RU486/ABORTO FARMACOLOGICO: DA TORINO IN TUTTA ITALIA!!!!!!!

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Sul sito www.associazioneaglietta.it trovate il link "RU486/Aborto farmacologico", con tutti i documenti utili per replicare l'iniziativa di Silvio Viale nella vostra realtà.

E' facile prevedere che Storace e soci tenteranno in tutti i modi di intralciare la sperimentazione di Torino; occorre lavorare per altre sperimentazioni, partendo, per esempio, dalle regioni "rosse" ...

Se non ora, quando?!

Iscritto dal: 07/09/2000
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RU486 IN PIEMONTE/RADICALI: IN BASE ALLE RISPOSTE DELLE AZIENDE, LA PILLOLA ABORTIVA E’ DISPONIBILE IN UNDICI ASR SU VENTUNO. Al S. ANNA 250 ABORTI MEDICI IN CENTO GIORNI.

 
Agli inizi di giugno Nathalie Pisano e Salvatore Grizzanti (segretaria e tesoriere Associazione Radicale Adelaide Aglietta) avevano scritto una lettera raccomandata ai Direttori Generali delle 13 aziende sanitarie locali, delle 5 aziende ospedaliere e delle 3 aziende ospedaliero-universitarie presenti in Piemonte (unica omessa l’A.O. OIRM- S. Anna di Torino).
 
Nella loro lettera i due esponenti radicali richiedevano ai Direttori Generali di essere informati “sulle iniziative che avete intrapreso o intendere intraprendere a breve per assicurare la possibilità di accedere all’aborto farmacologico alle donne residenti nell’ambito dell’Azienda da Voi diretta”.
Nella lettera si ripercorreva quanto accaduto all’Ospedale S. Anna di Torino dopo la pubblicazione (sul supplemento ordinario n. 229 alla G. U. n. 286 del 9 dicembre 2009) del provvedimento dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) all’oggetto “Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso umano “Mifegyne”.
Da fine aprile, al S. Anna sono stati effettuati circa 250 aborti farmacologici e non si è verificata alcuna delle criticità paventate dai detrattori della pillola abortiva: ogni donna che ha scelto di usufruirne ha deciso, di comune accordo con il personale medico, se rimanere ricoverata per tutto il tempo intercorrente fra le due assunzioni o se firmare il foglio di dimissioni e andare a casa.
 
A fine luglio i radicali hanno ricevuto risposta scritta dalle seguenti nove ASR:
ASL TO1-TO2-TO4-TO5-VC-VCO; ASO di Alessandria e Ospedale Mauriziano di Torino; Aziende Ospedaliero Universitarie di Novara e Orbassano (TO). Tranne quest’ultima, che non ha reparto di ginecologia-ostetricia, tutte le ASR suddette hanno comunicato di aver già attivato le procedure per rendere accessibile la pillola abortiva alle donne che scelgono questo intervento medico. L’ASL CN1 aveva già reso disponibile la RU486 negli ospedali di Mondovì e Savigliano agli inizi di giugno.
 
Pisano e Grizzanti hanno dichiarato:
 
“Come al solito il bicchiere può essere mezzo pieno o mezzo vuoto. La nostra iniziativa era motivata dalla preoccupazione che l’Ospedale S. Anna di Torino dovesse sobbarcarsi le richieste di aborto farmacologico di tutta la regione. Constatiamo che così non è e facciamo appello a tutti i media regionali affinché le informazioni sulla possibilità di accedere all’aborto medico in altre Aziende sanitarie arrivino alle dirette interessate, le donne. Chiediamo, inoltre, all’Assessore regionale alla Sanità, Caterina Ferrero, di verificare che l’accesso all’aborto medico sia garantito in almeno un ospedale in ognuna delle otto province piemontesi.”
 
Torino, 29 luglio 2010
 
 
 
Il protocollo sulla RU486 dell’ A.O. OIRM – S. Anna di Torino è scaricabile da:
 
 
 
 

 

Iscritto dal: 14/03/2010
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Salve a tutti,

di seguito vi segnalo il testo della lettera che l'Associazione Radicali Marche ha inviato:

  • Al Direttore Generale dell'Azienda Sanitaria Unica Regionale
  • Al Direttore Generale dell'Azienda Ospedaliera “San Salvatore” di PESARO
  • Al Direttore Generale dell'Azienda Ospedaliera Universitaria “Ospedali Riuniti Umberto I – G.M. Lancisi – G. Salesi”

richiedendo informazioni in merito all'attivazione dei protocolli clinici all’oggetto “Interruzione farmacologica di gravidanza”; riprendendo così un'ottima iniziativa lanciata dall'Associazione Radicale Adelaide Aglietta di Torino.

****** TESTO DELLA LETTERA ******

 
Oggetto: richiesta informazioni su attivazione protocolli clinici all’oggetto “Interruzione farmacologica di gravidanza”.
 
Egregi Direttori Generali,
sul supplemento ordinario n. 229 alla G. U. n. 286 del 9 dicembre 2009 è stato pubblicato il provvedimento dell’AIFA all’oggetto “Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso umano “Mifegyne”. Con tale pubblicazione si concludeva una lunga e travagliata vicenda, iniziata addirittura dieci anni fa, e l’aborto farmacologico – previsto con grande lungimiranza dall’art. 15 della legge 194/78 – diveniva finalmente una concreta opportunità per le donne italiane, con vent’anni di ritardo rispetto al contesto francese, con dieci anni di ritardo rispetto alla stragrande maggioranza dei Paesi Europei, per non parlare del resto del mondo.
 
            Dopo il provvedimento suddetto, ci sono voluti altri quattro mesi per espletare le procedure tecniche di immissione in commercio della pillola abortiva RU486. Agli inizi di aprile, l’Azienda Ospedaliera OIRM/S. Anna di Torino, che è stata antesignana in Italia della sperimentazione dell’aborto farmacologico, ha reso noto un “Protocollo clinico sull’interruzione farmacologica di gravidanza”, che regolamenta in modo esaustivo l’intera procedura, nel pieno rispetto della L. 194/78. E’, quindi, iniziata presso l’Ospedale S. Anna di Torino la somministrazione della pillola abortiva e ad oggi, a circa quattro mesi di distanza dalle prime somministrazioni, non si è verificata alcuna delle criticità paventate dai detrattori della pillola abortiva: ogni donna che ha scelto di usufruirne ha deciso, di comune accordo con il personale medico, se rimanere ricoverata per tutto il tempo intercorrente fra le due assunzioni o se firmare il foglio di dimissioni e andare a casa.
 
            Ora si tratta di garantire l’accessibilità all’aborto farmacologico anche in tutte le province marchigiane, tenendo presente che l’interruzione di gravidanza è l’unico intervento sanitario che non può essere praticato, in Italia, nelle strutture private; pertanto, il servizio sanitario nazionale deve farsi carico di rendere concretamente possibile alla donna un intervento di cui ha il monopolio esclusivo.
 
            Vorremmo essere informati, pertanto, sulle iniziative che avete intrapreso o intendere intraprendere a breve per assicurare la possibilità di accedere all’aborto farmacologico alle donne residenti nell’ambito dell’Azienda da Voi diretta.
 
           
 
 
Rimanendo in attesa di un vostro cortese cenno di riscontro, inviamo distinti saluti.
 
 
 
                     Andrea Granata                                                             Francesco Ciclosi
(segretario Associazione Radicali Marche)                         (tesoriere Associazione Radicali Marche)
__________________________________                    _________________________________
 
 
P. S.
 
Per contatti telefonici: Granata (Inserire numero) – Ciclosi (Inserire numero)
 
 
Il protocollo citato dell’ A.O. OIRM – S. Anna è scaricabile dai seguenti link:
      
oppure

PER INFORMAZIONI: Associazione Radicali Marche - Vicolo della Pineta, 28 - 62012 CIVITANOVA MARCHE (MC)

Iscritto dal: 07/09/2000
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"Il Sole 24 ore", Sanità. 26/07/10, pag. 4

Ru 486, i paletti del ministero

In caso di dimissioni anticipate si rischia di pagare due volte il Drg

Inviate alle Regioni le linee guida sulla pillola abortiva - L'Emilia resiste: sì al day hospital

 

Arrivano le attese linee guida sulla pillola abortiva. Ma anche la prima sfida al ministero: quella dell'Emilia Romagna che ha confermato di voler consentire la possibilità per le pazienti di scegliere il day hospital invece del ricovero ordinario (per tre giorni) "suggerito" dalle indicazioni ufficiali della Salute.

Le linee guida appena inviate alle Regioni, tra l'altro, "sconsigliano fortemente" le dimissioni anticipate a cui già diverse donne stanno ricorrendo da quando in Italia è arrivata la famigerata Ru 486. Una pratica, questa, non solo "pericolosa per la donna", ma anche - secondo il ministero - "irregolare" dal punto di vista amministrativo perché apre più di un problema per i rimborsi. Le linee guida segnalano infatti il rischio che le Regioni debbano pagare due volte il Drg dell'aborto. Il documento giudica, poi, "sconsigliabile" la Ru 486 per le minorenni. Che vanno in ogni caso escluse se non hanno almeno "il consenso dei genitori".

"Queste linee guida - ha spiegato il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella - non sono strettamente vincolanti per le Regioni" che nell'organizzazione dei servizi sanitari si possono muovere autonomamente. Ma suonano come un "monito" stringente per Asl e ospedali visto che si basano sul "parere legislativo inviato dal ministro Sacconi alla Commissione Ue". Un parere che ribadisce, in base alla legge 194, la "necessità che l'aborto avvenga necessariamente in ospedale". Inoltre, - ricorda ancora la Roccella - ben tre pareri "autorevoli" del Consiglio superiore di Sanità hanno puntato il dito contro i rischi dell'aborto con la pillola, uguali all'intervento chirurgico, "solo se tutta la procedura avviene in ospedale".

"Le dimissioni volontarie sono una rinuncia al trattamento - ha spiegato il sottosegretario - dal punto di vista amministrativo se si torna a casa dopo la prima pillola è come se la gravidanza fosse in atto, e non si sa con quale Drg poi si possa venire riammessi". In particolare, il sistema di rimborso della prestazione sanitaria con Drg prevede una sola prestazione - l'aborto -, ma quando si assume la pillola e si firmano le dimissioni dall'ospedale, la gravidanza è ancora in atto. "Esiste un solo Drg per l'aborto, non per un mezzo aborto - sintetizza Roccella - Se non si rientra nelle raccomandazioni del ricovero ordinario, nell'ambito della legge 194, ci sono irregolarità attualmente non risolvibili. C'è anche il rischio che le Regioni debbano pagare due volte il Drg per l'aborto. Un problema che potrebbe essere sollevato in futuro dalla Corte dei conti ma anche a  livello giudiziario". Le linee guida prescrivono, infine, che la pillola abortiva possa essere usata entro i 49 giorni di gestazione. E che la paziente debba firmare un consenso informato che contenga la disponibilità al ricovero ordinario fino alla fine della procedura e a effettuare il controllo entro 14-21 giorni dalla dimissione. Per le donne straniere si deve, inoltre, accertare l'avvenuta comprensione linguistica dell'intera procedura.

Nonostante le precise indicazioni del ministero,  l'Emilia Romagna non ha però cambiato idea: "Il nostro orientamento è quello che abbiamo ribadito con una nota alle aziende sanitarie il 15 aprile scorso - spiega il nuovo assessore Carlo Lusenti - nella nostra Regione la pillola viene somministrata in ospedale, in regime di day hospital o in regime di ricovero ordinario su richiesta della donna o del medico".

Marzio Bartoloni

 

Iscritto dal: 07/09/2000
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A chi fa paura il piano prolife di Olimpia Tarzia sostenuto da quattro piccoli indiani del Pd
 
• da Il Foglio del 22 luglio 2010

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di Valentina Fizzotti

 

Sono in quattro, sono maschi e per il momento hanno vita dura. Attorno alla loro firma di consiglieri del Partito democratico della regione Lazio su un progetto di legge di riforma dei consultori sono state raccolte firme, scritte lettere "indignate" ed "esterrefatte", convocate riunioni. Perché il testo che hanno siglato - opera di Olimpia Tarzia, - ora Lista Polverini e già Lista Pazza - è una riforma in odore prolife e a sinistra pare proprio che sia proibito il solo toccare l'argomento. La legge nazionale sui consultori è vecchia di 35 anni, giusto uno in più di quella regionale. E dal 1978 della 194 si ricorda soltanto la seconda parte, “l'interruzione volontaria di gravidanza”, piuttosto di ciò che viene prima, la "tutela sociale della maternità". Così Olimpia Tarzia ha deciso che era ora di mettere mano alla materia, con l'idea di ridare ai consultori la funzione di sostegno alla famiglia che avevano in principio, prima di diventare distributori automatici di preservativi o seminari del sesso protetto per ragazzini delle medie. E soprattutto prima di trasformarsi in dispenser automatici dei certificati che servono come via libera ad abortire. La proposta di legge rimette al centro la vita, chiede la tutela della famiglia e del bambino non ancora nato. E permetterebbe alle associazioni di entrare nel mondo dei consultori per offrire servizi in tutti i campi. Primo la prevenzione dell'aborto, che non significa riempire le ragazze di contraccettivi ma piuttosto cercare di capire come si può evitarlo a gravidanza già iniziata. "Della funzione originaria dei consultori legata alla famiglia non c'è più traccia - dice Tarzia - e qui non parliamo della famiglia del Mulino Bianco. Il consultorio deve per esempio aiutare i genitori a recuperare il loro mandato educativo, mentre quello che accade adesso di educativo non ha niente". D'altro canto anche Livia Turco, quando era ministro della Salute, raccomandò il ''potenziamento" dei consultori come servizi "di prevenzione del fenomeno abortivo". E a sua volta Rosi Bindi disse che "il consultorio deve diventare un servizio percepito come una struttura amica" che ha il compito di "promozione e tutela della maternità". Così quando Tarzia è andata in cerca di consensi per la sua proposta ci ha provato con tutte le parti politiche. "Bisogna sempre creare un punto di incontro. Ero convinta che la tutela della maternità e della famiglia fosse di interesse universale, visto che anche a sinistra sono convinti che l'aborto sia sempre un dramma, ma così non è". I primi a defilarsi sono stati tre consiglieri dell'Italia dei valori, che hanno ritirato le loro firme prima che il disegno di legge fosse depositato. Capofila del loro partito è Giulia Rodano, ex Pci e Ulivo diventata dipietrista, strenua sostenitrice del diritto all'aborto e sponsor rumoroso della pillola Ru486. Raggiunti al telefono i consiglieri dell'Idv hanno parlato di "errore materiale": hanno firmato quel testo in attesa che ne arrivasse uno migliore e si sono sbagliati. Ma tra i firmatari, oltre agli esponenti del centrodestra, ci sono anche quei quattro del Pd, di provenienza cattolico democratica. Sono Bruno Astorre, vicepresidente del Consiglio regionale, Claudio Moscardelli, Francesco Scalia e Mario Mei. Alla loro firma è seguita una lettera a Pier Luigi Bersani, Rosi Bindi, Vittoria Franco e Luigi Berlinguer (e a tutti i parlamentari e senatori democratici del Lazio), siglata dalle femministe di sinistra che fanno capo alla Consulta femminile e da alcuni esponenti maschi dei Pd. Fra loro ci sono anche le scrittrici Lidia Ravera e Dacia Maraini. Tutti si sono detti "esterrefatti" alla lettura del disegno di legge che propone una riforma in "spregio alle leggi nazionali e ai diritti delle donne all'autodeterminazione, alla sessualità consapevole e alla procreazione responsabile". I promotori dell'appello hanno "invitato" i quattro consiglieri regionali a ravvedersi perché "prima di firmare dovrebbero mettersi in sintonia con i valori e i programmi del loro partito e delle donne del Pd". Perché il problema non è soltanto che nel Lazio, nonostante la debacle elettorale, la linea vincente a sinistra sia quella dettata da Emma Bonino e non esista spazio su questi temi per la parte cattolica. Piuttosto quello che fa imbestialire i difensori del "codice etico del Pd è il fatto che i quattro siano maschi e si permettano di fare di, testa loro nel campo (sacro o minato a seconda dei punti di vista) di aborto e consultori. E quindi "la mancanza di donne elette nella lista del Pd non può e non deve consentire ai consiglieri regionali uomini di violare i diritti delle donne che loro dovrebbero rappresentare". La proposta diventa così "un attacco fortissimo alla legge 194", è colpevole di non menzionare nemmeno la Ru486 e "insiste strumentalmente sulla prevenzione dell'aborto proponendo 1'istituzione di un assegno a favore delle donne che rinunciano all'aborto fino al quinto anno di età del bambino". Che non si azzardino a ripensarci dopo essere passate da un consultorio, le vendute. Settimana scorsa i promotori dell'appello si sono anche trovati alla Casa internazionale delle donne, in via della Lungara a Roma, sede importante del femminismo italiano, per decidere il da farsi. Sul manifesto Ida Dominijanni, storica femminista, ha scritto che la riforma proposta da Tarzia è un esempio di "federalismo eversivo", un "inginocchiamento ai diktat vaticani", "attacco al profilo costituzionale della famiglia, rovesciamento della 194, snaturamento e privatizzazione del servizio con ingresso massiccio delle associazioni prolife, supervisione etica col timbro cattolico". In pratica tutto il male assoluto in un colpo solo. Ai quattro dissidenti dà di "solerti" ("tutti uomini e tutti cattolici, ma se Dio vuole pare che qualcuno ci stia ripensando", scrive), alla Tarzia di "leader auto investita di un 'Nuovo Femminismo' reazionario". A Dominijanni non piace che si parli di famiglia come istituzione votata al servizio della vita, né tantomeno che il concepito sia considerato a tutti gli effetti un membro della famiglia ("aggiungi un posto a tavola, anche se per nove mesi resta vacante"). Secondo lei chi vorrà abortire si troverà davanti a una "via crucis" attraverso nuove "strutture moralizzatrici" che non agiscono più con criteri di appropriatezza ed efficienza ma culturali e ideologici (certo a rilasciare in automatico il certificato per l'interruzione di gravidanza si faceva prima), "Eppure io ci parlo sempre con le femministe - ribatte Tarzia - sono andata anche all'Aied (Associazione italiana per l'educazione demografica), nella tana dei lupo, e mi hanno applaudita". Certo, c'è femminista e femminista. "La verità è che c'è una parte ideologica e lontana dalla realtà nel mondo vetero femminista, che si arroga il diritto di parlare per tutte le donne". Questa proposta di legge parte dal riconoscimento del valore primario sociale della famiglia e dalla tutela del concepito. Ai consultori si chiede di essere più efficaci, con nuove competenze. Anche gli operatori privati, associazioni e volontariato, devono svolgere in quelle stanze un servizio pubblico, più meno come accade con le scuole paritarie. O i consultori dovranno accogliere, ascoltare, proporre soluzioni, aiuti economici compresi. Perché anche se nessuno è mai riuscito a spiegare per davvero perché le donne abortiscono, l'aspetto finanziario ha il suo peso. A leggere una ricerca della Consulta regionale dei consultori risulta che la maggior parte delle donne interrompe una gravidanza per motivi economici, o perché non ha un lavoro. A quello segue la mancanza di sostegno, soprattutto da parte dei maschi che fuggono davanti a un figlio in arrivo. Sono gli stessi motivi che spingono da anni Paola Bonzi, responsabile del Centro di aiuto alla vita della clinica Mangiagalli di Milano, a pagare i pannolini e il latte in polvere, a offrire alloggi e insegnare a cucire. oltre a coccolare e ascoltare le future mamme. Perché alle donne che arrivano alla Mangiagalli per abortire (anche dalla provincia, nel terrore di incappare fra i corridoi nella vicina di casa pettegola), oltre a una spalla servono soldi, biberon, lavoro. In questa direzione va il progetto Nasko della giunta Formigoni, promesso in campagna elettorale e approvato nelle prime settimane dì governo, che stanzia cinque milioni per aiutare le mamme che rinunciano ad abortire. Nel Lazio questo progetto di legge è stato depositato ma le commissioni regionali non sono ancora state forniate e dovrà attendere la fine dell'estate per essere discusso, Intanto ai radicali risulta che fra i consultori "ci sia preoccupazione" per una proposta che definiscono tolemaica. Emma Bonino ha scritto a Repubblica raccontando che "le donne del Pd sono insorte" davanti a un progetto che ha come vero referente l'associazionismo cattolico e che trasforma il Lazio in una "regione etica" in cui le donne non sono libere di scegliere. Vogliono davvero questo, ha chiesto, quei quattro firmatari del Pd? In fondo il programma del centrosinistra alle regionali era "marcatamente laico". Tarzia ha scritto una replica al quotidiano, ma la sua risposta non è mai stata pubblicata. I quattro firmatari preferiscono non parlare - Emma Bonino, dicono, "si è già pronunciata in sede Pd" e per ora non c'è altro da dire. Ma che problema hanno, a sinistra, a parlare sul serio di aborto?

 

Iscritto dal: 07/09/2000
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RU486: DG POLICLINICO BARI, SERVIZIO PROSEGUE INALTERATO (V'RU486: VA IN FERIE MEDICO...' DELLE 10:20)

(ANSA) - BARI, 15 LUG - 'Il servizio di interruzione volontaria di gravidanza farmacologica con l'Ru486 prosegue inalterato al policlinico di Bari'. Lo precisa il Direttore generale del Policlinico di Bari, Vitangelo Dattoli, a proposito di notizie secondo le quali poiche' il responsabile di questo servizio, il dott. Nicola Blasi, andra' in ferie per tutta la durata delle sue vacanze anche il servizio da lui diretto chiudera' per assenza di ginecologi non obiettori che sostituiscano il medico.'In data 24 giugno - precisa invece Dattoli - si e' svolta una riunione al policlinico, alla presenza, tra gli altri, dei tre medici non obiettori che prestano servizio in ginecologia: dott.Nico Blasi, che afferisce alla prima clinica, dott.Sabino Santamato della seconda clinica e dottoressa Antonella Vimercati. I tre medici rispettivamente si occupano Blasi dell'Ivg farmacologica, Santamato di quella chirurgica e Vimercati di quella terapeutica (dopo il terzo mese di gravidanza)'. 'In quella riunione - precisa Dattoli - si e' stabilito, avvicinandosi il periodo delle ferie, che qualora uno dei medici mancasse fosse attivato l'indice di sostituzione, con funzione vicariante'. Pertanto, 'sulla base di questa riunione, noi assicuriamo sempre il servizio; oggi tra l'altro abbiamo modificato la registrazione del numero verde, una registrazione che ora fa riferimento alle tre cliniche', (mentre fino a ieri si chiedeva di far riferimento alla sola clinica dove svolge l'attivita' Blasi, ndr). Il Direttore generale Vitangelo Dattoli, pertanto, 'rassicura le pazienti in attesa di trattamento nella piena comprensione del difficile momento di ansia vissuta, assicurando alle stesse piena disponibilita' delle cliniche ostetriche a prestare loro ogni cura'.(ANSA).

Iscritto dal: 07/09/2000
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RU486: RADICALI, URGENTE INTERVENTO GOVERNO E VENDOLA IN PUGLIA.

(AGI) - Roma, 21 lug. - I parlamentari radicali, alla Camera e al Senato, hanno presentato un'interpellanza al Ministero della Salute dopo aver appreso che in Puglia non e' piu' possibile per le donne accedere all'aborto farmacologico poiche' l'unico medico che forniva tale servizio per tutta la regione, il Dr.
Nicola Blasi, unico non obiettore al Policlinico di Bari, e' in ferie. Lo si legge in una nota dei radicali Italiani in cui si riporta una dichiarazione congiunta delle prime firmatarie, la Zamparutti alla Camera e la Poretti al Senato. "Di fronte ad un governo che finora ha tentato in tutti i modi di ostacolare l'entrata a regime dell'aborto farmacologico in tutta Italia e a cui ci rivolgiamo con l'interrogazione per chiedere un suo intervento rispetto al caso pugliese, chiediamo anche al governatore della Puglia, Nichi Vendola, che si propone come candidato alternativo a Berlusconi, di assicurare alle donne pugliesi l'accesso all'aborto farmacologico tutti i giorni dell'anno, magari non solo a Bari ma in almeno in un ospedale di ogni provincia. Perche' in materia sanitaria l'alternativa e' gia' nelle sue mani".

Red/Pat 211611 LUG 10
 

Iscritto dal: 07/09/2000
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RU486: RADICALI, URGENTE INTERVENTO GOVERNO E VENDOLA IN PUGLIA.

(AGI) - Roma, 21 lug. - I parlamentari radicali, alla Camera e al Senato, hanno presentato un'interpellanza al Ministero della Salute dopo aver appreso che in Puglia non e' piu' possibile per le donne accedere all'aborto farmacologico poiche' l'unico medico che forniva tale servizio per tutta la regione, il Dr.
Nicola Blasi, unico non obiettore al Policlinico di Bari, e' in ferie. Lo si legge in una nota dei radicali Italiani in cui si riporta una dichiarazione congiunta delle prime firmatarie, la Zamparutti alla Camera e la Poretti al Senato. "Di fronte ad un governo che finora ha tentato in tutti i modi di ostacolare l'entrata a regime dell'aborto farmacologico in tutta Italia e a cui ci rivolgiamo con l'interrogazione per chiedere un suo intervento rispetto al caso pugliese, chiediamo anche al governatore della Puglia, Nichi Vendola, che si propone come candidato alternativo a Berlusconi, di assicurare alle donne pugliesi l'accesso all'aborto farmacologico tutti i giorni dell'anno, magari non solo a Bari ma in almeno in un ospedale di ogni provincia. Perche' in materia sanitaria l'alternativa e' gia' nelle sue mani".

Red/Pat 211611 LUG 10
 

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SENATO DELLA REPUBBLICA

 

Legislatura 16. Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-03478

Atto n. 4-03478

Pubblicato il 20 luglio 2010
Seduta n. 407

PORETTI , PERDUCA - Al Ministro della salute. -

Premesso che:

secondo quanto riportano "Il Corriere del Mezzogiorno" del 15 luglio 2010 e "La Stampa" del 16 luglio 2010, a Bari, fino a quando il professor Nicola Blasi, unico ginecologo non obiettore di coscienza, non tornerà dalle ferie, non sarà possibile ricorrere alla somministrazione della pillola abortiva. Inoltre, il numero verde per l'assistenza alle donne che hanno deciso di interrompere la gravidanza con la pillola Ru486 «non è momentaneamente raggiungibile» perché «momentaneamente disattivato»;

l'ospedale ha dichiarato che sarebbe corso ai ripari, essendoci, infatti, due ginecologi disponibili che al momento sono distaccati altrove, ma che potrebbero dedicarsi a questo tipo di terapia. Tuttavia, al momento risulta impossibile prenotarsi ed interrompere gravidanze indesiderate con il metodo considerato comunemente meno invasivo dell'aborto chirurgico;

la Puglia era stata la prima Regione italiana ad avviare, nell'aprile 2010, la somministrazione della Ru486 dopo una sperimentazione durata quattro anni. Da allora sono state cinquanta le donne che hanno fatto ricorso all'aborto farmacologico;

quando il provvedimento fu attuato erano state avanzate anche delle promesse: «Ma oggi l'unico aiuto che ci è stato dato - ricorda il professor Blasi - è stata un'infermiera, che gestisce la lista d'attesa e risponde alle domande delle donne che vogliono saperne di più». Nonostante le riunioni con l'assessore regionale alla salute, Tommaso Fiore, e i 32 medici non obiettori di tutta la Puglia per definire una linea comune di intervento in caso di aborto farmacologico, la costituzione di un ambulatorio dedicato all'aborto chimico, nel quale avrebbe dovuto trovare posto l'esigua équipe (lui e la sua assistente) guidata da Blasi, non è stato mai inaugurato. È rimasto una promessa non mantenuta, così come resta ancora nei cassetti dell'assessorato regionale alla sanità l'idea che il Policlinico di Bari non fosse l'unico centro di tutta la Puglia in cui poter praticare l'interruzione della gravidanza con la pillola abortiva;

eppure Tommaso Fiore era stato perentorio: «D'ora in avanti - annunciò - avere sempre nella disponibilità delle farmacie degli ospedali la pillola abortiva non sarà una opzione, ma un obbligo. A decidere non sarà la politica, non saranno i medici, bensì sempre la donna»;

subito dopo l'avvio ufficiale del protocollo sanitario nell'aprile 2010, si disse che almeno un ospedale della provincia avrebbe dovuto attrezzarsi per supportare l'attività gestita dal Policlinico. Questa sarebbe stata una valida alternativa per smaltire la lista d'attesa che in alcuni periodi è stata notevole. Invece, il più grande ospedale pugliese resta l'unico presidio sanitario al quale potersi rivolgere per interrompere farmacologicamente una gravidanza;

questo è accaduto in tutti questi mesi: infatti, al Policlinico barese sono arrivate donne da tutto il Mezzogiorno. Dell'altro ospedale pronto ad affiancarlo in questa attività, non si ha traccia. Inoltre, per trenta giorni, nessuna traccia neppure di assistenza medica e psicologica alle donne che hanno scelto la pillola Ru 486,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione di inefficienza e di disagio ai danni delle donne che hanno deciso di ricorrere alla somministrazione della pillola abortiva;

per quali ragioni le promesse adottate in ambito regionale pugliese non siano ancora state rispettate e portate a compimento;

se e quali provvedimenti intenda adottare per sostenere le richieste dei medici non obiettori di coscienza che necessitano di strutture e del personale adeguati per svolgere al meglio la loro professione, garantendo un servizio efficiente ai cittadini.

Iscritto dal: 07/09/2000
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"RU486, NESSUNA SCORCIATOIA SULLA PELLE DELLE DONNE"

Da "IL GIORNALE Ed.ROMA" di venerdì 16 luglio 2010

 Stefania Scarpa

LaRU486 è uno strumento abortivo.

In Italia l`aborto è regolato dalla legge 194 e le linee guida del governo e della Regione hanno prescritto l`uso del farmaco con le stesse modalità, come il ricovero di tre giorni.

On. Isabella Rauti, perché la Ru486 suscita tanto clamore? «Non è clamore ma solo attenzione responsabile. Mi spiego: la Ru486 è un aborto chimico e farmacologico e non chirurgico e "meccanico" e non deve mai diventare un modo per aggirare la legge e surrettiziamente condurre all`aborto a domicilio, fai da te.

Per questo la delibera della giunta Polverini e l`annesso Protocollo prevedono il ricovero ordinario nella struttura ospedaliera. Con la Ru486 non si possono prevedere i tempi di espulsione del feto dal momento della somministrazione, che - infatti prevede due fasi distinte, la prima pii- loia e la seconda dopo 48 ore se l`aborto non è avvenuto. Inoltre, perla sicurezza e la salute della donna, bisogna monitorare che l`utero sia totalmente svuotato. E questo il punto! E su questo, nessuna scorciatoia è accettabile».

La letteratura scientifica internazionale documenta 40 decessi nel mondo in seguito all`assunzione della pillola...

«Appunto. L`aborto è una questione sociale e non un fatto individuale;

non si può consentire la privatizzazione dell`aborto né il rischio del "fai da te" perché dobbiamo tutelare la salute della donna e possiamo farlo solo ricorrendo al ricovero ordinario, come previsto dalla legge per ogni altro metodo abortivo».

La 194 prevede, oltre al ricovero, anche il sostegno alla donna da parte dei consultori che però è spesso "by-passato". Ciononostante la sinistra è contraria alla riforma dei consultori.

«La 194/78 è una legge parzialmen- te disattesa; lo è, purtroppo, nella sua parte più propositiva, quella degli aspetti di prevenzione e di rimozione delle cause che spingono ad abortire.

L`aborto è sempre una scelta drammatica per ogni donna, e qualcuna potrebbe rinunciarvi se presso i consultori trovasse più risposte e maggiore sostegno. La nostra proposta di legge non punta ad abolire i consultori ma a irrobustirne le funzioni».

Non le pare che il genere di libertà di scelta della donna portata avanti dai sostenitori della Ru486 coincida con la solitudine? «Non bisogna fare dell`aborto e della Ru486 un uso politico. Abbiamo il dovere di non lasciare sole le donne che interrompono la gravidanza, non possiamo mandarle a casa a gestire in solitudine le complicanze e gli effetti psicologici che, con la Ru486, hanno tempi più lunghi e imprevedibili di espulsione del feto. Certo, la donna resta libera di firmare le dimissioni volontarie come accade in ogni ricovero ma se esce rinuncia e interrompe il trattamento».

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LINK ALLE LINEE GUIDA DEL MINISTERO DELLA SALUTE (CIOE' EUGENIA ROCCELLA!) SULLA RU486:

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1302_allegato.pdf

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"La Stampa", 16 Luglio 2010, pag. 21

POLEMICHE SULLA SOMMINISTRAZIONE

Il medico è in ferie, niente Ru486

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CARMINE FESTA
BARI

L'unico ginecologo non obiettore di coscienza del Policlinico va in ferie. E il numero verde per l'assistenza alle donne che hanno deciso di interrompere la gravidanza con la pillola Ru486 «non è momentaneamente raggiungibile» perché «momentaneamente disattivato». Risultato: a Bari da oggi e fino a quando il professor Nicola Blasi non tornerà dalle sue vacanze, non sarà possibile ricorrere alla somministrazione della pillola abortiva.
La lista d'attesa non è lunga. Sono solo due le pazienti, entrambe della provincia di Bari, che hanno avviato il protocollo che le porterà ad interrompere la gravidanza attraverso la Ru486. Poi una lunga pausa di circa trenta giorni, causa ferie e indisponibilità in tutta la città di altri medici non obiettori di coscienza. L’ospedale risponde alle accuse: «Correremo ai ripari», ci sono, infatti, due ginecologi disponibili che al momento sono distaccati altrove, ma che potrebbero dedicarsi a questo tipo di terapia.
Per ora, però impossibile prenotarsi, impossibile interrompere gravidanze indesiderate con il metodo considerato comunemente meno invasivo dell'aborto chirurgico. Eppure la Puglia era stata la prima Regione italiana ad avviare - nell'aprile scorso - la somministrazione della Ru486 dopo una sperimentazione durata quattro anni. Da allora sono state cinquanta le donne che hanno fatto ricorso all'aborto farmacologico.
Il ruolo di apripista del Policlinico si era tradotto in polemiche che hanno contrapposto la Regione di Vendola e la Chiesa. Quando il provvedimento fu attuato arrivarono delle promesse: «Ma oggi l'unico aiuto che ci è stato dato - ricorda Blasi alla vigilia della partenza per le vacanze - è stata un’infermiera, che gestisce la lista d'attesa e risponde alle domande delle donne che vogliono saperne di più». Altre promesse non onorate: la costituzione di un ambulatorio dedicato all'aborto chimico nel quale avrebbe dovuto trovare posto l'esigua équipe (lui e la sua assistente) guidata da Blasi. Ma - nonostante le riunioni con l'assessore regionale alla salute Tommaso Fiore e i 32 medici non obiettori di tutta la Puglia per definire una linea comune di intervento in caso di aborto farmacologico - quel laboratorio non è stato mai inaugurato. E' rimasto una promessa non mantenuta, così come resta ancora nei cassetti dell'assessorato regionale alla Sanità l'idea che il Policlinico di Bari non fosse l'unico centro di tutta la Puglia in cui poter praticare l'interruzione della gravidanza con la pillola abortiva. Subito dopo l'avvio ufficiale del protocollo sanitario nell'aprile scorso, si disse che almeno un ospedale della provincia avrebbe dovuto attrezzarsi per supportare l'attività gestita dal Policlinico. Sarebbe stato una valida alternativa per smaltire la lista d'attesa che in alcuni periodi è stata notevole. Niente da fare. Il più grande ospedale pugliese resta l'unico presidio sanitario al quale potersi rivolgere per interrompere farmacologicamente una gravidanza.
E così è stato in tutti questi mesi perché al Policlinico barese sono arrivate donne da tutto il Mezzogiorno. Dell'altro ospedale pronto ad affiancarlo in questa attività, nessuna traccia. E per trenta giorni, nessuna traccia neppure di assistenza medica e psicologica alle donne che hanno scelto la pillola Ru 486. Il medico è in ferie, il telefono è staccato, il reparto dedicato non è mai esistito. Se ne riparlerà con l'autunno. Forse.

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http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2010/15-luglio-2010/medico-ferie-stop-pillola-abortiva--1703382673801.shtml

Il medico in ferie, stop alla pillola abortiva
A 4 mesi dalla prima somministrazione del farmaco il Policlinico sospende le prenotazioni della Ru486

 

BARI— Numero verde muto, prenotazioni sospese. Lo scorso aprile, dopo quattro anni di sperimentazione, la Puglia fu la prima regione ad introdurre in Italia la pillola abortiva Ru486. Fece da apripista, scatenando un vespaio di polemiche politiche a livello nazionale. Quattro mesi dopo, il servizio viene interrotto, perché l'unico medico non obiettore di coscienza che ha deciso di adottare la Ru, il ginecologo del Policlinico di Bari, Nicola Blasi, da domani sarà in ferie.

Stop quindi all'aborto farmacologico, per almeno un mese, probabilmente fino a settembre, la pillola non verrà somministrata. «Il numero verde 800.893999 è stato disattivato momentaneamente - spiega Blasi - non essendo noi più in grado di accettare prenotazioni». In lista sono rimaste solamente due donne, entrambe della provincia di Bari, che abortiranno con la Ru nelle prossime ore. Dopodiché, per circa 30 giorni il servizio sarà bloccato. In questi primi quattro mesi, sono state 50 le donne che hanno optato per l'aborto farmacologico, preferendolo ai bisturi. Blasi aveva ricevuto la promessa del potenziamento dell'organico, con l'assunzione di due ostetriche e altrettante infermiere che avrebbero dovuto costituire l'equipe. Un gruppo che si sarebbe dovuto concentrare esclusivamente sugli aborti chimici e che avrebbe avuto a disposizione anche un ambulatorio dedicato. Di tutto questo nulla, o quasi, è stato realizzato. «L'unico aiuto in più - dice il medico - è l'infermiera che è stata trasferita per gestire la lista d'attesa e rispondere ai quesiti delle donne che ci contattano al numero verde » .

L'equipe, se così si può definire, è attualmente composta da Blasi, un'ostetrica che lavora quotidianamente al primo piano della clinica ginecologica e quindi è impegnata anche in altre attività del reparto, più le specializzande. Anche dell'ambulatorio riservato non c'è traccia: era stata prevista la sua collocazione al piano terra ma non si è fatto più nulla. «Uso l'ambulatorio generale», ammette il camice bianco del centro d'eccellenza. Se a Bari il servizio si sta interrompendo, nel resto della regione non è mai partito. Non c'è stato un seguito alla riunione tra l'assessore alla Sanità, Tommaso Fiore, e i 32 ginecologi non obiettori di coscienza pugliesi. Lo scorso aprile, il numero uno della sanità incontrò tutti i medici per mettere a punto una linea comune sull'uso della Ru486. Una sorta di protocollo d'intesa, un vademecum che ogni specialista avrebbe dovuto rispettare. Le decisioni prese sono rimaste lettera morta e, soprattutto, il Policlinico di Bari continua a essere l'unico centro a somministrare la pillola abortiva. Eppure Fiore era stato perentorio: «D'ora in avanti - annunciò - avere sempre nella disponibilità delle farmacie degli ospedali la pillola abortiva non sarà una opzione, ma un obbligo. A decidere non sarà la politica, non saranno i medici, bensì sempre la donna». Fu detto che almeno un ospedale per provincia avrebbe dovuto seguire l'esempio barese, ma quattro mesi dopo anche il Policlinico si ferma.

Vincenzo Damiani
15 luglio 2010

Iscritto dal: 07/09/2000
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Ru486, Berardo: la burocrazia non può fermare i diritti della donna
 
14 luglio 2010

 

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Dichiarazione di Rocco Berardo, consigliere regionale della Lista Bonino Pannella nel Lazio, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
 
Quanto sta avvenendo in queste ore in sede nazionale, attraverso le dichiarazioni del sottosegretario Eugenia Roccella, e in sede regionale, in particolare nel Consiglio regionale del Lazio - dove si sta discutendo di una semplice mozione che per alcuni emendamenti non fa che descrivere l'azione della Giunta Polverini senza aggiungere altro - ha del paradossale: si vorrebbe attraverso un metodo burocratico, attraverso l'obbligo del ricovero ordinario, innescare una serie di paletti volti o a dilatare nel tempo l'utilizzo della Ru486 o a disinnescarne completamente l'accesso. Nell'uno e nell'altro caso si va contro i diritti della donna di poter scegliere il metodo di intervento migliore, che è già previsto dagli articoli che regolano la legge 194. Veramente Renata Polverini vuole adattarsi a decisioni dissennate e ostruzionistiche, suggerite dalle parti più clericali del proprio schieramento, che di certo rappresentano una esigua minoranza del Paese?
Iscritto dal: 07/09/2000
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"La Stampa", 14 Luglio 2010, pag. 22

3 domande a Enrico Rossi
presidente Toscana

«Basta ingerenze. La politica stia fuori da questi temi»

Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, adotterete le linee guida inviate dal Ministero?
«In Toscana abbiamo delegato il problema al Consiglio sanitario regionale e alla Commissione regionale di bioetica, che hanno scritto liberamente le loro linee guida: ora leggeranno quelle del ministero e ne discuteranno. Queste cose le attribuiamo a chi è competente in materia».
Secondo la sottosegretaria Roccella, le donne non chiederebbero le dimissioni volontarie se non ci fosse chi preme.
«Noi non premiamo né in un senso né nell’altro: ci sono ambiti in cui è bene che la politica stia fuori, e lo consiglio anche al sottosegretario. Noi siamo per la libertà dei medici e la responsabilità delle donne».
Il sottosegretario ha sottolineato che chi non seguirà le linee guida se ne assumerà la responsabilità.
«In questo modo mi pare si voglia esercitare una pressione sui medici abortisti, si rischia di creare un clima non corretto. E a proposito di scelte pro-life, ricordo che, a causa dei tagli, in Toscana 2.700 famiglie resteranno senza scuola materna. Non mi sembra una scelta a favore della vita».\

Iscritto dal: 07/09/2000
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"La Stampa", 14 Luglio 2010, pag. 22

LA SOMMINISTRAZIONE

IL PROBLEMA DIMISSIONI

Freno alla Ru486
Paletti del governo alle Regioni ribelli

Roccella: “Se le donne non si ricoverano non rimborseremo il trattamento”

Per la terapia con la pillola sono necessari 3 giorni di ricovero in ospedale

«Se una paziente esce è come se andasse via durante un’operazione»

il caso

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

 

  Ricovero obbligatorio, consenso informato «chiaro e inequivoco», attenzione a far sì che le donne straniere capiscano la lingua, minorenni ammesse al trattamento solo se c’è anche il consenso dei genitori, non solo quello di un giudice. Le linee guida del Ministero della Salute, non vincolanti ma di cui «è difficile non tenere conto» sull’interruzione di gravidanza tramite pillola RU486, da tre mesi e mezzo somministrata in varie parti d’Italia, sono atterrate ieri sul tavolo di presidenti di Regione e assessori alla sanità.
E, con loro, le raccomandazioni e i richiami espressi dal sottosegretario Eugenia Roccella: «La RU486 non può essere un modo per scardinare la 194», non si può andare verso «l’aborto a domicilio».
Il trattamento con RU486 prevede l’assunzione di una prima pillola e, a distanza di 48 ore, di una seconda. Le linee guida prevedono che l’aborto debba essere interamente portato a termine con ricovero ordinario, fino all’espulsione dell’embrione, di media tre giorni. Ed è sul ricovero e le dimissioni volontarie il nodo più delicato: perché spesso le donne decidono di firmare le dimissioni e tornarsene a casa prima. La Roccella si preoccupa allora di sottolineare le «criticità amministrative» che può provocare alle Regioni, e il rischio quindi di contenziosi tra Ministero e Regioni.
«Dal punto di vista amministrativo è come se tornassi indietro rispetto alla decisione di abortire, come se mi alzassi dal tavolo operatorio mentre mi stanno operando di appendicite», paragona. «Se una donna firma le dimissioni volontarie, non si sa con quale codice Drg, su cui si fonda il rimborso, viene dimessa», spiega evocando un problema di rimborso della prestazione.
«Nessuna minaccia», assicura, anche se sottolineare quest’aspetto suona come un modo per convincere le Regioni, perché spesso, secondo lei, «le dimissioni volontarie sono state accettate o incoraggiate da medici, Asl, da chi ha responsabilità nel governo della sanità», mentre «l’aborto con Ru486 ha lo stesso rischio dell’aborto con metodo chirurgico se tutta la procedura è fatta in ospedale».
Le linee guida, scritte ispirandosi al parere del Consiglio superiore di sanità e a una comunicazione del ministro Maurizio Sacconi alla Commissione europea, non sono vincolanti per le Regioni, ma chi non le applicherà «se ne assumerà la responsabilità. Se sul lungo periodo si vedrà che i criteri che rendono compatibile con la legge nazionale, la 194, l’aborto farmacologico non sono applicati, il Governo ne dovrà tenere conto».
Il documento, diffuso a tutte le Regioni, prevede tra i criteri di ammissione al trattamento, quindi, la disponibilità al ricovero e a fare una visita di controllo entro 14-21 giorni dalle dimissioni. Tra i criteri non clinici, la capacità della paziente di autogestione di parte del trattamento: vanno valutate con attenzione donne ansiose o con condizioni socio abitative precarie.

Iscritto dal: 30/05/2010
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Ma a noi cazzo ce ne frega? Equivale all'aborto tradizionale, con un ricovero ospedaliero più lungo.

A Manfredi, telekom serbia (saranno 5/6 anni....) e sta pillola... non ci hai un cazzo d'altro da fare? Beato te, stare nell'ombra di Pannella rende evidentemente...

Storace farà quello che ritiene giustamente opportuno, tu e tuoi amici comunisti vi potete pure abboffare di pillolone e comprarvi 20/30 copie di sto cazzo di libretto su telekom Serbia... aAuguri compagno.

 

 

ROBERTO ABRAHAM SCARUFFI: Un Sociopatico Omosessuale, con Manie di Persecuzione, si è Innamorato Follemente di Me..."Il Grande" Membro...

Iscritto dal: 07/09/2000
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http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=346475&IDCategoria=11

Obiettori nei consultori? Nessuna discriminazione
 
BARI – Non esiste alcun bando di concorso discriminante per i medici obiettori, esiste solo una delibera della giunta regionale pugliese approvata nello scorso marzo, prima delle ultime elezioni, «che si occupa della riorganizzazione dei consultori e dice che deve essere garantita al loro interno la presenza di medici non obiettori per consentire la corretta applicazione della legge 194». Così l'assessore alla salute della Regione Puglia, Tommaso Fiore, risponde alle polemiche sollevate negli ultimi giorni da medici cattolici e rilanciate dagli Ordini dei medici pugliesi, contro il provvedimento della giunta sui consultori ritenuto discriminante dai medici obiettori di coscienza. 

«Il provvedimento – spiega Fiore – nasce dalla constatazione del ruolo del tutto insoddisfacente in Puglia dei consultori nella pratica delle interruzioni di gravidanza. Una situazione che ha dato luogo ad un largo fenomeno di privatizzazione». In Puglia, riferisce, ci sono 10.000 interruzioni di gravidanza l’anno e solo l’11% avviene tramite struttura pubblica. Il problema, per l’assessore, è pratico: «se una donna si rivolge ad un consultorio per una interruzione di gravidanza e trova un medico obiettore, finisce per rivolgersi ad un medico e ad una struttura privata dove l’interruzione viene fatta ma non si avvia un percorso che porti ad evitare che si ripeta l'aborto». Viceversa, spiega l’assessore, «la struttura pubblica prende in carico la donna e la accompagna in un percorso di crescita vero l’uso della contraccezione e ad evitare la ripetizione della interruzione di gravidanza». 

«L'intervento della giunta – ha detto – è volto proprio a porre una barriera all’uso della interruzione di gravidanza come contraccettivo, e a interrompere il fenomeno della privatizzazione». Perchè, dice, proprio «la marginalizzazione dei consultori è la causa indiretta della mancata diminuzione del fenomeno delle interruzione di gravidanza». L'assessore definisce quindi una protesta «da sepolcri imbiancati» quella sollevata in questi giorni, «perchè fa solo chiasso ma non affronta il processo». Peraltro, si tratta, dice, di una protesta fatta da chi non legge le carte e tardiva perchè la delibera di riorganizzazione è stata approvata prima delle elezioni, quindi dalla precedente giunta. Nei giorni scorsi alcuni medici cattolici hanno presentato ricorso al Tar contro la delibera mentre i presidenti degli Ordini dei medici pugliesi ne hanno chiesto il ritiro.

Iscritto dal: 07/09/2000
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Libertà formale e libertà reale delle donne PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuliana Manica (consigliere regionale Pd)   

 
L’Assessore Ferrero ci ha comunicato che la RU486 è disponibile su tutto il territorio regionale. Il problema non è però formale, ma che ci sia una disponibilità reale e una reale libera scelta della donna. Rispondendo a una nostra interrogazione sulla situazione dell’utilizzo della pillola RU486 nei presidi ospedalieri piemontesi, l’assessore regionale alla sanità Caterina Ferrero ci ha detto che la pillola per l’aborto farmacologico è disponibile su tutto il territorio regionale, secondo i protocolli decisi dalle autorità competenti a livello nazionale. Abbiamo però chiesto di avere ulteriori informazioni sull’utilizzo reale della Ru486 in Piemonte. Il problema non è infatti di disponibilità formale, ma di disponibilità sostanziale ,sulla base di una informazione chiara che permetta alle donne che ricorrono all’aborto di
esercitare una libera scelta sul metodo da utilizzare.
Non vorremmo infatti che, messa da parte per obblighi di legge la fase dell’opposizione
selvaggia alla RU486, con Cota che affermava che sono sarebbe mai uscita dai magazzini,
si sia passati a un boicottaggio più subdolo, basato su una disponibilità formale, ma non
su quella sostanziale, di un farmaco che la donna deve poter scegliere in piena libertà di
utilizzare, per alleviare le sofferenze di un momento tragico come quello dell’aborto.
Personalmente vigilerò e mi impegnerò perché nelle strutture del novarese ci sia una
applicazione reale della normativa sulla RU486.

Iscritto dal: 07/09/2000
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L'ABORTO E LA RETORICA SULLA LIBERTA' DI SCELTA

Da "IL RIFORMISTA" di martedì 22 giugno 2010

EUGENIA ROCCELLA

Caro direttore, un gruppo cyberfemminista, "SubRosa" sostiene che il concetto di libera scelta, nato con le lotte delle donne negli anni Settanta, si è trasformato in una "retorica rubata" logora e inutilizzabile. L`idea di scelta sarebbe ormai modellata sulle diverse opzioni del "liberalismo riproduttivo" più che sull`autonomia femminile, e avrebbe perso il suo significato.

Qualche ragione le cyberfemministe ce l`hanno, e me lo confermano le argomentazioni più usuali a favore di un uso domiciliare della pillola abortiva Ru486. Tutti i problemi posti dal metodo farmacologico vengono ridotti a uno: la libertà di scelta. Spetta solo alle donne, una volta deciso di abortire, stabilire come farlo, se chirurgicamente o meno, e con quale modalità, se in regime di day hospital (quindi tornando a casa) o di ricovero ordinario (rimanendo in ospedale). Sostiene questa tesi anche una lettera pubblicata sul Riformista di venerdì scorso: «la donna agisce sempre coscientemente», quindi indirizzare la pratica medica verso il ricovero significherebbe «avvilire il senso di responsabilità femminile».

Ma un`affermazione di questo genere ha alle spalle alcuni presupposti impliciti che è bene chiarire, il primo dei quali è che l`interruzione di gravidanza sia una procedura medica come qualunque altra. Se così fosse, però, non ci sarebbe bisogno di una legge ad hoc, come la 194. Gli interventi medici richiedono una normativa apposita solo in casi particolari;

per esempio quando non riguardano esclusivamente la singola persona coinvolta, ma la società nella sua interezza, perché sottintendono un quadro di riferimento valoriale condiviso e definito. Basta pensare alle leggi che regolano i trapianti, o che stabiliscono i criteri di accertamento della morte.

Non servono leggi, invece, per interventi ortopedici o cardiologici, aldilà della loro eventuale complessità o delicatezza.

Se l`aborto fosse un diritto individuale, una questione privata, non si capirebbe la richiesta del certificato medico, il termine dei novanta giorni, il colloquio e l`attesa di sette giorni prima dell`intervento, il divieto di farlo in regime di libero mercato, la relazione annuale del ministro della Salute al Parlamento:

queste sono solo alcune delle regole contenute nella 194, che hanno senso proprio perché l`interruzione volontaria di gravidanza non è, nel nostro Paese, una qualunque procedura medica offerta dal Servizio sanitario nazionale su richiesta della donna. L`impianto della legge nega questa impostazione, e iscrive l`aborto all`interno di un discorso sulla maternità come questione sociale.

Per la 194 la libera scelta non è dunque un diritto orgogliosamente rivendicato, eppure anche una normativa attenta come la nostra lascia fuori qualcosa: le contraddizioni indicibili legate al potere femminile di generare, al corpo e alle sue ambivalenze, ai sentimenti profondi e talvolta ingovernabili che mette in campo la maternità.

Abortire è un gesto denso di incongruenze e ragioni contrastanti, in cui si mescolano spesso desiderio e rifiuto, libertà e condizionamento. Ma anche rinunciando a guardare dentro alle contraddizioni, riducendo tutto alla limpida possibilità di scegliere, per quale motivo un`indicazione sul protocollo operativo per l`aborto chimico dovrebbe essere in contrasto con la libertà delle donne? La scelta si esercita sull`accettazione della maternità o sul suo rifiuto, e magari sulla tecnica abortiva, non sulle modalità con cui quella tecnica è applicata. La valutazione del profilo di sicurezza spetta all`autorità sanitaria, e il Consiglio superiore di sanità ha stabilito, con ben tre pareri, che il metodo chimico e quello chirurgico hanno lo stesso livello di rischio solo se l`intera procedura viene completata in ospedale.

Disattendere questa indicazione è questione che riguarda la libertà delle donne? E più onesto riconoscere che nella stragrande maggioranza dei casi chi sceglie di firmare le dimissioni volontarie lo fa su indicazione precisa del medico:

quale donna si assumerebbe questa responsabilità, se il ginecologo e l`azienda sanitaria le prospettassero una situazione rischiosa per la propria salute? Forse la domanda va rovesciata:

perché, nonostante le indicazioni del Consiglio superiore di sanità alcuni ospedali da anni indirizzano le donne verso una modalità di assunzione della Ru486 che implica l`aborto a domicilio? Credo che la retorica della scelta mascheri la volontà di scavalcare la legge 194, o sia frutto del divorzio tra diritti di libertà e diritti sociali di cui si è parlato; ma non è certarnente con il day hospital per la pillola abortiva che si afferma la libertà delle donne.

[.]

Iscritto dal: 07/09/2000
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VIDEO SULLA PARTECIPAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE RADICALE ADELAIDE AGLIETTA AL PRIDE (TORINO, SABATO 19 GIUGNO 2010)

http://www.youtube.com/watch?v=EO31QVkmRG4

 

 

 

QUATTRO OBIETTIVI RADICALI
 
 
RU486 IN TUTTE LE PROVINCE PIEMONTESI
 
La legge 194 parla chiaro: le regioni hanno l'obbligo di promuovere l'uso delle tecniche più moderne e meno rischiose per la donna che sceglie di interrompere la gravidanza.
 
Per questo chiediamo subito la RU486 in almeno un ospedale per ciascuna provincia piemontese.
Basta con l’ipocrisia del “..tanto c’è l’Ospedale S. Anna di Torino”. In Piemonte, ogni anno, vi sono circa 10.000 IVG; in Francia la RU486 copre il 30% delle IVG; è evidente che per arrivare agli standard francesi, il S. Anna non basta, occorre rendere accessibile la pillola abortiva anche nelle province.
 
CONTRACCEZIONE DI EMERGENZA SENZA RICETTA
 
La cosiddetta “pillola del giorno dopo” deve essere disponibile senza ricetta per porre fine alle mortificanti Vie Crucis delle donne tra i pronto soccorso degli ospedali.
E' un contraccettivo senza particolari controindicazioni; in Francia, Germania, Inghilterra, USA è disponibile in farmacia senza ricetta.
 
Lunedì 21 giugno il nostro presidente, Silvio Viale, è stato convocato al Ministero della Salute, per difendersi nel ricorso contro il provvedimento disciplinare dell’Ordine dei Medici per aver prescritto la pillola del giorno dopo davanti all’università e alle scuole di Torino.
 
 
TESTAMENTO BIOLOGICO e UNIONI CIVILI
 
Il Consiglio Comunale di Torino discuta e approvi due delibere di iniziativa popolare: la prima per garantire pari diritti e pari opportunità alle tutte le coppie legate da vincoli affettivi, la seconda per l’istituzione del registro comunale sui testamenti biologici.
 
Nei pochi mesi che restano prima del rinnovo del Consiglio Comunale, il sindaco Chiamparino e la sua maggioranza diano finalmente un segno concreto e tangibile che esiste una Torino laica che vuole contare, che vuole esprimersi sia rispetto alle scelte affettive e di convivenza sia rispetto alla scelte di fine vita.
 
 
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"La Repubblica", MARTEDÌ, 22 GIUGNO 2010
Pagina 1 - Prima Pagina
 
Il caso
Anche in farmacia la "ruota degli esposti"
 
ROMA
 

L´insegna luminosa di una croce verde, una culletta termica, il gesto disperato di una mamma costretta dalla vita ad abbandonare il suo bambino. La "ruota degli esposti" arriva in farmacia. Arriva in una farmacia comunale di Roma, al Prenestino, quartiere popolare e popoloso dove negli ultimi anni si è concentrato un grande numero di immigrati.

Verrà inaugurata probabilmente dopo l´estate e sarà il primo caso di iniziativa comunale in Italia. Perché finora la "Ruota degli Innocenti" - marchingegno compassionevole inventato dai religiosi un paio di secoli dopo il Mille per risparmiare alle madri la vergogna di sbarazzarsi del "figlio del peccato" e consentire al piccolo di trovare braccia pronte ad accudirlo - è stata installata solo in alcuni ospedali. Pioniere nella capitale è stato il policlinico Casilino. L´ha inaugurata tre anni fa, «ma in tutto questo tempo c´è stato solo un caso - racconta Adolfo Paganelli, che nell´ospedale Casilino è direttore del pronto soccorso». Non si tratta di una vera e propria ruota, come quella che si apriva all´ingresso di alcuni conventi, è più semplicemente una culla termica.
Quell´unico caso si chiama Stefano: sei chili e una sfilza lunghissima di richieste d´adozione. Quando è stato abbandonato dalla madre aveva tre mesi e mezzo. Non un bimbo appena nato, quindi. «La mamma forse, all´inizio, ha pensato che poteva farcela, ma alla fine ha capitolato», racconta Paganelli. Così, quando è calata la notte, è entrata nella stanza dell´incubatrice e lì ha lasciato il piccino pulito e infagottato in una coperta. «La nostra struttura comunque per numeri di bambini abbandonati dopo il parto - spiega Paganelli - ha quasi un primato. Anche 15 all´anno. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne straniere che portano avanti la gravidanza, ma poi non hanno soldi né aiuti né una struttura familiare alle spalle. Così, garantite dall´anonimato, decidono di sbarazzarsene». Abbandoni che a Roma, ogni anno, in varie strutture ospedaliere sono intorno ai 400. Una cinquantina sono invece i piccoli lasciati, come si faceva un tempo, in chiesa, in istituti religiosi o più barbaramente, in tempi moderni, in strada.
Ora, sempre a Roma, oltre al policlinico Casilino, stanno arrivando altre strutture adatte ad accogliere i figli che le madri non possono mantenere. Nella farmacia sulla via Prenestina, fuori dal Grande raccordo anulare, si sta già lavorando alla realizzazione della "ruota". Sarà collocata in un locale attiguo, «Dove a breve cominceranno i lavori», racconta uno dei farmacisti che come i colleghi fa turni per consentire il servizio per 24 ore. Sarà una stanza dove chi entra non verrà visto da nessuno. Scatterà un allarme appena la culla, una sorta di incubatrice, avrà un ospite. A quel punto, il farmacista avviserà il pronto soccorso più vicino e il bimbo verrà trasportato nel reparto di neonatologia.
Le 42 farmacie comunali romane temono la chiusura per via dei tagli economici. Forse con questa iniziativa vogliono dimostrare ancora di più la loro utilità alla cittadinanza. Il progetto è quello di installare la ruota "salvabimbi" in altre cinque strutture farmaceutiche del Comune. Oggi in Campidoglio ci sarà la presentazione ufficiale del progetto.

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"La Repubblica", MARTEDÌ, 22 GIUGNO 2010
Pagina 1 - Prima Pagina
 
Il caso
Anche in farmacia la "ruota degli esposti"
 
ROMA
L´insegna luminosa di una croce verde, una culletta termica, il gesto disperato di una mamma costretta dalla vita ad abbandonare il suo bambino. La "ruota degli esposti" arriva in farmacia. Arriva in una farmacia comunale di Roma, al Prenestino, quartiere popolare e popoloso dove negli ultimi anni si è concentrato un grande numero di immigrati.
 

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"La Repubblica", LUNEDÌ, 21 GIUGNO 2010
Pagina IX - Torino
 
LE FEMMINISTE OSPITI DEL "PRIDE"
 
 Vera Schiavazzi
 
Ora che il Pride è passato, possiamo dirlo, anzi ridirlo. Come è successo che il movimento delle donne di una città che è stata la culla del movimento per i loro diritti – basti pensare a Gioia Montanari, medico, scomparsa nei giorni scorsi, tra le prime ad aver creduto nei consultori familiari e ad essersi impegnata per la prevenzione e la salute a portata di tutte, giovani e meno giovani, italiane e no – abbia rinunciato a rappresentare in proprio e in forma generale i diritti femminili e si sia rifugiato tra le braccia di chi da sempre si batte per i diritti dei gay?
Faceva un certo effetto, sabato, vedere le bandiere della Fiom impegnata nella battaglia finale di Pomigliano accanto a quelle del Coordinamento donne per l´Autodeterminazione, Silvio Viale con le sue scatole di Ru486 e la limousine bianca che doveva garantire la parte folcloristica della manifestazione a pochi metri dalle comunità di stranieri e dai rappresentanti dei rifugiati. Va tutto bene, i diritti sono diritti, quelli dell´ultimo immigrato arrivato a Torino dopo migliaia di chilometri e di peripezie come quelli delle donne che si vedono negare o limitare la libertà di scegliere tra modi diversi di interrompere una gravidanza, una libertà garantita dalla legge. E´ uguale, sul piano etico, il diritto di chi ha cambiato sesso a non essere discriminato e vestirsi come vuole a quello delle migliaia di donne che vengono colpite per prime quando una fabbrica va in crisi, che accudiscono gli anziani e i malati, che non trovano un asilo nido. Ma non è uguale sul piano sociale, né su quello della vita di tutti i giorni.
Ecco, il Pride di sabato (incluse le polemiche su dove si trovassero i dirigenti del Pd) pareva la fotografia di una sinistra più che mai confusa e smarrita, che non sa scegliere le sue priorità. O non è così?

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La guerra della destra alla RU486
 
• da L'Unità del 21 giugno 2010

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di Gloria Buffo

Il nostro non è un paese abituato a trattare bene le donne. E così passa sotto silenzio l’accanimento verso le italiane di questo governo che non solo vuole alzare l’età pensionabile e tagliare i servizi, ma ostacola, ancora una volta la libertà (e la salute) delle donne.
La vicenda della pillola RU486 è emblematica. In un paese dove c’è una buona legge, la 194, che ha dimezzato il ricorso all’aborto e dove, per l’alto numero di medici obiettori, è facile incappare in lunghe liste di attesa, l’arrivo di un farmaco che può sostituire un intervento chirurgico dovrebbe essere un sollievo. Non è la panacea di tutti i mali ma è un metodo sperimentato da molti anni in tanti paesi ed è un’alternativa, in molti casi, per le donne e per i medici. Qui, invece, diventa una via crucis. Per ragioni politiche ed ideologiche, l’Agenzia per il Farmaco, il Ministero, il Consiglio Superiore di Sanità, l’indagine parlamentare ad hoc, partoriscono un iter lunghissimo che non è riservato a nessun altro farmaco. Deve essere ben chiaro: anche se è meno «glamour» della legge bavaglio e dell’attacco alla magistratura (entrambi gravissimi), siamo di fronte a un fatto inconcepibile. In Italia la destra fa la guerra ad una medicina. Gli stessi che volevano fosse gratis e per tutti la cura Di Bella, priva di qualsiasi validazione scientifica, adesso non vogliono la RU486. Altro che il ‘68 o il «sei politico», qui c’è il «farmaco politico»! Cura Di Bella sì, pillola abortiva no. E senza un solo argomento scientifico o giuridico: la RU486, infatti, viene adoperata nel rispetto pieno della 194. Non contenti, i campioni del «farmaco politico», una volta ammesso per forza questo preparato, hanno cominciato la guerriglia sulla sua somministrazione. E, per ostacolarla, hanno inventato l’obbligo del ricovero per tre giorni, intromettendosi in una scelta, che compete al medico e alla donna. Cota e Zaia, appena eletti presidenti di regione, hanno tuonato contro la RU486, la Polverine ne impedisce l’uso, altre regioni si adeguano, per fortuna non tutte. E ora di sollevare scandalo per il fatto che ciò che è normale e utile alla salute di tutte le donne qui viene impedito. Accade anche per la fecondazione assistita, per la pillola del giorno dopo, spesso per la legge 194. Sinistra Ecologia Libertà vuole contribuire a rendere visibile questo scandalo e ha messo a disposizione un telefono 331.3937224 per denunciare abusi, arbitri, lacune e disservizi in questa materia. Si chiama «Salute e Libertà», due obiettivi che in Italia sono diventati difficili, soprattutto per le donne. Non pensiate, non pensiamo, che sia solo il Vaticano ad ostacolare il principio, civile e umanissimo, della scelta e della libertà. C’è una destra che si nutre di una idea perversa della morale, su cui tra l’altro non ha alcun titolo o coerenza da rivendicare.
Riprendiamoci quello che ci è dovuto.

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PRIDE/RU486 - VIALE, SOLO COLPA DI COTA? UNA RIFLESSIONE PER I PARTECIPANTI AL PRIDE.
 
Silvio Viale, che ha portato al Pride in un sacco le scatole di RU486 utilizzate al S.Anna in questi due mesi, al termine del corteo ha rilasciato la seguente dichiarazione:

"Certamente una bella e colorita manifestazione di migliaia di persone, almeno 5.000, ma è lecito chiedersi se la non introduzione della RU486 negli ospedali piemontesi sia solo colpa di Cota ...

 Ho portato in piazza le 140 scatole di RU486 utilizzate dal 19 aprile al S.Anna per dimostrare che si può e si deve offrire questo servizio.

Sommando quelle della sperimentazione, sono 500 le donne che l'hanno potuta utilizzare al S.Anna. Mi auguro che la RU486 diventi davvero un impegno concreto dell'ampio schieramento di sigle che ha aderito al Pride dei Diritti e non rimanga lettera morta, solo uno slogan urlato il 19 giugno.

Ieri chiedevo quale fosse la portata dell'adesione del PD. Oggi devo constatare come la domanda sia rimasta senza risposta, non potendo di certo considerare tale la tradizionale singola presenza di tanti iscritti e molti singoli esponenti." 

Torino, 19 giugno 2010
 

www.associazioneaglietta.it

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"La Repubblica", DOMENICA, 20 GIUGNO 2010 - Pagina X – Torino

Migliaia in corteo per il Pride dei diritti

Il medico radicale Silvio Viale ha portato un sacco pieno di confezioni di pillole Ru486



Il diritto alla libertà sessuale, alla scelta in materia di aborto, ma anche i diritti di cittadinanza, a un lavoro non precario. Una folla multicolore è sfilata per oltre due ore nel centro di Torino, anche sotto la pioggia. Il corteo - al quale hanno partecipato 8.000 persone secondo le forze dell´ordine, molte di più secondo gli organizzatori - era aperto da un gruppo di ragazze pon-pon e, pochi metri dietro, dal comitato Torino Pride dietro lo striscione "I diritti sono il nostro pride", dalle Donne di Torino per l´autodeterminazione. Variopinti i gruppi di transgender, lesbiche e gay su autocarri e camion dai quali veniva diffusa musica rock o canzoni dedicate alle donne.
C´era anche il medico torinese Silvio Viale, sperimentatore della pillola abortiva, con un sacco di confezioni vuote della Ru486, «tutte quelle prescritte in due mesi dall´ospedale Sant´Anna, mentre chissà perché negli altri ospedali del Piemonte non è stata fatta la stessa cosa».

 

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"La Repubblica", SABATO, 19 GIUGNO 2010
Pagina XIII - Torino
 
Da Porta Susa a piazza Vittorio
Oggi la marcia di protesta per la difesa dei diritti
 
Da Porta Susa e piazza Vittorio per difendere i diritti. Oggi alle 15, con gli scongiuri per le possibili piogge in arrivo, parte "I diritti sono il nostro Pride", una manifestazione nata da un pool di associazioni, dal movimento Lgbt alle Donne di Torino per l´autodeterminazione, alla Consulta per la laicità dello Stato, per ribadire che ci sono valori che «non possono essere messi in discussione». Spunto di partenza le dichiarazioni del presidente Roberto Cota sulla pillola Ru486 il giorno successivo alle elezioni, Sfileranno dieci carri - uno dei quali dedicato alla maternità - e sono in arrivo alcuni pullman da altre città del Piemonte e anche da altre regioni. C´è la Cgil, aderiscono Pd, Sel e Federazione della sinistra. I radicali polemizzano però sull´adesione del partito democratico, che giudicano fantasma: «In che cosa consiste la partecipazione del Pd? - si interrogano Silvio Viale e Nathalie Pisano che annunciano una valigia di vere pillole Ru486 - Vuol dire che vedremo sfilare Gianfranco Morgando?». Causa rischio di pioggia la festa finale in programma al parco Michelotti, si svolgerà invece al Big di corso Brescia.
(s.str.)

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Proteste contro il ricovero
 
• da Il manifesto del 18 giugno 2010

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di ro.ro.

Manifestazione di protesta ieri a Roma davanti agli uffici della regione Lazio per la decisione presa dal presidente Renata Polverini di imporre un ricovero ospedaliero di tre giorni per la somministrazione della pillola Ru486. L’imposizione del ricovero è contenuto nella linee guida presentate nei giorni scorsi dalla Polverini, che ha anche incaricato l’Asp, l’Agenzia di sanità pubblica, di eseguire una stima sul fabbisogno dei posti letto. Il caso è nato dopo la forzatura fatta all’ospedale Giambattista Grassi di Ostia, che ha eseguito un aborto farmacologico in assenza di ufficiali linee guida e accettando subito dopo le dimissioni della paziente. Si attende adesso la lista degli ospedali autorizzati all’esercizio dell’aborto farmacologico. Per l’associazione Vita di Donna quella della Polverini è una direttiva paradossale visto che gli ospedali laziali vanno verso una riduzione di 2500 posti letto. L’associazione, diretta dalla ginecologa dell’ospedale Grassi Lisa Comitano, sta manifestando da tre giorni davanti alla Regione Lazio insieme ad esponenti del partito Radicale, del Pd, dell’Idv, dell’associazione Luca Coscioni, del coordinamento delle donne Federazione della Sinistra Lazio. Chiedono un incontro con la Polverini, ma finora senza risultato. «Limitare la somministrazione del farmaco solo nei casi di possibilità di ricovero dicono le organizzatrici della protesta - è un pretesto per boicottarne la commercializzazione».

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PRIDE/RADICALI – “ADESIONE FANTASMA DEL PD. DOMANI PORTEREMO UN "SACCO" DI RU486.”

Domani a Torino il Pride dei diritti 2010/ Associazione Radicale Aglietta in piazza perché si promuovono i diritti non solo con le parole, ma con i fatti.

Dichiarazione di Nathalie Pisano e Silvio Viale, segretario e presidente dell'Associazione radicale Aglietta:

"Domani i radicali porteranno al Pride di Torino il loro bagaglio di obiettivi concreti per l'autodeterminazione dalla nascita alla morte, consci che bisogna superare la logica di una parata “una tantum”. Per questo ci chiediamo in cosa consista l’adesione fantasma del PD: che domani anche Morgando sia in piazza con noi? Ci piacerebbe sapere su quale sia impegno concreto del PD piemontese, al di là della buona volontà individuale di alcuni suoi esponenti. Noi ci aspettiamo, per esempio, che il Consiglio Comunale di Torino discuta e approvi la delibera di iniziativa popolare per garantire pari diritti alle coppie legate da vincoli affettivi (Unioni Civili) e quella per l´istituzione del registro comunale sui testamenti biologici.

Per ricordare a tutti che le battaglie, dentro e fuori dalle Istituzioni, si fanno sempre e non solo quando governa Cota, domani noi porteremo in piazza un “sacco” di RU486 … e non solo metaforicamente”.

Torino 18 giugno 2010

 

http://www.webalice.it/carlamarchisio/Prot_int_gravidanza.pdf

http://www.webalice.it/carlamarchisio/RU486.pdf

http://www.associazioneaglietta.it/ru486.html