A causa delle difficoltà tecniche riscontrate nelle prime settimane di test del nuovo forum,
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Ora è possibile farlo effettuando il log in con i vecchi nome utente e password.
A parte che non fai inviperire i più, ma i meno. Almeno qui in ambito radicale mi sembra che i più siano di quel fauto ottimismo economicista che ha reso la scienza triste, scienza giuliva.
A parte questo, volevo dire che che se c'è una cosa che la storia ha smentito sono gli ottimisti. L'unica cosa che non è mai successa è che una civiltà non cadesse. Ma ovviamente questa sarà l'eccezione.
Se ti può far piacere, si, codeste stronzate sulla Storia che ha dimostrato questo o quello mi fanno inviperire, ma se pensi di stancarmi con le emoticons ...........
Mannaggia Luca ....e io che credevo che il più permaloso di tutti (i forumisti) fosse Valter (Vecellio)! :lol:
Forse non hai capito il senso della mia "celia" ....anzi (è + politically correct), forse non mi sono spiegato bene: era semplicemente, stupidamente (ti offro un assist!) e sinteticamente l'espressione di un dubbio (che vuoi, io sono ancora legato al piacere del dubbio!).
Posto che, come al solito, tutto è interpretabile perchè, se è vero che non c'è stata civiltà che non è caduta, è altrettanto vero che ce n'è sempre stata un più potente (ovviamente possiamo lungamente e piacevolmente discutere sulla valenza di "potente") che ne ha preso il posto .....posto quindi che i catastrofisti sono sempre stati (in qualche modo) smentiti, il senso del mio "gioco" mi pareva chiaro: se i catastrofisti non avessero alzato le loro immani grida, con questo innescando sicuramente importanti "procedure di recovery", siamo sicuri che la storia sarebbe stata così benigna????
Due precisazioni "tecniche":
- è solo ovvio che il termine "catastrofisti" sia stato usato in modo semplicistico ...d'altronde ci conosciamo tutti da discreto tempo (più o meno), prefazioni chilometriche mi paione del tutto fuori luogo.
- in quanto alle stronzissime dimostrazioni storiche .....rispetto totalmente il tuo punto di vista ...questo non mi impedisce di sottolineare che, ahimè, sono gli unici dati (quasi) certi, giacchè il futuro non può essere pesato ma solo immaginato
«Dal non guardare i dati. Dall'egoismo, dal dire: qui sono troppi e vengono a mangiare le nostre risorse. E, me lo lasci dire, dalla mancanza di fede. Nel Dio creatore e nell'uomo creato da Dio».
Nel frattempo i londinesi, noti infedeli, si stanno preoccupando di come nutrire una popolazione di 6 milioni e mezzo di abitani quando il petrolio sarà agli ultimi barili e la catena alimentare sarà spezzata: http://www.radicali.it/phpbb2/viewtopic.php?t=21018
Da oggi, sul fronte gas, a Torino il riscaldamento delle case non dovrà superare i 18 gradi mentre sta per essere acceso il braciere olimpico più grande e imbecille.
Eheheheh ...tanto per mettere un po' di zizzania e far inviperire i più:
I catastrofisti sono sempre stati smentiti dalla storia .....ma, non potendo fare dei "se" una certezza, non potremo mai sapere se e quanto sia loro il merito di tali smentite :lol: :lol: :lol:
A parte che non fai inviperire i più, ma i meno. Almeno qui in ambito radicale mi sembra che i più siano di quel fauto ottimismo economicista che ha reso la scienza triste, scienza giuliva.
A parte questo, volevo dire che che se c'è una cosa che la storia ha smentito sono gli ottimisti. L'unica cosa che non è mai successa è che una civiltà non cadesse. Ma ovviamente questa sarà l'eccezione.
Se ti può far piacere, si, codeste stronzate sulla Storia che ha dimostrato questo o quello mi fanno inviperire, ma se pensi di stancarmi con le emoticons ...........
Eheheheh ...tanto per mettere un po' di zizzania e far inviperire i più:
I catastrofisti sono sempre stati smentiti dalla storia .....ma, non potendo fare dei "se" una certezza, non potremo mai sapere se e quanto sia loro il merito di tali smentite :lol: :lol: :lol:
Riprendo da poco sopra il punto troncato nel post precedente.
Questo esempio di un attuale problema di geopolitica affrontato dalle compagnie petrolifere solleva il problema dell’interconnessione fra l’accadimento anticipato del “giorno di picco” globale e le politiche geografiche ritagliate sul petrolio. In virtù della loro posizione di leader del consumo mondiale, gli USA avranno molto da dire su come la crisi – intervenuta o per svuotamento anticipato o per strutture e investimenti inadeguati, o per entrambe le cause – verrà gestita. La geopolitica della dipendenza americana dal petrolio è riassunta molto bene da Michael Klare nel suo recente libro ‘Blood and Oil’. Egli intravede quattro proiezioni basilari di comportamento energetico americano: maggiori importazioni, forniture che divengono sempre più instabili e sempre meno amichevoli, aumento dei rischi di violenza anti-americana e crescita di competizione causata dalla diminuzione delle forniture. Abbiamo già parlato del tema delle importazioni. L’incremento di forniture meno amichevoli e l’escalation della violenza anti-americana sono collegate.
Il punto è che gli USA possono avere più facilmente nelle regioni particolarmente instabili delle relazioni coi governi piuttosto che con le loro popolazioni. C’è da aspettarsi un aumento del fenomeno del terrorismo con ogni azione americana interpretata nel Medio oriente ed in Asia Centrale nel segno dell’imperialismo. L’oleodotto di collegamento fra Iraq e Turchia illustra perfettamente il problema. Nel 2003 è stato vittima di attacchi pressoché giornalieri.
Luca, nello scritto di Leggett che hai riportato manca la parte finale.
Al momento dell’inizio della sua attività di trasferimento del petrolio come è stato pianificato nel 2005, il costo dell’oleodotto avrà toccato i $4 bilioni, circa ¾ dei quali ottenuti in forma di prestiti bancari. I problemi di questo oleodotto
E poi?
Ops!!!!
Ecco il testo completo
Tutto quello che non vogliono che tu sappia sulla prossima crisi del petrolio
L’aumento dei prezzi del combustibile, indiscrezioni su tagli energetici durante il periodo invernale, panico per la vicenda delle forniture di gas dalla Russia, cambiamenti repentini sulle previsioni di produzione del greggio... C’è qualcosa di sinistro in tutto ciò? Si, dice l’ex petroliere Jeremy Leggett, ed è tempo di affrontare la realtà che le provviste da cui noi tutti fortemente dipendiamo stanno per esaurirsi
Di Jeremy Leggett
Pubblicato: 20 Gennaio 2006
Uno spettro si sta aggirando per l’Europa - lo spettro di un’ acuta crisi energetica destinata a cambiare la civiltà. La recente incertezza sull’interruzione delle forniture di gas dalla Russia è soltanto l’ultimo di una serie di segnali su quanto ancora le nostre economie dipendono da crescenti forniture di petrolio e gas. Mercoledì scorso il presidente della Gazprom era a Londra per riassicurare la Gran Bretagna che non vi sarebbero stati rischi di interruzione alle forniture di gas destinate agli Inglesi in conseguenza della disputa sul prezzo del gas che si sta protraendo fra Russia e Ucraina. Esattamente il giorno seguente le temperature in Mosca hanno raggiunto i –30°C, record degli ultimi 50 anni. Il gas normalmente esportato ha dovuto essere ridiretto sul fronte interno per supplire all’evenienza. Sono diminuite le forniture all’Occidente.
In Dicembre, Sir Digby Jones, direttore generale della CBI, aveva ammonito che qualsiasi diminuzione di disponibilità di gas avrebbe potuto causare disastri all’industria inglese. Il problema, aveva detto, dipendeva dall’eventualità molto realistica, secondo le previsioni dell’Ufficio Meteorologico, di un inverno particolarmente freddo per l’Inghilterra. Questo avrebbe significato un consumo di gas nelle abitazioni e nelle industrie maggiore di quello che il libero mercato dell’energia inglese, o la sua infrastruttura, avrebbe potuto rendere disponibile. Non ci sono condutture sufficienti a trasportare dal continente il gas necessario adesso che la produzione del Mare del Nord sta calando. Navi da trasporto che si supponeva adibite al trasporto di gas liquefatto (LNG) verso l’Inghilterra stanno invece piegandosi alle forze di mercato e dirigendosi verso gli USA, dove i prezzi del gas sono saliti ancor più che in Gran Bretagna. Come se non bastasse, le scorte di gas effettuate sono ora insufficienti, semplicemente perchè le politiche di mercato non favoriscono operazioni di questo tipo neppure in anni meteorologicamente meno ostili.
Non dovremmo farci cogliere dal panico, ha insistito il Ministro dell’energia Malcolm Wicks, perchè recentemente la produzione di Gas inglese è cresciuta, ed in ogni caso tutto si risolverà nel 2007 quando saranno realizzati un nuovo gasdotto e nuove fabbriche per la conversione di LNG. Alcuni scettici hanno fatto osservare che le riserve inglesi di gas sono ormai ridotte a soli 11 giorni, in confronto ai 55 di media del resto dell’Europa. E questo avveniva prima della nascita delle preoccupazioni circa l’interruzione di fornitura dalla Russia. Se in Inghilterra il termometro scende ancora, è molto probabile che aziende inglesi non possano usare il gas per un giorno alla settimana o addirittura che le forniture debbano introdurre anche tagli energetici derivanti da dinamiche di logistica.
Nel frattempo, le bollette del gas domestico, che lo scorso anno sono aumentate di più di un terzo, prevedono un rincaro ancora maggiore nei prossimi mesi. Per molta gente, queste variazioni comportano implicazioni letali. L’inverno scorso, in Inghilterra si sono registrati 35.000 decessi in più rispetto alla media invernale, la maggior parte ascrivibile a persone anziane non in grado di scaldarsi a sufficienza; e lo scorso inverno è stato relativamente mite.
Quanto detto finora riguarda il gas, di cui senza ombra di dubbio esistono enormi riserve ancora giacenti nel sottosuolo (anche se metà di queste si trovano in Russia ed Iran). Consideriamo ora il petrolio. I rischi geopolitici sono gli stessi. Soltanto la scorsa settimana l’Iran ha minacciato di ricattare attraverso un taglio delle forniture di petrolio se l’Europa continuerà ad intromettersi in quello che è visto come un proprio diritto a sviluppare un programma per il nucleare. Dove il petrolio differisce dal gas è che sta rapidamente emergendo una disputa sul fatto di possedere nel breve periodo sufficienti riserve per soddisfare i fabbisogni - anche se la geopolitica non si scatena e l’infrastruttura corrente continua a lavorare come dovrebbe. Al summit annuale dell’OPEC di Dicembre, il Kuwait ha annunciato che, senza un subitaneo aiuto esterno, non potrà continuare ad estrarre petrolio al ritmo desiderato dalla clientela. Il ministro del petrolio Kwaitiano ha invitato le compagnie petrolifere occidentali a tornare nel suo paese per verificare se esse stesse potrebbero fare meglio. Il giorno dopo il governo USA in silenzio ha tagliato 11 milioni di barili al giorno (equivalenti all’intera estrazione giornaliera dell’Arabia Saudita) dalle sue previsioni dei livelli di produzione di greggio per il 2005.
Per la maggior parte delle persone che lo hanno notato questi annunci sarebbero apparsi ben lungi dal divenire ed accademici. Infatti, come sto tentando di spiegare, essi rappresentano la punta di un enorme iceberg: uno che detiene il potenziale per affondare del tutto l’economia globale.
Abbiamo permesso che il petrolio divenisse vitale per qualsiasi cosa noi facciamo. Il 90% di tutte le modalità di trasporto, sia su terra, aria o mare, è basato sul petrolio. Il 95% di tutti i beni di consumo nei negozi implica l’uso del petrolio. Il 95% di tutti i nostri prodotti alimentari richiede l’uso del petrolio. Solo per crescere una vacca e condurla al macello richiede 6 barili di petrolio, sufficienti per guidare un’auto da New York a Los Angeles. Il mondo consuma più di 80 milioni di barili di petrolio al giorno, 29 bilioni di barili all’anno, giusto al momento in cui scrivo. La proiezione è però in costante crescita, come ha già fatto negli ultimi decenni. L’aspettativa universale è che questo sarà il trend anche per i prossimi anni. Il governo USA presume che la domanda globale crescerà entro il 2025 fino a circa 120 milioni di barili al giorno, 43 bilioni di barili all’anno. Poche persone si interrogano circa la sostenibilità di questa esigenza, oppure sull’abilità delle industrie petrolifere nel soddisfarla.
Invece molti dovrebbero, perché l’industria non arriverà neanche vicina alla produzione di 120 milioni di barili al giorno; e, per ragioni che motiverò più tardi, non c’è neanche alcuna speranza che il gas possa provvedere a coprire il disavanzo. In altre parole, il più elementare dei pilastri delle nostre proiezioni sul futuro benessere economico è marcio. La nostra società è in uno stato di ripiegamento collettivo che non ha precedenti nella storia, in termini di portata ed implicazioni.
L’America consuma il 25% della domanda globale di petrolio. Dal momento che la produzione domestica di petrolio sta diminuendo stabilmente da 35 anni, con una domanda interna in un crescendo altrettanto stabile, la quota relativa all’America è destinata a salire, e con essa le sue importazioni di petrolio. Dei circa 20 milioni di barili che rappresentano il consumo odierno giornaliero dell’America, 5 milioni sono importati dal Medio Oriente, dove circa 2/3 delle riserve di petrolio del mondo giacciono in una regione di conflitti molto intensi e di lunga durata. Ogni giorno, 15 milioni di barili di petrolio trasportati da petroliere transitano attraverso lo stretto di Hormutz, nelle acque pericolose che dividono l’Arabia Saudita dall’Iran. Il governo USA potrebbe cancellare l’esigenza di questi 5 milioni di barili, e fermare lo scorrere di molto sangue attualmente sacrificato nel processo, semplicemente imponendo alla propria industria automobilistica di aumentare il rendimento di appena 2,7 miglia per gallone dei motori per le auto e i camion leggeri. Ma al contrario permette a General Motors e compagnia di costruire veicoli ancora più dissipatori di petrolio. I veicoli sportivi SUVs viaggiano ad una media di 4 miglia al gallone. La quota di mercato dei SUV in USA era del 2% nel 1975. Nel 2003 ha toccato il 24%. Come conseguenza il rendimento medio dei veicoli americani è diminuito, fra il 1987 e il 2001, da 26,2 a 24,4 miglia per gallone. Tutto ciò in un’epoca in cui altri paesi hanno saputo produrre auto capaci di arrivare a 60 miglia per gallone.
La maggior parte dei presidenti USA succedutisi dopo la seconda guerra mondiale hanno ordinato azioni militari di vario genere in Medio Oriente. I leaders americani preferiscono disporre i loro reticolati militari ad Est del canale di Suez adducendo la retorica causa di un export di democrazia, mentre appare ovvio il tema strategico di lunga gittata. E’ stato paradossalmente detto in maniera molto chiara dal più liberale di loro. Nel 1980 Jimmy Carter dichiarò che l’accesso al Golfo Persico era da considerare un interesse nazionale da proteggere con ogni mezzo se necessario, forza militare inclusa. Da allora gli USA stanno facendo esattamente questo, collezionando nel tempo una fattura misurabile in bilioni di dollari, e calcolando. Con una tale strategia arriva una inquietante discesa nella direzione di ambiguità morale, almeno nelle menti di circa la metà della popolazione. La nazione che si distinse nel mondo intero negli annali della democrazia per azioni come il Piano Marshall è costretta a causa di una profonda dipendenza dal petrolio in una perplessità in materia di politica estera che implica concessioni di armamenti a regimi dispotici, bombardamenti diretti su altri, sempre alla ricerca di ragioni e giustificazioni per mantenere incollati i pezzi dell’intera impalcatura.
L’America non è la sola a dibattersi nella propria viziosa dipendenza e a fare i conti coi propri dilemmi. Oggi le autostrade europee collegano Clydeside alla Calabria, Lisbona alla Lituania. La produzione agricola che avrebbe potuto essere coltivata per uso locale viaggia invece lungo queste arterie in ogni direzione. I Cinesi tentano di emulare un tale modello anche se al momento che impongono in stabilimento una produzione ridotta a causa della penuria di diesel e si disperano che questa loro vasta disponibilità terriera sembri dover fare i conti con la scarsezza di petrolio.
Una situazione simile avviene per il gas. La scala del fenomeno e della risorsa è inferiore. Ma lo scenario è lo stesso: domanda crescente per una risorsa finita, la maggior parte della quale deve essere importata dal Medio Oriente e dalla ex Unione Sovietica. Anche una piccola e temporanea interruzione nella fornitura, come quella occorsa in Europa questa settimana, è sufficiente a creare qualcosa molto vicino al panico fra i governi europei. Ma è il petrolio che mantiene in funzione la nostra civiltà.
Questo mezzo secolo di profonda dipendenza dal petrolio sarebbe difficile da comprendere anche se si sapesse il petrolio come riserva infinita. Ma ciò che rende veramente perplesso è il fatto che, in ogni istante che noi abbiamo trascorso a scivolare nella trappola, abbiamo sempre saputo che il petrolio era una risorsa destinata ad esaurirsi. Agli attuali regimi di utilizzo, il serbatoio globale si sta svuotando a velocità tale da non riuscire a soddisfare la crescente domanda molto più presto che tardi nel periodo del secolo attuale. Questa è un’affermazione incontrastabile. Si tratta solo di sapere quando ciò avverrà.
Il petrolio è una risorsa limitata, e verrà un giorno, inevitabilmente, in cui raggiungeremo il picco di domanda che non potrà mai essere soddisfatta con l’estrazione. Oltre quel giorno – che possiamo pensare come il “giorno del picco” – ci adageremo in un progressivo decadimento generale della produzione. Ponendo la questione in un modo diverso, allora, ai livelli prodigiosi della domanda globale attuale, dove si colloca il “giorno del picco” ?
Questa è una domanda, io affermo, che giungerà a dominare i comportamenti delle nazioni prima del 2010.
Già adesso infuria una battaglia, per lo più dietro le quinte, circa quando raggiungeremo il “giorno del picco”, e cosa accadrà allora. Da una parte stanno coloro che chiamo “i ritardatari”, che ci dicono che almeno 2 trilioni di barili di petrolio si trovano ancora in giacimenti ancora da scoprire e sfruttare. Questo campo include quasi tutte le compagnie petrolifere, il governo e le relative agenzie, la maggior parte degli analisti finanziari, molti dei giornalisti industriali. Come potreste aspettarvi, attestati su questa linea, “i ritardatari” mantengono l’ascendente nell’argomento allo stato attuale delle cose.
Nell’altro campo c’è un gruppo di esperti dissidenti che chiamerò “gli anticipatori”. Per la maggior parte sono persone che – come me- hanno lavorato nel cuore dell’industria del petrolio, buona parte di loro essendo geologi”, molti di loro essendo membri di una organizzazione chiamata ASPO. Sono in compagnia di un piccolo ma crescente numero di analisti e giornalisti. “Gli anticipatori” predicono che sono rimasti disponibili al più 1 trilione di barili di petrolio.
In una società che ha permesso alle sue economie di divenire pilotate in modo pressoché inestricabile da forniture crescenti di petrolio a basso prezzo, la differenza fra 1 e 2 trilioni di barili è sismica. E’ circa la differenza che passa fra un lago di Ginevra pieno ed uno pieno a metà, dove quel lago è pieno di petrolio e non di acqua. Se rimangono davvero 2 trilioni o più di petrolio, il “giorno del picco” cadrà dopo il 2030. Le componenti “crescente” ed “economico” dell’equazione della fornitura del petrolio rimarranno valide fino ad allora, almeno in teoria, e noi abbiamo tempo a sufficienza per creare alternative al petrolio. Se rimangono disponibili solo 1 trilione di barili, il “giorno del picco” arriverà fra non molto, certamente prima del 2010. Le componenti “crescente” ed “economico” dell’equazione della fornitura del petrolio divengono impossibili da sostenere e probabilmente non ci sarà abbastanza tempo per una transizione sostenibile verso fonti energetiche alternative.
Se “gli anticipatori” avessero ragione, la storia recente fornisce chiari segnali indicatori di quello che accadrebbe. Ci sono stati 5 picchi del prezzo del greggio a partire dal 1965, tutti puntualmente seguiti da recessioni economiche di varia severità: dopo la guerra del Kippur del 1973; nel 1979-80 dopo la rivoluzione iraniana e lo scoppio della guerra Iran-Iraq; nel 1990, con la prima Guerra del Golfo; nel 1997, con la crisi finanziaria asiatica; e nel 2000, col collasso della dot.com. I picchi più intensi sono stati i primi due. Nel 1973, il prezzo del petrolio fu più che raddoppiato, raggiungendo un prezzo per barile corrispondente agli odierni $35. La causa fu un embargo da parte dell’OPEC, guidato dall’Arabia Saudita, e scatenato dall’appoggio americano ad Israele al tempo della guerra del Kippur. Le forniture di petrolio si ridussero solo del 9%, e la crisi durò solo pochi mesi, ma l’effetto fu semplice e memorabile per coloro che lo vissero in prima persona: panico totale.
L’embargo fu di breve durata, soprattutto perché i Sauditi temettero che se la cosa si fosse protratta più a lungo essi avrebbero potuto creare una depressione globale che avrebbe potuto mettere in ginocchio le economie occidentali, e come conseguenza anche la loro. Per come avvenne, l’embargo creò una recessione economica. Io vissi la maggior parte di quel periodo facendo i miei compiti scolastici al lume di candela. Non vidi molto mio padre. Stava accumulando petrolio.
Il secondo e peggiore shock petrolifero fu causato dalla cacciata dello Scià di Persia nel 1979 e prolungato dallo scoppio della guerra Iran-Iraq del 1980. Se nel 1973 il prezzo non salì al livello comparabile con quello dei nostri giorni, nel 1980 il prezzo salì ad un livello comparabile con oltre $80 dei nostri giorni. Di nuovo regnò il panico, anche se l’interruzione delle forniture globali fu solo del 4%.
La crisi finì nel 1981, quando il prezzo calò per 3 ragioni principali. Primo, i Sauditi aprirono i loro rubinetti. Con le loro immense riserve, per lo più scoperte negli anni ’40 e ’50, riuscirono a divenire un produttore leader, aumentando la produzione per far cadere il prezzo esattamente come nel 1973 l’avevano diminuita per farlo crescere. Secondo, nuovo flusso di petrolio fu introdotto da giacimenti offshore locati in regioni più stabili del globo, come il Mare del Nord. Terzo, grandi quantità di petrolio furono prelevate dalle riserve governative e corporative ed immesse sul mercato.
Queste 3 ragioni sono in cima alla lista di ciò che dovrebbe preoccuparci oggi, perché all’affacciarsi di una nuova crisi le cose non potrebbero essere risolte nello stesso modo. Per primo, dobbiamo rammaricarci del fatto che i Sauditi adesso stanno già estraendo al massimo delle loro capacità e non sarebbero più in condizione di ripetere l’operazione vincente del 1981. Per secondo, “gli anticipatori” temono che non vi siano più molti altri giacimenti inesplorati, ben poche nuovi campi petroliferi come era il Mare del Nord negli anni ’80. per terzo, in rapporto alla domanda corrente, le scorte di petrolio non sono adeguate. Il mondo moderno lavora sul principio della consegna “appena in tempo” (altro fattore determinante nella corta crisi che l’Inghilterra affronta in questo inverno). Le nostre economie sono più efficienti per l’utilizzo del petrolio rispetto a quelle degli anni ’70 – un punto troppo enfatizzato da “i ritardatari” – ma il puro peso della domanda è molto superiore oggi, e sta ancora crescendo senza che se ne veda un limite, a meno che uno non venga imposto da una forte leadership governativa o corporativa.
Il costo di estrazione di un barile di petrolio non cambia di molto. Una buona regola pratica direbbe oggi $5 a barile, anche se ovviamente ci sono variazioni fra i vari pozzi di estrazione in ragione di parametri geografici e politici. Ciò che più influenza il prezzo del petrolio è la fiducia nel rapporto fornitura – domanda fra gli acquirenti di petrolio. I prezzi petroliferi hanno raggiunto oggi la seconda posizione dei vertici mai toccati. Alcuni esperti predicono che presto si arriverà a toccare vertici mai toccati in precedenza. Questa situazione è determinata da molti fattori – ma queste non includono la paura che sia vicino il “giorno di picco”. Gli argomenti de “gli anticipatori” non appaiono sugli schermo radar dei mercanti di petrolio e degli analisti, per cui la situazione rimane stabile. Se una cosa simile accadesse, e se la visione del mondo del petrolio percepita nei quartieri del mercato non fosse più quella di un mondo con forniture ancora crescenti di greggio, ma al contrario di una situazione di diminuzione di offerta globale, il prezzo del greggio supererebbe $100 a barile in poco tempo.
Un mio amico investitore ha già concluso che un simile scenario sia inevitabile. Ha cambiato destinazione del portafoglio dei suoi investimenti per anticipare il momento di “presa di coscienza” da parte del mercato. Questo momento di panico da picco, come lui lo definisce, non si limiterà ai soli mercanti di greggio. I modi delle economie e delle industrie comunemente danno per scontato un futuro in cui il petrolio è in crescente e conveniente fornitura.
Gli economisti tendono ad assumere che venga sempre applicato il loro “meccanismo di formazione del prezzo”. Prezzi più alti condurranno a condizioni di esplorazione più attraenti. Ciò porterà alla scoperta di nuovi giacimenti e le nuove scoperte inevitabilmente ricondurranno in basso il prezzo del greggio fino all’innesco del nuovo ciclo. Grandi corporazioni scrivono piano quinquennali basati sull’accedibilità a basso prezzo delle risorse gas e petrolio. Pensiamo, per esempio, a quanto importante questo fatto divenga per una compagnia che produce plastica come derivato dal petrolio. Oppure ad una compagnia alimentare che confida nel petrolio in ogni situazione di trasporto del cibo, incluso quello deperibile, di imbottigliamento ed imballaggio ed in molti dei processi di trattamento di conservazione ed arricchimento dei cibi.
E se supponiamo che gli economisti e i pianificatori aziendali si stanno sbagliando? Immaginate la caduta di fiducia quando una massa critica di analisti finanziari, spaziando nell’intero spettro dei settori di una borsa, arrivano alla conclusione che essi si stanno sbagliando?
Se il “giorno del picco” è davvero imminente, una depressione economica si affaccia come prospettiva realistica. I Sauditi avevano ragione ad aver paura di questa evenienza negli anni ’70. La Grande Recessione degli anni ’30, scatenata nel ’29 dal peggior crack di borsa mai visto prima portò ad orribili avversità economiche. Il commercio mondiale fra il ’29 ed il ’32 diminuì del 62%. La dilagante disoccupazione e l’inquietudine sociale partorirono regimi fascisti in molti paesi, in alcuni di essi in scala tale da poter cambiare il corso della storia. Come per il mercato azionario, ci vollero 50 anni per riguadagnare in termini reali i valori del pre-collasso.
Ci sono molti elementi di preoccupazione circa una caduta del sistema a causa di un anticipato "giorno di picco". Uno in particolare mi procura capogiri. Quando l’anno scorso organizzai con alcuni esponenti del settore una conferenza sulla scarsità di petrolio nella precedentemente regione ricca di petrolio conosciuta come Scozia, vi presero parte anche 5 leaders del partito nazionale inglese. Non dissero una parola. Ascoltarono soltanto, ed appresero, e nessuno dubitò che il capace agisce bene nelle situazioni difficili.
La posta in gioco è alta nell’ambito delle politiche energetiche. Più alta di quanto la gente si possa immaginare tutte le volte che premono l’interruttore di una lampada.
La domanda circa quanto petrolio ci rimane ora si divide in 3 sotto-domande. La prima domanda riguarda le riserve esistenti: nei giacimenti conosciuti quanto petrolio è esattamente mappato, realmente stimato e già pronto per essere estratto? La seconda le nuove aggiunte: quanto petrolio si stima possa andare ad incrementare il totale, sia per nuove scoperte di giacimenti, sia per le migliorate tecniche di estrazione sia infine per il cosiddetto petrolio non convenzionale? L’ultima domanda è sulla velocità di commercializzazione: quanto velocemente può il nuovo petrolio, una volta scoperto, essere consegnato alla clientela finale?
Dobbiamo pure porci queste domande in relazione non solo al petrolio convenzionale – così com’è, allo stato liquido nel sottosuolo in una riserva sotto pressione – ma anche al petrolio non convenzionale (che consiste di sabbia e scisti contenenti petrolio allo stato solido o depositi di catrame o bitume solidi; si trova per lo più in Canada, USA e Venezuela e comporta considerevoli costi di estrazione). Lo stesso concetto vale per il petrolio scoperto in acque profonde (scoperto pochi anni or sono da Exxon ma che ha già raggiunto il picco di estrazione) ed al gas, le cui curve di disponibilità sembrano speculari a quelle del petrolio, e che già deve fare i conti con problemi di crescita di consumo (la richiesta di gas dovrebbe raddoppiare entro il 2030, raggiungendo 4,3 bilioni di tonnellate di petrolio equivalente per anno, di cui più del 40% sarà usato per la generazione di elettricità).
Trovo difficile dimostrare ottimismo in una qualsiasi delle risposte.
Dico questo come persona che, per la maggior parte degli anni ’80, è stato una creatura di “Big Oil”. Ho insegnato l’arte dell’estrazione del petrolio a ingegneri e geologi presso l’altisonante ma nei fatti piuttosto fatiscente Scuola Reale delle Miniere, parte del College Imperiale di Scienza e Tecnologia di Londra. Le mie ricerche sulla storia del pianeta hanno incluso argomenti quali la formazione del petrolio, e sono state finanziate fra gli altri anche da BP e Shell. Sono stato consulente di compagnie petrolifere. In quei giorni sono rimasto psicologicamente isolato in una ricerca del rispetto dei miei colleghi, e altamente selettivo in conseguenza dell’informazione che rendevo disponibile. La crescita dei gas serra (una ragione diversa ma soltanto di poco meno urgente per dispiacermi della nostra dipendenza dal petrolio) non è mai stata registrata nella lista degli argomenti che mi preoccupavano. Avevo preoccupazioni sulla scarsità di greggio, ma solo nel senso che ciò conduceva la mia ricerca a trovarne di più con una certa nobiltà, almeno davanti ai miei occhi.
Ma una cosa che anche allora mi appariva chiara era che la maggior parte del pianeta non era costituita da petrolio liquido pronto per l’estrazione. I geologi avevano pressoché ovunque osservato – il che significa pressoché ovunque ad oggi, al nostro stato attuale di conoscenze esplorative – che in questa o in quella zona il petrolio non c’è perché manca almeno uno dei requisiti geologici chiave. Ed anche nel caso in cui tutti siano presenti, alla fine non è detto che tu trovi petrolio. Si trova petrolio in un pozzo ogni 10 che se ne scavano. Solo uno su 100 si rivela un giacimento importante. E mano a mano che si continua a trivellare nella stessa area, diminuiscono le possibilità di trovare altri grandi giacimenti.
Nel mio libro, Half Gone, esamino in dettaglio le prospettive di futura sopravvivenza per ognuna delle fonti più importanti che ho descritto in precedenza. Ma uno degli argomenti più importanti che va contro un esagerato ottimismo sulle riserve future può essere così sintetizzato.
Pensiamo a tutta l’esperienza accumulata complessivamente dal momento che il primo pozzo petrolifero fu scavato nel 1859. Pensiamo a tutti i trilioni di dollari in redditi petroliferi accumulati nel ventesimo secolo, e a tutte le centinaia di bilioni spesi nell’esplorazione e ai mezzi ad alta tecnologia utilizzati a metà del secolo scorso fin dal momento della scoperta dei pozzi Sauditi e Kwaitiani. Pensiamo alla sofisticazione del processo di scansione con riflessione sismica attuato offshore. Consideriamo tutte le rocce contenenti petrolio, e quanto limitate esse siano per distribuzione. In qualità di coordinatore delle precedenti riserve della BP, Francis Harper, disse all’Istituto dell’Energia nel Novembre 2004: “Sappiamo quante classi di rocce sorgenti di petrolio esistono al mondo, e dove esse si trovano.” Non sarebbe ragionevole pensare che con la moderna tecnologia almeno un giacimento in più con più di 80 bilioni di barili avrebbe potuto essere trovato da qualche parte, in tutti i luoghi dove le compagnie petrolifere hanno cercato in questi ultimi 50 anni?
Il terzo più grande giacimento al mondo è Samotlor, scoperto nel 1961, con 20 milioni di barili. Il quarto è Safaniya, scoperto nel 1951, che a quel tempo ragionevolmente poteva contenere pure 20 bilioni di barili. Il quinto è Lagunillas, scoperto nel 1926, contenente 14 bilioni di barili. Sono stati scoperti solo 50 grandi giacimenti, ed il più recente, nel 2000, dopo un’attesa di 25 anni: i 9-12 bilioni di barili di greggio (problematicamente acidico) di Kashagan nel Kazakinstan.
Proviamo ad abbassare il nostro livello di ricerca dai super giganti ai semplici giganti. La metà del petrolio esistente si concentra in 100 grandi giacimenti, e tutti questi contengono 2 bilioni di barili o più, e quasi tutti sono stati scoperti oltre 25 anni fa. Consideriamo le recenti registrazioni di scoperte di giacimenti giganti di petrolio e gas consistenti in più di 500 milioni di barili di greggio o petrolio equivalente. Mezzo bilione di barili – la definizione di un giacimento gigante – sembra tanto. Ma dal momento che oggi il mondo sta consumando più di 80 milioni di barili di greggio al giorno, un giacimento di quella taglia costituisce una provvista esauribile in una settimana. Nel 200 ci sono state 16 scoperte di 500 milioni o più di olio equivalente. Nel 2001 siamo scesi a 9. Nel 2002 solo 2. Nessuna nel 2003.
Sulla base di questa evidenza, l’industria petrolifera potrà andare incontro alla stabile e crescente domanda attraverso scoperte di nuovi giacimenti? Francis Harper, uno per tutti, non sembra pensarla così. “In tutto il mondo, la frequenza di ritrovamento di giacimenti giganti e supergiganti è in diminuzione da decenni e non subirà inversione di tendenza,” egli disse nel 2004 durante la sopraccitata conferenza. “Abbiamo cercato molte volte in giro per il mondo. Direi che non esiste un altro Mare del Nord. Certamente non esiste un’altra Arabia Saudita.”
Nel Gennaio 2004, la prospettiva de “gli anticipatori” sembrò molto più tristemente verosimile a coloro che avevano teso a considerare più attendibile quella de “i ritardatari”. L’allora presidente di Shell, Sir Philipp Watts, riferì ai suoi investitori che la compagnia aveva sovrastimato le proprie riserve di oltre il 20%. A Marzo fu scoperto tramite e-mails interne requisite da avvocati che il presidente e il capo delle esplorazioni avevano avuto per tempo queste notizie, ma avevano deciso di tacere fino al Gennaio suddetto. Entrambi sono stati estromessi dalla scena.
Lo scandalo della compagnia Shell è abbastanza drammatico. Ma esiste un rischio reale che esso rappresenti solo la punta di un iceberg. Oggi, molta gente nell’industria petrolifera sembra essere sotto pressione quando si parla di provviste di petrolio. “C’è qualcosa di strano che si sta movendo attorno a questa industria,” disse alla stampa il neo eletto presidente di Shell, Jeroen van der Veer, nel Novembre 2004. Sospetta che altre compagnie abbiano gli stessi problemi che lui ha ereditato. L’Economist è giunto alle seguenti conclusioni: “Analisti industriali e investitori sostengono con pacatezza che Mr van der Veer può aver ragione, e un altro scandalo sulle annunciate riserve possa nascere da qualche parte.”
A contrastare questa poco promettente partenza, quanto petrolio pensate che le compagnie abbiano trovato ad oggi? Chiamate BP per un piccolo aiuto nella risposta e riceverete il loro resoconto annuale di statistiche sull’energia nel mondo. All’interno, troverete liste di dati su provate riserve nazionali di petrolio. Sommandole si arriva ai totali sintetizzati a pagina 7, separati per il Medio Oriente ed il resto del mondo. Le riserve globali oggi sono salite dai 600 bilioni di barili del 1970 a circa il doppio: 1147 bilioni di barili stima fatta alla fine del 2003.
Ma allora, dov’è il problema? La prima sensazione che qualcosa non quadri arriva leggendo le note scritte in piccolo, come spesso accade. Dotandovi di una debita lente, qualora la vostra vista non sia da aquila, troverete che i dati contenuti nel rapporto BP non provengono da fonte BP. Le stime sono state compilate utilizzando una mistura di sorgenti primarie ufficiali, dati di terze parti provenienti dalla segreteria dell’Opec, e pochi altri posti completamente rimossi dai quartieri generali di BP locati in St James’s Square, unitamente a tutta la ricerca e conoscenza accumulate. Pensiamo a quante librerie di materiale BP devono essere state approntate in più di un secolo di esplorazione aggressiva e produzione in tutto il mondo. E per giunta tutto ciò che sono capaci di offrire come guida per la nostra comprensione di quanto “provate” debbano essere le riserve di petrolio rimaste sulla Terra è una lista di dati provenienti da altre fonti. E spesso anche queste fonti alternative sono di seconda mano.
Non è questa l’ultima rivelazione. Nelle note in piccolo si legge ancora: “I dati mostrati sulle riserve non necessariamente concordano con le definizioni e le linee guida espresse da United States Securities e Exchange Commission in merito alla determinazione delle riserve “provate”, e neanche possono rappresentare il punto di vista di BP sulle riserve provate del paese.”
Sono loro stessi i primi a non credere a ciò che pubblicano! Arbitro! Questa è una pubblicazione usata come una bibbia nel settore energetico da parte dei ricercatori di tutto il mondo. Gli studenti riportano citazioni ivi contenute come pura verità nella redazione dei loro saggi di esame. I giornalisti le riportano come “gospel” in miriadi di articoli. Essi non accludono anche le note microscopiche testè rilevate. E non hanno potuto neanche leggere di simili minuscole note nelle precedenti pubblicazioni BP.
Potreste finire con qualche domanda per gli autori della rivista BP a questo punto. Ma allora, alla fine del documento, leggiamo: “BP si rammarica per non poter procedere con richieste di informazioni riguardanti i dati presenti nella rivista statistica sull’energia nel mondo.”
Insomma qual è la visione reale di BP sulle riserve provate? E’ accettabile che le cose vadano in questo modo?
Guardando con più attenzione al grafico e ingrandendo, potrete vedere che le figure mostrano che le riserve globali di petrolio crebbero molto velocemente fra il 1985 e il 1990 (come indica una grande freccia nera). Allora deve essere stato scoperto qualche nuovo grande giacimento nel periodo, giusto? Sbagliato. Le effettive nuove scoperte di quel periodo furono meno di 10 bilioni di barili. Ma le nazioni del Medio Oriente in quel periodo collettivamente “gonfiarono” le loro “provate” riserve provenienti dai giacimenti già scoperti per un ammontare di oltre 300 bilioni di barili, giustificando l’una dopo l’altra che i rispettivi calcoli nazionali per qualche motivo non giustificato si erano rivelate troppo conservative. 300 bilioni di barili è un bel po’ di petrolio. È più della domanda odierna per il fabbisogno di 10 anni.
Ecco come è potuto accadere. Negli anni ’50, le nazioni detentrici di greggio si organizzarono in un cartello conosciuto come Opec. La principale ambizione dell’Opec era il tentativo di controllo del prezzo del greggio. Non volevano che fosse troppo basso. E neanche desideravano che fosse troppo alto. Questo avrebbe potuto causare che gli addetti ai lavori si rivolgessero a qualcun altro dei produttori. Essi desideravano che il prezzo fosse quello giusto, magari intorno ai $30 per barile dei giorni nostri. Per ottenere questo essi non potevano produrre più di tanto, causa un’inflazione del mercato, con conseguente calo del prezzo. Dovevano produrre collettivamente la giusta quantità, e questo implicava attribuzione di quote. Dopo fasi contrastanti, i ministri dei paesi Opec nel 1982 decisero per ciascun paese aderente al cartello di allocare una quota corrispondente alle proprie riserve.
Ma nel 1985 essi iniziarono a – come dire – massaggiare i dati. Il Kuwait fu il primo a cadere in tentazione. Essi rilevarono che dal giorno alla notte le loro riserve erano cresciute da 64 a 90 bilioni di barili. Nel 1988 Abu Dhabi, Dubai, Iran e Iraq giocarono la stessa carta. Abu Dhabi era stato precedentemente così conservativo che le sue riserve crebbero da 31 a 92 bilioni di barili. Sicuramente il fatto è da imputare all’assunzione di qualche geologo incompetente. In che modo l’errore avrebbe potuto essere di 60 bilioni di barili? Per finire, nel 1990, l’Arabia Saudita decise che pure essa era stata troppo conservativa, elevando il totale delle proprie riserve da 178 a 258 bilioni di barili.
Potete anche vedere nei dati di BP che le riserve del Medio Oriente da allora sono rimaste pressochè costanti in grandezza. Ciò che non vedete nella figura – ma potete farlo nei dati – è che una analoga situazione si ripresenta anche per le riserve delle singole nazioni.
Considerate l’enormità della coincidenza. Questo significa che i bilioni di barili trovati in nuove scoperte ogni anno devono concordare esattamente coi bilioni di barili prodotti ogni anno in ognuno dei paesi del Medio Oriente aderenti all’Opec, e tutto questo si deve esattamente ripetere per più di un decennio.
La rivista di statistica di BP sui dati di energia statistica di tutto il mondo ad eccezione di quelli della stessa BP ci invita a credere a tutto ciò senza alcun commento da parte loro o possibilità di domande da parte nostra. Ci è concesso solo di guardare la stima che menzionano come “provate” riserve, 1,1 trilioni di barili, e pensare fra di noi … “Ma veramente?”
“Gli anticipatori” hanno una diversa percezione. Essendo per la maggior parte vecchi soggetti dell’industria petrolifera, conoscono qualcosa circa i giochi che avvengono in quell’industria. Essi stimano il totale delle “provate” riserve a 780 bilioni di barili, circa 300 bilioni di barili in meno della stima BP. Ciò è meno di ciò che il mondo ha prodotto dal momento della prima estrazione di più di un secolo fa: 920 bilioni di barili alla fine del 2003 (una stima che ha subito qualche controversia).
Prendiamo atto di qualche dichiarazione che dovrebbe essere difficile da confutare, una dalla cima dell’albero del petrolio in USA e due dal Medio Oriente. Il banchiere di Huston specializzato in investimenti in energia Mattew Simmons è stato uno dei consiglieri di George W Bush. Ha studiato i rapporti degli ingegneri sauditi che mostrano un calo di pressione registrato nei pozzi Sauditi. I quattro siti più grandi (Ghawar, Safaniyah, Hanifa e Kafji) sono vecchi di oltre 50 anni avendo prodotto quasi tutto il petrolio estratto dai Sauditi nell’ultimo mezzo secolo. In questi giorni, dice Simmons, i pozzi devono essere preservati allagandoli con massicce iniezioni di acqua. Tutto ciò ha un significato esplosivo, ne deduce. “Potremmo essere sul punto di vedere nel futuro immediato un collasso della loro produzione fino al 30% o 40%. E per imminente significa un evento verificabile entro 3 o 5 anni, ma che potrebbe accadere anche domani stesso.”
I Sauditi hanno smentito tutto questo, sostenendo che essi posseggono un po’ più dei 258 bilioni di barili costituenti le risorse “provate” che loro sostengono avessero nel 1970, con quantità enormi ancora da scoprire, e che essi possono elevare il ritmo attuale di estrazione di 9,5 milioni di barili al giorno ad oltre 10 con poca difficoltà. Come asserisce Nansen Saleri, manager del Reservoir Management della Saudita Arammo: “… abbiamo enormi quantità di petrolio, non solo per i nostri nipoti, ma anche per i nostri pronipoti.”
La saudita Aramco ha le riserve più grandi di tutte le compagnie del mondo: 20 volte la grandezza di quelle di ExxonMobil, se effettivamente essi hanno 260 bilioni di barili. Essi inoltre hanno i costi più bassi per scoperta e sviluppo, circa 50 centesimi a barile, o il 10% di ciò che le compagnie private pagano in Russia o nel Golfo del Messico. Per di più, senza necessità causata da debiti, non hanno alcuna pressione per divulgare molte notizie ai mercati finanziari.
Ultimamente, onde tener fronte ai dubbi circa la loro abilità ad aumentare l’attuale produzione giornaliera, sono stati leggermente più aperti. Sostengono di poter mantenere una capacità in eccesso di 1,5 o 2 milioni di barili al giorno e che si accontenterebbero di un equo prezzo aggiratesi sui $32 - $34 al barile. I geologi di Aramco hanno insistito sul fatto che essi possono elevare l’estrazione fino a 15 milioni di barili al giorno (aggiungendo oltre 5 milioni agli attuali 9,5); di questi 5 milioni provengono dal solo giacimento gigante di Ghawar. Alcuni appaltatori hanno riferito di una crescente attività di perforazione, come del resto si conviene, in considerazione dell’età dei pozzi.
Ma prendiamo in considerazione ciò che A M Samsam Bakhtiari del National Iranian Oil Company (NIOC) ha detto al giornale Oil & Gas sulla questione delle riserve esistenti: “So per esperienza come vengono stimate le riserve nei paesi più grandi del Medio Oriente e dell’Opec, e riconosco che i metodi usati sono tutto meno che scientifici, dal momento che la conoscenza di base di un esercizio di tale complessità non è a portata di mano.” Bakhtiari è scettico sul fatto che le riserve dell’Arabia Saudita nel 1990 arrivassero a 90 bilioni di barili. Ma al tempo stesso non è molto indulgente neanche verso le stime della sua nazione. La rivista statistica di BP menziona 92 bilioni di barili di provate riserve alla fine del 1993, ma Bakhtiari ha preferito la stima di un esperto del NIOC ora in pensione, Dr. Ali Muhammed Saidi, che si è fermato ad una stima di 37 bilioni di barili.
Il Dr Mamdouh Salameh, un consulente in petrolio presso la World Bank, è d’accordo che nelle stime sulle riserve dell’Opec vi sia una sovrastima di 300 bilioni di barili. Più recentemente, un ex direttore di Arammo ha detto che le riserve provate sviluppate dell’Arabia Saudita si attestano a 130 bilioni di barili. Un informatore anonimo mentre parlava col Dr. Colin Campbell dell’ASPO è andato oltre. La sua conclusione è stata che l’Arabia Saudita avrebbe già raggiunto il suo picco di estrazione nell’ultimo quadrimestre del 2004. Questa persona ha parlato con cognizione di causa derivata da una provata esperienza interna. “L’Arabia in tempi diversi ha messo in produzione 19 campi,” ci ha detto. “Di questi, 8 sono ‘stelle’, essendo campi ad alta produttività che forniscono il 90% del greggio prodotto dal paese. Tutti gli altri sono ‘cani’ che non hanno mai lavorato bene e probabilmente mai arriveranno a farlo. Le quote sulla disponibilità delle riserve indicano nel 50% il valore per le ‘stelle’. Per i ‘cani’, il 10%, o 15% o forse 20% potrebbe essere appropriato. Con tutto ciò per l’Arabia il valore delle riserve realisticamente recuperabili scende al di sotto del 50%.”
Nel Febbraio 2005, Matthew Simmons formulò l’ipotesi che i Sauditi potessero aver danneggiato i loro giacimenti giganti a causa della sovrapproduzione gestita nel passato: un fenomeno geologico conosciuto come “quota sensibile”. In giacimenti dove si ha un pompaggio troppo spinto, la struttura delle riserve risulta indebolita. Nei casi peggiori, la maggior parte del petrolio del giacimento può rimanere insabbiato nel sottosuolo, praticamente impossibile da estrarre. “Se l’Arabia ha danneggiato i propri pozzi, più o meno accidentalmente,” dice Simmons, “può essere veritiero il fatto che abbiano già superato il picco massimo.”
Esiste la possibilità che il valore stimato come precoce punto di picco di estrazione possa essere in qualche modo errato e costituisca solo un brutto sogno? Mi spiace dover ammettere che penso proprio di no. E’ importante capire che “gli anticipatori” non sono avvocati o agitatori di professione. Di solito hanno tendenza a conservare un residuo legame affettivo per il mondo industriale nel quale hanno speso le loro vite. Colin Campbell, ad esempio, il fondatore di ASPO, ha lavorato per 40 anni nell’industria petrolifera prima di ritirarsi nell’ovest dell’Irlanda. Chris Skrebowski, l’editore di Petroleum Review, uno dei maggiori giornali specializzati sull’industria del petrolio, per circa 10 anni ha arguito contro Campbell prima di ammettere che aveva ragione. “Nel 1995 tutto sembrava fantastico” dice Skrebowski. “Ho provato di tutto per dimostrare che lui si sbagliava. Ho fallito per 9 anni. Ora sono con lui. Penso infatti che addirittura Campbell sia un po’ ottimista.” Altri nomi fra “gli anticipatori” sono quello di Richard Hardman, ex capo esecutivo di Amerada Hess; Roger Bentley, ex dipendente di Imperial Oil in Canada; e Roger Booth, che ha speso la sua esistenza alla Shell, e che ora crede che, nel momento in cui il “giorno del picco” arriverà: “Non è improbabile aspettarsi una crisi delle proporzioni di quella del 1929.”
Chris Skrebowski crede che già a partire dal 2007 i volumi della nuova produzione di petrolio non basteranno più a fronteggiare il duplice problema: compensare la perduta capacità causa il progressivo svuotamento dei giacimenti più vecchi e soddisfare la continua crescita di domanda. Infatti, preso come riferimento il tempo intercorso fra lo sviluppo dei giacimenti offshore ed il loro svuotamento, sembra certo che da nessuna parte ci sia petrolio a sufficienza per sopperire all’attacco delle forze congiunte di esaurimento dei pozzi e crescita della domanda già a partire dal 2008 – 2012. Se ce ne fosse, questo proverrebbe sicuramente da progetti di cui oggi noi avremmo conoscenza (le compagnie petrolifere rilasciano indiscrezioni di questo genere per corroborare i propri azionisti circa qualsiasi scoperta di una certa grandezza). Appurato che esiste un certo lasso di tempo fra il momento della scoperta e quello della messa in produzione, adesso non ci sarebbe modo di colmare questo ritardo.
C’è di peggio: gli addetti ai lavori del settore ne sono consapevoli. Essi dovrebbero mettere in guardia governi e consumatori circa l’inevitabilità di una penuria di energia, e non lo stanno facendo.
Nel Luglio 2004, Campbell e Skrebowski provarono insieme a sensibilizzare il parlamento inglese. Nella Sala Thatcher impartirono un seminario ad un esiguo manipolo di auditori, inclusi 3 MP e una manciata di ricercatori. Io ero presente, ascoltando attentamente in un’atmosfera surreale che non avevo mai sperimentato prima durante tutto il periodo di lavoro nel campo dell’energia. Per vari anni alle negoziazioni sul clima raramente ero stato capace di sostenere che il problema del riscaldamento dell’atmosfera non sta giungendo alle orecchie di chi dovrebbe. Non si può dire lo stesso per il problema della scarsità di petrolio. Questo è il punto di partenza di ogni analisi che voglia appurare quanto grave sia il problema. Come può un’evidenza così pressante essere rimasta anche in quell’occasione pressoché inascoltata da uno dei centri mondiali di governo, nonostante l’attuale presenza di un prezzo del petrolio talmente alto da gettare ombre di sospetto, per non parlare dei continui problemi nascenti nel Medio Oriente che ovviamente sono strettamente connessi al petrolio?
Dopo aver espresso i loro argomenti, i due arrivarono alla spiegazione sulle conseguenze implicate dal raggiungimento precoce del “giorno di picco”. “La percezione di un lento declino può essere anche peggiore del declino stesso,” disse Campbell. “Ci sarà panico. Il mercato reagirà in modo frenetico anche in presenza di piccoli sbilanci. I prezzi saliranno esageratamente a causa della mancanza di scorte capaci di calmierare e questo andrà avanti finchè la domanda non verrà tagliata dalla recessione. Entreremo in un’epoca di volatilità fatta di prezzi stratosferici e recessioni che si avvilupperanno sempre più in circoli viziosi. Sarà inevitabile una crisi in borsa.”
Having built their cases, the two spelt out the consequences of the early topping point. "The perception of looming decline may be worse than the decline itself," Campbell said. "There will be panic. The market overreacts to even small imbalances. Prices are set to soar in the absence of spare capacity until demand is cut by recessions. We will enter a volatile epoch of price shocks and recessions in increasingly vicious circles. A stock-market crash is inevitable."
"Se la ripresa economica continua,” aggiunse Skrebowski, "la fornitura comincerà a dare segni di insufficienza intorno al 2008 o 2009. I prezzi saliranno alle stelle. Il tempo a disposizione è veramente esiguo e moltissime teste stanno ancora sotto la sabbia."
Nel 1956, un geologo della Shell di nome M King Hubbert calcolò con un approccio che lo rese famoso che la produzione negli allora 48 stati americani avrebbe raggiunto il picco nel 1971. Quasi nessuno gli credette. La Shell censurò la versione scritta del documento indirizzato da Hubbert all’ American Petroleum Institute, cambiando le parole della sua conclusione in modo da poter leggere che “il picco sarebbe stato raggiunto entro i prossimi decenni”. In particolare la Geological Survey americana fece tutto il possibile per innalzare le stime sulla fine dello sfruttamento del petrolio americano ad un livello tale da non poter più costituire un problema. L’istituto di sorveglianza sostenne che gli USA avevano nel 1961 590 bilioni di barili di greggio estraibile, rassicurando che l’industria poteva contare su 30 anni di crescita.
Gli anni passarono e gli USA raggiunsero il loro “giorno di picco” nel 1970, un anno prima della previsione, ad una quota di 3,5 bilioni di barili. Da allora, la produzione ha percorso in modo stabile la sua curva discendente. Molti bilioni di dollari sono stati investiti in più sofisticate esplorazioni, incluse aree dove nessuno si sarebbe immaginato di poter trovare petrolio, come accadde nel 1930 con la scoperta dei giacimenti nelle acque profonde del Golfo del Messico. Nuove frenetiche ricerche in territorio americano seguirono il primo embargo arabo del 1973 e con esse arrivò la consapevolezza che la produzione domestica aveva già raggiunto il culmine. Nei giacimenti americani fu sperimentata e testata ogni nuova tecnica di estrazione avanzata che venisse inventata. Ma ciò non ha prodotto differenza alla rimarchevole simmetria della curva a schiena d’asino esprimente il pensiero di Hubbert. Gli USA sono adesso a metà del ramo discendente di quella curva. In altri termini, hanno usato ¾ della loro dote iniziale di petrolio. Anche in considerazione del fatto della pressoché totale disattenzione alle tematiche sul rendimento dei loro consumi di petrolio, gli USA divengono sempre più dipendenti dal petrolio straniero ogni giorno che passa.
L’allora segretario USA agli Interni, Stewart Udall, si scusò tardivamente per aver contribuito ad alimentare questo “pericoloso superottimismo” raccogliendo senza ombra di dubbio i consigli del Geological Survey. Un direttore del Geological Survey che aveva condotto la campagna contro Hubbert, V E McKelvey, fu costretto alle dimissioni nel 1977.
Dobbiamo ricordarcela questa sequenza di eventi, ed anche le prospettive che essa fornisce per comprendere i comportamenti individuali e collettivi che si determinano nel momento in cui si approccia il problema di stabilire il “giorno del picco” a livello globale.
Il percorso americano delle storiche scoperte petrolifere e la loro estrazione è solo una guida lasca per comprendere come vanno le cose nel resto del mondo. Negli USA, una volta scoperto, il petrolio veniva estratto senza alcun sforzo di costrizione. Le curve di scoperta e produzione si rivelano diverse ove conservative compagnie nazionalizzate effettuano la ricerca oppure dove – come nel caso dell’Arabia Saudita – è stato trovato talmente tanto petrolio che i rubinetti posso rimanere aperti o chiusi per lunghi periodi in modo da regolare il flusso della fornitura in funzione di un’influenza sul prezzo. Nazioni produttrici di petrolio onshore e offshore possono avere due curve distinte, dal momento che la tecnologia di ricerca offshore è stata sviluppata molto più tardi dell’altra. Le curve possono essere falsate da discontinuità dovute a guerre, grossi eventi politici ed anche significativi incidenti. Nonostante tutto ogni nazione segue la propria curva – una del tipo Hubbert – sia per le scoperte che per la produzione. Attualmente, 60 delle 65 nazioni in possesso di petrolio hanno già oltrepassato il punto massimo della curva della scoperta e 49 hanno già superato quello della produzione. Gli USA presentano un intervallo veramente lungo fra i due eventi: 40 anni (dal 1930 al 1970). L’Inghilterra per contro ne presenta uno fra i più corti: 25 anni (dal 1974 al 1999). Ciò perché le prime scoperte inglesi furono fatte molto più tardi, quando la tecnologia sia per la scoperta che per la produzione era già in fase molto avanzata. Purtroppo le crescenti forniture di petrolio inglese non sono durate per molto tempo. Ora la Gran Bretagna è un paese importatore di petrolio alla stessa stregua degli USA.
E non c’è nessuna buona notizia che giunge dal fronte del gas. I giacimenti di gas si svuotano in modo molto diverso rispetto a quelli di petrolio, in virtù del fatto che il gas è una sostanza molto più mobile del greggio. E’ normale per un giacimento di gas il raggiungimento di percentuali di sfruttamento pari al 70%, 80%, mentre in quelli petroliferi non si va oltre il 35%, 40%. Gli estrattori di gas stabilizzano la produzione di gas molto al di sotto della naturale capacità di produzione in modo da garantire un lungo periodo di sfruttamento della risorsa. Ma il pericolo di questo comportamento è che la fine dello sfruttamento può giungere all’improvviso, e senza segnali per il mercato.
Colin Campbell, uno de “gli anticipatori” più in vista, stima che la dotazione globale originaria di gas convenzionale si aggirava sui 10.000 trilioni di metri cubi (equivalenti a 1,8 trilioni di barili di petrolio), di cui ad oggi ne è stato estratto ¼. Si aspetta che venga raggiunto un tetto di produzione globale di circa 130 trilioni di metri cubi per anno nel periodo 2015 – 2040, con la produzione che percorre la curva discendente a partire da quel punto. Jean Laherrère prevede 12.000 trilioni di metri cubi per tutti i tipi di gas, non convenzionali inclusi, (equivalenti a 2 trilioni di barili di petrolio). Egli pone il limite del picco nel 2030, a una media produttiva di 130 trilioni di metri cubi all’anno. Ma non ci dobbiamo interessare dell’esattezza delle stime fatte. Ciò che è importante è che il gas ha tutti gli stessi problemi di dipendenza da forniture di oltreoceano caratterizzanti il petrolio, e forse qualcuno in più.
Nel frattempo, i 5 fatti essenziali sulla scoperta del petrolio possono essere così sintetizzati.
1. Il più grande giacimento petrolifero del mondo è stato scoperto più di 50 anni fa, a cavallo della Seconda Guerra mondiale.
Le grandi scoperte nella penisola arabica iniziarono con la scoperta del giacimento Burgan Maggiore nel Kuwait nel 1938. A quel tempo si suppone che contenesse 87 bilioni di barili. Il giacimento arabo Ghawar, leggermente più grande, poteva arrivare a 87,5 bilioni di barili prima dell’inizio dell’estrazione avvenuta nel 1948. Questi due giacimenti, i 2 più grandi al mondo, sono così enormi da aver dominato le stime globali negli anni della loro scoperta.
2. Il picco della scoperta di giacimenti si è avuto nel lontano 1965.
Quante persone riflettono su questo fatto? Vi invito a fare un minimo di ricerca personale di mercato. Allineate 10 dei vostri amici che hanno più istruzione. Premettete loro alla vostra domanda alcuni promemoria su quanti milioni di dollari ricavano le compagnie petrolifere come profitto giornaliero, raccontate, se potete, un aneddoto sui poteri magici della tecnologia in loro possesso, e chiedete loro di immaginare quanti bilioni di dollari esse devono aver speso in esplorazioni per tutti questi anni – sia denaro proprio delle compagnie, sia denaro pubblico ricavato dai sussidi di esenzione delle tasse messi a loro disposizione. Infine chiedete: in quale anno pensi che siano state scoperte le più grosse quantità di petrolio ?
3. Ci sono state poche altre scoperte di una certa importanza negli anni ’70, ma da allora più niente.
La maggiore delle irregolarità della curva discendente delle scoperte globali concerne la scoperta di petrolio nel giacimento gigante di Prudhoe Bay in Alaska e in quello del Mare del Nord, avvenute nei tardi anni ’70. Allora ero un giovane studente di geologia. Ricordo ancora i fremiti alle scoperte dei giacimento giganti che si succedevano una dopo l’altra. Tutti ebbero nomi così importanti. Forties, Brent, Piper. Ho ripensato adesso a quei giorni e in questo riscopro qualcosa delle primordiali attrazioni della caccia. Come giovane cacciatore tirocinante, avevo l’abitudine di ascoltare i racconti dei vecchi cacciatori, e di come loro avevano trovato la loro preda, con un leggero fremito di ammirazione. Comunque, ciò che allora io e gli altri cacciatori ancora non sapevamo era che i giorni delle scoperte dei giacimenti giganti erano sul punto di scomparire.
4. L’ultimo anno in cui è stato scoperto più petrolio di quanto ne abbiamo consumato risale a 25 anni fa.
Da allora, nonostante tutte le nuove generazioni di zelanti studenti in geologia, progressivamente stiamo consumando di più e scoprendo di meno. Questo è un altro punto di domanda per i 10 amici acculturati.
5. Da allora siamo in presenza di un declino globale.
Una piccola crescita nelle scoperte negli anni ‘90 che deve essere sembrata incoraggiante in quel periodo è si è esaurita all’inizio del nuovo secolo. Questo appare come un mondo senza problemi di scarsità di greggio, come ha fotografato il presidente di BP Lord Browne – che nel Marzo dello scorso anno insisteva “Non esiste penuria di materia prima. Le risorse ci sono” ? Dobbiamo continuare a cullare l’opinione pubblica con false riassicurazioni sulle forniture di petrolio come si sta facendo con questi proclami, e pubblicazioni come la summenzionata rivista di statistica di BP? O più semplicemente non stiamo riuscendo a prestare maggiore attenzione ai segnali di allarme come l’ultimo annuncio, passato inosservato, dell’Amministrazione dell’informazione energetica del governo USA, in cui le previsioni delle produzione Opec fra oggi e il 2025 sono state ridotte di 11 milioni di barili al giorno?
Supponiamo per un istante che abbiano ragione “i ritardatari". Il punto di picco, come definito dalle riserve disponibili in linea di principio, cadrà fra il 2020 e il 2030, e possiamo nel frattempo cercare forniture crescenti di petrolio a basso costo ancora per più di un decennio. Esiste un altro aspetto del problema: se la nostra capacità produttiva è sufficiente o meno.
L’analista dell’industria petrolifera Michael Smith, che ha conseguito il suo PhD in geologia subito dopo di me – seduto nella stessa poltrona che fu mia al laboratorio di ricerca – è un esperto in materia. Ha speso la maggior parte della sua vita di vocazione come un geologo al servizio dell’industria petrolifera lavorando in tutte le parti del mondo, specialmente in Medio Oriente. “Le riserve sono del tutto irrilevanti nella determinazione del picco,” egli afferma. “La capacità produttiva è la vera chiave di tutto – quanto velocemente può essere estratto dal momento della scoperta. E’ un problema di ingegneria, non di geologia.”
Delle 11 nazione del Medio Oriente, solo 5 sono produttori petroliferi importanti: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Producono oggi circa 20 milioni di barili al giorno, ¼ del totale mondiale. Se la domanda globale aumenta ad un ritmo medio dei passati 30 anni, 1,5% all’anno, questi 5 paesi dovranno soddisfare circa 2/3 della domanda, asserisce Smith.
Assumiamo che essi possano mantenere nè più nè meno di quello che stanno promettendo. Dove ci conduce tutto ciò? L’Arabia sostiene di poter aumentare la produzione da 9,5 milioni odierni a 12 milioni per il 2016 e 15 milioni oltre quella data. Questo nonostante che il petrolio proveniente dai pozzi di Ghawar sia solo il 50% del preventivato, a causa di un taglio già annunciato. Smith mette insieme le capacità di tutti e 5 gli stati e trova che se la crescita di domanda continua al ritmo dell’1,5% essi non saranno in grado di soddisfare la domanda globale a partire dal 2011. Se la crescita di domanda sarà del 2,5%, il problema sarà anticipato al 2008. Se sarà il 3,5% - gli ultimi valori di Cina ed USA – il problema è già presente oggi.
"C’è altro ancora," aggiunge Smith, riferendosi alla iniziale ipotesi fatta, “io non credo alla verità delle affermazioni fatte dagli esponenti dei 5 paesi. Infatti, sebbene io non creda alle stime dell’Arabia e dell’Iran, penso invece che i loro politici le prendano per buone. Non penso che sia in atto una cospirazione, piuttosto penso ad una suddivisione dell’organizzazione tale che nessuno sia in grado di conoscere totalmente l’intera storia, di cui ogni parte contiene una vasta casistica di errori. Il risultato finale è giocoforza la massima conclusione in positivo che deve essere riferita ai politici. Ho fatto una simile esperienza nelle compagnie petrolifere per cui ho lavorato.” Alla conferenza del Novembre 2004 Michael Smith mostrò alla fine della sua presentazione una diapositiva esplicativa del suo punto di vista. Mostrò un gruppo di vigili del fuoco in posa davanti alla macchina fotografica appena al di fuori di una casa in fiamme.
Il banchiere Goldman Sachs ha portato all’attenzione il problema dell’accesso al petrolio su scala mondiale in un rapporto datato 2004. “L’industria petrolifera non sta esaurendo le scorte di greggio – le riserve sono consistenti e continuano a crescere,” asserisce – anche se si dimentica di dare evidenza a queste affermazioni. “Ciò che sta venendo meno all’industria petrolifera è la capacità di accesso al petrolio ancora disponibile.” Due decadi di cronico ribasso degli investimenti negli anni ’80 e ’90 sono responsabili della situazione. In questo tempo l’industria ancora largheggiava per le riserve scoperte negli anni ’60 e precedenti con una infrastruttura capitalizzata durante la prima crisi del 1970. La domanda globale di petrolio impone oggi una veloce compressione temporale delle fasi di trasporto e raffinazione. L’anno di picco per la capacità di trasporto è stato il 1981. Lo stesso è stato per quella di raffinazione. Anche le attrezzature globali hanno raggiunto il picco nello stesso anno.
Allora, di quanti nuovi investimenti c’è bisogno per colmare la penuria? Goldman Sachs dice che per i prossimi 10 anni, assumendo che l’incremento di domanda si mantenga sui livelli ipotizzati in precedenza, sono necessari $2,4 trilioni. Ciò rappresenta quasi il triplo del livello di investimento capitale effettuato dall’industria petrolifera negli anno ’90. E se non viene speso? “Se il cuore dell’infrastruttura non viene ammodernato, le crisi energetiche diverranno via via più frequenti, più severe e più devastanti per l’attività economica,” conclude il banchiere.
Detto in parole semplici, sembra che anche nel caso in cui “gli anticipatori” avessero torto, gli effetti della penuria di investimenti in infrastrutture ed esplorazioni riscontrata nel settore nelle ultime due decadi ci colpiranno lo stesso. Dovete leggere fra le righe del rapporto di Goldman Sachs per percepire il livello di tormento derivante. Anche dove è stato investito abbastanza denaro, spesso si può fare appello velocemente ad una lista successiva di problemi irrisolti. Il petrolio del Mar Caspio è in posizione centrale per ogni scenario che affronti il problema di soddisfare la domanda di petrolio fino agli anni 2020. L’industria petrolifera ha per lungo tempo considerato l’oleodotto che va dall’Azerbagian alla Turchia passando per Baku-Ceyhan come essenziale dal momento che è capace di rendere disponibile il petrolio del Mar Caspio senza la necessità di attraversare né la Russia né tantomeno la Cecenia. Al momento dell’inizio della sua attività di trasferimento del petrolio come è stato pianificato nel 2005, il costo dell’oleodotto avrà toccato i $4 bilioni, circa ¾ dei quali ottenuti in forma di prestiti bancari. I problemi di questo oleodotto iniziano coi rapporti sugli standard di costruzione adottati. Quattro persone bene informate sui fatti hanno di recente informato un giornale nazionale inglese che l’oleodotto sta violando tutti gli standard internazionali previsti per simili costruzioni, includendo l’installazione di tubi non adeguatamente saldati prima ancora che avessero ricevuto qualsiasi controllo ispettivo. E dire che attraversa una zona sismica ad alto rischio. La Turchia sa subito 17 importanti scosse di terremoto negli ultimi 80 anni, e l’oleodotto è progettato per durarne almeno 40.
Al momento del suo studio di realizzazione, rapporti industriali riferivano di centinaia di bilioni di barili presenti nella regione del Caspio. Attualmente circolano più comunemente stime sui 50 bilioni di barili, stesse cifre del Mare del Nord. Dopo la scoperta dell’ultimo dei super giganti, il giacimento di Kashagan rinvenuto nel 1990, c’è stata una prevedibile crescita di interesse in Kazakistan. Ma adesso, su terreni ove singoli pozzi costano $1 bilione per lo scavo, in condizioni dove soltanto le compagnie straniere hanno il know-how e la tecnologia per scavare, il governo kazako ha introdotto una nuova legislazione che fa perdere l’attrattiva dell’investimento. Come ha riferito un capo esecutivo delle ExxonMobil al giornale Petroleum Review, “… la giuria sta ancora cercando di capire se tutti questi ostacoli determineranno un ritardo nella produzione kazaka”.
Questo esempio di un attuale problema di geopolitica affrontato dalle compagnie petrolifere solleva il problema dell’interconnessione fra l’accadimento anticipato del “giorno di picco” globale e le politiche geografiche ritagliate sul petrolio. In virtù della loro posizione di leader del consumo mondiale, gli USA avranno molto da dire su come la crisi – intervenuta o per svuotamento anticipato o per strutture e investimenti inadeguati, o per entrambe le cause – verrà gestita. La geopolitica della dipendenza americana dal petrolio è riassunta molto bene da Michael Klare nel suo recente libro ‘Blood and Oil’. Egli intravede quattro p
Luca, nello scritto di Leggett che hai riportato manca la parte finale.
Al momento dell’inizio della sua attività di trasferimento del petrolio come è stato pianificato nel 2005, il costo dell’oleodotto avrà toccato i $4 bilioni, circa ¾ dei quali ottenuti in forma di prestiti bancari. I problemi di questo oleodotto
Una domanda caro Pardi, facciamo fantapolitica: ammettiamo che un giorno troviamo la fusione nucleare e ci liberiamo del petrolio e gas, che gli facciamo fare ai peones venezuelani, munsulmani e ortodossi russi ?
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ?
Bravo Ennio.Questi temi si ricicciano dalla tristemente famosa "austeriti" del 1973.Sul Gas si stanno facendo le stesse previsioni,gli stessi allarmismi,che si fecero 33 anni fà,sul petrolio.Quando poi gli interessi ritroveranno il "giusto" equilibrio e chi di dovere avrà rpianificato le entrate,l'emergenza si risolverà.......e io pago!! :wink:
Mi sembra che si sia sempre più relegati nella incomunicabilità. Gasparini di cosa stai parlando? Hai letto l'articolo di Legget? La domanda fantapolitica di Ennio può essere un esercizio utile, ma i fatti sono altri. La famosa crisi di 33 anni fa non era che il preludio e pochi la presero sul serio. Più che per l'embargo degli sceicchi fu determinata dal problema di ricollocazione della produzione petrolifera in Medio Oriente dopo il Picco petrolifero USA nel 1971 che determinò una carenza strutturale di greggio. Si trattava di aggiornare tutta la filiera e ci volle un po' di tempo, un po' di soldi e un po' di politica.
Il calcolo della durata delle riserve petrofilifere,in base alla media estrattiva,prima ancora che del consumo,la fecero fior di studiosi,durante quella famigerata "austeriti" del 73 e i risultati,giustificavano le domeniche a piedi, a mò di risparmio,così come oggi giustificano il blocco delle auto settimanali nei centri città,per l'inquinamento,dopodichè,quando la benzina da 200 lire al litro,passò alle 2000 lire il problema del risparmio energetico svanì.
Io ricomincio a sentire lo stesso odore,o meglio ,la stezza puzza, per il gas.
Io sono da tanto convinto che le alternative siano pronte nei cassetti di chi "gestisce" questa valanga di denaro.Semplicemente verrà tirata fuori nei tempi e nei modi che consentiranno una transazione che non sconvolga gli equilibri che già esistono.Della serie,che il potere non passi di mano.
Per quanto riguarda le questioni politiche non sono molto ferrato, ma mi sento di dire che non ci sia il tempo per portare democrazia e libertà ovunque. Mi chiedo intanto se la presenza di dittature nelle aree strategiche dal punto di vista energetico sia un'effetto o una causa del problema energetico stesso.
Per quanto riguarda l'ipotetica realizzazione della fusione controllata certamente i paesi detentori di consistenti riserve petrolifere continuerebbero a possedere una preziosa fonte di sostanze chimiche difficilmente sostituibili. Ovviamente ignoro l'importanza strategica che questo potrebbe conferirgli.
Potrebbe comuqnue essere un interessante esercizio calcolare per quanto tempo le riserve petrolifere esistenti potrebbero bastare come fonte di materiali plastici, fertilizzanti, prodotti chimici per la farmacologia, etc una volta che fosse azzerato il loro uso come fonte primaria di energia.
Una domanda caro Pardi, facciamo fantapolitica: ammettiamo che un giorno troviamo la fusione nucleare e ci liberiamo del petrolio e gas, che gli facciamo fare ai peones venezuelani, munsulmani e ortodossi russi ?
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ?
Bravo Ennio.Questi temi si ricicciano dalla tristemente famosa "austeriti" del 1973.Sul Gas si stanno facendo le stesse previsioni,gli stessi allarmismi,che si fecero 33 anni fà,sul petrolio.Quando poi gli interessi ritroveranno il "giusto" equilibrio e chi di dovere avrà rpianificato le entrate,l'emergenza si risolverà.......e io pago!! :wink:
[........ dell’ex petroliere Jeremy Leggett, (chissà perchè son sempre gli ex a fare critiche, prima quando ci facevano i soldi stavano zitti)
Mi meraviglia che ti meravigli.
Credo che Legget come Campbell, come Deffeyes ed altri fossero dipendenti di corporates del petrolio. Non è facile sputare nel piatto dove si mangia, per nessuno.
Non dovremmo farci cogliere dal panico, ha insistito il Ministro dell’energia Malcolm Wicks, perchè recentemente la produzione di Gas inglese è cresciuta, ed in ogni caso tutto si risolverà nel 2007 quando saranno realizzati un nuovo gasdotto e nuove fabbriche per la conversione di LNG.
mi sembra che questo smentisca l'articolo da te riportato dell’ex petroliere Jeremy Leggett, (chissà perchè son sempre gli ex a fare critiche, prima quando ci facevano i soldi stavano zitti) si smentisce per lo meno la questione del gas in inghilterra che, non diminuisce la produzione interna.
Ma il problema russo è legato essenzialmente a questioni interne, al ricatto di Putin, questo si un problema, rispetto ad un presunto calo di produzione.
Mi sembra che, in ogni caso, l'unica risposta seria al problema energetico sia, portare democrazia e libertà dove questa non c'è, perché se ci pensi bene è proprio dalle dittature che viene il "carburante" con il vero ricatto di questi signori all'occidente, perché in fondo noi lo paghiamo, mica rubiamo.
Una domanda caro Pardi, facciamo fantapolitica: ammettiamo che un giorno troviamo la fusione nucleare e ci liberiamo del petrolio e gas, che gli facciamo fare ai peones venezuelani, munsulmani e ortodossi russi ?
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ? :wink:
Dire che Luca Pardi è un catastrofista è come dire che Livio è una persona ragionevole.
Entrambe le frasi contengono una contraddizione di fondo.
bye.
.
Se ti può far piacere, si, codeste stronzate sulla Storia che ha dimostrato questo o quello mi fanno inviperire, ma se pensi di stancarmi con le emoticons ...........
Mannaggia Luca ....e io che credevo che il più permaloso di tutti (i forumisti) fosse Valter (Vecellio)! :lol:
Forse non hai capito il senso della mia "celia" ....anzi (è + politically correct), forse non mi sono spiegato bene: era semplicemente, stupidamente (ti offro un assist!) e sinteticamente l'espressione di un dubbio (che vuoi, io sono ancora legato al piacere del dubbio!).
Posto che, come al solito, tutto è interpretabile perchè, se è vero che non c'è stata civiltà che non è caduta, è altrettanto vero che ce n'è sempre stata un più potente (ovviamente possiamo lungamente e piacevolmente discutere sulla valenza di "potente") che ne ha preso il posto .....posto quindi che i catastrofisti sono sempre stati (in qualche modo) smentiti, il senso del mio "gioco" mi pareva chiaro: se i catastrofisti non avessero alzato le loro immani grida, con questo innescando sicuramente importanti "procedure di recovery", siamo sicuri che la storia sarebbe stata così benigna????
Due precisazioni "tecniche":
- è solo ovvio che il termine "catastrofisti" sia stato usato in modo semplicistico ...d'altronde ci conosciamo tutti da discreto tempo (più o meno), prefazioni chilometriche mi paione del tutto fuori luogo.
- in quanto alle stronzissime dimostrazioni storiche .....rispetto totalmente il tuo punto di vista ...questo non mi impedisce di sottolineare che, ahimè, sono gli unici dati (quasi) certi, giacchè il futuro non può essere pesato ma solo immaginato
«Dal non guardare i dati. Dall'egoismo, dal dire: qui sono troppi e vengono a mangiare le nostre risorse. E, me lo lasci dire, dalla mancanza di fede. Nel Dio creatore e nell'uomo creato da Dio».
Padre Gheddo al seguente link: http://www.acquaviva2000.com/POLITICA/cari_catastrofisti.htm
Nel frattempo i londinesi, noti infedeli, si stanno preoccupando di come nutrire una popolazione di 6 milioni e mezzo di abitani quando il petrolio sarà agli ultimi barili e la catena alimentare sarà spezzata:
http://www.radicali.it/phpbb2/viewtopic.php?t=21018
Da oggi, sul fronte gas, a Torino il riscaldamento delle case non dovrà superare i 18 gradi mentre sta per essere acceso il braciere olimpico più grande e imbecille.
Salute.
I catastrofisti sono sempre stati smentiti dalla storia .....ma, non potendo fare dei "se" una certezza, non potremo mai sapere se e quanto sia loro il merito di tali smentite :lol: :lol: :lol:
A parte che non fai inviperire i più, ma i meno. Almeno qui in ambito radicale mi sembra che i più siano di quel fauto ottimismo economicista che ha reso la scienza triste, scienza giuliva.
A parte questo, volevo dire che che se c'è una cosa che la storia ha smentito sono gli ottimisti. L'unica cosa che non è mai successa è che una civiltà non cadesse. Ma ovviamente questa sarà l'eccezione.
Se ti può far piacere, si, codeste stronzate sulla Storia che ha dimostrato questo o quello mi fanno inviperire, ma se pensi di stancarmi con le emoticons ...........
Luca Pardi
Eheheheh ...tanto per mettere un po' di zizzania e far inviperire i più:
I catastrofisti sono sempre stati smentiti dalla storia .....ma, non potendo fare dei "se" una certezza, non potremo mai sapere se e quanto sia loro il merito di tali smentite :lol: :lol: :lol:
Riprendo da poco sopra il punto troncato nel post precedente.
Questo esempio di un attuale problema di geopolitica affrontato dalle compagnie petrolifere solleva il problema dell’interconnessione fra l’accadimento anticipato del “giorno di picco” globale e le politiche geografiche ritagliate sul petrolio. In virtù della loro posizione di leader del consumo mondiale, gli USA avranno molto da dire su come la crisi – intervenuta o per svuotamento anticipato o per strutture e investimenti inadeguati, o per entrambe le cause – verrà gestita. La geopolitica della dipendenza americana dal petrolio è riassunta molto bene da Michael Klare nel suo recente libro ‘Blood and Oil’. Egli intravede quattro proiezioni basilari di comportamento energetico americano: maggiori importazioni, forniture che divengono sempre più instabili e sempre meno amichevoli, aumento dei rischi di violenza anti-americana e crescita di competizione causata dalla diminuzione delle forniture. Abbiamo già parlato del tema delle importazioni. L’incremento di forniture meno amichevoli e l’escalation della violenza anti-americana sono collegate.
Il punto è che gli USA possono avere più facilmente nelle regioni particolarmente instabili delle relazioni coi governi piuttosto che con le loro popolazioni. C’è da aspettarsi un aumento del fenomeno del terrorismo con ogni azione americana interpretata nel Medio oriente ed in Asia Centrale nel segno dell’imperialismo. L’oleodotto di collegamento fra Iraq e Turchia illustra perfettamente il problema. Nel 2003 è stato vittima di attacchi pressoché giornalieri.
Luca Pardi
..
troncato anche stavolta
E poi?
Ops!!!!
Ecco il testo completo
Tutto quello che non vogliono che tu sappia sulla prossima crisi del petrolio
L’aumento dei prezzi del combustibile, indiscrezioni su tagli energetici durante il periodo invernale, panico per la vicenda delle forniture di gas dalla Russia, cambiamenti repentini sulle previsioni di produzione del greggio... C’è qualcosa di sinistro in tutto ciò? Si, dice l’ex petroliere Jeremy Leggett, ed è tempo di affrontare la realtà che le provviste da cui noi tutti fortemente dipendiamo stanno per esaurirsi
Di Jeremy Leggett
Pubblicato: 20 Gennaio 2006
Uno spettro si sta aggirando per l’Europa - lo spettro di un’ acuta crisi energetica destinata a cambiare la civiltà. La recente incertezza sull’interruzione delle forniture di gas dalla Russia è soltanto l’ultimo di una serie di segnali su quanto ancora le nostre economie dipendono da crescenti forniture di petrolio e gas. Mercoledì scorso il presidente della Gazprom era a Londra per riassicurare la Gran Bretagna che non vi sarebbero stati rischi di interruzione alle forniture di gas destinate agli Inglesi in conseguenza della disputa sul prezzo del gas che si sta protraendo fra Russia e Ucraina. Esattamente il giorno seguente le temperature in Mosca hanno raggiunto i –30°C, record degli ultimi 50 anni. Il gas normalmente esportato ha dovuto essere ridiretto sul fronte interno per supplire all’evenienza. Sono diminuite le forniture all’Occidente.
In Dicembre, Sir Digby Jones, direttore generale della CBI, aveva ammonito che qualsiasi diminuzione di disponibilità di gas avrebbe potuto causare disastri all’industria inglese. Il problema, aveva detto, dipendeva dall’eventualità molto realistica, secondo le previsioni dell’Ufficio Meteorologico, di un inverno particolarmente freddo per l’Inghilterra. Questo avrebbe significato un consumo di gas nelle abitazioni e nelle industrie maggiore di quello che il libero mercato dell’energia inglese, o la sua infrastruttura, avrebbe potuto rendere disponibile. Non ci sono condutture sufficienti a trasportare dal continente il gas necessario adesso che la produzione del Mare del Nord sta calando. Navi da trasporto che si supponeva adibite al trasporto di gas liquefatto (LNG) verso l’Inghilterra stanno invece piegandosi alle forze di mercato e dirigendosi verso gli USA, dove i prezzi del gas sono saliti ancor più che in Gran Bretagna. Come se non bastasse, le scorte di gas effettuate sono ora insufficienti, semplicemente perchè le politiche di mercato non favoriscono operazioni di questo tipo neppure in anni meteorologicamente meno ostili.
Non dovremmo farci cogliere dal panico, ha insistito il Ministro dell’energia Malcolm Wicks, perchè recentemente la produzione di Gas inglese è cresciuta, ed in ogni caso tutto si risolverà nel 2007 quando saranno realizzati un nuovo gasdotto e nuove fabbriche per la conversione di LNG. Alcuni scettici hanno fatto osservare che le riserve inglesi di gas sono ormai ridotte a soli 11 giorni, in confronto ai 55 di media del resto dell’Europa. E questo avveniva prima della nascita delle preoccupazioni circa l’interruzione di fornitura dalla Russia. Se in Inghilterra il termometro scende ancora, è molto probabile che aziende inglesi non possano usare il gas per un giorno alla settimana o addirittura che le forniture debbano introdurre anche tagli energetici derivanti da dinamiche di logistica.
Nel frattempo, le bollette del gas domestico, che lo scorso anno sono aumentate di più di un terzo, prevedono un rincaro ancora maggiore nei prossimi mesi. Per molta gente, queste variazioni comportano implicazioni letali. L’inverno scorso, in Inghilterra si sono registrati 35.000 decessi in più rispetto alla media invernale, la maggior parte ascrivibile a persone anziane non in grado di scaldarsi a sufficienza; e lo scorso inverno è stato relativamente mite.
Quanto detto finora riguarda il gas, di cui senza ombra di dubbio esistono enormi riserve ancora giacenti nel sottosuolo (anche se metà di queste si trovano in Russia ed Iran). Consideriamo ora il petrolio. I rischi geopolitici sono gli stessi. Soltanto la scorsa settimana l’Iran ha minacciato di ricattare attraverso un taglio delle forniture di petrolio se l’Europa continuerà ad intromettersi in quello che è visto come un proprio diritto a sviluppare un programma per il nucleare. Dove il petrolio differisce dal gas è che sta rapidamente emergendo una disputa sul fatto di possedere nel breve periodo sufficienti riserve per soddisfare i fabbisogni - anche se la geopolitica non si scatena e l’infrastruttura corrente continua a lavorare come dovrebbe. Al summit annuale dell’OPEC di Dicembre, il Kuwait ha annunciato che, senza un subitaneo aiuto esterno, non potrà continuare ad estrarre petrolio al ritmo desiderato dalla clientela. Il ministro del petrolio Kwaitiano ha invitato le compagnie petrolifere occidentali a tornare nel suo paese per verificare se esse stesse potrebbero fare meglio. Il giorno dopo il governo USA in silenzio ha tagliato 11 milioni di barili al giorno (equivalenti all’intera estrazione giornaliera dell’Arabia Saudita) dalle sue previsioni dei livelli di produzione di greggio per il 2005.
Per la maggior parte delle persone che lo hanno notato questi annunci sarebbero apparsi ben lungi dal divenire ed accademici. Infatti, come sto tentando di spiegare, essi rappresentano la punta di un enorme iceberg: uno che detiene il potenziale per affondare del tutto l’economia globale.
Abbiamo permesso che il petrolio divenisse vitale per qualsiasi cosa noi facciamo. Il 90% di tutte le modalità di trasporto, sia su terra, aria o mare, è basato sul petrolio. Il 95% di tutti i beni di consumo nei negozi implica l’uso del petrolio. Il 95% di tutti i nostri prodotti alimentari richiede l’uso del petrolio. Solo per crescere una vacca e condurla al macello richiede 6 barili di petrolio, sufficienti per guidare un’auto da New York a Los Angeles. Il mondo consuma più di 80 milioni di barili di petrolio al giorno, 29 bilioni di barili all’anno, giusto al momento in cui scrivo. La proiezione è però in costante crescita, come ha già fatto negli ultimi decenni. L’aspettativa universale è che questo sarà il trend anche per i prossimi anni. Il governo USA presume che la domanda globale crescerà entro il 2025 fino a circa 120 milioni di barili al giorno, 43 bilioni di barili all’anno. Poche persone si interrogano circa la sostenibilità di questa esigenza, oppure sull’abilità delle industrie petrolifere nel soddisfarla.
Invece molti dovrebbero, perché l’industria non arriverà neanche vicina alla produzione di 120 milioni di barili al giorno; e, per ragioni che motiverò più tardi, non c’è neanche alcuna speranza che il gas possa provvedere a coprire il disavanzo. In altre parole, il più elementare dei pilastri delle nostre proiezioni sul futuro benessere economico è marcio. La nostra società è in uno stato di ripiegamento collettivo che non ha precedenti nella storia, in termini di portata ed implicazioni.
L’America consuma il 25% della domanda globale di petrolio. Dal momento che la produzione domestica di petrolio sta diminuendo stabilmente da 35 anni, con una domanda interna in un crescendo altrettanto stabile, la quota relativa all’America è destinata a salire, e con essa le sue importazioni di petrolio. Dei circa 20 milioni di barili che rappresentano il consumo odierno giornaliero dell’America, 5 milioni sono importati dal Medio Oriente, dove circa 2/3 delle riserve di petrolio del mondo giacciono in una regione di conflitti molto intensi e di lunga durata. Ogni giorno, 15 milioni di barili di petrolio trasportati da petroliere transitano attraverso lo stretto di Hormutz, nelle acque pericolose che dividono l’Arabia Saudita dall’Iran. Il governo USA potrebbe cancellare l’esigenza di questi 5 milioni di barili, e fermare lo scorrere di molto sangue attualmente sacrificato nel processo, semplicemente imponendo alla propria industria automobilistica di aumentare il rendimento di appena 2,7 miglia per gallone dei motori per le auto e i camion leggeri. Ma al contrario permette a General Motors e compagnia di costruire veicoli ancora più dissipatori di petrolio. I veicoli sportivi SUVs viaggiano ad una media di 4 miglia al gallone. La quota di mercato dei SUV in USA era del 2% nel 1975. Nel 2003 ha toccato il 24%. Come conseguenza il rendimento medio dei veicoli americani è diminuito, fra il 1987 e il 2001, da 26,2 a 24,4 miglia per gallone. Tutto ciò in un’epoca in cui altri paesi hanno saputo produrre auto capaci di arrivare a 60 miglia per gallone.
La maggior parte dei presidenti USA succedutisi dopo la seconda guerra mondiale hanno ordinato azioni militari di vario genere in Medio Oriente. I leaders americani preferiscono disporre i loro reticolati militari ad Est del canale di Suez adducendo la retorica causa di un export di democrazia, mentre appare ovvio il tema strategico di lunga gittata. E’ stato paradossalmente detto in maniera molto chiara dal più liberale di loro. Nel 1980 Jimmy Carter dichiarò che l’accesso al Golfo Persico era da considerare un interesse nazionale da proteggere con ogni mezzo se necessario, forza militare inclusa. Da allora gli USA stanno facendo esattamente questo, collezionando nel tempo una fattura misurabile in bilioni di dollari, e calcolando. Con una tale strategia arriva una inquietante discesa nella direzione di ambiguità morale, almeno nelle menti di circa la metà della popolazione. La nazione che si distinse nel mondo intero negli annali della democrazia per azioni come il Piano Marshall è costretta a causa di una profonda dipendenza dal petrolio in una perplessità in materia di politica estera che implica concessioni di armamenti a regimi dispotici, bombardamenti diretti su altri, sempre alla ricerca di ragioni e giustificazioni per mantenere incollati i pezzi dell’intera impalcatura.
L’America non è la sola a dibattersi nella propria viziosa dipendenza e a fare i conti coi propri dilemmi. Oggi le autostrade europee collegano Clydeside alla Calabria, Lisbona alla Lituania. La produzione agricola che avrebbe potuto essere coltivata per uso locale viaggia invece lungo queste arterie in ogni direzione. I Cinesi tentano di emulare un tale modello anche se al momento che impongono in stabilimento una produzione ridotta a causa della penuria di diesel e si disperano che questa loro vasta disponibilità terriera sembri dover fare i conti con la scarsezza di petrolio.
Una situazione simile avviene per il gas. La scala del fenomeno e della risorsa è inferiore. Ma lo scenario è lo stesso: domanda crescente per una risorsa finita, la maggior parte della quale deve essere importata dal Medio Oriente e dalla ex Unione Sovietica. Anche una piccola e temporanea interruzione nella fornitura, come quella occorsa in Europa questa settimana, è sufficiente a creare qualcosa molto vicino al panico fra i governi europei. Ma è il petrolio che mantiene in funzione la nostra civiltà.
Questo mezzo secolo di profonda dipendenza dal petrolio sarebbe difficile da comprendere anche se si sapesse il petrolio come riserva infinita. Ma ciò che rende veramente perplesso è il fatto che, in ogni istante che noi abbiamo trascorso a scivolare nella trappola, abbiamo sempre saputo che il petrolio era una risorsa destinata ad esaurirsi. Agli attuali regimi di utilizzo, il serbatoio globale si sta svuotando a velocità tale da non riuscire a soddisfare la crescente domanda molto più presto che tardi nel periodo del secolo attuale. Questa è un’affermazione incontrastabile. Si tratta solo di sapere quando ciò avverrà.
Il petrolio è una risorsa limitata, e verrà un giorno, inevitabilmente, in cui raggiungeremo il picco di domanda che non potrà mai essere soddisfatta con l’estrazione. Oltre quel giorno – che possiamo pensare come il “giorno del picco” – ci adageremo in un progressivo decadimento generale della produzione. Ponendo la questione in un modo diverso, allora, ai livelli prodigiosi della domanda globale attuale, dove si colloca il “giorno del picco” ?
Questa è una domanda, io affermo, che giungerà a dominare i comportamenti delle nazioni prima del 2010.
Già adesso infuria una battaglia, per lo più dietro le quinte, circa quando raggiungeremo il “giorno del picco”, e cosa accadrà allora. Da una parte stanno coloro che chiamo “i ritardatari”, che ci dicono che almeno 2 trilioni di barili di petrolio si trovano ancora in giacimenti ancora da scoprire e sfruttare. Questo campo include quasi tutte le compagnie petrolifere, il governo e le relative agenzie, la maggior parte degli analisti finanziari, molti dei giornalisti industriali. Come potreste aspettarvi, attestati su questa linea, “i ritardatari” mantengono l’ascendente nell’argomento allo stato attuale delle cose.
Nell’altro campo c’è un gruppo di esperti dissidenti che chiamerò “gli anticipatori”. Per la maggior parte sono persone che – come me- hanno lavorato nel cuore dell’industria del petrolio, buona parte di loro essendo geologi”, molti di loro essendo membri di una organizzazione chiamata ASPO. Sono in compagnia di un piccolo ma crescente numero di analisti e giornalisti. “Gli anticipatori” predicono che sono rimasti disponibili al più 1 trilione di barili di petrolio.
In una società che ha permesso alle sue economie di divenire pilotate in modo pressoché inestricabile da forniture crescenti di petrolio a basso prezzo, la differenza fra 1 e 2 trilioni di barili è sismica. E’ circa la differenza che passa fra un lago di Ginevra pieno ed uno pieno a metà, dove quel lago è pieno di petrolio e non di acqua. Se rimangono davvero 2 trilioni o più di petrolio, il “giorno del picco” cadrà dopo il 2030. Le componenti “crescente” ed “economico” dell’equazione della fornitura del petrolio rimarranno valide fino ad allora, almeno in teoria, e noi abbiamo tempo a sufficienza per creare alternative al petrolio. Se rimangono disponibili solo 1 trilione di barili, il “giorno del picco” arriverà fra non molto, certamente prima del 2010. Le componenti “crescente” ed “economico” dell’equazione della fornitura del petrolio divengono impossibili da sostenere e probabilmente non ci sarà abbastanza tempo per una transizione sostenibile verso fonti energetiche alternative.
Se “gli anticipatori” avessero ragione, la storia recente fornisce chiari segnali indicatori di quello che accadrebbe. Ci sono stati 5 picchi del prezzo del greggio a partire dal 1965, tutti puntualmente seguiti da recessioni economiche di varia severità: dopo la guerra del Kippur del 1973; nel 1979-80 dopo la rivoluzione iraniana e lo scoppio della guerra Iran-Iraq; nel 1990, con la prima Guerra del Golfo; nel 1997, con la crisi finanziaria asiatica; e nel 2000, col collasso della dot.com. I picchi più intensi sono stati i primi due. Nel 1973, il prezzo del petrolio fu più che raddoppiato, raggiungendo un prezzo per barile corrispondente agli odierni $35. La causa fu un embargo da parte dell’OPEC, guidato dall’Arabia Saudita, e scatenato dall’appoggio americano ad Israele al tempo della guerra del Kippur. Le forniture di petrolio si ridussero solo del 9%, e la crisi durò solo pochi mesi, ma l’effetto fu semplice e memorabile per coloro che lo vissero in prima persona: panico totale.
L’embargo fu di breve durata, soprattutto perché i Sauditi temettero che se la cosa si fosse protratta più a lungo essi avrebbero potuto creare una depressione globale che avrebbe potuto mettere in ginocchio le economie occidentali, e come conseguenza anche la loro. Per come avvenne, l’embargo creò una recessione economica. Io vissi la maggior parte di quel periodo facendo i miei compiti scolastici al lume di candela. Non vidi molto mio padre. Stava accumulando petrolio.
Il secondo e peggiore shock petrolifero fu causato dalla cacciata dello Scià di Persia nel 1979 e prolungato dallo scoppio della guerra Iran-Iraq del 1980. Se nel 1973 il prezzo non salì al livello comparabile con quello dei nostri giorni, nel 1980 il prezzo salì ad un livello comparabile con oltre $80 dei nostri giorni. Di nuovo regnò il panico, anche se l’interruzione delle forniture globali fu solo del 4%.
La crisi finì nel 1981, quando il prezzo calò per 3 ragioni principali. Primo, i Sauditi aprirono i loro rubinetti. Con le loro immense riserve, per lo più scoperte negli anni ’40 e ’50, riuscirono a divenire un produttore leader, aumentando la produzione per far cadere il prezzo esattamente come nel 1973 l’avevano diminuita per farlo crescere. Secondo, nuovo flusso di petrolio fu introdotto da giacimenti offshore locati in regioni più stabili del globo, come il Mare del Nord. Terzo, grandi quantità di petrolio furono prelevate dalle riserve governative e corporative ed immesse sul mercato.
Queste 3 ragioni sono in cima alla lista di ciò che dovrebbe preoccuparci oggi, perché all’affacciarsi di una nuova crisi le cose non potrebbero essere risolte nello stesso modo. Per primo, dobbiamo rammaricarci del fatto che i Sauditi adesso stanno già estraendo al massimo delle loro capacità e non sarebbero più in condizione di ripetere l’operazione vincente del 1981. Per secondo, “gli anticipatori” temono che non vi siano più molti altri giacimenti inesplorati, ben poche nuovi campi petroliferi come era il Mare del Nord negli anni ’80. per terzo, in rapporto alla domanda corrente, le scorte di petrolio non sono adeguate. Il mondo moderno lavora sul principio della consegna “appena in tempo” (altro fattore determinante nella corta crisi che l’Inghilterra affronta in questo inverno). Le nostre economie sono più efficienti per l’utilizzo del petrolio rispetto a quelle degli anni ’70 – un punto troppo enfatizzato da “i ritardatari” – ma il puro peso della domanda è molto superiore oggi, e sta ancora crescendo senza che se ne veda un limite, a meno che uno non venga imposto da una forte leadership governativa o corporativa.
Il costo di estrazione di un barile di petrolio non cambia di molto. Una buona regola pratica direbbe oggi $5 a barile, anche se ovviamente ci sono variazioni fra i vari pozzi di estrazione in ragione di parametri geografici e politici. Ciò che più influenza il prezzo del petrolio è la fiducia nel rapporto fornitura – domanda fra gli acquirenti di petrolio. I prezzi petroliferi hanno raggiunto oggi la seconda posizione dei vertici mai toccati. Alcuni esperti predicono che presto si arriverà a toccare vertici mai toccati in precedenza. Questa situazione è determinata da molti fattori – ma queste non includono la paura che sia vicino il “giorno di picco”. Gli argomenti de “gli anticipatori” non appaiono sugli schermo radar dei mercanti di petrolio e degli analisti, per cui la situazione rimane stabile. Se una cosa simile accadesse, e se la visione del mondo del petrolio percepita nei quartieri del mercato non fosse più quella di un mondo con forniture ancora crescenti di greggio, ma al contrario di una situazione di diminuzione di offerta globale, il prezzo del greggio supererebbe $100 a barile in poco tempo.
Un mio amico investitore ha già concluso che un simile scenario sia inevitabile. Ha cambiato destinazione del portafoglio dei suoi investimenti per anticipare il momento di “presa di coscienza” da parte del mercato. Questo momento di panico da picco, come lui lo definisce, non si limiterà ai soli mercanti di greggio. I modi delle economie e delle industrie comunemente danno per scontato un futuro in cui il petrolio è in crescente e conveniente fornitura.
Gli economisti tendono ad assumere che venga sempre applicato il loro “meccanismo di formazione del prezzo”. Prezzi più alti condurranno a condizioni di esplorazione più attraenti. Ciò porterà alla scoperta di nuovi giacimenti e le nuove scoperte inevitabilmente ricondurranno in basso il prezzo del greggio fino all’innesco del nuovo ciclo. Grandi corporazioni scrivono piano quinquennali basati sull’accedibilità a basso prezzo delle risorse gas e petrolio. Pensiamo, per esempio, a quanto importante questo fatto divenga per una compagnia che produce plastica come derivato dal petrolio. Oppure ad una compagnia alimentare che confida nel petrolio in ogni situazione di trasporto del cibo, incluso quello deperibile, di imbottigliamento ed imballaggio ed in molti dei processi di trattamento di conservazione ed arricchimento dei cibi.
E se supponiamo che gli economisti e i pianificatori aziendali si stanno sbagliando? Immaginate la caduta di fiducia quando una massa critica di analisti finanziari, spaziando nell’intero spettro dei settori di una borsa, arrivano alla conclusione che essi si stanno sbagliando?
Se il “giorno del picco” è davvero imminente, una depressione economica si affaccia come prospettiva realistica. I Sauditi avevano ragione ad aver paura di questa evenienza negli anni ’70. La Grande Recessione degli anni ’30, scatenata nel ’29 dal peggior crack di borsa mai visto prima portò ad orribili avversità economiche. Il commercio mondiale fra il ’29 ed il ’32 diminuì del 62%. La dilagante disoccupazione e l’inquietudine sociale partorirono regimi fascisti in molti paesi, in alcuni di essi in scala tale da poter cambiare il corso della storia. Come per il mercato azionario, ci vollero 50 anni per riguadagnare in termini reali i valori del pre-collasso.
Ci sono molti elementi di preoccupazione circa una caduta del sistema a causa di un anticipato "giorno di picco". Uno in particolare mi procura capogiri. Quando l’anno scorso organizzai con alcuni esponenti del settore una conferenza sulla scarsità di petrolio nella precedentemente regione ricca di petrolio conosciuta come Scozia, vi presero parte anche 5 leaders del partito nazionale inglese. Non dissero una parola. Ascoltarono soltanto, ed appresero, e nessuno dubitò che il capace agisce bene nelle situazioni difficili.
La posta in gioco è alta nell’ambito delle politiche energetiche. Più alta di quanto la gente si possa immaginare tutte le volte che premono l’interruttore di una lampada.
La domanda circa quanto petrolio ci rimane ora si divide in 3 sotto-domande. La prima domanda riguarda le riserve esistenti: nei giacimenti conosciuti quanto petrolio è esattamente mappato, realmente stimato e già pronto per essere estratto? La seconda le nuove aggiunte: quanto petrolio si stima possa andare ad incrementare il totale, sia per nuove scoperte di giacimenti, sia per le migliorate tecniche di estrazione sia infine per il cosiddetto petrolio non convenzionale? L’ultima domanda è sulla velocità di commercializzazione: quanto velocemente può il nuovo petrolio, una volta scoperto, essere consegnato alla clientela finale?
Dobbiamo pure porci queste domande in relazione non solo al petrolio convenzionale – così com’è, allo stato liquido nel sottosuolo in una riserva sotto pressione – ma anche al petrolio non convenzionale (che consiste di sabbia e scisti contenenti petrolio allo stato solido o depositi di catrame o bitume solidi; si trova per lo più in Canada, USA e Venezuela e comporta considerevoli costi di estrazione). Lo stesso concetto vale per il petrolio scoperto in acque profonde (scoperto pochi anni or sono da Exxon ma che ha già raggiunto il picco di estrazione) ed al gas, le cui curve di disponibilità sembrano speculari a quelle del petrolio, e che già deve fare i conti con problemi di crescita di consumo (la richiesta di gas dovrebbe raddoppiare entro il 2030, raggiungendo 4,3 bilioni di tonnellate di petrolio equivalente per anno, di cui più del 40% sarà usato per la generazione di elettricità).
Trovo difficile dimostrare ottimismo in una qualsiasi delle risposte.
Dico questo come persona che, per la maggior parte degli anni ’80, è stato una creatura di “Big Oil”. Ho insegnato l’arte dell’estrazione del petrolio a ingegneri e geologi presso l’altisonante ma nei fatti piuttosto fatiscente Scuola Reale delle Miniere, parte del College Imperiale di Scienza e Tecnologia di Londra. Le mie ricerche sulla storia del pianeta hanno incluso argomenti quali la formazione del petrolio, e sono state finanziate fra gli altri anche da BP e Shell. Sono stato consulente di compagnie petrolifere. In quei giorni sono rimasto psicologicamente isolato in una ricerca del rispetto dei miei colleghi, e altamente selettivo in conseguenza dell’informazione che rendevo disponibile. La crescita dei gas serra (una ragione diversa ma soltanto di poco meno urgente per dispiacermi della nostra dipendenza dal petrolio) non è mai stata registrata nella lista degli argomenti che mi preoccupavano. Avevo preoccupazioni sulla scarsità di greggio, ma solo nel senso che ciò conduceva la mia ricerca a trovarne di più con una certa nobiltà, almeno davanti ai miei occhi.
Ma una cosa che anche allora mi appariva chiara era che la maggior parte del pianeta non era costituita da petrolio liquido pronto per l’estrazione. I geologi avevano pressoché ovunque osservato – il che significa pressoché ovunque ad oggi, al nostro stato attuale di conoscenze esplorative – che in questa o in quella zona il petrolio non c’è perché manca almeno uno dei requisiti geologici chiave. Ed anche nel caso in cui tutti siano presenti, alla fine non è detto che tu trovi petrolio. Si trova petrolio in un pozzo ogni 10 che se ne scavano. Solo uno su 100 si rivela un giacimento importante. E mano a mano che si continua a trivellare nella stessa area, diminuiscono le possibilità di trovare altri grandi giacimenti.
Nel mio libro, Half Gone, esamino in dettaglio le prospettive di futura sopravvivenza per ognuna delle fonti più importanti che ho descritto in precedenza. Ma uno degli argomenti più importanti che va contro un esagerato ottimismo sulle riserve future può essere così sintetizzato.
Pensiamo a tutta l’esperienza accumulata complessivamente dal momento che il primo pozzo petrolifero fu scavato nel 1859. Pensiamo a tutti i trilioni di dollari in redditi petroliferi accumulati nel ventesimo secolo, e a tutte le centinaia di bilioni spesi nell’esplorazione e ai mezzi ad alta tecnologia utilizzati a metà del secolo scorso fin dal momento della scoperta dei pozzi Sauditi e Kwaitiani. Pensiamo alla sofisticazione del processo di scansione con riflessione sismica attuato offshore. Consideriamo tutte le rocce contenenti petrolio, e quanto limitate esse siano per distribuzione. In qualità di coordinatore delle precedenti riserve della BP, Francis Harper, disse all’Istituto dell’Energia nel Novembre 2004: “Sappiamo quante classi di rocce sorgenti di petrolio esistono al mondo, e dove esse si trovano.” Non sarebbe ragionevole pensare che con la moderna tecnologia almeno un giacimento in più con più di 80 bilioni di barili avrebbe potuto essere trovato da qualche parte, in tutti i luoghi dove le compagnie petrolifere hanno cercato in questi ultimi 50 anni?
Il terzo più grande giacimento al mondo è Samotlor, scoperto nel 1961, con 20 milioni di barili. Il quarto è Safaniya, scoperto nel 1951, che a quel tempo ragionevolmente poteva contenere pure 20 bilioni di barili. Il quinto è Lagunillas, scoperto nel 1926, contenente 14 bilioni di barili. Sono stati scoperti solo 50 grandi giacimenti, ed il più recente, nel 2000, dopo un’attesa di 25 anni: i 9-12 bilioni di barili di greggio (problematicamente acidico) di Kashagan nel Kazakinstan.
Proviamo ad abbassare il nostro livello di ricerca dai super giganti ai semplici giganti. La metà del petrolio esistente si concentra in 100 grandi giacimenti, e tutti questi contengono 2 bilioni di barili o più, e quasi tutti sono stati scoperti oltre 25 anni fa. Consideriamo le recenti registrazioni di scoperte di giacimenti giganti di petrolio e gas consistenti in più di 500 milioni di barili di greggio o petrolio equivalente. Mezzo bilione di barili – la definizione di un giacimento gigante – sembra tanto. Ma dal momento che oggi il mondo sta consumando più di 80 milioni di barili di greggio al giorno, un giacimento di quella taglia costituisce una provvista esauribile in una settimana. Nel 200 ci sono state 16 scoperte di 500 milioni o più di olio equivalente. Nel 2001 siamo scesi a 9. Nel 2002 solo 2. Nessuna nel 2003.
Sulla base di questa evidenza, l’industria petrolifera potrà andare incontro alla stabile e crescente domanda attraverso scoperte di nuovi giacimenti? Francis Harper, uno per tutti, non sembra pensarla così. “In tutto il mondo, la frequenza di ritrovamento di giacimenti giganti e supergiganti è in diminuzione da decenni e non subirà inversione di tendenza,” egli disse nel 2004 durante la sopraccitata conferenza. “Abbiamo cercato molte volte in giro per il mondo. Direi che non esiste un altro Mare del Nord. Certamente non esiste un’altra Arabia Saudita.”
Nel Gennaio 2004, la prospettiva de “gli anticipatori” sembrò molto più tristemente verosimile a coloro che avevano teso a considerare più attendibile quella de “i ritardatari”. L’allora presidente di Shell, Sir Philipp Watts, riferì ai suoi investitori che la compagnia aveva sovrastimato le proprie riserve di oltre il 20%. A Marzo fu scoperto tramite e-mails interne requisite da avvocati che il presidente e il capo delle esplorazioni avevano avuto per tempo queste notizie, ma avevano deciso di tacere fino al Gennaio suddetto. Entrambi sono stati estromessi dalla scena.
Lo scandalo della compagnia Shell è abbastanza drammatico. Ma esiste un rischio reale che esso rappresenti solo la punta di un iceberg. Oggi, molta gente nell’industria petrolifera sembra essere sotto pressione quando si parla di provviste di petrolio. “C’è qualcosa di strano che si sta movendo attorno a questa industria,” disse alla stampa il neo eletto presidente di Shell, Jeroen van der Veer, nel Novembre 2004. Sospetta che altre compagnie abbiano gli stessi problemi che lui ha ereditato. L’Economist è giunto alle seguenti conclusioni: “Analisti industriali e investitori sostengono con pacatezza che Mr van der Veer può aver ragione, e un altro scandalo sulle annunciate riserve possa nascere da qualche parte.”
A contrastare questa poco promettente partenza, quanto petrolio pensate che le compagnie abbiano trovato ad oggi? Chiamate BP per un piccolo aiuto nella risposta e riceverete il loro resoconto annuale di statistiche sull’energia nel mondo. All’interno, troverete liste di dati su provate riserve nazionali di petrolio. Sommandole si arriva ai totali sintetizzati a pagina 7, separati per il Medio Oriente ed il resto del mondo. Le riserve globali oggi sono salite dai 600 bilioni di barili del 1970 a circa il doppio: 1147 bilioni di barili stima fatta alla fine del 2003.
Ma allora, dov’è il problema? La prima sensazione che qualcosa non quadri arriva leggendo le note scritte in piccolo, come spesso accade. Dotandovi di una debita lente, qualora la vostra vista non sia da aquila, troverete che i dati contenuti nel rapporto BP non provengono da fonte BP. Le stime sono state compilate utilizzando una mistura di sorgenti primarie ufficiali, dati di terze parti provenienti dalla segreteria dell’Opec, e pochi altri posti completamente rimossi dai quartieri generali di BP locati in St James’s Square, unitamente a tutta la ricerca e conoscenza accumulate. Pensiamo a quante librerie di materiale BP devono essere state approntate in più di un secolo di esplorazione aggressiva e produzione in tutto il mondo. E per giunta tutto ciò che sono capaci di offrire come guida per la nostra comprensione di quanto “provate” debbano essere le riserve di petrolio rimaste sulla Terra è una lista di dati provenienti da altre fonti. E spesso anche queste fonti alternative sono di seconda mano.
Non è questa l’ultima rivelazione. Nelle note in piccolo si legge ancora: “I dati mostrati sulle riserve non necessariamente concordano con le definizioni e le linee guida espresse da United States Securities e Exchange Commission in merito alla determinazione delle riserve “provate”, e neanche possono rappresentare il punto di vista di BP sulle riserve provate del paese.”
Sono loro stessi i primi a non credere a ciò che pubblicano! Arbitro! Questa è una pubblicazione usata come una bibbia nel settore energetico da parte dei ricercatori di tutto il mondo. Gli studenti riportano citazioni ivi contenute come pura verità nella redazione dei loro saggi di esame. I giornalisti le riportano come “gospel” in miriadi di articoli. Essi non accludono anche le note microscopiche testè rilevate. E non hanno potuto neanche leggere di simili minuscole note nelle precedenti pubblicazioni BP.
Potreste finire con qualche domanda per gli autori della rivista BP a questo punto. Ma allora, alla fine del documento, leggiamo: “BP si rammarica per non poter procedere con richieste di informazioni riguardanti i dati presenti nella rivista statistica sull’energia nel mondo.”
Insomma qual è la visione reale di BP sulle riserve provate? E’ accettabile che le cose vadano in questo modo?
Guardando con più attenzione al grafico e ingrandendo, potrete vedere che le figure mostrano che le riserve globali di petrolio crebbero molto velocemente fra il 1985 e il 1990 (come indica una grande freccia nera). Allora deve essere stato scoperto qualche nuovo grande giacimento nel periodo, giusto? Sbagliato. Le effettive nuove scoperte di quel periodo furono meno di 10 bilioni di barili. Ma le nazioni del Medio Oriente in quel periodo collettivamente “gonfiarono” le loro “provate” riserve provenienti dai giacimenti già scoperti per un ammontare di oltre 300 bilioni di barili, giustificando l’una dopo l’altra che i rispettivi calcoli nazionali per qualche motivo non giustificato si erano rivelate troppo conservative. 300 bilioni di barili è un bel po’ di petrolio. È più della domanda odierna per il fabbisogno di 10 anni.
Ecco come è potuto accadere. Negli anni ’50, le nazioni detentrici di greggio si organizzarono in un cartello conosciuto come Opec. La principale ambizione dell’Opec era il tentativo di controllo del prezzo del greggio. Non volevano che fosse troppo basso. E neanche desideravano che fosse troppo alto. Questo avrebbe potuto causare che gli addetti ai lavori si rivolgessero a qualcun altro dei produttori. Essi desideravano che il prezzo fosse quello giusto, magari intorno ai $30 per barile dei giorni nostri. Per ottenere questo essi non potevano produrre più di tanto, causa un’inflazione del mercato, con conseguente calo del prezzo. Dovevano produrre collettivamente la giusta quantità, e questo implicava attribuzione di quote. Dopo fasi contrastanti, i ministri dei paesi Opec nel 1982 decisero per ciascun paese aderente al cartello di allocare una quota corrispondente alle proprie riserve.
Ma nel 1985 essi iniziarono a – come dire – massaggiare i dati. Il Kuwait fu il primo a cadere in tentazione. Essi rilevarono che dal giorno alla notte le loro riserve erano cresciute da 64 a 90 bilioni di barili. Nel 1988 Abu Dhabi, Dubai, Iran e Iraq giocarono la stessa carta. Abu Dhabi era stato precedentemente così conservativo che le sue riserve crebbero da 31 a 92 bilioni di barili. Sicuramente il fatto è da imputare all’assunzione di qualche geologo incompetente. In che modo l’errore avrebbe potuto essere di 60 bilioni di barili? Per finire, nel 1990, l’Arabia Saudita decise che pure essa era stata troppo conservativa, elevando il totale delle proprie riserve da 178 a 258 bilioni di barili.
Potete anche vedere nei dati di BP che le riserve del Medio Oriente da allora sono rimaste pressochè costanti in grandezza. Ciò che non vedete nella figura – ma potete farlo nei dati – è che una analoga situazione si ripresenta anche per le riserve delle singole nazioni.
Considerate l’enormità della coincidenza. Questo significa che i bilioni di barili trovati in nuove scoperte ogni anno devono concordare esattamente coi bilioni di barili prodotti ogni anno in ognuno dei paesi del Medio Oriente aderenti all’Opec, e tutto questo si deve esattamente ripetere per più di un decennio.
La rivista di statistica di BP sui dati di energia statistica di tutto il mondo ad eccezione di quelli della stessa BP ci invita a credere a tutto ciò senza alcun commento da parte loro o possibilità di domande da parte nostra. Ci è concesso solo di guardare la stima che menzionano come “provate” riserve, 1,1 trilioni di barili, e pensare fra di noi … “Ma veramente?”
“Gli anticipatori” hanno una diversa percezione. Essendo per la maggior parte vecchi soggetti dell’industria petrolifera, conoscono qualcosa circa i giochi che avvengono in quell’industria. Essi stimano il totale delle “provate” riserve a 780 bilioni di barili, circa 300 bilioni di barili in meno della stima BP. Ciò è meno di ciò che il mondo ha prodotto dal momento della prima estrazione di più di un secolo fa: 920 bilioni di barili alla fine del 2003 (una stima che ha subito qualche controversia).
Prendiamo atto di qualche dichiarazione che dovrebbe essere difficile da confutare, una dalla cima dell’albero del petrolio in USA e due dal Medio Oriente. Il banchiere di Huston specializzato in investimenti in energia Mattew Simmons è stato uno dei consiglieri di George W Bush. Ha studiato i rapporti degli ingegneri sauditi che mostrano un calo di pressione registrato nei pozzi Sauditi. I quattro siti più grandi (Ghawar, Safaniyah, Hanifa e Kafji) sono vecchi di oltre 50 anni avendo prodotto quasi tutto il petrolio estratto dai Sauditi nell’ultimo mezzo secolo. In questi giorni, dice Simmons, i pozzi devono essere preservati allagandoli con massicce iniezioni di acqua. Tutto ciò ha un significato esplosivo, ne deduce. “Potremmo essere sul punto di vedere nel futuro immediato un collasso della loro produzione fino al 30% o 40%. E per imminente significa un evento verificabile entro 3 o 5 anni, ma che potrebbe accadere anche domani stesso.”
I Sauditi hanno smentito tutto questo, sostenendo che essi posseggono un po’ più dei 258 bilioni di barili costituenti le risorse “provate” che loro sostengono avessero nel 1970, con quantità enormi ancora da scoprire, e che essi possono elevare il ritmo attuale di estrazione di 9,5 milioni di barili al giorno ad oltre 10 con poca difficoltà. Come asserisce Nansen Saleri, manager del Reservoir Management della Saudita Arammo: “… abbiamo enormi quantità di petrolio, non solo per i nostri nipoti, ma anche per i nostri pronipoti.”
La saudita Aramco ha le riserve più grandi di tutte le compagnie del mondo: 20 volte la grandezza di quelle di ExxonMobil, se effettivamente essi hanno 260 bilioni di barili. Essi inoltre hanno i costi più bassi per scoperta e sviluppo, circa 50 centesimi a barile, o il 10% di ciò che le compagnie private pagano in Russia o nel Golfo del Messico. Per di più, senza necessità causata da debiti, non hanno alcuna pressione per divulgare molte notizie ai mercati finanziari.
Ultimamente, onde tener fronte ai dubbi circa la loro abilità ad aumentare l’attuale produzione giornaliera, sono stati leggermente più aperti. Sostengono di poter mantenere una capacità in eccesso di 1,5 o 2 milioni di barili al giorno e che si accontenterebbero di un equo prezzo aggiratesi sui $32 - $34 al barile. I geologi di Aramco hanno insistito sul fatto che essi possono elevare l’estrazione fino a 15 milioni di barili al giorno (aggiungendo oltre 5 milioni agli attuali 9,5); di questi 5 milioni provengono dal solo giacimento gigante di Ghawar. Alcuni appaltatori hanno riferito di una crescente attività di perforazione, come del resto si conviene, in considerazione dell’età dei pozzi.
Ma prendiamo in considerazione ciò che A M Samsam Bakhtiari del National Iranian Oil Company (NIOC) ha detto al giornale Oil & Gas sulla questione delle riserve esistenti: “So per esperienza come vengono stimate le riserve nei paesi più grandi del Medio Oriente e dell’Opec, e riconosco che i metodi usati sono tutto meno che scientifici, dal momento che la conoscenza di base di un esercizio di tale complessità non è a portata di mano.” Bakhtiari è scettico sul fatto che le riserve dell’Arabia Saudita nel 1990 arrivassero a 90 bilioni di barili. Ma al tempo stesso non è molto indulgente neanche verso le stime della sua nazione. La rivista statistica di BP menziona 92 bilioni di barili di provate riserve alla fine del 1993, ma Bakhtiari ha preferito la stima di un esperto del NIOC ora in pensione, Dr. Ali Muhammed Saidi, che si è fermato ad una stima di 37 bilioni di barili.
Il Dr Mamdouh Salameh, un consulente in petrolio presso la World Bank, è d’accordo che nelle stime sulle riserve dell’Opec vi sia una sovrastima di 300 bilioni di barili. Più recentemente, un ex direttore di Arammo ha detto che le riserve provate sviluppate dell’Arabia Saudita si attestano a 130 bilioni di barili. Un informatore anonimo mentre parlava col Dr. Colin Campbell dell’ASPO è andato oltre. La sua conclusione è stata che l’Arabia Saudita avrebbe già raggiunto il suo picco di estrazione nell’ultimo quadrimestre del 2004. Questa persona ha parlato con cognizione di causa derivata da una provata esperienza interna. “L’Arabia in tempi diversi ha messo in produzione 19 campi,” ci ha detto. “Di questi, 8 sono ‘stelle’, essendo campi ad alta produttività che forniscono il 90% del greggio prodotto dal paese. Tutti gli altri sono ‘cani’ che non hanno mai lavorato bene e probabilmente mai arriveranno a farlo. Le quote sulla disponibilità delle riserve indicano nel 50% il valore per le ‘stelle’. Per i ‘cani’, il 10%, o 15% o forse 20% potrebbe essere appropriato. Con tutto ciò per l’Arabia il valore delle riserve realisticamente recuperabili scende al di sotto del 50%.”
Nel Febbraio 2005, Matthew Simmons formulò l’ipotesi che i Sauditi potessero aver danneggiato i loro giacimenti giganti a causa della sovrapproduzione gestita nel passato: un fenomeno geologico conosciuto come “quota sensibile”. In giacimenti dove si ha un pompaggio troppo spinto, la struttura delle riserve risulta indebolita. Nei casi peggiori, la maggior parte del petrolio del giacimento può rimanere insabbiato nel sottosuolo, praticamente impossibile da estrarre. “Se l’Arabia ha danneggiato i propri pozzi, più o meno accidentalmente,” dice Simmons, “può essere veritiero il fatto che abbiano già superato il picco massimo.”
Esiste la possibilità che il valore stimato come precoce punto di picco di estrazione possa essere in qualche modo errato e costituisca solo un brutto sogno? Mi spiace dover ammettere che penso proprio di no. E’ importante capire che “gli anticipatori” non sono avvocati o agitatori di professione. Di solito hanno tendenza a conservare un residuo legame affettivo per il mondo industriale nel quale hanno speso le loro vite. Colin Campbell, ad esempio, il fondatore di ASPO, ha lavorato per 40 anni nell’industria petrolifera prima di ritirarsi nell’ovest dell’Irlanda. Chris Skrebowski, l’editore di Petroleum Review, uno dei maggiori giornali specializzati sull’industria del petrolio, per circa 10 anni ha arguito contro Campbell prima di ammettere che aveva ragione. “Nel 1995 tutto sembrava fantastico” dice Skrebowski. “Ho provato di tutto per dimostrare che lui si sbagliava. Ho fallito per 9 anni. Ora sono con lui. Penso infatti che addirittura Campbell sia un po’ ottimista.” Altri nomi fra “gli anticipatori” sono quello di Richard Hardman, ex capo esecutivo di Amerada Hess; Roger Bentley, ex dipendente di Imperial Oil in Canada; e Roger Booth, che ha speso la sua esistenza alla Shell, e che ora crede che, nel momento in cui il “giorno del picco” arriverà: “Non è improbabile aspettarsi una crisi delle proporzioni di quella del 1929.”
Chris Skrebowski crede che già a partire dal 2007 i volumi della nuova produzione di petrolio non basteranno più a fronteggiare il duplice problema: compensare la perduta capacità causa il progressivo svuotamento dei giacimenti più vecchi e soddisfare la continua crescita di domanda. Infatti, preso come riferimento il tempo intercorso fra lo sviluppo dei giacimenti offshore ed il loro svuotamento, sembra certo che da nessuna parte ci sia petrolio a sufficienza per sopperire all’attacco delle forze congiunte di esaurimento dei pozzi e crescita della domanda già a partire dal 2008 – 2012. Se ce ne fosse, questo proverrebbe sicuramente da progetti di cui oggi noi avremmo conoscenza (le compagnie petrolifere rilasciano indiscrezioni di questo genere per corroborare i propri azionisti circa qualsiasi scoperta di una certa grandezza). Appurato che esiste un certo lasso di tempo fra il momento della scoperta e quello della messa in produzione, adesso non ci sarebbe modo di colmare questo ritardo.
C’è di peggio: gli addetti ai lavori del settore ne sono consapevoli. Essi dovrebbero mettere in guardia governi e consumatori circa l’inevitabilità di una penuria di energia, e non lo stanno facendo.
Nel Luglio 2004, Campbell e Skrebowski provarono insieme a sensibilizzare il parlamento inglese. Nella Sala Thatcher impartirono un seminario ad un esiguo manipolo di auditori, inclusi 3 MP e una manciata di ricercatori. Io ero presente, ascoltando attentamente in un’atmosfera surreale che non avevo mai sperimentato prima durante tutto il periodo di lavoro nel campo dell’energia. Per vari anni alle negoziazioni sul clima raramente ero stato capace di sostenere che il problema del riscaldamento dell’atmosfera non sta giungendo alle orecchie di chi dovrebbe. Non si può dire lo stesso per il problema della scarsità di petrolio. Questo è il punto di partenza di ogni analisi che voglia appurare quanto grave sia il problema. Come può un’evidenza così pressante essere rimasta anche in quell’occasione pressoché inascoltata da uno dei centri mondiali di governo, nonostante l’attuale presenza di un prezzo del petrolio talmente alto da gettare ombre di sospetto, per non parlare dei continui problemi nascenti nel Medio Oriente che ovviamente sono strettamente connessi al petrolio?
Dopo aver espresso i loro argomenti, i due arrivarono alla spiegazione sulle conseguenze implicate dal raggiungimento precoce del “giorno di picco”. “La percezione di un lento declino può essere anche peggiore del declino stesso,” disse Campbell. “Ci sarà panico. Il mercato reagirà in modo frenetico anche in presenza di piccoli sbilanci. I prezzi saliranno esageratamente a causa della mancanza di scorte capaci di calmierare e questo andrà avanti finchè la domanda non verrà tagliata dalla recessione. Entreremo in un’epoca di volatilità fatta di prezzi stratosferici e recessioni che si avvilupperanno sempre più in circoli viziosi. Sarà inevitabile una crisi in borsa.”
Having built their cases, the two spelt out the consequences of the early topping point. "The perception of looming decline may be worse than the decline itself," Campbell said. "There will be panic. The market overreacts to even small imbalances. Prices are set to soar in the absence of spare capacity until demand is cut by recessions. We will enter a volatile epoch of price shocks and recessions in increasingly vicious circles. A stock-market crash is inevitable."
"Se la ripresa economica continua,” aggiunse Skrebowski, "la fornitura comincerà a dare segni di insufficienza intorno al 2008 o 2009. I prezzi saliranno alle stelle. Il tempo a disposizione è veramente esiguo e moltissime teste stanno ancora sotto la sabbia."
Nel 1956, un geologo della Shell di nome M King Hubbert calcolò con un approccio che lo rese famoso che la produzione negli allora 48 stati americani avrebbe raggiunto il picco nel 1971. Quasi nessuno gli credette. La Shell censurò la versione scritta del documento indirizzato da Hubbert all’ American Petroleum Institute, cambiando le parole della sua conclusione in modo da poter leggere che “il picco sarebbe stato raggiunto entro i prossimi decenni”. In particolare la Geological Survey americana fece tutto il possibile per innalzare le stime sulla fine dello sfruttamento del petrolio americano ad un livello tale da non poter più costituire un problema. L’istituto di sorveglianza sostenne che gli USA avevano nel 1961 590 bilioni di barili di greggio estraibile, rassicurando che l’industria poteva contare su 30 anni di crescita.
Gli anni passarono e gli USA raggiunsero il loro “giorno di picco” nel 1970, un anno prima della previsione, ad una quota di 3,5 bilioni di barili. Da allora, la produzione ha percorso in modo stabile la sua curva discendente. Molti bilioni di dollari sono stati investiti in più sofisticate esplorazioni, incluse aree dove nessuno si sarebbe immaginato di poter trovare petrolio, come accadde nel 1930 con la scoperta dei giacimenti nelle acque profonde del Golfo del Messico. Nuove frenetiche ricerche in territorio americano seguirono il primo embargo arabo del 1973 e con esse arrivò la consapevolezza che la produzione domestica aveva già raggiunto il culmine. Nei giacimenti americani fu sperimentata e testata ogni nuova tecnica di estrazione avanzata che venisse inventata. Ma ciò non ha prodotto differenza alla rimarchevole simmetria della curva a schiena d’asino esprimente il pensiero di Hubbert. Gli USA sono adesso a metà del ramo discendente di quella curva. In altri termini, hanno usato ¾ della loro dote iniziale di petrolio. Anche in considerazione del fatto della pressoché totale disattenzione alle tematiche sul rendimento dei loro consumi di petrolio, gli USA divengono sempre più dipendenti dal petrolio straniero ogni giorno che passa.
L’allora segretario USA agli Interni, Stewart Udall, si scusò tardivamente per aver contribuito ad alimentare questo “pericoloso superottimismo” raccogliendo senza ombra di dubbio i consigli del Geological Survey. Un direttore del Geological Survey che aveva condotto la campagna contro Hubbert, V E McKelvey, fu costretto alle dimissioni nel 1977.
Dobbiamo ricordarcela questa sequenza di eventi, ed anche le prospettive che essa fornisce per comprendere i comportamenti individuali e collettivi che si determinano nel momento in cui si approccia il problema di stabilire il “giorno del picco” a livello globale.
Il percorso americano delle storiche scoperte petrolifere e la loro estrazione è solo una guida lasca per comprendere come vanno le cose nel resto del mondo. Negli USA, una volta scoperto, il petrolio veniva estratto senza alcun sforzo di costrizione. Le curve di scoperta e produzione si rivelano diverse ove conservative compagnie nazionalizzate effettuano la ricerca oppure dove – come nel caso dell’Arabia Saudita – è stato trovato talmente tanto petrolio che i rubinetti posso rimanere aperti o chiusi per lunghi periodi in modo da regolare il flusso della fornitura in funzione di un’influenza sul prezzo. Nazioni produttrici di petrolio onshore e offshore possono avere due curve distinte, dal momento che la tecnologia di ricerca offshore è stata sviluppata molto più tardi dell’altra. Le curve possono essere falsate da discontinuità dovute a guerre, grossi eventi politici ed anche significativi incidenti. Nonostante tutto ogni nazione segue la propria curva – una del tipo Hubbert – sia per le scoperte che per la produzione. Attualmente, 60 delle 65 nazioni in possesso di petrolio hanno già oltrepassato il punto massimo della curva della scoperta e 49 hanno già superato quello della produzione. Gli USA presentano un intervallo veramente lungo fra i due eventi: 40 anni (dal 1930 al 1970). L’Inghilterra per contro ne presenta uno fra i più corti: 25 anni (dal 1974 al 1999). Ciò perché le prime scoperte inglesi furono fatte molto più tardi, quando la tecnologia sia per la scoperta che per la produzione era già in fase molto avanzata. Purtroppo le crescenti forniture di petrolio inglese non sono durate per molto tempo. Ora la Gran Bretagna è un paese importatore di petrolio alla stessa stregua degli USA.
E non c’è nessuna buona notizia che giunge dal fronte del gas. I giacimenti di gas si svuotano in modo molto diverso rispetto a quelli di petrolio, in virtù del fatto che il gas è una sostanza molto più mobile del greggio. E’ normale per un giacimento di gas il raggiungimento di percentuali di sfruttamento pari al 70%, 80%, mentre in quelli petroliferi non si va oltre il 35%, 40%. Gli estrattori di gas stabilizzano la produzione di gas molto al di sotto della naturale capacità di produzione in modo da garantire un lungo periodo di sfruttamento della risorsa. Ma il pericolo di questo comportamento è che la fine dello sfruttamento può giungere all’improvviso, e senza segnali per il mercato.
Colin Campbell, uno de “gli anticipatori” più in vista, stima che la dotazione globale originaria di gas convenzionale si aggirava sui 10.000 trilioni di metri cubi (equivalenti a 1,8 trilioni di barili di petrolio), di cui ad oggi ne è stato estratto ¼. Si aspetta che venga raggiunto un tetto di produzione globale di circa 130 trilioni di metri cubi per anno nel periodo 2015 – 2040, con la produzione che percorre la curva discendente a partire da quel punto. Jean Laherrère prevede 12.000 trilioni di metri cubi per tutti i tipi di gas, non convenzionali inclusi, (equivalenti a 2 trilioni di barili di petrolio). Egli pone il limite del picco nel 2030, a una media produttiva di 130 trilioni di metri cubi all’anno. Ma non ci dobbiamo interessare dell’esattezza delle stime fatte. Ciò che è importante è che il gas ha tutti gli stessi problemi di dipendenza da forniture di oltreoceano caratterizzanti il petrolio, e forse qualcuno in più.
Nel frattempo, i 5 fatti essenziali sulla scoperta del petrolio possono essere così sintetizzati.
1. Il più grande giacimento petrolifero del mondo è stato scoperto più di 50 anni fa, a cavallo della Seconda Guerra mondiale.
Le grandi scoperte nella penisola arabica iniziarono con la scoperta del giacimento Burgan Maggiore nel Kuwait nel 1938. A quel tempo si suppone che contenesse 87 bilioni di barili. Il giacimento arabo Ghawar, leggermente più grande, poteva arrivare a 87,5 bilioni di barili prima dell’inizio dell’estrazione avvenuta nel 1948. Questi due giacimenti, i 2 più grandi al mondo, sono così enormi da aver dominato le stime globali negli anni della loro scoperta.
2. Il picco della scoperta di giacimenti si è avuto nel lontano 1965.
Quante persone riflettono su questo fatto? Vi invito a fare un minimo di ricerca personale di mercato. Allineate 10 dei vostri amici che hanno più istruzione. Premettete loro alla vostra domanda alcuni promemoria su quanti milioni di dollari ricavano le compagnie petrolifere come profitto giornaliero, raccontate, se potete, un aneddoto sui poteri magici della tecnologia in loro possesso, e chiedete loro di immaginare quanti bilioni di dollari esse devono aver speso in esplorazioni per tutti questi anni – sia denaro proprio delle compagnie, sia denaro pubblico ricavato dai sussidi di esenzione delle tasse messi a loro disposizione. Infine chiedete: in quale anno pensi che siano state scoperte le più grosse quantità di petrolio ?
3. Ci sono state poche altre scoperte di una certa importanza negli anni ’70, ma da allora più niente.
La maggiore delle irregolarità della curva discendente delle scoperte globali concerne la scoperta di petrolio nel giacimento gigante di Prudhoe Bay in Alaska e in quello del Mare del Nord, avvenute nei tardi anni ’70. Allora ero un giovane studente di geologia. Ricordo ancora i fremiti alle scoperte dei giacimento giganti che si succedevano una dopo l’altra. Tutti ebbero nomi così importanti. Forties, Brent, Piper. Ho ripensato adesso a quei giorni e in questo riscopro qualcosa delle primordiali attrazioni della caccia. Come giovane cacciatore tirocinante, avevo l’abitudine di ascoltare i racconti dei vecchi cacciatori, e di come loro avevano trovato la loro preda, con un leggero fremito di ammirazione. Comunque, ciò che allora io e gli altri cacciatori ancora non sapevamo era che i giorni delle scoperte dei giacimenti giganti erano sul punto di scomparire.
4. L’ultimo anno in cui è stato scoperto più petrolio di quanto ne abbiamo consumato risale a 25 anni fa.
Da allora, nonostante tutte le nuove generazioni di zelanti studenti in geologia, progressivamente stiamo consumando di più e scoprendo di meno. Questo è un altro punto di domanda per i 10 amici acculturati.
5. Da allora siamo in presenza di un declino globale.
Una piccola crescita nelle scoperte negli anni ‘90 che deve essere sembrata incoraggiante in quel periodo è si è esaurita all’inizio del nuovo secolo. Questo appare come un mondo senza problemi di scarsità di greggio, come ha fotografato il presidente di BP Lord Browne – che nel Marzo dello scorso anno insisteva “Non esiste penuria di materia prima. Le risorse ci sono” ? Dobbiamo continuare a cullare l’opinione pubblica con false riassicurazioni sulle forniture di petrolio come si sta facendo con questi proclami, e pubblicazioni come la summenzionata rivista di statistica di BP? O più semplicemente non stiamo riuscendo a prestare maggiore attenzione ai segnali di allarme come l’ultimo annuncio, passato inosservato, dell’Amministrazione dell’informazione energetica del governo USA, in cui le previsioni delle produzione Opec fra oggi e il 2025 sono state ridotte di 11 milioni di barili al giorno?
Supponiamo per un istante che abbiano ragione “i ritardatari". Il punto di picco, come definito dalle riserve disponibili in linea di principio, cadrà fra il 2020 e il 2030, e possiamo nel frattempo cercare forniture crescenti di petrolio a basso costo ancora per più di un decennio. Esiste un altro aspetto del problema: se la nostra capacità produttiva è sufficiente o meno.
L’analista dell’industria petrolifera Michael Smith, che ha conseguito il suo PhD in geologia subito dopo di me – seduto nella stessa poltrona che fu mia al laboratorio di ricerca – è un esperto in materia. Ha speso la maggior parte della sua vita di vocazione come un geologo al servizio dell’industria petrolifera lavorando in tutte le parti del mondo, specialmente in Medio Oriente. “Le riserve sono del tutto irrilevanti nella determinazione del picco,” egli afferma. “La capacità produttiva è la vera chiave di tutto – quanto velocemente può essere estratto dal momento della scoperta. E’ un problema di ingegneria, non di geologia.”
Delle 11 nazione del Medio Oriente, solo 5 sono produttori petroliferi importanti: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Producono oggi circa 20 milioni di barili al giorno, ¼ del totale mondiale. Se la domanda globale aumenta ad un ritmo medio dei passati 30 anni, 1,5% all’anno, questi 5 paesi dovranno soddisfare circa 2/3 della domanda, asserisce Smith.
Assumiamo che essi possano mantenere nè più nè meno di quello che stanno promettendo. Dove ci conduce tutto ciò? L’Arabia sostiene di poter aumentare la produzione da 9,5 milioni odierni a 12 milioni per il 2016 e 15 milioni oltre quella data. Questo nonostante che il petrolio proveniente dai pozzi di Ghawar sia solo il 50% del preventivato, a causa di un taglio già annunciato. Smith mette insieme le capacità di tutti e 5 gli stati e trova che se la crescita di domanda continua al ritmo dell’1,5% essi non saranno in grado di soddisfare la domanda globale a partire dal 2011. Se la crescita di domanda sarà del 2,5%, il problema sarà anticipato al 2008. Se sarà il 3,5% - gli ultimi valori di Cina ed USA – il problema è già presente oggi.
"C’è altro ancora," aggiunge Smith, riferendosi alla iniziale ipotesi fatta, “io non credo alla verità delle affermazioni fatte dagli esponenti dei 5 paesi. Infatti, sebbene io non creda alle stime dell’Arabia e dell’Iran, penso invece che i loro politici le prendano per buone. Non penso che sia in atto una cospirazione, piuttosto penso ad una suddivisione dell’organizzazione tale che nessuno sia in grado di conoscere totalmente l’intera storia, di cui ogni parte contiene una vasta casistica di errori. Il risultato finale è giocoforza la massima conclusione in positivo che deve essere riferita ai politici. Ho fatto una simile esperienza nelle compagnie petrolifere per cui ho lavorato.” Alla conferenza del Novembre 2004 Michael Smith mostrò alla fine della sua presentazione una diapositiva esplicativa del suo punto di vista. Mostrò un gruppo di vigili del fuoco in posa davanti alla macchina fotografica appena al di fuori di una casa in fiamme.
Il banchiere Goldman Sachs ha portato all’attenzione il problema dell’accesso al petrolio su scala mondiale in un rapporto datato 2004. “L’industria petrolifera non sta esaurendo le scorte di greggio – le riserve sono consistenti e continuano a crescere,” asserisce – anche se si dimentica di dare evidenza a queste affermazioni. “Ciò che sta venendo meno all’industria petrolifera è la capacità di accesso al petrolio ancora disponibile.” Due decadi di cronico ribasso degli investimenti negli anni ’80 e ’90 sono responsabili della situazione. In questo tempo l’industria ancora largheggiava per le riserve scoperte negli anni ’60 e precedenti con una infrastruttura capitalizzata durante la prima crisi del 1970. La domanda globale di petrolio impone oggi una veloce compressione temporale delle fasi di trasporto e raffinazione. L’anno di picco per la capacità di trasporto è stato il 1981. Lo stesso è stato per quella di raffinazione. Anche le attrezzature globali hanno raggiunto il picco nello stesso anno.
Allora, di quanti nuovi investimenti c’è bisogno per colmare la penuria? Goldman Sachs dice che per i prossimi 10 anni, assumendo che l’incremento di domanda si mantenga sui livelli ipotizzati in precedenza, sono necessari $2,4 trilioni. Ciò rappresenta quasi il triplo del livello di investimento capitale effettuato dall’industria petrolifera negli anno ’90. E se non viene speso? “Se il cuore dell’infrastruttura non viene ammodernato, le crisi energetiche diverranno via via più frequenti, più severe e più devastanti per l’attività economica,” conclude il banchiere.
Detto in parole semplici, sembra che anche nel caso in cui “gli anticipatori” avessero torto, gli effetti della penuria di investimenti in infrastrutture ed esplorazioni riscontrata nel settore nelle ultime due decadi ci colpiranno lo stesso. Dovete leggere fra le righe del rapporto di Goldman Sachs per percepire il livello di tormento derivante. Anche dove è stato investito abbastanza denaro, spesso si può fare appello velocemente ad una lista successiva di problemi irrisolti. Il petrolio del Mar Caspio è in posizione centrale per ogni scenario che affronti il problema di soddisfare la domanda di petrolio fino agli anni 2020. L’industria petrolifera ha per lungo tempo considerato l’oleodotto che va dall’Azerbagian alla Turchia passando per Baku-Ceyhan come essenziale dal momento che è capace di rendere disponibile il petrolio del Mar Caspio senza la necessità di attraversare né la Russia né tantomeno la Cecenia. Al momento dell’inizio della sua attività di trasferimento del petrolio come è stato pianificato nel 2005, il costo dell’oleodotto avrà toccato i $4 bilioni, circa ¾ dei quali ottenuti in forma di prestiti bancari. I problemi di questo oleodotto iniziano coi rapporti sugli standard di costruzione adottati. Quattro persone bene informate sui fatti hanno di recente informato un giornale nazionale inglese che l’oleodotto sta violando tutti gli standard internazionali previsti per simili costruzioni, includendo l’installazione di tubi non adeguatamente saldati prima ancora che avessero ricevuto qualsiasi controllo ispettivo. E dire che attraversa una zona sismica ad alto rischio. La Turchia sa subito 17 importanti scosse di terremoto negli ultimi 80 anni, e l’oleodotto è progettato per durarne almeno 40.
Al momento del suo studio di realizzazione, rapporti industriali riferivano di centinaia di bilioni di barili presenti nella regione del Caspio. Attualmente circolano più comunemente stime sui 50 bilioni di barili, stesse cifre del Mare del Nord. Dopo la scoperta dell’ultimo dei super giganti, il giacimento di Kashagan rinvenuto nel 1990, c’è stata una prevedibile crescita di interesse in Kazakistan. Ma adesso, su terreni ove singoli pozzi costano $1 bilione per lo scavo, in condizioni dove soltanto le compagnie straniere hanno il know-how e la tecnologia per scavare, il governo kazako ha introdotto una nuova legislazione che fa perdere l’attrattiva dell’investimento. Come ha riferito un capo esecutivo delle ExxonMobil al giornale Petroleum Review, “… la giuria sta ancora cercando di capire se tutti questi ostacoli determineranno un ritardo nella produzione kazaka”.
Questo esempio di un attuale problema di geopolitica affrontato dalle compagnie petrolifere solleva il problema dell’interconnessione fra l’accadimento anticipato del “giorno di picco” globale e le politiche geografiche ritagliate sul petrolio. In virtù della loro posizione di leader del consumo mondiale, gli USA avranno molto da dire su come la crisi – intervenuta o per svuotamento anticipato o per strutture e investimenti inadeguati, o per entrambe le cause – verrà gestita. La geopolitica della dipendenza americana dal petrolio è riassunta molto bene da Michael Klare nel suo recente libro ‘Blood and Oil’. Egli intravede quattro p
Luca Pardi
Luca, nello scritto di Leggett che hai riportato manca la parte finale.
Al momento dell’inizio della sua attività di trasferimento del petrolio come è stato pianificato nel 2005, il costo dell’oleodotto avrà toccato i $4 bilioni, circa ¾ dei quali ottenuti in forma di prestiti bancari. I problemi di questo oleodotto
E poi?
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ?
Bravo Ennio.Questi temi si ricicciano dalla tristemente famosa "austeriti" del 1973.Sul Gas si stanno facendo le stesse previsioni,gli stessi allarmismi,che si fecero 33 anni fà,sul petrolio.Quando poi gli interessi ritroveranno il "giusto" equilibrio e chi di dovere avrà rpianificato le entrate,l'emergenza si risolverà.......e io pago!! :wink:
Mi sembra che si sia sempre più relegati nella incomunicabilità. Gasparini di cosa stai parlando? Hai letto l'articolo di Legget? La domanda fantapolitica di Ennio può essere un esercizio utile, ma i fatti sono altri. La famosa crisi di 33 anni fa non era che il preludio e pochi la presero sul serio. Più che per l'embargo degli sceicchi fu determinata dal problema di ricollocazione della produzione petrolifera in Medio Oriente dopo il Picco petrolifero USA nel 1971 che determinò una carenza strutturale di greggio. Si trattava di aggiornare tutta la filiera e ci volle un po' di tempo, un po' di soldi e un po' di politica.
Luca Pardi
Il calcolo della durata delle riserve petrofilifere,in base alla media estrattiva,prima ancora che del consumo,la fecero fior di studiosi,durante quella famigerata "austeriti" del 73 e i risultati,giustificavano le domeniche a piedi, a mò di risparmio,così come oggi giustificano il blocco delle auto settimanali nei centri città,per l'inquinamento,dopodichè,quando la benzina da 200 lire al litro,passò alle 2000 lire il problema del risparmio energetico svanì.
Io ricomincio a sentire lo stesso odore,o meglio ,la stezza puzza, per il gas.
Io sono da tanto convinto che le alternative siano pronte nei cassetti di chi "gestisce" questa valanga di denaro.Semplicemente verrà tirata fuori nei tempi e nei modi che consentiranno una transazione che non sconvolga gli equilibri che già esistono.Della serie,che il potere non passi di mano.
Per quanto riguarda le questioni politiche non sono molto ferrato, ma mi sento di dire che non ci sia il tempo per portare democrazia e libertà ovunque. Mi chiedo intanto se la presenza di dittature nelle aree strategiche dal punto di vista energetico sia un'effetto o una causa del problema energetico stesso.
Per quanto riguarda l'ipotetica realizzazione della fusione controllata certamente i paesi detentori di consistenti riserve petrolifere continuerebbero a possedere una preziosa fonte di sostanze chimiche difficilmente sostituibili. Ovviamente ignoro l'importanza strategica che questo potrebbe conferirgli.
Potrebbe comuqnue essere un interessante esercizio calcolare per quanto tempo le riserve petrolifere esistenti potrebbero bastare come fonte di materiali plastici, fertilizzanti, prodotti chimici per la farmacologia, etc una volta che fosse azzerato il loro uso come fonte primaria di energia.
Luca Pardi
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ?
Bravo Ennio.Questi temi si ricicciano dalla tristemente famosa "austeriti" del 1973.Sul Gas si stanno facendo le stesse previsioni,gli stessi allarmismi,che si fecero 33 anni fà,sul petrolio.Quando poi gli interessi ritroveranno il "giusto" equilibrio e chi di dovere avrà rpianificato le entrate,l'emergenza si risolverà.......e io pago!! :wink:
Mi meraviglia che ti meravigli.
Credo che Legget come Campbell, come Deffeyes ed altri fossero dipendenti di corporates del petrolio. Non è facile sputare nel piatto dove si mangia, per nessuno.
Luca Pardi
mi sembra che questo smentisca l'articolo da te riportato dell’ex petroliere Jeremy Leggett, (chissà perchè son sempre gli ex a fare critiche, prima quando ci facevano i soldi stavano zitti) si smentisce per lo meno la questione del gas in inghilterra che, non diminuisce la produzione interna.
Ma il problema russo è legato essenzialmente a questioni interne, al ricatto di Putin, questo si un problema, rispetto ad un presunto calo di produzione.
Mi sembra che, in ogni caso, l'unica risposta seria al problema energetico sia, portare democrazia e libertà dove questa non c'è, perché se ci pensi bene è proprio dalle dittature che viene il "carburante" con il vero ricatto di questi signori all'occidente, perché in fondo noi lo paghiamo, mica rubiamo.
Una domanda caro Pardi, facciamo fantapolitica: ammettiamo che un giorno troviamo la fusione nucleare e ci liberiamo del petrolio e gas, che gli facciamo fare ai peones venezuelani, munsulmani e ortodossi russi ?
li rimandiamo a pascolare pecore, datteri e tortillas ? :wink:
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