare «una busta da lettera». Chiusa e contenente qualcosa, c' è da credere, altrimenti non avrebbe avuto senso riconsegnarla. Che quelle cose siano arrivate a Regina Coeli, busta compresa, è provato dal timbro del carcere e dalla firma di un agente della polizia penitenziaria. Lo stesso che qualche giorno più tardi (il documento è senza data, ma c' è il timbro di un ufficio apposto il 6 novembre) ha compilato un' altra lista di «oggetti personali rinvenuti all' interno della camera detentiva» dove si trovava Cucchi; nel verbale sono indicati la tuta, le mutande, i calzini e le magliette. Della «busta da lettera» non c' è traccia. E naturalmente non ce n' era tra gli effetti restituiti ai familiari di Stefano. Loro cercavano una lettera perché una donna della polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver dato busta e francobollo al detenuto, e di averlo visto scrivere, ma nessuno seppe dire nulla di più. La logica conseguenza dei due diversi verbali è che la lettera sia stata spedita dal carcere. Come mai, se dell' inquietante morte di chi l' aveva scritta avevano già cominciato a parlare televisioni e giornali? Sulla busta c' era un nome e l' indirizzo di una Comunità di Roma, e dunque si può pensare che burocraticamente chi l' ha avuta tra le mani abbia ritenuto di inviarla al destinatario; premurandosi di indicare mittente e provenienza, scritti con una calligrafia diversa da quella di Cucchi. Ma il contenuto del messaggio poteva essere utile a fare chiarezza sulla morte del giovane, o a spiegare gli ultimi giorni trascorsi tra una caserma dei carabinieri, le gabbie di un tribunale, il carcere di Regina Coeli e infine il reparto di «protetto» di un ospedale. Invece la burocrazia ha pensato di liberarsi subito di quella busta che poteva scottare. E un po' effettivamente scottava, visto che nella lettera Cucchi chiedeva aiuto a un suo amico della Comunità di recupero per tossicodipendenti. «Per favore almeno rispondimi, a presto», aveva scritto: è la dimostrazione che cercava un appiglio per continuare a vivere, nonostante al «Pertini» rifiutasse il cibo perché voleva un avvocato che non è mai arrivato. I suoi familiari hanno potuto leggere quell' invocazione per caso, quando all' inizio di febbraio hanno deciso di rendere pubblico il mistero della lettera sparita. Solo dopo la conferenza stampa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, è stata chiamata alla Comunità che in passato aveva ospitato suo fratello. Le hanno consegnato il foglio, giunto a fine ottobre e messo via perché tanto ormai non c' era più niente da fare; senza pensare, nonostante il grande clamore suscitato dal «caso Cucchi», che alla famiglia potessero interessare le ultime parole di Stefano. E' una fra le tante stranezze di una vicenda dove trascuratezza e negligenza si sono accumulate fin dalle prime ore in cui quel tossicodipendente sorpreso con qualche dose di hashish e cocaina è finito nelle mani dello Stato: nel verbale d' arresto redatto alla stazione dei carabinieri di Roma Appia, per un evidente errore dovuto all' utilizzo di atti già redatti in precedenza sullo steso computer, Stefano Cucchi risulta «nato in Albania», in una data diversa, e «senza fissa dimora». Alla fine è scritto che «il prevenuto, interpellato, dichiarava di non dare notizia del suo avvenuto arresto ai propri familiari». Peccato che dopo essere stato fermato, Cucchi è andato coi carabinieri nella casa dove ufficialmente abitava insieme a genitori, che al termine della perquisizione l' hanno visto portare via in manette.
Giovanni Bianconi
Il giallo
L' arresto: Stefano Cucchi viene fermato per spaccio dai carabinieri il 15 ottobre scorso. Passa la notte nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri a Tor Sapienza La morte Processato per direttissima il 16 ottobre viene trasferito a Regina Coeli. Il giorno dopo viene visitato da un medico che riscontra postumi di una caduta. Spostato nel reparto detenuti dell' ospedale Pertini, muore il 22 ottobre
Il verbale sbagliato: Tra le tante stranezze della vicenda, il verbale d' arresto indica che Stefano era un cittadino albanese.
Pagina 27
(20 febbraio 2010) - Corriere della Sera
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di Luigi Manconi
"Intrepido" è un termine che da tempo, e per ragioni misteriose, viene utilizzato solo in senso
critico o canzonatorio. E invece, per una volta, ne voglio fare un uso positivo, definendo appunto «intrepida» Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del PD, e la sua azione a tutela
dei diritti delle persone private della libertà. Intrepida è, infatti, la sua quotidiana e meticolosa - e «maniacale», così appare ai suoi critici - opera di denuncia di tutte le iniquità che si consumano
all`interno delle carceri. Qui, alle antiche e strutturali «violenze istituzionali» - proprie di ogni sistema di coercizione - si è aggiunta l`abnorme crescita della popolazione detenuta, che ha superato le 66.000 unità. Il governo finora ha mostrato di voler affrontare una simile situazione ricorrendo a un solo strumento: la costruzione di nuove carceri. Progetto tanto miope quanto utopistico dal momento che il ritmo di realizzazione di nuove celle è fatalmente assai più lento del tasso di incremento della popolazione detenuta. L`unica strada alternativa e realistica è, invece,
quella della depenalizzazione e della de-carcerizzazione: ossia la riduzione del numero dei comportamenti classificati come reati e la riduzione del numero dei reati sanzionati con la reclusione in cella. Per ottenere che tale strada sia perlomeno intrapresa, Rita Bernardini ha attuato un lungo sciopero della fame. Dopo 19 giorni di silenzio, c`è stato un segnale di attenzione: il ministro Angelino Alfano ha inviato un disegno di legge alla Commissione giustizia della Camera che contiene alcuni elementi positivi. Eccoli: detenzione domiciliare (anche in luoghi pubblici e privati di assistenza e cura) per chi abbia ancora da scontare un anno di pena, anche se
recidivo; messa in prova nei processi per reati con pena inferiore a tre anni. Si tratta di indicazioni giuste ma sottoposte a limiti e vincoli che appaiono eccessivamente onerosi: obbligatorietà dello svolgimento di lavori socialmente utili e della «riparazione» nei confronti delle vittime (condizioni sacrosante ma assai difficili da applicare); aggravamento delle pene in caso di violazione delle regole delle misure alternative. Il rischio è che obblighi così rigidi portino al fallimento di queste nuove norme. Tuttavia ora il Parlamento ha l`opportunità di legiferare e di tradurre quel disegno in un provvedimento più razionale e giusto, che porti sollievo a una situazione diventata intollerabile, e che indichi una prospettiva di riforma per un sistema che sembra essere
decisamente irriformabile.
Bene ha fatto, dunque, la Bernardini, a interrompere uno sciopero della fame che ha già ottenuto un primo risultato. Siano altri, ora, ad assumersi le proprie responsabilità.
http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/suicidi-in-carcere-una-responsabilit-collettiva-
Suicidi in carcere, una responsabilità collettiva
Mauro Palma, Presidente del CPT (Comitato europeo prevenzione tortura) per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 17 febbraio 2010.
E’ certamente vero che non esistono misure o progetti che portino a cancellare del tutto il rischio di suicidio di chi, privato della libertà, è ristretto in un luogo chiuso al mondo esterno. L’atto del suicidio attiene alla sfera intima, personale, mai del tutto esplorabile e leggibile; attiene a una sofferenza e a una scelta che non sono mai dominabili attraverso sistemi di regole esterne e che, in quanto tali, vanno rispettate e discusse con pudore e senza facili scorciatoie interpretative. E’ anche vero che in nessuno dei sistemi detentivi europei, e certamente anche in quelli al di fuori del nostro continente, il numero dei suicidi è zero. Tuttavia queste sono verità parziali. Altre ci dicono che nelle carceri italiane lo scorso anno, e nell’avvio di questo, se ne è verificato un numero tale che indica una crescita allarmante del fenomeno, percentualmente tra i più alti in Europa; che questa impennata è segno ed effetto del negativo funzionamento di un’istituzione che si vorrebbe destinata al recupero sociale; e che per ridurne il numero molto si può e si deve fare, anche seguendo le tracce di altri paesi. L’estensione del fenomeno dell’autolesionismo e l’aumento del numero dei suicidi ci proiettano innanzitutto l’immagine di un mondo detenuto debole, prodotto di assenze d’intervento sociale e di una marginalità declinata penalmente e rigidamente affrontata con la detenzione.
In questo contesto, il carcere diviene un luogo di abbandono di ogni progettualità possibile, luogo ininfluente rispetto all’elaborazione culturale e alla decisione politica: se ne conoscono numeri, problemi e carenze, ma questi elementi non incidono nel formare pensiero collettivo. Per chi è in carcere questa percezione di essere nel luogo dell’ininfluenza sui processi reali e della mancanza di qualsiasi progettualità che non sia il mero contenimento è un fattore che incide sulla decisione di sancire definitivamente tali assenze; quindi, sul numero dei suicidi. Ogni suicidio in carcere ci interroga sulle nostre responsabilità e dà una indiretta immagine delle criticità e degli elementi patologici e patogeni di questa istituzione, perché rappresenta sempre il risultato di più incapacità: a leggere disagio e difficoltà, a prevenirne gli esiti più negativi, a dare sostegno adeguato. Quindi, non è possibile chiudere il problema come insito nella logica stessa della detenzione o nelle vicende umane difficili da cui proviene la gran parte dei detenuti. Abbiamo il dovere di capire le ragioni di numeri così elevati, di chiederci come intervenire, di riflettere sugli interrogativi che essi pongono. Gli interlocutori di questa riflessione sono molteplici e non si restringono a chi del carcere ha diretta responsabilità. Certamente questi sono i primi interlocutori e alcune indicazioni europee delineano linee d’intervento: la costruzione di équipe di accoglienza, composte di operatori con diverso profilo professionale; il potenziamento della comunicazione tra detenuto e staff, anche attraverso forme di rappresentanza; il passaggio da un modello de-responsabilizzante, in cui il detenuto è un soggetto passivo che deve chiedere per agire, a un modello di assunzione attiva di responsabilità; la scrupolosa rilevazione degli atti auto lesivi, nonché dei suicidi, e il loro utilizzo come casi d’analisi per la stessa formazione del personale, rompendo la tendenza a occultare e negare; la drastica riduzione delle forme d’isolamento del detenuto. Sono linee guida, che l’Italia dovrebbe attuare, che certamente non sanano le questioni a monte di politica penale, ma che, nel contesto dato, chiedono all’istituzione di agire al proprio interno al massimo delle possibilità per ridurre drasticamente il numero di suicidi. All’esterno, l’unico segnale positivo si è avuto lo scorso anno, quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha inserito il tema dei suicidi in carcere nella propria agenda, avviando una serie di audizioni. Un segnale della consapevolezza sociale del problema, non più ristretto così a tema per specialisti o ad argomento da includere nel più generale tema del suicidio, senza evidenziarne la specificità del suo porsi nella privazione della libertà. Sarebbe importante avere gli esiti di tale lavoro, anche come apertura di una riflessione sulla responsabilità intrinseca di tutti i noi su quel numero alto di vite che si continuano a perdere dietro le sbarre.
"La Stampa", 19/02/10, cronaca di Torino
In carcere, se hanno figli
«Minialloggi per detenute»
«Una grossa novità alla quale stiamo lavorando è rappresentata dalla possibilità di sfruttare un edificio dove prima abitava il personale - all’interno della cancellata ma fuori dalla sezione detentiva - per accogliere in alloggi 11 madri carcerate con i loro figli». Lo ha annunciato il direttore della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno Pietro Buffa durante l’incontro con l’assessore alle Risorse Educative della Città Beppe Borgogno per il secondo rinnovo di un protocollo d’intesa che consente l’inserimento di bambini figli di detenute nel Centro per bambini e genitori Stella Stellina di via dei Mughetti 29/1, offrendo uno spazio di relazione con coetanei e con adulti che si pongano come riferimento educativo in un contesto diverso da quello carcerario e pensato per i bambini. Contemporaneamente è previsto un percorso di accompagnamento e sostegno alla genitorialità responsabile, rivolto alle madri anche nella prospettiva dell’uscita dal carcere.
MESI DI INDAGINI AL «LORUSSO-CUTUGNO», PERQUISIZIONI IN CARCERE, SCOPERTE ANCHE TRE SIM CARD
I mafiosi col telefonino in cella
CLAUDIO LAUGERI
I pupilli delle famiglie della ‘ndrangheta avevano il telefono in cella. Così, potevano comunicare con le famiglie e con i compari, aggirando i divieti di legge e trasformando il soggiorno in carcere in una sorta di «assenza forzata» dagli affari illeciti, ma non dal meccanismo decisionale delle imprese criminose. Per loro, tutto era possibile nel carcere «Lorusso-Cutugno». O almeno, così pensavano. Finché, martedì all’alba quaranta agenti di polizia penitenziaria hanno passato al setaccio una quindicina di celle (e una ventina di detenuti) del «blocco C». L’ultimo atto di un’indagine avviata alcuni mesi fa dagli stessi agenti della penitenziaria coordinasti dal comandante Gianluca Colella, in collaborazione con i colleghi dello Sco della Squadra Mobile diretti da Marco Martino, sotto la strettissima supervisione del direttore Pietro Buffa e dei pm Sandro Ausiello e Gabriella Viglione.
Il risultato ha confermato i sospetti degli investigatori: nascosti nelle celle c’erano due telefoni cellulari e tre schede telefoniche. L’attrezzatura era a disposizione di una mezza dozzina di detenuti, che intrattenevano rapporti con l’esterno. In tutta tranquillità. Con ampia disponibilità di tempi e modi.
E poco importava se le celle erano nel settore «alta sicurezza». Là dentro sono detenuti A. S., 29 anni, e A. G., di 30, entrambi collegati a famiglie della ‘ndrangheta molto attive tra Calabria e Torinese, proprio per questo tenuti in una zona del carcere dove il livello di sorveglianza è più elevato. Con loro, a beneficiare dell’«optional telefonico» c’era anche Ottavio Magnis, 40 anni, noto esponente della criminalità organizzata torinese, da due anni in una cella «Lorusso-Cutugno». E’ l’uomo accusato di aver tentato di imporre il «pizzo» a Giuseppe Forello, imprenditore palermitano titolare del Bingo di Moncalieri. Era arrivato al Nord per sfuggire alla morsa della mafia e rischiava di essere schiacciato da un’intesa tra quella stessa malavita e la ‘ndrangheta, a migliaia di chilometri di distanza. Per opera di Magnis, collegato a Calogero Pillitteri, una sorta di «colonnello» del racket imparentato con i boss Francesco e Giovanni Bonanno, che a loro volta avrebbero stretto un’intesa con i pari grado siciliani Salvatore e Sandro Lo Piccolo.
Questo il livello dei personaggi con il «telefono in camera». Ecco spiegato perché sono stati necessari mesi per ricostruire la «vita» delle schede telefoniche poi finite sotto sequestro. Un’indagine delicatissima, resa ancora più complessa dal sovraffollamento del carcere torinese: per i detenuti è molto più facile riuscire a nascondere un cellulare (e più ancora un sim card telefonica) in celle dove sono ammucchiati gli oggetti personali di un numero di detenuti superiore al previsto.
Martedì mattina, i detenuti finiti «nel mirino» degli inquirenti hanno assistito in silenzio alle perquisizioni. Prima, però, gli agenti hanno dato loro una possibilità di evitare il ribaltamento di brande e oggetti personali nelle celle: i detenuti hanno spergiurato di non avere nascosto nulla. Uno è sbiancato quando gli investigatori gli hanno tirato fuori da un calzino il cellulare «fuorilegge». Al punto che si è accasciato a terra, è stato sistemato su una barella e ha continuato ad assistere alla perquisizione. Per lui e gli altri detenuti coinvolti, il direttore Buffa ha già previsto la richiesta dell’applicazione della «sorveglianza particolare» (per sei mesi). E poi, c’è un altro filone dell’indagine: gli investigatori devono individuare la persona che ha portato in carcere le sim card e i cellulari. Un sospettato c’è. Non appartiene all’Amministrazione, ma era autorizzato all’ingresso.
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di Paola Zanca
Sono venuti a Roma con le fotografie, "quelle brutte" e "quelle belle". C`è un prima e un
dopo, nelle vite dei fratelli, delle sorelle, dei padri e delle madri che hanno perso in carcere uno
di loro. Lo spartiacque di solito è arrivato con una telefonata nel cuore della notte. Niente spiegazioni, nessuna compassione, pura formalità: "Il detenuto è morto". Perché, come, quando?
Niente da fare, hanno già messo giù. I familiari vogliono risposte: ieri sono tornati a chiederle al Senato, nel corso di un`iniziativa organizzata dall`associazione dei Radicali, Il detenuto ignoto.
Storie diverse, difficile fare confronti. Ma in tutti i casi un minimo comune denominatore c`è:
l`errore dello Stato. Una condanna sbagliata, una detenzione ingiusta, un suicidio inscenato. In
ognuna delle storie c`è l`errore di qualcuno: un giudice, un medico, uno psichiatra, un poliziotto.
Più difficile trovare qualcuno che abbia pagato. Alcune di queste storie hanno avuto la ribalta
della cronaca nazionale: quella di Stefano Cucchi, quella di Aldo Bianzino, quella di Federico Aldrovandi. Altre sono rimaste relegate nelle pagine locali. Manuel Eliantonio, per esempio, è
morto un anno e mezzo fa nel carcere Marassi di Genova. A sua madre al telefono hanno parlato
di un incidente. Suo figlio era in carcere per resistenza a pubblico ufficiale, era fuggito ad un
controllo. Cinque mesi e 10 giorni di reclusione. Ma dal carcere non è uscito vivo. Lei al Senato ha
portato tutte le immagini del corpo di suo figlio, martoriato, pieno di ecchimosi. Con sé ha anche
l`ultima lettera scritta da Manuel, il giorno prima di morire: "Mi ammazzano di botte almeno
una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci". Marcello
Lonzi, invece, è morto l` l l luglio del 2003, a 29 anni, nel carcere di Livorno dove era detenuto per tentato furto. Morte naturale, dovuta a una caduta, la versione ufficiale. Ma i medici dicono che quelle costole rotte, lo sterno fracassato e tutti quei lividi non sono "compatibili con la caduta".
Anche Riccardo Rasman dicono sia morto per un collasso. Imbavagliato, con i polsi e le caviglie
legate con il fil di ferro, uno zigomo e l`osso del collo rotto, immerso nel sangue: forse sì, alla fine
un collasso gli è venuto. Sua sorella Giuliana da quel giorno è diventata "peggio di Perry Mason".
E grazie alle sue indagini è riuscita a far condannare tre poliziotti: sei mesi con la condizionale.
Tutto qui. Riccardo Boccaletti è entrato in carcere che pesava 86 chili. In tre mesi ne ha
persi quaranta. Sveniva ogni due o tre giorni. Sua madre ha chiesto spiegazioni. "Non sapevano
nemmeno quanto pesasse all`ingresso". Era dipendente dalla cocaina, voleva andare in comunità,
perfino lo psichiatra diceva "bisogna farlo uscire". Invece è morto così, chilo dopo chilo: "I
vostri figli li hanno ammazzati di botte - dice la madre alle altre famiglie che l`ascoltano - Il mio in un altro modo". E poi Stefano Frapporti, Simone La Penna, Katiuscia Favero, Giuliano Dragutinovic. Tutti sperano che non finisca come alla famiglia Scardella, che da 24 anni cerca di capire come sono andate le cose nel carcere di Cagliari. Loro figlio, Aldo, era in carcere da innocente, per una rapina di cui solo dieci anni dopo si troveranno i veri responsabili. Si è suicidato, dicono. Ma nel sangue di Aldo c`erano tracce di metadone, e nessuno glielo aveva mai prescritto. Per gli Scardella, neanche una telefonata.
Che era morto l`hanno saputo dalla televisione.
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'Quando lo Stato sbaglia - ha detto intervenendo a una conferenza stampa al Senato, a cui hanno preso parte altre famiglie coinvolte in morti sospette di detenuti - Stefano non puo' riposare in pace, perche' ancora non ci ridanno il corpo.
E' come se il dolore per la sua riesumazione sia stato inutile.
Siamo in attesa della tac, senza la quale i nostri medici non sono in grado di stabilire cio' che da sempre sosteniamo, cioe' che mio fratello e' morto in seguito alle percosse ricevute.
Affrontare questa storia e' rinnovare un dolore ma soprattutto fa male dover combattere per avere giustizia, che dovrebbe essere doverosa in uno Stato di diritto'.
Dal palco ha poi parlato, in una delle sue rarissime dichiarazioni alla stampa, anche Rita, madre di Stefano: 'Lo Stato me lo ha portato via - ha detto - lo Stato me lo ha ridato morto. Spero che dicano tutta la verita', noi non ce l'abbiamo con le istituzioni, non ce l'abbiamo con l'Arma, ma con una manciata di persone, in camice o in divisa, pagate dallo Stato.
Vogliamo che siano giudicati da semplici cittadini italiani, perche' la legge sia davvero uguale per tutti'.
RADICALI CHIEDONO COMMISSIONE INCHIESTA MORTI SOSPETTE - La Commissione parlamentare d'inchiesta faccia luce sulle morti sospette avvenute nelle carceri italiane. E' la proposta fatta questa mattina dai Radicali e dall'associazione 'Il detenuto ignoto', nel corso di una conferenza stampa che si e' svolta al Senato e che ha visto la partecipazione di numerosi familiari di detenuti morti in circostanze sospette in carcere.
La deputata Rita Bernardini, in sciopero della fame dal 3 febbraio, ha chiesto che venga data rapida esecuzione alla mozione parlamentare che e' stata approvata alla Camera l'11 gennaio e che prevede il riordino del sistema carcerario.
"Qualcosa di importante - ha detto Rita Bernardini che e' membro della Commissione Giustizia della Camera - e' accaduto nel nostro Paese perche' si e' squarciato il velo della rassegnazione dei tanti familiari che ritenevano ormai impossibile ottenere la verita'. Questo e' accaduto in modo piu' evidente con la vicenda di Stefano Cucchi, grazie al coraggio della famiglia. Le carceri sono purtroppo delle istituzioni oscure e nonostante sia permesso accedere ai parlamentari e ai giornalisti, quando non ci sono questi occhi, accadono cose che e' difficile raccontare".
"E' importante essere qui con le famiglie che hanno vissuto lo stesso dolore assurdo - ha detto Daria Cucchi, sorella di Stefano, morto in carcere il 22 ottobre, dopo otto giorni di detenzione -. Noi tutti chiediamo che ci sia data giustizia, e questo e' un dovere per le istituzioni. Continueremo ad avere fiducia nelle istituzioni anche perche' ci sono delle responsabilita' ma da parte dei singoli".
Oltre alla vicenda di Stefano Cucchi stamattina sono state ricordate altre vicende che sono ancora oscure, come la morte di Marcello Lonzi, di 27 anni, deceduto nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003, ufficialmente per collasso cardiaco dopo essere caduto battendo la testa. Il corpo di Lonzi pero' era pieno di ferite e sono state riscontrate anche otto costole fratturate. Il caso di Stefano Frapporti, cinquantenne, ufficialmente morto suicida nel luglio del 2009 nel carcere di Rovereto e quello Katiuscia, trentenne, trovata impiccata con un lenzuolo nel novembre 2005, nel giardino dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere.
"Chiediamo verita' e giustizia per queste famiglie - ha detto Irene Testa, segretaria dell'associazione 'Il detenuto ignoto', che da cinque giorni e' in sciopero della fame - le istituzioni possono e devono fare qualcosa. Mi sono unita allo sciopero della fame di Rita Bernardini affinche' sia data esecuzione alla mozione gia' approvata sulle carceri, ma chiediamo soprattutto giustizia per queste morti sospette".
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(Uno "stato di emergenza" non si nega a nessuno ... nemmeno ai carcerati!)
Dichiarazione dello stato di emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. (10A00835)
(GU n. 23 del 29-1-2010 )
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Visto l'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225;
Visto l'art. 107, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112;
Visto il decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con
modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401;
Visto l'art. 44-bis, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207,
convertito, con modificazioni, nella legge 27 febbraio 2009, n. 14;
Visto il decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 195;
Considerata la situazione di grave criticita' conseguente al
sovrappopolamento del sistema carcerario nazionale, causato
dall'inadeguatezza delle strutture che ospitano gli istituti di pena;
Considerato che, la predetta situazione di criticita' determina un
grave rischio per la salute e l'incolumita' dei soggetti detenuti
presso gli istituti di pena;
Ravvisata la necessita' di procedere, in termini di somma urgenza
all'immediato avvio di interventi volti alla realizzazione di nuove
infrastrutture carcerarie e l'aumento della capienza di quelle
esistenti, al fine di assicurare la tutela della salute e la
sicurezza dei detenuti, garantendo una migliore condizione di vita
degli stessi e la funzione rieducativa della pena;
Tenuto conto che tali interventi, per il carattere di
straordinarieta' e di somma urgenza che rivestono, devono essere
assunti anche nell'esercizio di poteri in deroga alla normativa
vigente;
Ritenuto che ricorrono, quindi, nella fattispecie, i presupposti
previsti dall'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225,
per la dichiarazione dello stato di emergenza;
Sentito il Ministro della giustizia;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella
riunione del 13 gennaio 2010;
Decreta:
Ai sensi e per gli effetti dell'art. 5, comma 1, della legge 24
febbraio 1992, n. 225, in considerazione di quanto espresso in
premessa, e' dichiarato, fino al 31 dicembre 2010, lo stato di
emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti
penitenziari presenti sul territorio nazionale.
Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana.
Roma, 13 gennaio 2010
Il Presidente: Berlusconi
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di Simone Sapienza
Peggio della galera!». «Viviamo come dei cani». Sono arrivate alla redazione di RadioRadicale.it le immagini del Cie di Bari Palese, registrate con un cellulare da un immigrato tunisino
ora espulso. Beseghaier Fahi ci ha fornito una imponente documentazione cartacea, fotografica e video, che abbiamo montato e pubblicato sul nostro sito e che il Tg3 delle 19.00 ha mandato in onda domenica scorsa.
Oltre alle immagini scioccanti delle condizioni igienico-sanitarie in cui versa la struttura, il video contiene diversi appelli degli immigrati e alcune storie di ordinaria illegalità dello Stato italiano.
Chi è il responsabile? La O.E.R, "onlus" che ha vinto la gara d`appalto per la gestione del CIE? Le ditte Medica Sud srl e Ladisa, che partecipano alla gestione di questo centro? I militari del battaglione S. Marco, addetti alla sorveglianza? Politicamente il primo responsabile è il Ministro
Maroni, cui si deve una legge che allunga il trattenimento nei CIE. Su quello di Bari, nell`ottobre
scorso il deputato del Pd, Dario Ginefra, ha depositato un`interrogazione che attende ancora risposta; il Radicale Maurizio Turco è tornato a visitare il Cie a gennaio denunciando come nulla sia cambiato. Chi ha realizzato quel video e chi vi ha partecipato ha trovato la forza di assumersi la responsabilità di denunciare l`ingiustizia anche per conto di quanti in quei centri lavorano o
prestano la loro attività volontaria.
Radio Radicale mette a disposizione nel suo sito di giornalismo partecipativo FaiNotizia.it la possibilità di segnalare gli abusi attraverso materiale video, fotografico e scritto.
Speriamo che altri, italiani o stranieri, facciano quanto ha fatto Beseghaier Fahi.
http://www.droganews.it/news/285/Carcere_e_tossicodipendenza%3A_efficacia_delle_terap.html
Carcere e tossicodipendenza: efficacia delle terapie sostitutive per la riduzione dell’HIV
05/02/2010
categoria: Prevenzione - di: Redazione Drog@news - fonte: Addiction
Efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei per prevenire la trasmissione dell’HIV nelle carceri, questo l’oggetto di uno studio del National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney.
Le terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei, ad esempio quelle di lungo termine con metadone o buprenorfina, sono praticate in più di 60 paesi e fanno parte del pacchetto di proposte per la prevenzione dell’HIV a favore dei consumatori di droga per via iniettiva, suggerite dalla World Health Organization(WHO), dal United Nations Office on Drugs and Crime (UNDOC) e dal Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS).
Nel rispetto delle linee guida del network The Cochrane Collaboration, Sarah Larney ha prodotto un esame sistematico per definirne l’efficacia nelle case di detenzione.
La ricerca si è svolta sui database online PubMad, Scopus e Web of Science ed è stata integrata con bibliografia su HIV/AIDS e epatite C in carcere.
Sono stati identificati 458 studi; di questi, ricerche incrociate ne hanno esclusi 437 come non rilevanti. Di 24 studi sulle terapie sostitutive, 19 sono stati esclusi perché non soddisfacevano i criteri metodologici di selezione. Si è arrivati così a 5 analisi: 1 studio clinico controllato e randomizzato, 1 studio clinico semi-randomizzato, 3 studi di tipo controllato.
I dati disponibili indicano che le terapie sostitutive possono essere utili per la prevenzione dell’HIV e per prevenirne la trasmissione tra i detenuti, ma è necessaria una metodologia più rigorosa per guidarne lo sviluppo e l’attuazione. I pochi studi già condotti sono infatti frammentari e applicano differenti metodologie di analisi.
L’analisi sistematica ha mostrato una maggiore efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei in carcere, se inserite in un più ampio programma di prevenzione che preveda anche, ad esempio, la distribuzione di profilattici e di materiale sterile per iniezioni e tatuaggi.
Larney S., Does opioid substitution treatment in prisons reduce injecting-related HIV risk behaviours? A systematic review, Addiction, Volume 105, n. 2, Febbraio 2010 , pp. 216-223(8)2826 216..223
http://www.droganews.it/news/285/Carcere_e_tossicodipendenza%3A_efficacia_delle_terap.html
Carcere e tossicodipendenza: efficacia delle terapie sostitutive per la riduzione dell’HIV
05/02/2010
categoria: Prevenzione - di: Redazione Drog@news - fonte: Addiction
Efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei per prevenire la trasmissione dell’HIV nelle carceri, questo l’oggetto di uno studio del National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney.
Le terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei, ad esempio quelle di lungo termine con metadone o buprenorfina, sono praticate in più di 60 paesi e fanno parte del pacchetto di proposte per la prevenzione dell’HIV a favore dei consumatori di droga per via iniettiva, suggerite dalla World Health Organization(WHO), dal United Nations Office on Drugs and Crime (UNDOC) e dal Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS).
Nel rispetto delle linee guida del network The Cochrane Collaboration, Sarah Larney ha prodotto un esame sistematico per definirne l’efficacia nelle case di detenzione.
La ricerca si è svolta sui database online PubMad, Scopus e Web of Science ed è stata integrata con bibliografia su HIV/AIDS e epatite C in carcere.
Sono stati identificati 458 studi; di questi, ricerche incrociate ne hanno esclusi 437 come non rilevanti. Di 24 studi sulle terapie sostitutive, 19 sono stati esclusi perché non soddisfacevano i criteri metodologici di selezione. Si è arrivati così a 5 analisi: 1 studio clinico controllato e randomizzato, 1 studio clinico semi-randomizzato, 3 studi di tipo controllato.
I dati disponibili indicano che le terapie sostitutive possono essere utili per la prevenzione dell’HIV e per prevenirne la trasmissione tra i detenuti, ma è necessaria una metodologia più rigorosa per guidarne lo sviluppo e l’attuazione. I pochi studi già condotti sono infatti frammentari e applicano differenti metodologie di analisi.
L’analisi sistematica ha mostrato una maggiore efficacia delle terapie sostitutive per la dipendenza da oppiacei in carcere, se inserite in un più ampio programma di prevenzione che preveda anche, ad esempio, la distribuzione di profilattici e di materiale sterile per iniezioni e tatuaggi.
Larney S., Does opioid substitution treatment in prisons reduce injecting-related HIV risk behaviours? A systematic review, Addiction, Volume 105, n. 2, Febbraio 2010 , pp. 216-223(8)2826 216..223
Sintonia totale con il Ministero Della Salute
http://www.politicheantidroga.it/comunicazione/comunicati/2010/febbraio/lila.aspx
Il Dipartimento Politiche Antidroga, riguardo a quanto affermato dalla LILA relativamente alla distribuzione di siringhe e profilattici nelle carceri, precisa quanto segue: non c'è alcuna discordanza tra la posizione del DPA ed il Ministero della Salute, relativamente alla distribuzione di tali presidi in carcere.
Le frasi che ci sono state attribuite non corrispondono ad una nostra posizione ufficiale ma sono contenute in uno studio, riportato (al pari di tutti gli altri studi) nel portale informativo Droganews. Questa ricerca è stata eseguita dal National Drug and Alcohol Research Centre (NDARC), della University of New South Wales di Sidney, in Australia dove le condizioni di rischio sono ben diverse da quelle italiane.
Inoltre non ci sono evidenze che dimostrino, che l' incidenza e cioè il numero di nuovi casi di infezione da HIV (e non la semplice prevalenza e cioè il numero delle persone già infette) nelle carceri italiane sia elevata o si possa pensare, anche sulla base di casi aneddotici, che vi possa essere un reale problema di sanità pubblica al di là del rischio teorico. Crediamo invece che sia scorretto e inaccettabile l'intenzionale deformazione delle informazioni per creare una artificiale quanto inesistente contraddizione tra strutture Governative.
Prima di pensare a qualsiasi azione preventiva all'interno delle carceri è necessario considerare i dati reali ,che ad oggi seppur scarsi non depongono per l' esistenza di emergenze infettive in quegli ambienti. Evidenziamo, anche il pericolo che potrebbe esserci nel fornire siringhe potenzialmente utilizzabili anche come armi improprie nei confronti sia dei detenuti che degli agenti.
Ci dispiace infine che l'associazione Lila invece di percorrere la strada del dialogo e dell'approfondimento tecnico del problema, abbia invece spostato l'attenzione tentando di creare una pretestuosa polemica tra Istituzioni.
il caso
“L’inferno dei clandestini tra topi e sporcizia”
La denuncia: «I servizi sono scadenti, mancano beni di prima necessità e la sanità è completamente assente»
I due peggiori: Secondo Msf sono a Trapani e Lamezia Terme: «Bisognerbbe chiuderli, sono luoghi invivibili»
I volontari nei 21 centri: «Situazione peggiorata rispetto a 5 anni fa»
Cie, le accuse di Medici senza frontiere. Il governo: solo ideologia
ROMA
Hanno cambiato nome e teoricamente funzioni ma nella realtà tutto è identico nei centri che accolgono clandestini e richiedenti asilo. Non sono più Cpt, centri di permanenza temporanea, si chiamano Cie, Cara, Cda ma continuano a essere centri in emergenza permanente, incapaci di garantire diritti e tutela sanitaria. Soddisfano a malapena i bisogni primari, e non hanno minimamente adeguato il tipo di servizi erogati anche se l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza ha fatto allungare i tempi di detenzione nei Cie da 2 a 6 mesi.
E’ il risultato dell’analisi di Medici senza frontiere sullo stato dei 21 centri a cinque anni dall’ultima rilevazione. Un’indagine realizzata su intervistati che almeno nella metà dei casi si trovano nel nostro paese da non meno di 5 anni; alcuni anche 15-20 anni. Dopo la lettura del rapporto il Pd ha rivolto un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Ma il governo non ci sta e ribatte alle accuse. Le valutazioni di «Medici Senza Frontiere» «non sorprendono» e sono frutto di una «posizione tutta ideologica», afferma il Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, prefetto Mario Morcone. «Francamente non ce ne meravigliamo - prosegue Morcone - perché è sotto gli occhi di tutti, già dalla vicenda di Lampedusa, una posizione tutta ideologica che Msf ha manifestato periodicamente e la cui sostanza quasi sempre non corrisponde al vero».
Ma il rapporto dell’organizzazione è spietato. «Danno servizi scadenti, mancano i beni di prima necessità. Riescono a coprire appena i bisogni di base. La sanità pubblica è assente». Tutto ciò si traduce, in permanenze in container fatiscenti e sovraffollati, assenza di spazi adeguati, servizi igienici fortemente carenti, sporcizia diffusa ed anche presenza di topi. Vivono così uomini, donne, bambini ed anche neonati. La permanenza media è di 35 giorni.
I Cie poi, «sono carceri a tutti gli effetti», in cui vive il 45% di ex detenuti ed anche vittime di tratta. La responsabilità di ciò, per Msf, è da attribuire ai gestori. Ma non solo. «Verso gli immigrati il clima è sempre più ostile - ha detto il direttore generale Kostas Moschochoritis - e lo dimostra la vicenda di Rosarno».
Per Msf, dunque, sarebbe necessario chiudere i Cie di Trapani E Lamezia Terme «totalmente inadeguati, sono luoghi invivibili» e c’è anche chi ci vive per 6 mesi; in molti casi mancano le finestre alle camere. A Roma, «mancano persino beni di prima necessità come coperte, saponi, vestiti, carta igienica».
Mancano i controlli sanitari. L’assistenza sanitaria è affidata ai singoli gestori; le Asl non hanno il controllo, nè di malattie nè di eventuali epidemie (rilevata la scabbia in alcuni casi) di quanto avviene nei centri. Mancano protocolli medici comuni. È insufficiente anche l’assistenza legale e psicologica. È stato riscontrato anche un uso di psicofarmaci per «sedare» le persone. A Roma e Torino mancano i mediatori culturali, impossibile conoscere i reali bisogni sanitari.
Altra denuncia di Msf: i clandestini non hanno nulla da fare, i ritmi nei Cie sono scanditi dai pasti e dal sonno. E questo aggrava lo stato psicologico delle persone già provata dal viaggio per arrivare in Italia.
E’ facile quindi in questa situazione che nascano problemi. Msf ha più volte rilevato i segni di tensioni e rivolte, come muri anneriti. Nel Cie di Isonzo, ad esempio, la visita è avvenuta senza elettricità perché due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi elettrici. Addirittura nel caso dei centri di Bari e Lampedusa la Prefettura non ha autorizzato l’accesso di Msf per realizzare l’indagine. E, comunque, in molti casi le visite di medici e operatori sociali di Msf sono avvenute con scorta armata di poliziotti in tenuta anti-sommossa, e accompagnate da mezzi blindati dei militari, racconta Rolando Magnano, vice capo missione Msf Italia.
«Sono mesi che, assieme alle organizzazioni umanitarie come Msf, denunciamo le misere condizioni di vita nei Cie e nei Cara. Ma il governo non hai mai dato risposte. Sono già alla seconda interpellanza sul Cie di Ponte Galeria a Roma, caduta nel vuoto», ha affermato il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della commissione Affari Europei.
www.lastampa.it/amabileIsonzo
Durante la visita di Medici senza Frontiere al Cie di Isonzo - 138 posti - non c’era elettricità perché due giorni prima una protesta aveva reciso i cavi.
Bari
Sono 994 i posti nel centro di accoglienza di Bari. Ma in quel centro i medici di Msf non sono potuti entrare perché gli è stato impedito
Ponte Galeria (Roma)
Sotto accusa da tempo il Cie di Roma. Da mesi Msf ne denuncia le condizioni invivibili e nonostante le interpellanze parlamentari nulla è cambiato.