(RI) VICENDA CATANZARO: TURCO (RNP) "SE SOLO LA COMMISSIONE UE CI AVESSE DATO RETTA NEL 2003"
26/02/2007 18.57.13
[Basilicata]
"Insieme al deputato europeo Marco Cappato e al segretario di Radicali Lucani Maurizio Bolognetti, il 28 agosto 2003 avevo presentato un esposto alla Commissione europea con il quale si chiedeva di procedere contro la Repubblica italiana per violazione delle direttive sulla valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, sulla conservazione degli uccelli selvatici e sulla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche relativamente al Progetto Marinagri". E' quanto dichiara il deputato radicale della RNP Maurizio Turco, segretario della Commissione Affari Costituzionali. "A spingerci a questo atto di denuncia - continua Turco - era stata la decisione del Consiglio di Stato di sospendere l'efficacia di una sentenza del TAR della Basilicata contro uno dei progetti d'insediamento nonché l'autorizzazione alla ripresa dei lavori anche in assenza delle Valutazioni d'Impatto Ambientale e delle Valutazioni d'incidenza. Si tratta di un esempio di quel "Caso Basilicata" di cui la stampa si accorge solo oggi ma che gli ascoltatori di Radio Radicale conoscono da tempo grazie al quotidiano lavoro di denuncia e controinformazione che Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, conduce in solitudine da oltre un decennio. Se la Commissione europea avesse raccolto la nostra denuncia, oggi probabilmente non ci sarebbe più l'eco-mostro così come non sarebbero state deturpate le coste e dissestato l'assetto idrogeologico dell'area..".
"Sole 24 Ore", 12/04/09
Genchi, un mistero in 11 domande: consulente fedele o manipolatore?
Per qualcuno è un eroe e un martire della legalità, per altri un abile e pericoloso manipolatore. Poi ci sono quelli che lo temono, quelli che lo vogliono vedere in galera, quelli che lo implorano di non esporsi così tanto nella lotta al Male. Chi è davvero Gioacchino Genchi? E perché divide così profondamente l'opinione pubblica? Le notizie su di lui si rincorrono, rimbalzano nella Rete ? l'ambiente naturale del vicequestore aggiunto della Polizia di Stato e dei suoi sostenitori ? in un susseguirsi di post in cui il condizionale non esiste, una possibilità diventa un fatto, il dubbio certezza, la verità trasmuta in bugia (e viceversa), a seconda della visuale ideale, politica e culturale di chi si getta nella mischia. Genchi, poi, non è da meno: si difende con unghie, denti e interviste (sempre via cavo o Web), dicendosi tuttavia costretto a tacere per via dei suoi delicati incarichi istituzionali. Ma: «Oh! potessi parlare... Oh! quando potrò dire tutto...».
Rifuggendo dai riflessi deformanti dell'agone politico-mediatico, proviamo a rispondere alle domande più comuni sull'intricato «caso Genchi».
Perché Genchi è indagato se ha sempre collaborato con i magistrati? I Pm romani intendono verificare in che modo, quanto tempo fa, in riferimento a quali inchieste, il consulente palermitano abbia raccolto le centinaia di milioni di dati di cui è anche attualmente in possesso e sui quali continua a operare.
Di cosa è accusato Genchi? Di aver, nella consulenza per Luigi De Magistris, acquisito in modo regolare dati (tabulati di parlamentari e di membri dei Servizi di sicurezza) dei quali avrebbe dovuto però spogliarsi appena individuatane la natura. Invece, sostiene l'accusa, il consulente dell'allora Pm di Catanzaro avrebbe proseguito ricerche, analisi, incroci di dati e acquisito nuovi tabulati. Avrebbe inoltre illecitamente estratto dati dagli archivi delle Entrate.
Perché molte Procure e Tribunali considerano ancora Genchi il miglior consulente su piazza? Perché negli Anni 90 il poliziotto con il bernoccolo dell'informatica è stato un indubbio precursore di tecniche di analisi su tracce elettroniche, telematiche, telefoniche, grazie all'incrocio di anagrafiche, mappe satellitari, dati sanitari, tabulati telefonici, e.mail ecc. Per alcuni Pubblici ministeri è un consulente come tanti; per altri, invece, è un'arma letale da usare contro il malaffare, la Casta corrotta, la "zona grigia" che si collega alla mafia.
C'è differenza tra il metodo Genchi e quelli utilizzati da Polizia o Carbinieri? Ormai più nessuno, anche se Genchi sostiene di essere tuttora il consulente migliore e il più affidabile. Una differenza sostanziale è che Polizia e Carabinieri, aggiornati e dotati di strumenti adeguati, lavorano gratis per lo Stato.
È vero che Genchi ha potuto utilizzare per anni il suo database contenente milioni di dati? Certamente sì. E questa possibilità ? sempre ufficialmente negata perché border line rispetto alle norme in vigore ? è stata considerata un valore aggiunto da magistrati requirenti. Nessuno ha mai obiettato nulla se, ad esempio, si trattava di un caso di omicidio; i problemi sono sorti quando la "pesca a strascico"di numeri telefonici e tabulati è stata applicata a indagini che miravano al mondo politico e affaristico.
Il database è stato formato con metodi illegali e sotterfugi? È uno dei temi all'attenzione degli inquirenti romani, i quali dovrebbero verificare se a ogni acquisizione corrisponda un decreto firmato dal magistrato; se siano o meno stati incrociati dati di inchieste diverse (vietato); se ci sono dati che superano il tempo di conservazione consentito a gestori telefonici e polizia giudiziaria. Se, insomma, la tenuta e la gestione dei dati abbia rispettato o meno le normative in vigore.
I dati sono mai stati usati per favorire qualche imputato? Assolutamente no.
Come si difende Genchi? Sostenendo di poter - anzi di dover - conservare i dati relativi alle sue quasi 700 consulenze e perizie prodotte in 20 anni, per poterle consultare ed essere più efficace nei dibattimenti in cui viene citato come teste.
Il «caso Genchi» ha qualche nesso, somiglianza o intreccio con il «caso Telecom»? Forse sono solo due le possibili somiglianze: l'assenza di intercettazioni vocali e la reazione confusa e interessata di molti uomini politici, freneticamente interessati a tirarsi fuori da eventuali impacci, scandali, rivelazioni o anche processi. Per il resto, mentre la Security di Telecom spiava, formava dossier illegali per scopi non sempre dichirabili e all'interno di un'azienda privata, Genchi ha - almeno formalmente - agito nella legalità, per fini istituzionali, sempre dichiarati e per "committenti" pubblici, autorizzati e con possibilità di delega: le Procure.
Perché è stato prima sequestrato e poi restituito materiale su cui Genchi lavora? Il materiale è sempre rimasto nella disponibilità di Genchi, perché alcuni dati sono ancora coperti dal segreto di indagini tutt'ora in corso. Il 13 marzo, a seguito della perquisizione, i Ros dei carabinieri hanno "fotografato" i dati contenuti nei server del consulente, poi hanno sigillato i tre dischi da un terabyte ciascuno e li hanno consegnati alla Procura romana. Il Tribunale del riesame ha annullato perquisizione e sequestro. la Procura ricorrerà in Cassazione.
Genchi sta continuando a lavorare sulla sua banca dati? Sì, perché sta ancora conducendo delle consulenze.
lionellomancini@ilsole24ore.com
L'ex consulente/Banca dati sotto accusa
Gioacchino Genchi è nato a Castelbuono (Palermo) il 22 agosto 1960, è entrato in Polizia nel diembre 1985 e dal 1996 è vicequestore aggiunto.
Appassionato precursore delle tecniche di analisi di telefonia e informatica, ha fornito consulenze fin dalla metà degli anni '90 anche nelle indagini sulle stragi Faclone e Borsellino, prima di essere allontanato dalla PM Ilda Boccassini, allora applicata a Caltanissetta.
In aspettativa sindacale non retribuita dal giugno 2000, Genchi ha continuato (e continua) a lavorare con numerose Procure, fino ad essere il braccio destro di De Magistris nell'inchiesta Why not, incarico revocatogli il 30 ottobre 2007. Dal 23 marzo è stato sospeso dalla Polizia.
Nella perquisizione del 13 marzo, i Ros avrebbero trovato nei suoi server 13 milioni di intestatari di utenze telefoniche, 350 milioni di righi telefonici, l'intero Stato civile del Comune di Palermo (650mila persone) e di altri paesi siciliani e calabresi.
Le accuse contro Genchi sono di abuso d'ufficio - per l'acquisizione di tabulati di parlamentari senza autorizzazione della Camera - e di accesso abusivo alla banca dati dell'Agenzia delle Entrate. La Procura di Roma ricorrerà in Cassazione contro la decisione presa venerdì dal Riesame di dissequestrare la banca dati.
PALERMO - La notizia l´ha data lui stesso, sul suo blog, "gioacchinogenchi.blogspot.com": «Cari amici, poco fa mi è stata notificata la sospensione dal servizio dalla polizia di Stato. Col provvedimento mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette». Il vice questore aggiunto Gioacchino Genchi, il consulente del pm Luigi De Magistris finito sotto inchiesta a Roma per la sua attività nell´ambito dell´indagine "Why not", annuncia: «Mi difenderò nelle sedi istituzionali. Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio».
Il provvedimento di sospensione cautelare dal servizio, firmato dal capo della polizia Manganelli, contesta a Genchi proprio alcune dichiarazioni sul suo blog, ritenute «lesive per il prestigio di istituzioni» dello Stato. Il riferimento è a un botta e risposta su Internet con un giornalista di Panorama. «Non era stata richiesta la necessaria autorizzazione», argomenta il provvedimento disciplinare, che accusa il vice questore di «perseverare in un comportamento che oggettivamente si qualifica assolutamente contrario ai doveri del proprio status, oltre che pregiudizievole per l´immagine e il decoro dell´istituzione di appartenenza».
Così scrive Genchi nel suo blog, dopo aver dato notizia della sospensione: «Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io». Questo il finale, con un riferimento «alle mie sofferenze», che, dice Genchi, «spero servano al trionfo della verità e alla vittoria dei giusti»: «Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli, che ha adottato il provvedimento di sospensione».
(s.p.)
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http://archiviostorico.corriere.it/2009/marzo/21/Mastella_quel_favore_che_Magistris_co_9_090321014.shtml
Sette giorni/Il leader Udeur: ho le prove contro l' ex pm, Di Pietro regista dell' operazione che mi fece fuori
Mastella: quel favore che De Magistris venne a chiedere al mio ministero
Mastella: cercò di insabbiare un' inchiesta su di lui. E disse che non c' entravo con Why Not
La sfida: «Se trovassero qualcosa sul mio conto, lascerei la politica. Altrimenti dovrebbe farlo De Magistris»
«Quel favore chiesto da De Magistris»
Da accusato e simbolo decadente del potere si trasforma in accusatore. È così che Mastella oggi accusa chi il potere dice di averlo combattuto, rivelando addirittura che - quando era Guardasigilli - De Magistris avrebbe chiesto «una raccomandazione» al ministero di Giustizia. La storia risalirebbe al 2006, epperò Mastella sostiene di averla scoperta «solo un mese fa. A raccontarmela sono stati i miei ex collaboratori al dicastero. Mi hanno riferito che - appena fui nominato ministro del governo Prodi - De Magistris si rivolse a loro, cioè al mio staff, per ottenere un favore. L' allora pm di Catanzaro chiedeva si chiudesse un occhio su un' inchiesta aperta un anno prima dall' ispettorato del ministero», quando cioè a via Arenula c' era ancora il leghista Roberto Castelli. Sostiene Mastella che se fino a un mese fa non sapeva nulla della storia, «è perché il mio ex staff me la nascose. Parlo di integerrimi magistrati che furono reticenti perché non volevano che ne parlassi. Ma dopo aver vissuto malissimo quel che mi è capitato, hanno deciso di confidarmelo. "Tu pensa, mi hanno detto, che De Magistris era venuto a raccomandarsi". Sono rimasto stupefatto: ma come, il magistrato che combatte contro lo strapotere dei potenti... E sarei io l' emblema della Casta? Ecco la doppia morale, l' idea che le regole valgono solo per gli altri. Ecco chi davvero dovrebbe vergognarsi». Questa è una storia tutta italiana di politica e giustizia, questa è la verità dell' ex ministro del governo Prodi. Tornerà a sfidarsi con De Magistris, ma non nelle aule di tribunale bensì nelle urne alle Europee. Prima però vuole «saldare il conto» con l' ex pm, suo accusatore ai tempi dell' inchiesta «Why Not». Ed è anzitutto - così sostiene il fondatore dell' Udeur - «un conto con la mia coscienza», il desiderio di «riscattare la mia dignità»: «Perché quando ho saputo che De Magistris si sarebbe candidato con l' Italia dei Valori, ho capito tutto. È stata la chiusura del cerchio, la prova di una sorta di voto di scambio tra lui e Antonio Di Pietro». Mastella sostiene che «Di Pietro è stato regista di una operazione che aveva come obiettivo quello di farmi fuori dal dicastero della Giustizia. De Magistris mi ha azzoppato e ora ottiene in cambio la candidatura». In realtà sostiene Mastella che «De Magistris avrebbe voluto candidarsi già un anno fa, alle Politiche. Non è vero che rifiutò, fu Walter Veltroni a porre il veto. Erano ancora caldi i cadaveri politici di Prodi e del sottoscritto perché potesse entrare in lista. Sarebbe stato davvero troppo. Veltroni si limitò, e non fu poco, ad imporre l' alleanza con l' Idv che nessuno tra i dirigenti del Pd voleva». Sostiene Mastella di esser stato «nel centro del mirino» fin da quando iniziò a svolgere il ruolo di Guardasigilli: «C' era chi non voleva che finisse il conflitto tra la politica e la magistratura. Quello era invece il mio obiettivo, a quello lavoravo, per questo sono stato colpito». Mastella sostiene di «aver le prove» sul neo candidato dipietrista: «Ho le prove, sono pronto a portare nell' aula di un qualsiasi tribunale la testimonianza di una persona che era vicina a De Magistris durante l' inchiesta "Why Not". Questa persona gli sentì dire che "Mastella non c' entra nulla nell' inchiesta. Ha solo in mano il cerino mediatico"». Con il cerino della giustizia in effetti Mastella si bruciò. Allora disse che sarebbe tornato in politica, e ora che si prepara a correre per l' Europarlamento nelle liste del Pdl, si avverte dal tono della voce che è incattivito. «Chi c' è passato può capire cosa si prova quando si viene lasciati soli. E io fui lasciato solo, nessuno mi diede solidarietà, né Romano (Prodi) né Massimo (D' Alema). L' azione di governo andava male e tutto veniva scaricato su di me. Avevano trovato il capro espiatorio. Lasciarono che venissi massacrato». Mastella ammette di non aver ancora superato lo choc di quei giorni. «Ricordo quando da Michele Santoro, ad Annozero, venne resa pubblica un' intercettazione tra me e Antonio Saladino, il dirigente della Compagnia delle Opere considerato il crocevia dell' inchiesta. In trasmissione passò solo una frase monca: "Fatti autorizzare". De Magistris conosceva il resto della frase, pronunciata alla vigilia delle elezioni del 2006. Io dissi a Saladino: "Fatti autorizzare a votare per me, visto che il centrodestra perderà". Ma nessuno, tantomeno De Magistris, lo precisò». «Manipolazione a parte - sostiene Mastella - come mai nei tabulati sono rimaste solo le mie telefonate con Saladino e non quelle di Di Pietro e di altri suoi uomini di partito? Perché io sarei un mascalzone mentre Di Pietro passa per un moralizzatore? Eppure lui negò di conoscere Saladino, finché non fu costretto dall' evidenza dei fatti ad ammetterlo. Anzi, lui voleva addirittura candidarlo nell' Idv». Mastella sostiene che non avrà pace «finché non tornerò in possesso del mio onore, che De Magistris continua a calpestare. In una delle sue sessantaquattro deposizioni alla procura di Salerno ha fatto mettere a verbale infamie contro di me. Lo rincorrerò dappertutto, anche a Strasburgo se verrà eletto. E gli chiederò di accettare la sfida: se trovassero davvero qualcosa sul mio conto, lascerei un minuto dopo la politica. Altrimenti - sostiene Mastella - dovrebbe farlo lui». Francesco Verderami Il magistrato scende in politica Il personaggio Pm a Catanzaro e giudice a Napoli La carriera e gli scontri Il magistrato Luigi De Magistris, 41 anni, è entrato in magistratura nel 1995. In servizio dal 1998 presso la Procura della Repubblica di Napoli, nel 2002 è diventato sostituto procuratore della Repubblica a Catanzaro. Il 18 gennaio 2008, a seguito di un provvedimento disciplinare emesso dal Csm, viene trasferito di sede e funzione, passando al tribunale del Riesame di Napoli Le inchieste Da pm si è occupato principalmente di reati contro la pubblica amministrazione. Negli ultimi anni ha indagato su politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati lucani nella cosiddetta inchiesta «Toghe Lucane», oppure sugli intrecci tra criminalità e mondo degli affari nell' inchiesta Poseidone, ma è stata l' inchiesta Why Not, sui presunti addentellati politici di una loggia massonica coperta, a sollevare un grave scontro istituzionale L' avocazione Il 19 ottobre 2007 il procuratore generale reggente di Catanzaro, Dolcino Favi ha avocato, per presunta incompatibilità, l' inchiesta, sottraendola a De Magistris, accusato di aver messo sotto indagine alcuni suoi colleghi e il suo capo Mariano Lombardi Colleghi nel governo Prodi
Verderami Francesco
(21 marzo 2009) - Corriere della Sera
L'ottimo Facci farebbe bene a documentarsi. Le inchieste Why not e Toghe lucane non sono affatto finite nel nulla.
www.lucania.ilcannocchiale.it
Toghe lucane e dintorni: Conversazione Cainarca - Montagna(13/03/2009)
http://www.fainotizia.it/2009/03/14/toghe-lucane-e-dintorni-conversazione-cainarca-montagna13032009?reportage=5010043
www.lucania.ilcannocchiale.it
Per l'on. elisabetta zamparutti
http://www.fainotizia.it/2009/01/08/lon-elisabetta-zamparutti?reportage=5010043
www.lucania.ilcannocchiale.it
Prodi, l’entourage e la Loggia di San Marino/2^ parte: superteste contro l’archiviazione e il Titano si arrocca nel silenzio e nei segreti
http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/
www.lucania.ilcannocchiale.it
Ma dopo l´intervento di Alfano e il commento del presidente Renato Schifani («Ci troviamo dinanzi a una vicenda estremamente emblematica e inquietante»), è scontro, in Senato, fra il senatore dell´Idv, Luigi Li Gotti, e Rutelli. Il primo accusa il secondo di essere stato anch´egli oggetto di indagini telefoniche da parte di Genchi. Per questo, secondo Li Gotti, avrebbe dovuto astenersi dallo svolgere indagini sul caso. Il presidente del Copasir ha subito replicato. «È falso, è falso», urla Rutelli. E precisa che «né lui, né alcuno dei componenti del comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti, è stato oggetto di investigazioni».
L´ex pm Luigi De Magistris, intanto, che del consulente informatico s´avvalse per quelle due inchieste, intervistato dal programma web Klauscondicio, dice che «il caso Genchi è una bufala». Ma non spiega le accuse che gli contesta Rutelli. E cioè perché durante le indagini da lui coordinate Genchi abbia svolto per due anni accertamenti sui tabulati telefonici (spiandone anche i movimenti), dell´ex capo del servizio militare, Nicolò Pollari, e «di suoi due stretti parenti». Non ha spiegato, l´ex pm, perché siano state "spiate" «altre 28 utenze appartenenti ad agenti segreti». Né a quale titolo abbia «acquisito fra i 14 e i 18 milioni di righe di traffico telefonico». «Non ho paura di Rutelli», incalza l´ex pm De Magistris dai microfoni di Klauscondicio. Ma gli interrogativi che sul suo lavoro il Copasir solleva restano.
«Resta misteriosa - dichiara Rutelli - la ragione di tutta una seria di acquisizioni». «È intollerabile - aggiunge - che quella mole di documenti non sia stata distrutta. E non è chiaro perché siano stati acquisiti i dati di traffico telefonico dei principali protagonisti del caso Telecom».
Quel che è certo, per il presidente del Copasir, è che «a Genchi sono stati attribuiti incarichi retribuiti a beneficio di una sua società privata per diversi milioni di euro». La relazione al Senato di Rutelli si conclude con l´appello al Parlamento affinché «valuti quali iniziative assumere», suggerendo una serie di modifiche normative. Una proposta l´ha subito lanciata il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ha indicato «l´istituzione di una commissione di inchiesta» e ha chiesto «al capo della polizia, Antonio Manganelli, quali azioni abbia intrapreso nei confronti di Genchi». Chiamato in causa, ieri sera Manganelli ha chiesto un incontro urgente con Rutelli.
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IL COPASIR E IL CASO GENCHI: MESSA A RISCHIO LA SICUREZZA
De Magistris: "Avevo scoperto la nuova P2"
Sui tabulati del consulente siciliano scontro in aula tra Rutelli e Li Gotti (Idv)
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GUIDO RUOTOLO
ROMA
«E’ una vicenda di enorme rilievo per le istituzioni democratiche». E’ preoccupato il presidente del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Francesco Rutelli, che interviene nell’aula del Senato sulla vicenda dell’archivio Genchi, l’immensa banca dati dell’ex consulente dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris. Gli fa eco il ministro di Giustizia, Angelino Alfano: «E’ una delicatissima vicenda che investe anche la sicurezza nazionale», e annuncia che il governo ha predisposto un disegno di legge, in tema di intercettazioni e tabulati telefonici, «per garantire maggiori tutele ai soggetti appartenenti ai servizi di sicurezza e alle loro delicatissime funzioni».
La proposta, in sostanza, stabilisce che solo al procuratore della Repubblica sarà affidata la richiesta di autorizzazione a disporre le intercettazioni, ovvero di acquisire i dati del traffico telefonico di utenze relative a componenti dei servizi segreti. Il procuratore della Repubblica dovrà informare il procuratore generale. L’indagine del Copasir è arrivata alla conclusione che le inchieste «Why Not?» e «Poseidone» di De Magistris mettono a rischio «l’efficienza dei servizi di sicurezza». Per diversi agenti segreti, a partire dall’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, sono stati sviluppati i tabulati telefonici e analizzate le schede anagrafiche: «Si è trattato di un vero e proprio pedinamento elettronico sistematico».
Per il presidente del Senato, Renato Schifani, «ci troviamo davanti a una vicenda estremamente emblematica e piena di risvolti delicati che hanno toccato elementi sensibili delle istituzioni del Paese. Il contesto generale della vicenda è molto più inquietante e articolato».
Nel corso del dibattito nell’Aula di Palazzo Madama, si è registrato un botta e risposta molto polemico tra il senatore Luigi Li Gotti, IdV, e lo stesso presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Li Gotti: «C’era anche lei tra quei 13 parlamentari che sono nell’archivio Genchi? Così hanno scritto i giornali, così dice Genchi in un’intervista. E allora, forse, un momento di distacco dalla vicenda sarebbe stato preferibile». Parla Li Gotti e Rutelli lo interrompe: «E’ falso, è falso. Non abbiamo mai acquisito i tabulati che riguardassero alcuno di noi (membri del Copasir, ndr)». Li Gotti insiste: «Non si può indagare su una vicenda che ha per oggetto se stessi. Non si può interrogare il pubblico ministero, come è stato fatto, che ha indagato utilizzando elementi che la riguardavano».
Polemica violenta. Risolta, alla fine, con le scuse di Li Gotti: «Non ho proprio motivo di dubitare delle parole del presidente Rutelli».
Udc, Pd, Popolo delle libertà, con accenti diversi, si dichiarano fortemente preoccupati sulla vicenda della banca dati di Gioacchino Genchi. Francesco Rutelli, nella sua relazione, rivela un particolare accertato dalle indagini del Ros dei carabinieri, a proposito dell’acquisizione di «un numero impressionante di dati»: «Si tratterebbe di una cifra oscillante tra i 14 e i 18 milioni di righe di traffico telefonico».
A tarda sera, il Capo della Polizia, il prefetto Antonio Manganelli, ha chiesto un incontro con il presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Il vicequestore Gioacchino Genchi è rientrato in servizio, a Palermo.
«Attraverso la ricostruzione dei finanziamenti pubblici in Calabria, avevamo scoperto, in modo preciso, quella che con gergo giornalistico si potrebbe anche definire la nuova P2. Cioè la gestione del denaro pubblico e di alcuni pezzi delle istituzioni attraverso il tramite dei poteri occulti. Questo è il cuore del problema e non voglio dire altro. Perchè fatti, nomi, documenti, li ho consegnati». Così Luigi De Magistris, ex pm di Catanzaro, in un’intervista che andrà in onda oggi a «Exit», alle 21.10 su La7, spiega l’indagine Why Not che gli è stata tolta un anno fa.
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La vede così anche la procura di Salerno che, nella richiesta di archiviazione per il presunto abuso d´ufficio dell´ex pm, afferma: «Legittima l´iscrizione di Mastella e del segretario dell´Udc Lorenzo Cesa nell´ambito dell´inchiesta Why not. La valenza delle emergenze indiziarie inducono a ritenere che le iscrizioni fossero obbligatorie e dovute». Anzi, nelle trecento pagine su cui si pronuncerà il gup di Salerno, i pm Dionigio Varesani e Gabriella Nuzi, scrivono che quelle indagini dovevano proseguire: «L´esame analitico-relazionale dell´intero materiale dell´inchiesta Why not consente di portare variegati elementi che, al contrario, appaiono del tutto sottovalutati nella richiesta di archiviazione della posizione dell´ex ministro». Il documento è stato presentato ieri al Csm dal "difensore" di De Magistris, il procuratore aggiunto di Palermo, Gioacchino Ingroia.
«Neanche Pico della Mirandola o il personaggio di Dustin Hoffman in Rain Man avrebbe potuto capire che quell´utenza di cui ho acquisito il tabulato era riconducibile a Mastella», si difende De Magistris. Il "processo" contro di lui proseguirà a Palazzo dei Marescialli il 19 maggio prossimo, dopo la decisione del gup di Salerno. Il Csm ascolterà, tra gli altri, Gioacchino Genchi, indagato dalla procura di Roma, che guarda con sospetto alla mole di dati raccolti durante inchieste della magistratura di mezza Italia. «Dagli accertamenti espletati � dice il capo del Ros - riteniamo che da parte di Genchi una lettura dei dati ci sia stata». Il colonnello Angelosanto spiega di avere lavorato su due Nokia e una carta sim. «Le rubriche di quei telefoni sono state aperte e lette da Genchi che ha selezionato le utenze che aveva interesse a prendere». L´eventuale elaborazione di quei dati e non solo, soprattutto di quelli relativi a utenze in uso all´ex ministro Pisanu, a Rutelli e ad altri parlamentari, al sindaco di Alemanno, a magistrati e a sedi istituzionali, persino all´ex capo del Sismi Nicolò Pollari, sono oggetto di nuove indagini, delegate ai carabinieri dalla magistratura romana. La "disciplinare" del Csm acquisirà gli atti dell´inchiesta.
Genchi, in una nota depositata al Csm dalla "difesa" di De Magistris, afferma: «Fino a 10 aprile 2007, nulla poteva far ipotizzare che la sim Gsm 335.128... fosse in uso a Mastella o ad altro membro del Parlamento. Quella sim era risultata nel tempo utilizzata (con diverse schede di vari gestori e con diverse intestazioni) con almeno 18 cellulari». Una tesi che non convince chi su di lui indaga.
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Vulpiani: «Genchi? Meglio utilizzare le forze dell'ordine»
di Lionello Mancini
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«Indagare è come ricostruire un vecchio mosaico. È normale che manchi qualche tessera. Ma il restauratore serio lascia lo spazio bianco perché si possa valutare la parte ricostruita; quello che fa il furbo si inventa i tasselli mancanti per dimostrare che è infallibile». Domenico Vulpiani, 57 anni a giugno, da otto è il direttore della Polizia postale, cioè il capo dei 2mila agenti in prima linea nel contrasto della criminalità telematica, quella dei siti pedofili, del phishing, delle truffe online. Per questo i suoi uomini sono particolarmente esperti nell'utilizzare le tracce elettroniche nelle indagini di tante Procure.
È vero, come dice Genchi, che è lui il più esperto di tracce elettroniche?
Se davvero è stato detto questo, non mi pare occorrano repliche. Penso invece che come esperienza e come dotazione di software i nostri standard siano eccellenti, aggiungo: difficilmente raggiungibili da qualunque privato. E potrei dire lo stesso degli altri dipartimenti di Polizia, o dei Carabinieri, della Guardia di finanza, della Dia. Insomma, qualche brigatista, qualche mafioso e qualche pedofilo l'abbiamo preso anche noi, mi pare.
Genchi dice anche che come perito dei giudici ha corretto vostri errori di indagine salvando degli innocenti.
Non so se sia accaduto. Noi possiamo sbagliare come tutti quelli che lavorano e non pretendiamo di avere le verità rivelate. Vorrei però rovesciare il concetto: penso che a qualche magistrato capiti di sopravvalutare le capacità dei consulenti esterni, specie in campi in cui, come dicevo prima, siamo assolutamente adeguati e diamo anche più garanzie.
In che senso?
Più garanzie istituzionali e più garanzie ai cittadini. Non ci può essere nemmeno l'ipotesi, il sospetto, che ci appropriamo di dati non nostri, né che resuscitiamo dati da vecchi fascicoli per legarli a un fatto successivo.
Perché allora questo consulente privato è così gettonato?
Io non so se sia così gettonato come dice. Penso che anche tra i magistrati possano scattare dei passaparola, specie quando capita l'indagine nuova, in cui ci si affida al consiglio di un collega-amico. E penso anche che sia un fenomeno in esaurimento.
Perché?
Beh, è intuitivo, nessun privato potrà mai disporre delle competenze e dei mezzi di un Ris o del reparto specializzato di qualunque forza dell'ordine. Il tempo degli "smanettoni" per passione è finito da un pezzo, oggi nelle nostre file ci sono competenze certificate, ingegneri della comunicazione, professionalità elevatissime. Dopodiché, come dicevo prima, l'errore è sempre in agguato. Ma gli errori servono per migliorare, non per vantarsi scioccamente di non commetterne mai. Il bravo restauratore non si inventa le tessere mancanti di un mosaico, lascia i pezzi in bianco e non se ne vergogna.
Per uscire dalla metafora?
Le indagini su materiale elettronico senza i riscontri forniti da indagini di tipo tradizionale, dai controlli bancari, le testimonianze, i pedinamenti ecc. rischiano di essere insufficienti o peggio devianti. Per fidarsi dei tabulati e utilizzare le tracce elettroniche serve un preciso punto di ancoraggio iniziale, una chiave di lettura che spieghi il resto. Potrei fare mille esempi, a partire da quello dei numeri trovati dentro il palmare della brigatista Nadia Lioce.
Secondo lei esiste il famoso archivio Genchi?
Non lo so, non mi interessa. Se esiste prima o poi salta fuori, di questo si può stare certi. Comunque, dopo 15 anni di antiterrorismo, dopo otto anni di Polizia postale, qualche certezza ce l'ho: una di queste è che non serve accumulare i dati di tutti gli italiani per individuarne alcuni, schedare elettronicamente tutti per fermarne qualcuno che delinque.
lionello.mancini@ilsole24ore.com
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di Guido Ruotolo
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«Ho ricevuto incarico dal presidente Rutelli - annuncia l’avvocato Paola Severino - di tutelare nelle sedi competenti la sua onorabilità rispetto ad alcune frasi enucleate dalla voluminosa ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli». Insomma, Francesco Rutelli vuole denunciare Luigi De Magistris (giudice estensore delle motivazioni del Riesame), per quel giudizio che ritiene infondato sui suoi rapporti con Alfredo Romeo, che per De Magistris «presentano aspetti francamente poco chiari». E che la Procura di Napoli vuole, invece, approfondire, una volta che potrà utilizzare le intercettazioni dei parlamentari indagati nell’inchiesta «Global Service», Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (Pdl). Evidentemente anche per verificare le affermazioni fatte dallo stesso Rutelli nella sua deposizione a Napoli. «Non ha mai avuto - ricorda il suo difensore - alcun colloquio, alcuna telefonata con il dottor Romeo».
Maggioranza e opposizione scendono in campo per difendere l’ex leader della Margherita. E nei fatti, dopo la retata del 17 dicembre scorso, per la prima volta prendono le distanze dall’inchiesta di Napoli. Da Walter Veltroni a Luigi Zanda e Anna Finocchiaro (Pd) parole di «solidarietà e vicinanza» nei confronti dell’ex leader della Margherita. Il segretario del Pd: «Da qualche tempo Francesco Rutelli è oggetto di campagne e attacchi dei quali non si vede il fondamento. Conosco Rutelli da tanto tempo e conosco da sempre il rispetto delle regole e della legalità che hanno contraddistinto la sua azione politica e la sua attività amministrativa e di governo». Il senatore Luigi Zanda si sofferma su quel giudizio sui rapporti tra Rutelli e Romeo: «Mi sembra un perfetto esempio di un linguaggio allusivo e indeterminato, capace di gettare fango ma non in grado di dimostrare assolutamente nulla».
Anche dalla maggioranza, attestati di «solidarietà personale e istituzionale»: Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e Giuseppe Esposito (Pdl), tutti e tre componenti del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica», pongono l’accento che quel giudizio «ha tutte le sembianze di un tentativo di intimidazione», alla vigilia dell’audizione al Copasir proprio dell’ex pm De Magistris e del suo ex consulente Gioacchino Genchi. Come se il clima non fosse già abbastanza teso, ci voleva pure questa polemica sulle motivazioni del Riesame di Napoli sull’inchiesta Global Service, alla vigilia delle audizioni di oggi al Copasir.
L’oggetto, naturalmente, è quello dell’archivio di dati sensibili (tracciati e tabulati telefonici) raccolti dal consulente Genchi, su delega del pm De Magistris, nell’ambito delle inchieste «Poseidone» e «Why Not?». Per quello che naturalmente è di propria competenza, il Copasir vuole approfondire la questione dei tabulati e tracciati che chiamano in causa diversi agenti segreti. Dall’ex capo del Sismi, Niccolò Pollari, ad altri 007 dell’ex servizio segreto militare: Gustavo Pignero, Marco Mancini. Ma ci sono anche 007 dell’ex Sisde.
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di Luca Fazzo
-->Gioacchino Genchi su Sky. Genchi su Rai News 24. Genchi da Giuliano Ferrara. Genchi (pagina intera) sul Secolo XIX. Per essere uno che quarantott’ore fa aveva detto «non intendo replicare alle vili calunnie», il superconsulente informatico più chiacchierato d’Italia appare preda di una singolare frenesia mediatica. Come a volte accade agli uomini che sentono il terreno franare sotto i piedi, Genchi - indicato da Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi come il protagonista dello scandalo più grande della Storia d’Italia, e in attesa di essere interrogato venerdì dal Copasir, il comitato parlamentare sui servizi segreti - si affanna a proclamare la sua verità a destra e a manca. Nella frenesia, gli scappa inevitabilmente qualche svarione. E la situazione peggiora.
Un esempio. Tra gli «eccellenti» che Genchi ha schedato attraverso i loro tabulati telefonici, salta fuori il nome di Nicolò Pollari, ex capo del Sismi. Ieri Genchi prova a difendersi: quei tabulati di Pollari vengono da un’altra indagine, quella milanese. Cioè dall’inchiesta sul rapimento dell’imam Abu Omar, che vede Pollari indagato insieme a un po’ di agenti della Cia. Peccato che a stretto giro di posta la versione di Genchi venga asfaltata dal pm Armando Spataro, titolare dell’inchiesta Abu Omar: noi i tabulati di Pollari non li abbiamo mai avuti. E allora? Una voce dice che Genchi il telefonino di Pollari se lo procurò quando Luigi De Magistris, il suo pm di riferimento, mandò a perquisire la casa del capocentro Sismi di Padova, Massimo Stellato. E da lì anche Pollari sarebbe stato inghiottito dal «sistema Genchi», il frullatore di tabulati, utenze, contatti, in cui alla fine tutti conoscono tutti e tutti sono accusabili di tutto. Migliaia di nomi, milioni di contatti.
Altro autogol: nella sua intervista a Rai News 24, Genchi sostiene di avere acquisito illegalmente i tabulati di parlamentari ma per sbaglio, senza volerlo. La colpa è dei parlamentari che non hanno un numero immediatamente riconoscibile. Peccato che a pagina 6 della sua consulenza inviata a De Magistris proprio Genchi dica di avere individuato un telefonino intestato alla Camera dei Deputati, e di averne poi sviluppato - col solito sistema esponenziale e vagamente maniacale - i contatti, guardandosi bene dal chiedere qualunque autorizzazione alla Camera.
Genchi oggi appare uno sconfitto. Lo attaccano Berlusconi e Repubblica, il Pd e Il Sole 24 Ore. Se non fosse per Di Pietro - che lo difende come già difese il suo sponsor De Magistris - si potrebbe dire che Genchi è solo.
Nel suo annaspare inanella autogol. Come quando rivela a Lionello Mancini, del Sole, di avere inviato a Gianni De Gennaro, nuovo supercapo dei servizi segreti, una cartolina di saluti molto simile ad un avvertimento in codice. E altri avvertimenti qua e là, in sicilianese, a mezza bocca e mezze frasi, Genchi sembra continuare a mandare nelle sue interviste di queste ore. Questa scarsa lucidità, questa goffaggine di fondo, rende ancora più difficile rispondere alle domande decisive. La prima: come è stato possibile che un personaggio simile abbia raccolto tanto potere nelle sue mani? Quali coperture, quali appoggi hanno sostenuto la sua irresistibile ascesa nel grande business delle intercettazioni per conto delle Procure? Siamo davanti ad una scheggia impazzita prodotta da un sistema malato, o a un tassello di un gioco più oscuro?
Il caso Genchi piomba come un macigno sul dibattito sulla riforma della giustizia. Qualcuno arriva a dire che il caso Genchi è la prova dei guai che arriverebbero se a guidare le indagini fossero i poliziotti e non i pubblici ministeri. Dimenticando che - tecnicamente, essendo in aspettativa - Genchi da oltre dieci anni non è un poliziotto ma un privato cittadino; che era l’uomo di fiducia non delle forze di polizia ma delle Procure, e che se qualcuno poteva capire quanto largamente interpretasse il suo ruolo questi erano in primo luogo i pubblici ministeri. I quali, va rimarcato, affidavano a lui indagini che sarebbero state svolte altrettanto bene da poliziotti veri. L’indagine milanese sul suddetto caso Abu Omar, per esempio, è stata condotta dalla Digos e dalla polizia postale proprio incrociando tabulati telefonici. Il metodo Genchi senza Genchi. Quindi si sono acquisiti solo i dati che servivano all’inchiesta, non si è partiti da un numero per schedare il mondo.
Resta un’ultima domanda. A cosa serviva a Genchi questa immane dose di materiale? Era una banca dati funzionale a qualche progetto, a qualche affare? O siamo di fronte solo all’ennesima manifestazione della vocazione nazionale a frugare, a schedare, ad accumulare, perché conoscere significa potere, e prima o poi tutto tornerà utile?
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Bolognetta, se fussi femmina, me te mannerei per l'ossa, puro a te. Ma siccome so, che sei nato in Latronico, e noi meridionali, c'abbiamo almeno 4 coglioni, che ci disturbano l'ingresso, ti lascio a Manfredi, che è piemontese.
A. coppeto
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/01/genchi-dossier-girati-giornalisti.shtml?uuid=7c0c08ca-eba7-11dd-804c-e23a7a132034&DocRulesView=Libero
Caso Genchi: quei dossier girati ai giornalisti
a cura di di Lionello Mancini
Intervista a Francesco Cossiga
“Genchi ha fatto solo il suo dovere”
L’ex Presidente: acquisire quei tabulati era legale
«I controlli telefonici non vanno aboliti ma limitati ai reati gravi»
GUIDO RUOTOLO
ROMA
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Dunque, Presidente, altro che scandalo del secolo come sostiene il capo del governo, Silvio Berlusconi.
«La verità è che questo “scandalo”, data da molto tempo ed è venuto alla ribalta adesso per due motivi. Il primo è che siamo alla stretta sulla legge per le intercettazioni, il secondo che il Copasir all’unanimità ha chiesto di vedere le carte».
Decine di migliaia di contatti telefonici e tabulati. Mezzo Paese - con i suoi vertici politici, militari, istituzionali - sotto controllo e tutto va bene?
«Mi hanno detto che il dottor Giacchino Genchi era un valente funzionario di Ps, un vicequestore. Non è chiaro se ora si trovi in aspettativa o a riposo. Del resto, mi hanno detto, ha i suoi uffici in un locale confiscato alla mafia. Non si pone un problema giuridico ove mai le intercettazioni di un parlamentare fossero state indirette. E a quanto mi risulta il Comando generale dell’Arma dei carabinieri è stato intercettato a lungo, sempre nel rispetto delle norme. Per tutti i vertici delle forze di polizia, persino per il Capo della Polizia e dello Stato Maggiore dei Carabinieri non c’è presunzione di segretezza».
E per gli uomini dei servizi segreti?
«Come lei sa, pendono alla Corte Costituzionale sei ricorsi: due del governo Prodi, due del governo Berlusconi e altrettanti dai procuratori di Milano e dal giudice monocratico titolare del processo sul sequestro di Abu Omar. Sono pronto a scommettere che la Consulta darà torto al governo e ragione ai magistrati, anche perché se non fosse così il processo Abu Omar verrebbe annullato. Quello che non si è mai saputo, e che so perché ho spulciato tutte le risposte scritte alle interpellanze parlamentari, è che la Procura di Milano ha informato il ministero dell’Interno che avrebbe fatto pedinare e intercettare uomini dei servizi segreti».
Se l’archivio Genchi è legale, perché persino il Copasir lancia una forte preoccupazione?
«Il Copasir vuole capire se uomini dei servizi sono stati intercettati? Aspetti la decisione della Corte Costituzionale».
Presidente, la stretta sulle intercettazioni. Vanno abolite?
«Ma per carità... Certo la gente rimane colpita dal numero enorme di intercettazioni e di acquisizioni di tabulati autorizzate da un giudice su richiesta di un pm. Le intercettazioni non vanno abolite, semmai limitate a reati gravi, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. Quello di oggi è soltanto uno scandalo politico».
Converrà che pone un problema il fatto che un cittadino, in questo caso Giacchino Genchi, abbia nei suoi uffici il più grande archivio privato di dati sensibili?
«Mica è il suo. Evidentemente, le diverse procure che gli hanno delegato le consulenze gli hanno affidato, forse perché non hanno spazi dove custodirli, i loro archivi. Se poi mi chiede se tutto questo è legale, io le rispondo che è legale come lo era il confino, il Tribunale Supremo per la Difesa dello Stato o Auschwitz».
Punti fermi, tre. 1. Berlusconi mente. Nell´archivio di Genchi non c´è alcuna intercettazione telefonica, ma soltanto analisi di tabulati telefonici. Per le due inchieste di De Magistris, e su sua delega, Genchi ha messo insieme 1.042 tabulati, un milione di contatti, 578 mila schede anagrafiche. 2. Berlusconi ritrova troppo tardi la parola e la memoria senza mai perdere la sua malafede. Non ha battuto ciglio quando si sono scoperti gli archivi illegali della Telecom dell´amico Marco Tronchetti Provera (anche lì, si raccoglievano abusivamente tabulati e si intercettavano mail). Non ha emesso un fiato quando il suo nemico Romano Prodi è stato indagato proprio alla luce dell´analisi dei «dati di traffico della sim gsm 320740� intestata alla Delta spa presso la Wind, volturata il 1 aprile 2004, all´ "Associazione l´Ulivo i Democratici" di Bologna, contratto trasferito il 17 febbraio 2005 a Roma in piazza Santi Apostoli 73, sede dell´Ulivo, e due mesi dopo alla Presidenza del Consiglio, via della Mercede 96, Roma». Scritto nero su bianco in una consulenza di Genchi. Dov´era allora l´indignazione di Berlusconi? Non ce n´era traccia. Quell´indagine poteva azzoppare il governo di centrosinistra e tutto faceva brodo. Anche il lavoro di Gioacchino Genchi. 3. I rumorosi strepiti di Berlusconi non rivelano nulla di quanto già non si conoscesse per lo meno da sedici mesi. «De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati � scrive la Stampa, il 4 ottobre 2007 �. Nell´elenco ci sono tra gli altri, il presidente del Consiglio Prodi, l´ex-presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell´Interno Amato, e della Giustizia Mastella; il viceministro dell´Interno Minniti; il presidente del Senato Marini, l´ex-presidente della Camera Casini, il segretario dell´Udc, Cesa, il vecepresidente del Csm Mancino. I movimenti dei numeri telefonici acquisiti riguardano anche il capo della polizia De Gennaro, il vicecapo vicario De Sena, il direttore del Sisde Gabrielli, il direttore del Servizio di polizia postale e telecomunicazioni Vulpiani, il direttore della Dia, Sasso, il generale di corpo d´armata Piccirillo, il presidente dell´Anm Gennaro, il procuratore aggiunto di Milano Spataro, il pm antiterrorismo di Roma Saviotti, quattro sostituti della procura nazionale antimafia, diversi membri della commissione parlamentare antimafia, deputati, senatori, questori della Camera, presidenti di commissioni di Palazzo Madama». L´elenco (sempre smentito da De Magistris) mostra più di tante parole la strumentalità della sortita allarmata di Berlusconi. Ma come c´è anche il suo nome in quella classifica abusiva e Berlusconi non dice una parola, non protesta, non chiede spiegazioni? E se non si preoccupava allora, perché oggi parla di «scandalo storico»?
Il Cavaliere oggi ha compreso che l´"affare Genchi" può essere la leva per scardinare le resistenze che An, Lega, Pd oppongono al suo progetto di cancellare le intercettazioni dagli strumenti di indagine e fare del pubblico ministero il "notaio" delle polizie. Se non si dice, dunque, di Genchi � chi è, che cosa fa, come lo fa, grazie a chi � non si comprendono le ambiguità possibili del suo lavoro.
Il vice-questore in aspettativa Genchi, 49 anni, va su tutte le furie quando si parla di lui come di «un personaggio misterioso». Anche se cede al narcisismo quando lo si incontra nel sotterraneo di 500 metri quadrati, ipertecnologico, di piazza Principe di Camporeale, a Palermo (è un tormento riuscire a incontrarlo). A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer. Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena. Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, «nonostante la forte vocazione umanistica», a darsi da fare con l´informatica, l´elettronica, la topografia applicata e i primi «teodoliti al laser», che solo Dio sa che cosa sono. E´ un fatto che Vincenzo Parisi (capo della polizia) nel 1988 gli affida la Direzione della Zona Telecomunicazioni del ministero dell´Interno per la Sicilia occidentale. E´ il suo trampolino di lancio, l´inizio di una parabola che lo porterà ad essere, prima con la divisa addosso poi da libero professionista, il ricercatissimo consulente delle procure, capace di "mappare" l´intera rete di relazioni telefoniche di un indagato. Controlla, per dire, quasi due miliardi di tracce telefoniche nell´indagine di via D´Amelio. Ricostruisce 1.651.584 contatti telefonici inseguendo una scheda utilizzata in 31 cellulari diversi per dimostrare i legami pericolosi di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione siciliana. «Oggi � racconta Genchi - non è che facciamo più intercettazioni di un tempo, quelli che sono aumentati sono i telefoni. Anni fa c´era solo l´Etacs, il cellulare era uno solo. Ora per trovare un numero che interessa se ne cercano tanti, senza considerare il roaming degli Umts, con schede che si possono spostare da telefono in telefono e tanti gestori diversi dove si possono agganciare gli utenti con servizi telefonici diversi � messaggi, immagini, fax, video � ecco perché le richieste si sono moltiplicate».
Le richieste. E´ questo lo snodo. Non c´è nulla di illegale nel lavoro di ricerca svolto da Genchi se è il pubblico ministero a chiederle per una necessità dell´indagine perché, prima o poi, dinanzi ai giudici e agli avvocati della difesa, il pm dovrà rendere conto dei suoi passi. Decisivo è allora il rapporto che Genchi crea con il pubblico ministero responsabile dell´inchiesta. O meglio, che il pm crea con il consulente. Genchi ha un´alta opinione di se stesso e del suo lavoro. Non tace che le sue perizie sono «già pezzi di sentenza». Gli piace, nei suoi resoconti alle procure, argomentare l´accusa, suggerire deduzioni, indicare nuove ipotesi investigative, chiedere il coinvolgimento nell´indagine di questo o di quello. Non tutti i pubblici ministero abboccano al suo amo. Nel 1993, Ilda Boccassini, quando indagava sulla strage di Capaci, non gradì che quel tecnico del pool investigativo si attardasse intorno ai contatti telefonici privati di Giovanni Falcone, che nulla avevano a che fare con l´inchiesta. E quando nel febbraio di quell´anno se lo trovò davanti che proponeva di «trattare» le carte di credito del magistrato ucciso, se ne liberò senza stare troppo a pensarci su. «O me o lui», disse.
«Il fatto è � racconta ancora un altro pubblico ministero � che Genchi arriva da te con un elenco di numeri di telefono che sono entrati in contatto con il cellulare o il telefono fisso del suo indagato. Ti chiede una delega per verificarli. E tu che diavolo ne puoi sapere se tra quei centinaia di numeri ce n´è uno che non ha nulla a che fare con il tuo "caso" e molto con le curiosità di Genchi? Questo è il motivo per cui preferisco non lavorare con lui, che è certamente il solo in Italia a sapere fare quelle analisi dei dati».
Conviene ripeterlo: tutto si decide nel rapporto tra il pm e Gioacchino Genchi. L´affare che Berlusconi vuole trasformare nel «più grande scandalo della storia della Repubblica» si riduce a queste domande: Genchi ha tradito la fiducia di Luigi De Magistris analizzando dati di traffico telefonico per cui non aveva ricevuto la delega del pubblico ministero? O ha tradito la sua fiducia facendogli firmare deleghe per numeri di telefono estranei all´inchiesta? O non è avvenuto nulla di tutto questo e le deleghe erano legittime e legittimi l´analisi dei dati e gli scrutinati? Lo deciderà ora la procura di Roma che, con ogni probabilità, ha ricevuto le "carte" da Catanzaro perché l´indagine coinvolge anche Luigi De Magistris, oggi giudice a Napoli (Roma è competente per i giudici di Napoli). In attesa del can can spettacolare che Berlusconi organizzerà nei prossimi giorni, questa storia ci dice fin da ora una verità che non dovrebbe piacere a Berlusconi. Ci indica quanto pericoloso sia separare il lavoro del pubblico ministero dall´attività della polizia giudiziaria. Una polizia, libera dal controllo della magistratura, potrà avere mano libera per ogni forma di spionaggio illegale. Naturalmente, nel caleidoscopio delle verità rovesciate di Berlusconi, questo è una ragione per privare il pm della responsabilità delle inchieste.
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Eccola, la «spia» additata da Berlusconi, il protagonista dello «scandalo enorme» pronosticato dal premier. A mezzogiorno il poliziotto in aspettativa che ha lavorato con le procure di mezz´Italia è seduto in tuta da ginnastica nel salotto della sua abitazione-bunker di Palermo, protetta da telecamere e codici d´ingresso. Il famigerato archivio con 350 mila nomi? Genchi precisa, chiarisce, corregge. Ribadisce di non aver mai intercettato alcuna conversazione nell´ambito del processo Why Not ma di avere lavorato sui tabulati, incrociando numeri di telefono, date e orari dei colloqui: «I tabulati sono 792, le utenze controllate solo 641. Assimilare le intercettazioni ai tabulati equivale a ipotizzare un reato di violenza sessuale per chi dà uno sguardo a una bella donna. Per rimanere a una materia di cui Berlusconi si intende». Genchi ammette che fra i nomi del suo archivio figura quello dell´ex capo del Sismi Nicolò Pollari «ma si tratta della replica di tabulati già fatti dalla Procura di Milano. De Gennaro? No, lui non c´è. Quella è una cattiveria». Non nega, l´esperto informatico, «di sapere tanto di tanti, anche di Berlusconi. Ma come i pm, gli avvocati e i medici, io ho il dovere della segretezza». Genchi lamenta una «vile aggressione»: «Vogliono colpirmi perché sono uno scomodo testimone delle malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro e di quanto stava emergendo dall´inchiesta Why Not: un intreccio affaristico che coinvolge imprenditori, politici, giornalisti, uomini dei servizi segreti».
Maggioranza e opposizione litigano sul caso-intercettazioni. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, parla di una «manipolazione della vita politica del Paese». Tesi che non convince Antonio Di Pietro: «L´allarme di Berlusconi è una bufala». Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, rilancia: «Lo scandalo Genchi-De Magistris esca dal Copasir e approdi in Parlamento e in Procura». E Francesco Rutelli, presidente del comitato per la sicurezza, smorza i toni: «Lavoreremo con equilibrio e severità sul caso-Genchi. Ma non c´è un´emergenza democratica».
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DAL NOSTRO INVIATO
PORTO ROTONDO - «Io non ho nulla da temere», ma «se esce una sola intercettazione vado via dall´Italia». Alle 10 e mezza del mattino Silvio Berlusconi esce da Villa Certosa per completare il week-end elettorale. La méte sono Sassari e Alghero. Prima di riprendere i comizi, però, si ferma a parlare. Lontano dalle telecamere fa subito capire che il suo obiettivo in questa fase è in primo luogo l´archivio Genchi. Anche perché nei prossimi giorni proprio il Copasir dovrebbe convocare il premier per un´audizione concordata tra Francesco Rutelli e il sottosegretario Gianni Letta. E allora la battaglia contro Renato Soru scende di qualche gradino nella gerarchia delle priorità. Il suo bersaglio in questo momento è dunque la nuova legge sulle intercettazioni. «Deve diventare più dura». Anzi, deve «tagliare tutto, perché il sistema delle intercettazioni è marcio». E bisogna farlo, a suo giudizio, anche senza il concorso dell´opposizione. Perché la parola «dialogo mi fa venire l´itterizia».
Presidente, secondo alcune indiscrezioni ci sarebbe anche lei negli elenchi del consulente di De Magistris. È preoccupato?
«Io non so chi ci sia. Anzi non me ne importa niente di essere intercettato. Non ho niente da temere o da nascondere. Assolutamente niente. Dico solo che la situazione è comunque inaccettabile».
In che senso?
«O si fa una legge che taglia tutto oppure, se esce una sola telefonata che mi riguarda, io me ne vado da questo Paese. La privacy è una cosa troppo importante. Non è possibile che non si possa parlare tranquillamente al telefono».
A questo punto Berlusconi si ferma. Si sistema la sciarpa blu di cachemire che gli arriva quasi fino alla bocca e sbadiglia. «Sapete - spiega sorridendo - ieri ho fatto un po´ il galletto sotto la pioggia e ora mi è venuto il torcicollo. Ma in poco tempo mi passerà tutto». Spalanca lo sportello della Lancia Thesys ferma nel viale costeggiato di olivastri che porta a Villa Certosa. «Quando chiedo alla gente se pensano di essere intercettati tutti alzano la mano - dice alzando a sua volta il braccio - . Veramente è una cosa impossibile, una cosa che non può esistere. 350 mila intercettazioni sono una cosa allucinante».
Ma lei pensa che siano davvero così tante?
«Così almeno è stata venduta la cosa. Io sto a quello che ha detto Mastella, a quello che ha detto il presidente del Copasir Rutelli. Se è così, lo scandalo annunciato dovrebbe convincere chi ha ancora qualche dubbio. Dovrebbe convincere che questo strumento di indagine deve essere solo eccezionale».
Quindi a suo giudizio è possibile arrivare ad una legge più stringente subito?
«Io penso di sì. Abbiamo già preparato un testo che è migliorativo rispetto alla situazione attuale. E´ un ottimo testo. Ma si può migliorare ulteriormente. Si dovrebbe fare una legge in modo più restrittivo. Insomma si può fare di più».
E come farà a convincere gli alleati, in particolare la Lega?
«Bossi mi ha già detto che seguirà le nostre posizioni. Mi ha detto esplicitamente che accetterà quello che riteniamo giusto. Abbiamo fatto uscire dal Consiglio dei ministri un disegno di legge che io mi sono subito augurato potesse essere migliorativo. E in effetti le vicende ultime hanno dimostrato come queste intercettazioni siano delle ferite inaccettabili per la privacy».
Anche un esponente del Pd come Rutelli si è detto preoccupato. E´ possibile su questo terreno un dialogo con l´opposizione?
«Mi viene l´itterizia quando soltanto sento parlare di dialogo. Ma non perché io non voglia il dialogo, ma perché ogni volta che decidiamo di dialogare loro hanno sempre un secondo fine. E´ successo anche sul federalismo. E comunque quelli criticano sempre tutto, non sanno fare altro. Anche sulla sicurezza non fanno altro che strumentalizzare e dire oscenità».
Scusi, ma quale secondo fine avrebbe il Pd?
«Io l´ho letto pure su Repubblica: volevano staccare Bossi da me. Ma non ci sono riusciti oggi e non ci riusciranno mai».
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Retroscena
Adesso indaga anche il Comitato per la sicurezza
GUIDO RUOTOLO
ROMA
Fu la «Stampa», il 4 ottobre del 2007, a sollevare la questione che oggi viene chiamata «archivio Genchi», e che ieri Silvio Berlusconi ha definito «il più grande scandalo della storia della Repubblica». E cioé l’impressionante mole di dati sensibili, tabulati telefonici, acquisiti dal consulente Gioacchino Genchi nell’ambito delle inchieste «Poseidone» e «Why Not». La «Stampa» fece alcuni nomi - gli stessi rilanciati nei giorni scorsi dalle agenzie di stampa - di queste personalità: Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Clemente Mastella, Lorenzo Cesa, Pier Ferdinando Casini, Marco Minniti, Franco Marini, Nicola Mancino, l’allora vicecapo della Polizia, Luigi De Sena, il direttore del Sisde Franco Gabrielli, diversi magistrati. Di tutti quei nomi, fonti investigative oggi non confermano soltanto quelli di Gianni De Gennaro, ex Capo della Polizia oggi direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (ex Cesis), e il magistrato milanese Armando Spataro.
Oggi, quei dati - 578.000 record anagrafici processati, 1.402 tabulati, oltre un milione di contatti telefonici - costituiscono la «pratica» aperta al Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir) che ha sollevato un vero allarme democratico. Che il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, ha riassunto nei termini di una «questione molto rilevante per la nostra libertà e la nostra stessa democrazia». Il Copasir sentirà probabilmente il 30 gennaio proprio l’ex pm di Catanzaro oggi giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Luigi De Magistris, e il consulente Gioacchino Genchi.
La vicenda avrà (forse) anche uno sbocco processuale, nel senso che quel materiale acquisito nell’ambito delle inchieste «Poseidone» e «Why Not» arriverà alla Procura di Roma. L’altro giorno, infatti, si è tenuto alla Procura generale di Catanzaro, che aveva avocato le due inchieste di De Magistris, un vertice operativo con il Ros dei carabinieri, che aveva sostituito Genchi nell’attività di consulenza tecnica per portare avanti le inchieste, una volta che allo stesso Genchi furono revocate le consulenze.
In questi mesi, ovviamente, Genchi si è difeso sostenendo che non è mai uscito dal seminato nel senso che il suo materiale era frutto di una delega del pubblico ministero, negando di aver mai intercettato nessuno. Diversa la lettura dei magistrati di Catanzaro, convinti che lo stesso Genchi conoscesse perfettamente le identità di quelle personalità - come nel caso di Clemente Mastella - nei confronti delle quali avrebbe dovuto aspettare l’autorizzazione del Parlamento per poter acquisire i suoi tabulati.
Di certo, ed è un dato difficilmente contestabile, nei suoi uffici palermitani, Genchi dispone di un archivio ben più imponente, frutto naturalmente del lavoro svolto come consulente di altre inchieste e delegato da altre Procure. E questo perché il Ros, quando si presentò a Palermo, acquisì soltanto il materiale di «Poseidone» e «Why Not». I critici, sostengono che quello di Genchi è «il più grande archivio privato di dati sensibili». Un problema, comunque.
Rutelli parla di «tabulati telefonici e acquisizioni di dati riguardanti moltissime persone non indagate», che sono stati trasmessi dalla procura di Catanzaro al Copasir e sono coperti dal segreto. Ma il l´ex consulente informatico della procura di Catanzaro, intervenuto ieri mattina a "Radio anch´io", prova a ridimensionare la vicenda sostenendo che «non esiste alcuna banca dati».
«Non ho mai svolto una sola intercettazione né telefonica né ambientale - si difende Genchi-, ho solo e sempre analizzato dei dati che provenivano dal fascicolo e che erano acquisiti dalle indagini preliminari o al processo. Quegli stessi dati sono poi stati messi a disposizione dei difensori e su quegli stessi dati si sono fatti dei processi e ci sono centinaia di sentenze che lo confermano».
Quanto all´eventuale "controllo" delle utenze dell´allora capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi capo del coordinamento dei servizi segreti, Genchi smentisce decisamente: «Tengo a precisare che non ho mai svolto acquisizioni che riguardano Gianni De Gennaro. Lui non è mai stato coinvolto nelle indagini calabresi né a titolo diretto né indiretto, e come lui tanti altri, a partire dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino». Tutti nomi, sostiene l´esperto informatico, che sono stati «agitati sui giornali alla vigilia dell´avocazione del procedimento del dottor De Magistris. Ed è questo l´aspetto più pericoloso: l´avere tirato in ballo persone che non c´entrano nel tentativo di suscitare le loro reazioni, che da persone intelligenti quali sono non ci sono state».
Ma le spiegazioni di Genchi non convincono i politici. Il presidente dei senatori dell´Udc, Gianpiero D´Alia, chiede al governo di «portare a conoscenza del Parlamento le reali dimensioni dell´archivio segreto Genchi». Mentre Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl a palazzo Madama, definisce il caso Genchi «uno dei più gravi e sconcertanti scandali della storia repubblicana» e invoca «la corte marziale». Intanto il Copasir ha chiesto nuova documentazione a Catanzaro, dove ieri si è tenuta una riunione tra i magistrati della Procura e i carabinieri del Ros che acquisirono i tabulati raccolti da Genchi.
(f. bei)
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SPOSTATI AD ALTRA SEDE I SOSTITUTI CAMPANI ALFREDO GARBATI, GABRIELLA NUZZI E DIONIGI VERASANI. «ASSOLTI» DE LORENZO E CURCIO
Caso De Magistris, sospeso Apicella
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FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Come previsto, il Csm ha avuto la mano pesante per i protagonisti della querelle tra gli uffici giudiziari di Salerno e di Catanzaro. Addirittura sospeso dalla carriera e dallo stipendio il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, responsabile della megaperquisizione in trasferta ai danni dei colleghi calabresi. Trasferiti ad altra sede e ad altre funzioni il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli e il suo vice Alfredo Garbati, quelli che reagirono controsequestrando gli atti del processo che la procura di Salerno intendeva portare via. Dovranno lasciare la sede e il mestiere di pubblici ministeri anche i due sostituti che da Salerno hanno indagato sulle denunce di Luigi De Magistris, e le hanno sostanzialmente assecondate, ovvero i sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. «Assolti» invece, perché avevano avuto un ruolo obiettivamente minore, altri due pm, i catanzaresi Domenico De Lorenzo e Salvatore Curcio (quello che fu costretto a denudarsi), che restano titolari dell’inchiesta Why Not.
Alla notizia dei trasferimenti in massa, che lui per primo aveva richiesto, trapela la soddisfazione del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. E’ contento per il «sostanziale accoglimento» di tutte le sue richieste. «Anche le più gravi». Epperò, curiosamente ma non tanto, è altrettanto soddisfatta della sventola anche l’associazione nazionale magistrati. «È stata data una risposta sollecita - dice il presidente Luca Palamara - di fronte a una vicenda delicata, che è stata una pagina nera per la giustizia. Non entriamo nel merito della decisione, che rispettiamo. Prendiamo atto di come il sistema dimostri di avere gli anticorpi».
Una pagina nera. La «guerra» tra i due uffici giudiziari per contendersi l’eredità di De Magistris è condannata davvero da tutti. Dal mondo politico e dalle istituzioni. Come si ricorderà, se ne sono preoccupati il Quirinale come il Consiglio superiore della magistratura, il ministero della Giustizia come la procura generale presso la Cassazione. Alla fine, la botta è salomonica. C’è però chi non ci sta. «Le decisioni assunte mi addolorano perché riguardano persone, la cui diligenza e serietà professionale, restano indiscusse», dichiara l’avvocato Francesco Saverio Dambrosio, che difende i tre magistrati salernitani. E Luigi De Magistris, che con Salerno ha stretto un feeling, proprio ieri ha deciso di sfogarsi con un lungo scritto sul sito della rivista «Micromega».
Sono parole dure, le sue. Durissime. Ne ha per tutti. Chi siede nelle istituzioni: «Pensavo - scrive - a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni». Chi ha ruoli di autogoverno della magistratura: «Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione». E per la politica; «Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese».
De Magistris ha già dato polemicamente le dimissioni dall’Anm qualche tempo fa. Ieri è tornato sulla sua ex associazione e la sua vita di correnti. «Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere».
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/01/why-not-saladi...
«Why not»: per Saladino si lavorava anche senza contratto
di Roberto Galullo
commenti - | | 13 GENNAIO 2008
«Why not? Un ammortizzatore sociale»
Il verbale dell'interrogatorio di Saladino
Il blog di Roberto Galullo
Contratti senza data regolarmente sottoscritti. Anche questo la Procura di Paola ha contestato ad Antonio Saladino – principale indagato nell'inchiesta sul comitato d'affari che in Calabria si sarebbe spartito fondi pubblici ed europei – nell'interrogatorio del 19 maggio 2008 (in allegato il testo completo). La Procura di Paola sta seguendo un filone dell'inchiesta madre di Catanzaro, avocata a Luigi De Magistris.
«Lei può aver sottoscritto questo contratto senza data?», chiedono i magistrati (a pagina 90 del testo pubblicato nella sua versione integrale in allegato) a Saladino. "No, no. Non ero così fesso", risponde l'ex veterinario ed ex presidente della Compagnia delle Opere calabrese.
E visto che al mondo tutto è relativo, il Pm Francesco Greco gli ribatte di aver trovato contratti senza data sottoscritti. «Abbiamo rinvenuto – aggiunge il magistrato – che l'aggiudicazione definitiva (si riferisce al numero 222 del 2003 n.d.r.) è dell'11 marzo 2003 mentre il contratto voi lo avete firmato, almeno quello, con la data del 28. Allora, tutte queste anomalie lei non riesce a ricordarle?».
Saladino ribatte di no e ricorda solo «che c'era stato un errore che avevano fatto loro (la Regione n.d.r)…perché non si erano attenuti al bando europeo…altre cose non ricordo".
E dire che già prima i magistrati avevano incalzato Saladino sulla storia del contratto e della firma contesa. «Lei il contratto l'ha letto?» incalza il Pm (riferendosi sempre allo stesso). «No, non l'ho letto, mica l'ho firmato io»
Greco sta per perdere la calma ma tiene botta con self control anglosassone. "Lei non l'ha firmato il contratto dottor Saladino? E adesso le facciamo vedere il contratto e se non è sua la firma alzo le mani perché io la sua firma non la conosco…« Saladino trova la memoria e ribatte: «Ah il contratto dopo la vittoria della gara dice lei…« E il Pm, porgendo le carte chiosa: "va beh, ma già sa che l'ha firmato lei il 255…».
L'interrogatorio dei magistrati – che durerà un paio di ore – punterà a contestare a Saladino anche il governo di fatto del Consorzio Brutium (che stipula contratti con la Regione Calabria). Saladino lo nega ma i magistrati in molte occasioni ribattono che cosi non è. Come quando Greco dichiara – rivolgendosi all'avvocato di Saladino, Francesco Gambardella, che ribatte sul punto – che «è vero che non si occupava (Saladino n.d.r.) dell'esecuzione, dei servizi e di tutte le attività da un punto di vista pratico, così come è altrettanto vero che emerge che la parola di Saladino è su tutto. Cioè se Saladino dice assumi Greco Francesco, Greco Francesco è assunto».
L'ex veterinario di Lamezia Terme, diventato con il tempo imprenditore, nelle due ore di interrogatorio più di una volta risponde alle domande dei magistrati sulle "attenzioni" asfissianti della politica locale e nazionale.
Le segnalazioni dirà a un certo punto Saladino «erano una cosa continua…continuamente…avevo l'ufficio di collocamento privato io…tutti, tranne qualcuno con cui avevo litigato, perché io sono uno che non sopporta l'arroganza, se sono arroganti sarà capitato che li ho mandati a quel paese. Perché non li sopportavo».
E tra gli assidui (diciamo così), oltre all'ex Governatore Chaiaravalloti, all'attuale Agazio Loiero e a una quantità notevole si assessori, consiglieri e dirigenti, senza distinzione di colore politico, spiccava l'indagato (a Catanzaro) Mario Pirillo, assessore all'Agricoltura e fedelissimo del Governatore (indagato a Catanzaro pure lui). «La Merante (teste di accusa contro Saladino nell'inchiesta Why Not n.d.r.) dichiara a esempio Saladino – mandò via un ragazzo e Pirillo mi fece una telefonata di fuoco. E io gli dissi di parlare con lei e tra di loro litigarono…». E poco dopo, rivolgendosi al Pm dirà: «…Per Pirillo non saprei dire quanti ne ha assunti lei. Ne ha assunti…»
CATANZARO - Il principale indagato dell´inchiesta Why Not, Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria e presidente di numerose società per la formazione e lavoro interinale, respinge ogni accusa. Per sei ore, davanti ai pm di Catanzaro, Saladino - ritenuto perno di un "comitato d´affari" per la gestione di fondi pubblici - ha negato di aver compiuto illeciti. Ha parlato anche dei politici che, dopo essere stati iscritti tra gli indagati dall´allora titolare dell´inchiesta Luigi De Magistris, sono stati poi completamente scagionati. «Ho conosciuto Romano Prodi e Clemente Mastella - ha detto Saladino - . Il primo l´ho incontrato tre volte, sempre in dibattiti e convegni, a Cosenza, Milano e Bruxelles. Con lui ho parlato di lavoro interinale e finanziamenti della Ue. Con Mastella ho avuto anche rapporti di amicizia, ma tutto alla luce del sole».
A proposito del presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altre 105 persone, Saladino ha negato di averne finanziato la campagna elettorale. Davanti ai pm che hanno "ereditato" l´inchiesta di De Magistris, Saladino ha anche attaccato i suoi principali accusatori e tra questi Caterina Merante, invitando gli inquirenti a controllare il patrimonio di quest´ultima. Saladino ha poi consegnato un´intercettazione ambientale con un´altra teste dell´accusa per smentire le sue dichiarazioni rese nei mesi scorsi a De Magistris.
L´inchiesta Why Not è nella fase successiva al deposito dell´atto di fine indagini. Alcuni dei 106 indagati hanno chiesto di essere interrogati. Prima di Saladino è già stato ascoltato Loiero. Anche lui ha respinto ogni accusa ed ieri Saladino ha in qualche modo "riscontrato" le parole del governatore. L´ex dirigente della Compagnia delle Opere ha ribadito ai pm che i rapporti con i politici erano necessari per la sua attività. Ha aggiunto che «le autorità cercavano me per sviluppare rapporti di collaborazione ed io cercavo loro per sviluppare progetti di politiche attive del lavoro», e che «la mia più grande remunerazione e gratificazione derivava dalla possibilità di offrire lavoro a chi non ne ha: questo mi ha stimolato ad avere un´apertura nei rapporti con le istituzioni che andava al di là degli steccati ideologici». L´interrogatorio di Saladino verrà completato il 26 gennaio.
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bolognetti si fossi stato femmina, quel seggio latronico, ti si poteva pure dare, ma siccome sei uomo con i coglioni, la cosa non s'è potuta fare. Viva la parità tra i sessi e i generi!
A. coppeto