Il sistema pensionistico oggi ricalca un modello pubblico e a ripartizione. Fu inventato dal cancelliere Otto von Bismarck, il quale fu il primo a estendere il regime previdenziale, in precedenza riservato ai soli soldati, a tutti i lavoratori. Così facendo, il risparmio per la vecchiaia fu sottratto all’area di competenza della famiglia e affidato allo Stato, divenendo uno dei pilastri di quella croce e delizia del Novecento che è stato il welfare state.
Il sistema bismarckiano, però, funzionava con un’età pensionabile di 65 anni in un’epoca in cui l’aspettativa di vita media era attorno ai sessant’anni. Sono i trend demografici a mettere in crisi questo scenario. La popolazione invecchia, e di conseguenza la popolazione attiva diminuisce. I contributi sono destinati ad assottigliarsi, per numero, e quindi devono obbligatoriamente gonfiarsi quanto a dimensione. Il sistema pensionistico produce una passività importante, destinata a ingigantirsi man mano che passano gli anni e la questione si fa più seria.
Come uscirne? Ci sono paesi che ce l’hanno fatta. Primo il Cile che, negli anni Ottanta, mise a segno una serie di formidabili riforme economiche, i cui frutti sono stati vent’anni di crescita a una media annua del 7%. Una di queste fu il passaggio a un sistema a capitalizzazione nel quale, cioè, ognuno risparmia per sé, su un conto di risparmio individuale, gestito da un fondo pensione (ce ne sono centinaia, in concorrenza l’uno con l’altro). L’inventore di quella riforma si chiama José Piñera ed è stato di recente a Milano per una conferenza organizzata dai liberisti dell’IBL e dall’International Council for Capital Formation (la diramazione internazionale di uno del pensatoio americano da cui uscì della Reaganomics).
Piñera usa argomenti persuasivi. La sua riforma ha funzionato benissimo, e ha trasformato, dice, i “lavoratori in capitalisti”. Ha diffuso, cioè, la proprietà del capitale finanziario nel paese (i paradossi della storia è il liberismo a portare al “capitalismo popolare” vagheggiato a sinistra). Nel contempo, ha riaffidato i risparmi ai lavoratori e alle loro famiglie. Lo stato si limita a fissare le regole del gioco e a salvaguardare quanti siano in prossimità della soglia di povertà. L’età pensionabile non è più un problema si decide autonomamente come gestire il proprio conto, e ci si può ritirare dal lavoro quando garba. E’ questa la direzione in cui deve andare anche l’Italia? Credo di sì.
Gli unici due paesi europei che non hanno problemi finanziari legati alla previdenza sono Gran Bretagna e Svezia, che hanno attuato un prudentemente parziale passaggio alla capitalizzazione.
La riforma Dini, con tutte le sue virtù e nonostante quel che dice l’opposizione, non è abbastanza. Il governo, grazie al ministro Roberto Maroni, ha fatto una scelta giusta, nell’immediato, propendendo per l’innalzamento dell’età pensionabile. Questo piccolo ma importantissimo cambiamento ci darà il tempo necessario per studiare, “facendo squadra” (come giustamente auspicato da Luca di Montezemolo, presidente della Confindustria), una prudente e graduale transizione alla capitalizzazione.
Da panorama.