ANTIPROIBIZIONISMO SULLE DROGHE, CONTRO LA CRIMINALITA' POLITICA E COMUNE.

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MONDO - Legalizzare la foglia di coca. Iniziativa del governo della Bolivia all'Onu.

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19 gennaio 2011 13:43
 

Masticare fogli di coca e' una pratica comune tra gli indigeni andini, secondo l'Onu. Anche se e' un'attivita' illegale. Il Governo di Evo Morales intende cambiare le cose, e per questo ha avviato una campagna internazionale per convincere il mondo che la coca allo stato naturale non e' dannosa per la salute. Cosi' spiega alla Bbc il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, durante un giro in Europa attraverso cinque Paesi, auspicando che non ci siano obiezioni alla mozione della Bolivia alle Nazioni Unite per la depenalizzazione della propria droga nazionale.

“Si tratta di riparare ad un danno storico”, dice il presidente Morales, che e' stato tra i principali dirigenti dei cocaleros nella regione del Chapare, nel centro della Bolivia. Morales evidenzia come la masticazione della foglia di coca e' un costume secolare indigeno in Bolivia, Peru', Argentina, Cile, Equador e Colombia. Ma non solo gli indios la consumano: la coca e' molto diffusa in tutta la popolazione, e particolarmente popolare tra lavoratori e studenti, sia per ragioni culturali e sia perche' serve a combattere il sonno.

La Bolivia e' il terzo produttore mondiale di cocaina. Il direttore nazionale della commercializzazione della coca, Luis Cutipa, in una dichiarazione a Bbc Mundo ha quantificato in 19.000 tonnellate la vendita di coca in Bolivia nel 2010. Nel Paese andino la coca e' costituzionalmente riconosciuta. Le autorita' sequestrano solo la foglia che viene trasportata senza autorizzazione ufficiale perche' si presume che sia destinata alla produzione di cocaina.

La campagna del Governo comprende il lancio di una bibita, Coca Brynco, con cui si vuole dimostrare che la foglia di coca puo' avere effetti positivi per la salute. Nel contempo vengono presentati ampi studi scientifici a sostengo. Uno dell'Oms, realizzato nel 1995, e' arrivato alla conclusione che “l'uso della foglia di coca non sembra che provochi effetti fisici negativi, non solo ma potrebbe anche avere valori terapeutici”.

Evo Morales propose nel 2009 all'Onu di modificare la Convenzione sugli stupefacenti redatta del 1961, che penalizza la foglia di coca a causa degli alcaloidi che contiene e per il suo uso nella preparazione della cocaina. Morales difese i benefici della foglia di coca in forma molto scenica: durante il suo intervento all'Onu si mise una foglia di coca in bocca e comincio' a masticarla. Rispetto alle norme Onu, la richiesta verra' affrontata entro il 31 gennaio di quest'anno; se non ci saranno contestazioni, verra' approvata. Una sola obiezione sara' sufficiente per fermare la richiesta, e gli Usa hanno fatto sapere che Morales puo' far fede sulla loro: Washington teme che il provvedimento possa favorire il narcotraffico. Morales ha fatto sapere che la richiesta boliviana non comportera' nessuna modifica nelle legislazioni nazionali dei singoli Paesi, poiche' si chiede la legalizzazione solo del tipo di foglia masticabile, non l'esclusione della coca dalla lista mondiale degli stupefacenti.

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http://www.fuoriluogo.it/sito/home/content/show/10862

Infuria la battaglia diplomatica sulla foglia di coca

Le ultime manovre diplomatiche: la Colombia rinuncia ad opporsi alla legalizzazione della foglia di coca.

17/01/2011

coca-morales.jpgVenerdì 14 gennaio, il presidente Colombiano Juan Manuel Santos ha chiamato il presidente Morales per annunciare il ritiro dell’obiezione all’emendamento alle Convenzioni Onu sulle sostanze psicotrope presentato dalla Bolivia. L’emendamento chiede di eliminare la foglia di coca dalle sostanze proibite. Sembra dunque che la Colombia abbia preso atto della raccomandazione dell’Unione delle Nazioni Sud Americane (UNASUR) del novembre 2010, che ha riconosciuto la masticazione della foglia di coca come un’antica pratica culturale del popolo della Bolivia, che merita il rispetto della comunità internazionale.
Al momento, non vi sono perciò obiezioni formali all’emendamento boliviano, visto che l’Egitto e la Repubblica di Macedonia, gli unici altri due stati che le avevano avanzate, sono tornati sui propri passi (il primo ha già ritirato l’opposizione e il secondo ha annunciato il ritiro).
Tuttavia, continuano le grandi manovre degli Stati Uniti per mettere insieme un gruppo di oppositori. L’America non vuole esporsi ad una sconfitta ed è questa la ragione per cui non ha ancora avanzato formalmente l’obiezione, ma lavora alacremente per mettere insieme i cosiddetti “amici delle convenzioni”. Sembra che diversi paesi, fra cui la Russia, il Giappone, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, l’Italia e la Svezia, siano disponibili a presentare un’opposizione formale.
Il Ministro degli Esteri boliviano visiterà alcuni di questi paesi per spiegare le proprie ragioni e chiedere loro di non opporsi.
Se nessun paese si opporrà formalmente entro il 31 gennaio, l’emendamento passerà automaticamente, ponendo fine alla proibizione della masticazione della foglia di coca.

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OLANDA - Coffe shop. Su 660, 450 chiudono per la nuova legge

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5 gennaio 2011 19:29
 

Con il nuovo anno saranno costretti a chiudere in Olanda gran parte dei coffee shop dove si possono consumare liberamente droghe leggere. Il primo gennaio e' infatti entrato in vigore un provvedimento che impone la chiusura di questi locali se si trovano a meno di 350 metri di distanza da una scuola. Secondo i calcoli dei media, circa 450 dei 660 coffeshop del paese rispondono a questa caratteristica e sarano costretti a chiuderei battenti.

La citta' piu' colpita sara' Amsterdam, dove si concentra il maggior numero di coffeeshop. Dei 223 locali esistenti ben 183 dovranno chiudere, scrive il periodico Nrc Handelsblad. Gia' a dicembre, la Corte di Giustizia europea ha dato il via libera al regolamento varato nel 2005 dalla citta' di Maastricht che vieta agli stranieri di comprare hascisc o marijuana nei coffee shop di questa citta' olandese al confine con il Belgio. La Corte ha negato che si tratti di una ingiusta discriminazione ai danni degli altri cittadini dell'Unione Europea, sottolineando che l'obiettivo della misura e' stroncare "il turismo della droga e i suoi danni". Dei 3,9 milioni di persone che ogni anno si recano nei coffee shop olandesi, si calcola che il 70% siano stranieri.

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http://droghe.aduc.it/notizia/cartine+rollare+pdl+contro_121692.php

ITALIA - Cartine per rollare. Pdl contro

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11 gennaio 2011 9:23
 

'Chiedo alla polizia di andare a sequestrare a Milano tutte le macchinette automatiche che distribuiscono prodotti cannabinoidi e cartine e chiedo al capo della polizia, Manganelli, di agire con tempestivita' nelle altre citta' italiane ove mai questa vergognosa vendita fosse in atto'. Lo afferma, in una nota, il senatore

Antonio Gentile

, del Pdl, componente della Commissione antimafia.

'Il servizio mandato in onda stasera dal TG4 di Emilio Fede - aggiunge Gentile - ci impone di agire subito e senza perdere tempo: e' semplicemente assurdo che fatti del genere siano stati consentiti'.

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http://droghe.aduc.it/notizia/narcoguerra+piu+15+000+omicidi+nel+2010_12...

MESSICO - Narcoguerra. Piu' di 15.000 omicidi nel 2010

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13 gennaio 2011 10:03
 

Il numero di omicidi dovuti al crimine organizzato, nel 2010 e' stato di 15.273, il piu' alto dopo che il presidente Felipe Calderon nel 2006 ha lanciato l'offensiva contro i narcotrafficanti. Lo ha fatto sapere il Governo ieri durante una conferenza stampa.

La tendenza si e' stabilizzata nel terzo trimestre e poi ha cominciato a discendere, ha detto il portavoce ufficiale del Governo per le questioni di sicurezza, Alejandro Poiré. Il 50% degli omicidi sono concentrati in tre Stati del Messico: Chihuahua (Nord) e Tamaulipas (Nord-Est) al confine con gli Usa, e il Sinaloa (Ovest).

I morti del 2010 rappresentano la meta' dopo l'inizio dell'offensiva dal 2006, con la partecipazione di quasi 50.000 militari.

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Interrogazione urgente a risposta scritta al Presidente del Consiglio
e al Ministro degli Esteri

Dei Senatori Perduca e Poretti

Premesso che:

nel 1961 la comunità internazionale ha adottato la Convenzione Singola sulle Sostanze Narcotiche e Psicotrope che crea quattro tabelle che listano piante e sostanza da loro derivate che devono essere strettamente controllate in tutto il m ondo nella loro produzione, consumo e commercio;

per alcune piante è consentita la produzione e commercio per uso medico e scientifico;

successivamente negli anni Settanta, per via emendativa, e successivamente nel 1988 colla terza Commissione Onu in materia di sostanze stupefaceenti, sono state consentite deroghe per gli usi tradizionali di alcune sostanze;

La coca (Erythroxylum coca o Erythroxylon coca) è una pianta della famiglia delle Erythroxylaceae originaria delle regioni tropicali centro e nord occidentali dell'America del Sud. Si tratta di un arbusto o piccolo albero di 2-3 metri d'altezza, con foglie alterne di un verde intenso. I piccoli fiori bianchi producono una drupa rossastra contenente un solo seme. La coca è una pianta a portamento arbustivo che rimane produttiva anche fino all'età di 50 anni. Classificata in passato all'interno dell'ordine delle Linales, con la più recente classificazione filogenetica viene considerata parte dell'ordine delle Malpighiaceae;

dalle foglie della pianta della coca si ricava anche la cocaina, uno stupefacente;

i principali produttori mondiali di foglie di coca sono la Colombia, il Perù e la Bolivia. L'estensione delle coltivazioni è molto variabile, secondo i programmi dei rispettivi governi e l'azione dello sviluppo alternativo alle coltivazioni, con incentivi offerti da vari paesi, e normalmente canalizzati dalle Nazioni Unite, per riconvertire le coltivazioni di coca in prodotti legali. Orientativamente in Colombia si coltivano poco più di 100mila ettari, in Perù attorno a 50 mila e in Bolivia 30mila.

Considerato che:

nel 2009, il Presidente della Bolivia, Evo Morales Ayma, scrisse al Segretario Generale delle Nazioni unite, Ban Ki Moon, per comunicare la decisione del suo Governo di presentare due emendamenti alla Convenzione Singola sulle Sostanze Narcotiche e Psicotrope relativi agli articoli 49 nei paragrafi 1 c) e 2 e).

l'articolo 49 è relativo alle riserve transitorie della Commissione del 1961 all&rsquo;articolo e al paragrafo 1 c) riguarda la &ldquo;masticazione della foglia di coca&rdquo;;

l'articolo 2 sottomette a ulteriori restrizioni relative alle riserve fatte in virtù del paragrafo 1, al paragrafo 2 e) riguarda la &ldquo;masticazione della foglia di coca dev&rsquo;essere abolita entro di 25 anni dall&rsquo;entrata in vigore della presente Convenzione, come previsto all&rsquo;articolo 41 paragrafo 1;

il 30 luglio, la proposta boliviana di emendare la Convenzione è stata trattata dal Consiglio Economico e Sociale dell'Onu (ECOSOC) e che, dopo negoziati informali, i 54 stati membri hanno deciso all'unanimità di inviare la proposta di emendamenti a tutti gli stati parte della Convenzione perché ne prendessero visione.

Che la Bolivia, sebbene rappresentata alla Conferenza del 1961, inizialme nte non firmò la convenzione e che la sua accessione risale al 1976 sotto la dittatura militare di Hugo Banzer, che rese obbligatorio immediatamente al paese abolire la possibilità della masticazione tradizionale.

Qualora gli emendamenti proposti dalla Bolivia fossero adottati resterebbe comunque l'obbligo di limitare la produzione per &ldquo;scopi medici e scientifici&rdquo; per le piante e sostanze della tabella 1 della convenzione 1961, che includono la foglia di coca.

Considerato infine che già dall'estate del 2009 gli Stati uniti hanno annunciato la presentazione di un'obiezione ai due emendamenti boliviani e che, durante i negoziati informali dei mesi scorsi nonché nei contatti che alcune organizzazioni nongovernative internazionali come l'International Drug Consortium o il Transnational Institute hanno avuto con alcune delegazioni, sembrebbe che Federazione russa, Giappone, Cina, Indonesia, Regno unito, Germania, Belgio , Svezia e Francia avrebbero deciso di sostenere le obiezioni statunitensi.

Tenuto presente che l'Italia è membro dell'ECOSOC fino al 2012.

Si chiede di sapere:

se e come l'Italia sia coinvolta in tale esercizio; quale sia la posizione italiana circa gli emendamenti boliviani;
quale sia la posizione italiana circa le obiezioni degli Stati uniti;

se non occorra ampliare il dibattito che scaturirà dagli emendamenti boliviani anche ad altri documenti delle Nazioni unite come la convenzione sulla bio diversità del 29 dicembre 1993 se, dopo 50 anni, non sia forse il caso di convocare un dibattito ad hoc, anche a latere della prossima 54esima Commissione Droghe dell'Onu del 21-25 marzo 2011, che valuti l'efficacia delle misure proibizionistiche contenute nelle Convenzioni del 1961, 1971 e 1988 e relativi emendamenti.

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cohen_low.jpgNel novembre 2010, il farmacologo David Nutt ha pubblicato una scala del danno delle droghe che vede l'alcol in cima. Ma - si chiede il sociologo Peter Cohen- è valido il metro del "danno" con cui si misurano e si classificano le droghe?

Fonte: Fuoriluogo.it, di Peter Cohen 10/01/2011

nutt_lancet.jpgRecentemente David Nutt, Leslie King e Lawrence Philips hanno pubblicato su The Lancet[1] un articolo sulla possibilità di classificare, per ognuno dei venti tipi di droga disponibili nel Regno Unito, i danni derivati. Il processo di classificazione descritto nell’articolo si fonda sul giudizio fornito da un numero imprecisato di esperti in materia di droga, che utilizzano sedici criteri di valutazione, impostati su una scala di valori da zero a cento. In base a tale valutazione, la sostanza più pericolosa è l’alcol con un punteggio di 72 (su cento), seguita da eroina (punteggio di 55), crack cocaina (punteggio di 54) e metanfetamine (punteggio di 33). In questa classifica una droga, come l’estasi, che vent’anni fa veniva percepita come estremamente pericolosa e persino neurotossica riceve una valutazione di non più di 9 punti.

L’assunto che le droghe causino danni è dato talmente per scontato che in pochi arrivano a pensare di interrogarsi da dove proviene questa conoscenza. Infatti, non è facile dirlo, visto che molti consumatori delle droghe classificate non sono in effetti destinati a patire alcun danno. È come frequentare il traffico urbano più congestionato: alcuni ne usciranno feriti o persino uccisi, ma la maggior parte dei guidatori non soffrirà alcun danno o conseguenza negativa.

Vorrei qui fare delle osservazioni sulla classificazione dei rischi derivanti dalle droghe che è proposta in Nutt et al., sulla scorta di una particolare valutazione operata da esperti. La questione è naturalmente se i danni possano essere valutati e classificati in modo efficace da esperti, senza che sia stata precedentemente data una definizione precisa e quantificabile di danno o degli indici di rischio. La mia risposta a questa domanda è “no” e quanto segue illustrerà perché.

Per cominciare, desidero dire che il tentativo fatto da parte di Nutt et al. di mettere in discussione le classificazioni attuali, così come sono espresse nella legislazione, è utile e lodevole. Siamo lontani dal dimenticare le ragioni per cui, ad un certo punto, la cannabis e l’oppio sono stati dichiarati illegali. I rischi che si attribuiscono a queste sostanze sono diversi, in paesi diversi, così come è varia la severità delle conseguenze legali derivanti dall’essere colti a farne uso. A complicare le cose ulteriormente, c’è il fatto che le opinioni sui danni e le conseguenze pratiche sono destinati a cambiare nel tempo[2]. Tuttavia sia cannabis che oppio sono proibite a livello globale dalle Convenzioni sulle Droghe delle Nazioni Unite e dalla maggior parte delle legislazioni nazionali, elaborate sulla scia di queste Convenzioni. È legittimo mettere in discussione, come si fa in Nutt et al., i danni ipotizzati e la varietà di conseguenze legali per il consumo di droga, visto che sono basati su una definizione di danni della droga lontana da ogni rigore scientifico e, in effetti, da ogni razionalità. Perciò le mie osservazioni qui non mirano a mettere in discussione le classificazioni esistenti, ma piuttosto a “migliorarle” per mezzo di un sistema di classificazione a questionario, analogo a quello proposto in Nutt et al..

Nutt è di professione uno psicofarmacologo e, come altri del suo campo, tende ad attribuire danni intrinseci ai composti di droga quando sono impiegati per il consumo. L’autore del presente articolo è invece un sociologo e, nel valutare i possibili rischi legati al consumo di droga, è, per definizione, portato a considerare l’interazione tra il consumatore di droga, la composizione chimica di essa e il contesto culturale di consumo. Le droghe, a differenza dei veleni, sono consumate dalle persone anche senza alcuna conseguenza dannosa. La questione è in quali circostanze individuali o sociali e a quali dosaggi le droghe possano diventare socialmente pericolose, fisicamente dannose e persino letali, come lo sono i veleni.

Una questione diversa, ma connessa a questa, è poi come si possa riconoscere se un particolare danno è causato da una droga. Una  guidatrice che ha una concentrazione di 1,2 per mille di alcol nel sangue e non è capace di guidare un’auto in sicurezza verrà definita pericolosa a causa del proprio consumo di alcol. In un caso come questo non c’è ragione di mettere in discussione la validità di tale conclusione. Il consumo di alti dosaggi di alcol è non solo direttamente associato ad un particolare comportamento di guida, ma il livello di alcol nel sangue può anche essere quantificato con precisi strumenti di misurazione. Ciascun guidatore può essere osservato, misurato ed inserito in un database. Test a campione nel traffico dimostreranno che molti guidatori hanno un quantitativo di alcol nel sangue pari a zero. In piani di indagine sul traffico ben strutturati e ripetuti un numero sufficiente di volte, è possibile stabilire un indice di probabilità di guida in stato di ubriachezza e del livello di tasso alcolico a seconda della particolare area e del particolare giorno della settimana (per esempio nell’area urbana di Londra il sabato sera).

Effettuare le stesse misurazioni a Liverpool, o nella frisone Heerenveen o nella toscana Volterra potrebbe dare risultati molto diversi e non solo per il sabato sera. Quindi, persino nel caso di un rischio quantificabile con precisione e indiscutibile, l’interazione tra guida in stato d’ebbrezza e circostanze locali, giorno della settimana e particolare cultura di consumo renderà impossibili generalizzazioni sovralocali  sui “danni derivanti dalla guida in stato d’ebbrezza”. Questo significa che un certo danno non può mai essere attribuito esclusivamente ad una droga, ma al massimo ad una droga entro un certo contesto e non entro un altro.

In Nutt et al. si impiega un criterio chiamato “letalità specifica di una droga”. Non si propone però come questo criterio si debba definire o misurare. Probabilmente servirebbero un sacco di dati estremamente precisi per fare una stima di tale criterio. Come sappiamo, nel caso delle morti legate alla droga (uno degli indicatori usati dall’ EMCDDA di Lisbona), la misurazione è difficile e, ancora di più, fare paragoni tra un paese e l’altro. In Nutt et al., tra i criteri proposti per valutare i danni, si menziona una serie di danni come “la debilitazione delle funzioni indotta dalla droga” o “la perdita di relazioni”. Tali danni devono essere stimati, ancora e ancora in ogni caso in cui si suppone che il danno esista, ma spesso non si può contare su una chiara quantificazione o su strumenti di misura. Perciò sono molti difficili le stime di danni che siano generalizzabili per un vasto numero di consumatori – anzi sono perfino, oserei dire, impossibili.
Non passerò in rassegna tutti i criteri proposti da Nutt et al. nella loro pubblicazione sul Lancet. Tuttavia, una volta chiarite le difficoltà circa i “criteri” e la loro misurazione, osserviamo come Nutt et al. hanno cercato di superarle. Essi hanno scavalcato tutte le difficoltà pratiche di quantificazione e hanno semplicemente chiesto ad un numero di esperti di dare un punteggio alle droghe in base ai sedici criteri impiegati nel progetto. La procedura di punteggio,  la sua preparazione e la successiva elaborazione dei punteggi  danno luogo, in Nutt et al., ad una “scala percentuale” calcolata per danno e per droga. Questo metodo suscita in me molte perplessità, ma non è questo il dubbio principale che ho circa questo sistema di punteggio. Se quello che ho osservato qui sulle difficoltà di definire e misurare “i danni della droga” è anche minimamente corretto, come ci si può aspettare che un gruppo di esperti siano capaci di assegnare punteggi a questi danni? È sufficiente affidarci alle loro conoscenze ed esperienze, sempre limitate, che questi hanno sulle droghe e sui danni associati?

Otterremmo forse gli stessi punteggi se interrogassimo esperti altamente qualificati di un centro Cristiano d’assistenza per la droga di Dordrecht vicino a Rotterdam e quelli degli istituti pubblici operanti sul territorio urbano di Amsterdam o Madrid? Otterremmo un punteggio attendibile, mischiando insieme i giudizi di esperti provenienti da ideologie ed esperienze diverse? Dovremmo includere esperti provenienti dall’estero o quelli che lavorano con gli studenti universitari? O piuttosto i detenuti? Come costruire un panel di esperti che possa valutare i danni di una droga su una scala da uno a cento in maniera all’incirca simile a un altro panel?

In breve, anche se ci avvaliamo di un panel di dieci o quindici esperti, come potremmo essere sicuri che i loro punteggi calcolati e combinati siano indicativi del vero danno di una droga, in mancanza di alcuna misura quantitativa del danno da droga come validazione?

E’ pensabile che se chiedessimo ad un panel di esperti di dare punteggi sulla base di  criteri ben definiti al fine di classificare questi danni, potremmo ottenere risultati differenti ogni volta che organizziamo un panel? E anche nel caso in cui ottenessimo punteggi e classifiche simili nei vari panel, cosa ci assicurerebbe che tali classificazioni siano basate su “conoscenze” valide? Non potrebbe forse darsi che pericoli associati con i tipi di consumatore e i modelli di consumo più evidenti produrrebbero classifiche  condivise da panel diversi? Ma, se esaminassimo queste associazioni di danni in altri gruppi di consumatori ed per altri modelli di consumo, i danni sparirebbero o cambierebbero? [3]

In apparenza è possibile interrogare la gente e gli esperti e ottenere la loro percezione sui danni della droga al meglio delle loro conoscenze. Ma il risultato sarebbe solo l’esito di un panel e nulla di più.
Lo stesso naturalmente vale anche per altri danni. Milioni di persone praticano l’immersione subacquea e esistono esperti in questo campo. Ma le loro conoscenze su rischi e danni dell’immersione rimangono limitati. Solo attraverso campioni ampi e ben costruiti di persone che praticano l’immersione subacquea e una precisa misurazione di un ben definito danno si potrebbero avere stime sicure dei rischi dell’immersione e della loro prevalenza.

Che fare allora?
A mio avviso la percezione dei danni legati alle droghe è affetta da così tante limitazioni di affidabilità e validità, che è impossibile al presente avere una stima seria del danno per ogni droga. A parer mio non è nemmeno valido associare i danni alle droghe soltanto. Le droghe sono consumate da essere umani, in condizioni individuali sociali e legali varie, a livelli di purezza e dosaggio vari. Qualsiasi siano gli “effetti” delle droghe, dannosi o meno, essi non possono essere valutati e nemmeno discussi, senza unire la droga ad un particolare consumatore o cultura del consumatore.

Le droghe di per sé non esistono nel loro pieno significato.
Senza un accordo preliminare su un insieme di variabili circa le caratteristiche del consumatore, il contesto culturale e la purezza e il dosaggio della droga, perfino una  misura, di “danno della droga” minimamente standardizzato, non può essere stabilita. Senza questo accordo preliminare, una valutazione seria del danno da droga è un’illusione. Analogamente, se così non fosse, perché allora l’OECD avrebbe discusso per anni su come creare una misurazione standardizzata della “disoccupazione” e su come quantificare le sue componenti?. Molto probabilmente la scala del danno elaborata da Nutt et al., che vede la sostanza più largamente diffusa (l’alcol) al primo posto, seguita da quella meno diffusa (l’eroina) al secondo, è il riflesso di percezioni diffuse tra gli esperti. Ma le percezioni diffuse cambiano continuamente nel corso del tempo. Nemmeno l’uso delle più sofisticate tecniche statistiche per elaborare le percezioni combinate degli esperti potrà superare il fatto che queste sono niente di più che percezioni.

Note e collegamenti.

 [1] The Lancet online, November 1: David Nutt, Leslie A King, Lawrence D.Philips, “Drug harms in the UK: a multicriteria decision analysis.” Vai alla presentazione su fuoriluogo.it.

 [2] Cohen, Peter (2008), The culture of the ban on cannabis: Is it political laziness and lack of interest that keep this farcical blunder afloat?, trad.italiana “La cultura del bando della cannabis”, Relazione presentata al Convegno “Cannabis-growing in the Low Countries”, University of Ghent, 3 e 4 Dicembre 2007. http://www.cedro-uva.org/lib/cohen.cannabisverbod.it.html

 [3] Una rassegna, recente e decisamente spettacolare, sulla qualità delle percezioni sulla droga (o sarebbe meglio dire sui preconcetti) da parte degli esperti, si trova nei primi due capitoli di Craig Reinarman e Harry Levine (ed.) (1997), Crack in America. Demon Drugs and Social Justice, University of California Press.

(Traduzione di Ornella Rossi da "The concept of 'drug harms'" DRUGS AND ALCOHOL TODAY, VOLUME 10 ISSUE 4, DECEMBER 2010 PAGE 10-12 - COPYRIGHT P. COHEN)

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Ricevo da Antonio Polito e inoltro:

Inoltro link ad uno studio di Jeffrey Miron, prof ad Harvard, e Katherin Waldrock, che stima un risparmio, per la spesa pubblica americana, di ca 41,3 miliardi di dollari per risparmi su polizia, spese giudiziarie e su sistema carcerario, oltre all'emersione del nuovo settore economico.

Sommando le nuove entrate fiscali, l'introito raggiungerebbe gli 88 miliardi l'anno.
Good news (radicali).
Antonello
 
 
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CONTROLLI ANTIDROGA SULLE STRADE/RADICALI ITALIANI: I NUMERI SMENTISCONO LA CACCIA ALLE STREGHE DI GIOVANARDI (0,25% DEL TOTALE, 0,58 NEI WEEKEND).

 

La stampa ha pubblicato oggi i dati del Dipartimento di Protezione Pubblica sugli incidenti stradali rilevati  nel 2010 da Polizia e Carabinieri ma anche sui  controlli antidroga effettuati, che sono stati ben 1.643.135, il 3,3% in più rispetto al 2009. Risultati: 40.721 guidatori hanno ricevuto sanzioni perché erano in stato di ebbrezza alcolica, 4.244 conducenti sono stati denunciati per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Nei fine settimana i controlli effettuati sono stati 321.781; 24.593  i guidatori positivi all’alcool, 814 quelli denunciati per guida sotto effetto di stupefacenti.

Dichiarazione di Mario Staderini (segretario di Radicali Italiani) e di Giulio Manfredi (Comitato nazionale Radicali Italiani):

“Una premessa è d’obbligo: i radicali sono sempre stati favorevoli a un aumento dei controlli stradali, a garanzia della sicurezza dei cittadini. Occorre, semmai, discutere sull’efficacia reale dei controlli. Innanzitutto, i numeri smentiscono radicalmene la caccia alle streghe costantemente portata avanti da Giovanardi e dalla compagine proibizionista, tendente a descrivere le strade italiane in balia di milioni di guidatori strafatti dalle droghe. La percentuale di conducenti denunciati per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti è pari allo 0,25 del totale; tale percentuale “sale” allo 0,58 se consideriamo solamente i weekend. Rispetto alle sanzioni relative all’alcool (droga legale), il rapporto è rispettivamente di poco meno di un decimo e, nei weekend, di 1 a 30.

E per l’ennesima volta siamo costretti a ricordare (visto che questo dato non è comunicato ai cittadini che non frequentano i siti radicali) che la maggior parte dei conducenti denunciati sono stati consumatori di derivati della cannabis, i cui metaboliti rimangono nelle urine per svariati giorni se non settimane. Pertanto, l’esame delle urine rileva un consumo passato di sostanze e non un’intossicazione attuale, e pertanto pericolosa per sé e per gli altri se si guida, quella che rileva, per esempio, l’etilometro rispetto all’alcool.

Anche nell’anno passato, dunque, i controlli stradali rispetto alle sostanze stupefacenti sono serviti in gran parte a perseguire cittadini non per la pericolosità dei loro comportamenti  ma per il mero fatto di assumere sostanze illegali.

E’ troppo richiedere l’adozione generale da parte delle forze dell’ordine di metodi e strumenti di analisi che verifichino la pericolosità reale e attuale dei conducenti fermati, qualunque sia la sostanza da essi assunta?”.

 

Roma, 3 gennaio 2011

 

 

 

 

 

 

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"La Stampa", 3 gennaio 2010

 

INCIDENTI IL BILANCIO DEL 2010

Meno morti e scontri sulle strade italiane

Nel fine settimana la metà dei controlli positivi all’etilometro

FLAVIA AMABILE ROMA

Nel 2010 sulle strade sono morte 80 persone in meno, e ne sono rimaste ferite oltre 75 mila in meno. Sono i dati del Dipartimento di Protezione Pubblica sugli incidenti rilevati da Polizia e Carabinieri. Rispetto al 2009 si è ridotto del 5,7% il numero di incidenti stradali (104.437), è sceso del 3,2% il numero dei morti (2.364 contro 2.444 del 2009) e del 6% quello dei feriti (75.463). Ci sono state oltre due milioni di infrazioni al Codice della Strada rilevate. Le altre, quelle sfuggite ai controlli, chissà. Comunque per rilevare 2.876.079 infrazioni sono stati necessari il doppio dei mezzi: 4.625.859 pattuglie di vigilanza stradale effettuate.

Senza limiti Sono stati impiegati 20.808 servizi con misuratori di velocità, e accertate 840.256 violazioni per eccesso di velocità, quasi una su tre delle infrazioni rilevate. Complessivamente sono state ritirate 84.438 patenti di guida e 91.708 carte di circolazione. I punti patente decurtati sono 4.074.673.

Un capitolo a parte meritano quelli che guidano dopo aver bevuto un po’ troppo o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. I conducenti controllati con etilometri e precursori sono stati 1.643.135, il 3,3% in più rispetto al 2009. Più o meno in un controllo su due insomma oltre a chiedere patente e libretto si è anche effettuato il test. Su oltre un milione e mezzo di persone fermate per un controllo, 40.721 hanno ricevuto sanzioni perché erano in stato di ebbrezza alcolica, mentre quelli denunciati per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti sono stati 4.244.

Polizia Stradale e Arma dei Carabinieri hanno confiscato 4.545 veicoli, di cui 4.029 per guida in stato di ebbrezza alcolica con una percentuale di alcol superiore a 1,5 g/l, e 516 per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Uno su dieci di quelli che avevano bevuto o erano sotto l’effetto di droghe ne aveva davvero abusato.

Pericolo weekend Ma la metà dei positivi ai test sono stati trovati nei controlli del fine settimana. I conducenti controllati con etilometri e precursori in questi giorni sono stati 321.781, il 7,6% dei quali (pari a 24.593, di cui 21.924 uomini e 2.669 donne) è risultato positivo al test di verifica del tasso alcolemico (lo scorso anno la percentuale dei conducenti positivi era stata del 8,7%). Le persone denunciate per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti sono state 814. I veicoli sequestrati per la confisca 1.786. I neopatentati o minori di 21 anni o conducenti speciali trovati positivi sono stati 907. Per loro, invece, vige il divieto assoluto di bere.

Quanto agli incidenti, «dopo un primo semestre caratterizzato da un andamento negativo dell’incidentalità stradale, soprattutto mortale - si legge nel comunicato - la netta inversione di tendenza del secondo semestre ha consentito di chiudere il 2010 (i dati sono al 28 dicembre) con un risultato positivo, in linea con quanto registrato nell’ultimo decennio. Sulle «stragi del sabato sera», dall’inizio dell’anno al 19 dicembre, nelle notti dei fine settimana, stradale e carabinieri hanno impiegato nei posti di controllo 190.530 pattuglie, rilevando 5.308 incidenti di cui 183 mortali con 210 vittime (30 in meno rispetto al 2009).

Il «tutor» Polizia e Carabinieri sottolineano gli effetti del sistema Safety Tutor e sulle autostrade. Nel 2010 l’estensione del sistema ha raggiunto i 2.500 km di autostrada, 300 in più dello scorso anno. Il suo utilizzo per 252.013 ore ha consentito di accertare, da gennaio a novembre, 583.308 violazioni dei limiti di velocità. Infine, il settore merci. Grazie a un’intesa raggiunta tra Viminale e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del luglio 2009, la Polizia Stradale, nel corso del 2010, ha intensificato i controlli nel settore del trasporto professionale: sono stati 3.761 (+ 68% rispetto all’anno precedente) con 24.975 Operatori di polizia impiegati e 8.644 del Ministero dei Trasporti. I veicoli pesanti controllati sono stati 62.588 (+71,4%), di cui 14.178 (pari al 22,6%) stranieri. Le infrazioni accertate 54.842 (+57,8%); 617 (+104%) le patenti e 1.731 (+28,7%) le carte di circolazione ritirate. Il «brindisi sicuro» Per il quinto anno consecutivo, nel periodo compreso tra il 18 dicembre 2010 ed il 6 gennaio 2011 - ricorda infine la nota - è stata organizzata la campagna di sicurezza stradale «Brindo con Prudenza», effettuata in collaborazione tra Polizia Stradale, Fondazione Ania ed il Sindacato locali da ballo. L’iniziativa coinvolge le province di Brescia, Varese, Trento, Rimini e Ravenna ed intende promuovere la figura del «guidatore designato» (una tradizione tra i giovani dei paesi del Nord Europa), prevedendo anche la distribuzione di ingressi gratuiti - messi a disposizione dai locali aderenti all’iniziativa - per i giovani conducenti risultati negativi alla prova etilometrica ai posti di controllo.

Rilevate oltre due milioni di infrazioni: quasi una su tre per eccesso di velocità 2.364 vittime l’anno scorso Secondo le rilevazioni di polizia stradale e carabinieri, nel 2009 i morti in incidenti erano stati 2.444; nel 2010 ce ne sono stati 80 in meno 84.438 patenti ritirate Gli oltre due milioni di infrazioni hanno portato al ritiro di circa ottantamila patenti di guida e oltre 91mila carte di circolazione 210 le vittime del sabato sera Al 19 dicembre 2010 erano stati registrati 210 morti nelle cosiddette stragi del sabato sera Le vittime sono state 30 in meno rispetto al 2009 40.721 ubriachi alla guida Su oltre un milione e mezzo di persone fermate per un controllo, circa quarantamila hanno ricevuto una sanzione perché trovati in stato di ebbrezza alcolica Polizia stradale e carabinieri hanno effettuato oltre 4 milioni di pattuglie

www.lastampa.it/amabile

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http://www.politicheantidroga.it/comunicazione/notizie/2010/dicembre/2010-bilancio-positivo-di-un-anno-di-attivita.aspx

 

Giovanardi: il 2010 un anno positivo

Il 2010 volge al termine e, anche se le attività del Dipartimento Politiche Antidroga non prevedono pause, anzi proseguono continuativamente nella gestione dei numerosi progetti e delle iniziative già in corso di svolgimento, mi sento in dovere di fare, seppur brevemente, il punto sul lavoro fin qui svolto e sugli obiettivi conseguiti.
Innanzitutto, va ricordato che nel corso di quest'anno sono stati portati avanti ben 49 progetti nazionali, con un impegno di spesa di 26,3 milioni di euro, tutti in linea con le indicazioni strategiche del Dipartimento antidroga per contrastare il diffondersi delle tossicodipendenze e delle alcoldipendenze e per arginare i fenomeni inaccettabili delle cosiddette "stragi del Sabato sera" e delle morti in ambito lavorativo.
Sono stati, inoltre, realizzati apprezzati progetti di ricerca scientifica ed è stata  predisposta un'attenta sorveglianza epidemiologica dei comportamenti di abuso, dei fenomeni droga correlati e delle caratteristiche delle sostanze stupefacenti in circolazione che ha già portato all'inserimento nelle Tabelle delle sostanze stupefacenti di taluni nuovi e pericolosi principi psicoattivi presenti in prodotti precedentemente in libera vendita.
Il 2010 ha visto poi l'approvazione del Piano di Azione Nazionale Antidroga, ispirato al Piano di Azione dell'UE in materia di lotta contro la droga, elaborato partendo dalle indicazioni degli operatori pubblici e del privato sociale intervenuti alla V Conferenza Nazionale, tenutasi a Trieste nel 2009. Con l'approvazione di questo essenziale documento, anche il nostro Paese, come la maggioranza degli Stati Europei, adotta per il triennio 2010-2013 un prezioso strumento di lavoro, i cui contenuti rappresentano le future linee di indirizzo generali per l'attuazione di iniziative coordinate sul territorio nazionale in materia di contrasto del traffico di sostanze stupefacenti e di cura, riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone tossicodipendenti.

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MINISTERO DELLA SALUTE
Ricostruzione completa del testo dell'atto DECRETO 23 settembre 2010  
 

Istituzione dell'Ufficio di livello Dirigenziale non generale nell'ambito della direzione generale della programmazione sanitaria, dei livelli essenziali di assistenza e dei principi etici di sistema di monitoraggio per le cure palliative per la terapia del dolore connesso alle malattie neoplastiche croniche e degenerative. (10A14897)

(GU n. 292 del 15-12-2010 )

http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2010-...

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DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 25 novembre 2010  
 

Sospensione del sig. Fausto Maria Fagone, dalla carica di deputato della Regione siciliana. (10A14848)

(GU n. 289 del 11-12-2010 )

http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2010-...

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MINISTERO DELLA SALUTE
Ricostruzione completa del testo dell'atto DECRETO 11 novembre 2010  
 

Determinazione delle quantita' di sostanze stupefacenti e psicotrope che possono essere fabbricate e messe in vendita in Italia e all'estero nel corso dell'anno 2011. (10A13969)

(GU n. 277 del 26-11-2010 )

http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2010-...

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http://www.radicali.it/comunicati/ganzer-staderini-rimuoverlo-dall-incarico-come-anche-de-gennaro-altri-vertici-di-polizia-

 

Ganzer: Staderini, rimuoverlo dall’incarico. Come anche De Gennaro e gli altri vertici di polizia condannati. Dalla politica silenzio complice.

Ganzer

Non è immaginabile che il generale Ganzer rimanga al vertice dei Ros, e bene farebbe il Comando generale dei Carabinieri almeno a rimuoverlo da ogni incarico operativo.

Allo stesso modo, però, non possono rimanere al loro posto Gianni De Gennaro, Direttore del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, il capo dell’Antiterrorismo, un dirigente dell’AISI e il responsabile dello SCO, tutti condannati in secondo grado per gravi reati e interdetti dai pubblici uffici.
Uno Stato che si presume democratico non può permettersi che i principali posti di comando delle forze di sicurezza siano diretti da persone condannate e interdette dai pubblici uffici, perché sarebbe folle lasciare che anche solo una parte degli italiani possa nutrire dubbi sulla loro serenità.
Eppure, il Governo e l'opposizione sono uniti nel nascondere una situazione che non ha precedenti nelle democrazie moderne.
Evidentemente, quando istituzioni e partiti si trasformano in associazioni a delinquere contro i diritti dei cittadini, diventa indispensabile che alcuni posti chiave siano in vario modo controllabili.

Dichiarazione di Mario Staderini, Segretario di Radicali Italiani

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"La Stampa", 28/12/10

 

“Ganzer un traditore” I giudici affossano il comandante dei Ros

I motivi della condanna a 14 anni per narcotraffico

PAOLO COLONNELLO MILANO

Primo grado Il generale Giampaolo Ganzer ha annunciato che farà ricorso in appello

Le sentenze si rispettano, aspettiamo le motivazioni». Disse così il generale Giampaolo Ganzer, brillante comandante dei Ros, quando nel luglio scorso una sentenza di primo grado dei giudici di Milano lo condannò a 14 anni di reclusione per aver organizzato e coperto negli Anni 90 traffici di droga nonché creato fondi neri in cambio «di carriera, potere, visibilità». E adesso che le motivazioni sono arrivate, Ganzer dovrà trarre delle conclusioni, sebbene già si faccia sapere che verranno rimandate al ricorso in appello. Ma anche nel Paese dei conflitti d’interesse non è possibile che lo stesso uomo che ha guidato l’ultima e più importante operazione contro la ‘ndrangheta in Italia, che ha indagato sugli appalti della Protezione civile di Bertolaso, sulla maxi frode TelecomSparkle/Fastweb, sulla P3, sulla Finmeccanica e sull’Enav, sia al tempo stesso considerato da un Tribunale un narcotrafficante, sebbene solo al fine di fare carriera.

Perché le 1.100 pagine scritte dai giudici dell’ottava sezione penale sono, se possibile, ancora più pesanti della condanna a 14 anni, anche se di primo grado e dunque riformabile in appello. E non si tratta solo di parole. Perché per i giudici Ganzer «ha tradito per interessi personale tutti i suoi doveri e fra gli altri quello di far rispettare le leggi dello Stato». Ha tradito «il dovere di essere leale con gli altri organi dello Stato con i quali avrebbe dovuto collaborare». E ha tradito infine i suoi stessi uomini: «Colpisce nel comportamento di Ganzer non tanto il fatto che non abbia avuto alcun momento di resipiscenza... ma che abbia preso le distanze da tutte le persone che con il suo incoraggiamento, avevano commesso i fatti in contestazione». Il generale infatti, secondo i giudici, si è trincerato «sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti». E l’accusa di «tradimento», per un militare è forse la più infame che si possa immaginare. Anche se il punto, per la difesa, è sempre stato proprio questo: non è Ganzer ad aver «tradito» i suoi uomini/complici ma loro ad aver tradito il generale, tenendolo all’oscuro di tutto. Ed è su questo che il comandante dei Ros promette di battersi in appello, proclamando la sua «assoluta estraneità» a tutte le accuse.

E’ vero che per Ganzer i giudici non hanno riconosciuto la partecipazione a un’associazione per delinquere preferendo tratteggiare i vari episodi di cui il pluridecorato generale sarebbe stato protagonista non come «un unico disegno criminoso», ma come scalini diversi di una carriera salita in fretta, escludendo per giunta dai reati l’uso delle armi di servizio e prescrivendo le accuse di peculato e falso: circostanze che hanno permesso di contenere l’iniziale richiesta a 27 anni di carcere fatta dal pm Luisa Zanetti.

Ma è una magra consolazione: per i giudici Ganzer faceva pienamente parte di «un patto criminale» e «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti, garantendo loro assoluta impunità, tradendo così, per interesse personale, tutti i suoi doveri».

Pene e spiegazioni severe (7 anni di reclusione) anche per il ruolo di Mario Obinu, attuale alto dirigente dei servizi segreti civili, all’epoca dei fatti (‘94-‘97) braccio destro di Ganzer in qualità di comandante del reparto di Criminalità Organizzata del Ros Centrale e considerato pienamente partecipe alle «operazioni specchietto» antidroga. Ma, riconoscono i giudici, «l’esistenza di reiterate deviazioni nell’ambito del Ros... non sia sufficiente ad integrare il delitto de quo (l’associazione, ndr) in mancanza di un vincolo stabile tra gli imputati e la creazione da parte degli stessi di una seppur minima struttura finalizzata al raggiungimento di fini illeciti e criminosi». Un patto sceleris insomma, deciso in nome della carriera. E sacrificato sull’altare della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

LA DIFESA «Assolutamente estraneo ai fatti: i miei sottoposti mi tenevano all’oscuro»

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"La Repubblica", LUNEDÌ, 27 DICEMBRE 2010
Pagina 14 - Esteri
 
L´agenzia antidroga avrebbe aiutato alcuni governi stranieri a spiare i propri avversari
Guerra ai narcos e favori politici: le carte segrete che inguaiano la Dea
Le rivelazioni contenute in una serie di documenti sul traffico di droga in Sud America
 
ANGELO AQUARO
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK - C´è una Cia parallela oltre alla Cia parallela che potreste immaginare già. È un servizio deviato nel vero senso del termine: deviato dal suo compito originario. Perché la Drug Enforcement Administration, conosciuta in tutto il mondo come Dea, è stata creata nel 1973 per combattere appunto il traffico di droga. Ma negli anni il suo potere segreto e parallelo è cresciuto al punto da comprendere intercettazioni condotte per conto di governi stranieri e coinvolgimenti negli affari corrotti di mezzo mondo.
«Mi serve aiuto per le intercettazioni», implora e minaccia con un messaggino lanciato dal suo Blackberry il presidente panamense Ricardo Martinelli: il destinatario è l´ambasciatore americano nel paese del Canale, che cerca di resistere alle pressioni per spiare l´opposizione. Ma il ministro degli Interni di un altro paese, il Paraguay, non è meno diretto. Chiede agli yankee di dargli una mano a controllare i ribelli di sinistra dell´Esercito Popolare del Paraguay già in contatto con le Farc colombiane. Anche qui l´ambasciatore prova dapprima a resistere: non può mettere a disposizione le sue apparecchiature per questi scopi. E lo spregiudicato ministro: «Il narcotraffico conta, ma non potrebbe mai rovesciare il nostro governo. L´Esercito Popolare sì».
La verità sul servizio segreto parallelo è saltata fuori dai cable di WikiLeaks pubblicati dal New York Times e da El Pais. Il confine tra lecito e illecito è sempre difficile da tracciare quando ci si muove sul terreno della lotta a un business come il narcotraffico, capace di influenzare politiche e governi quando non è gestito direttamente da questi. E qui i cable sostengono per esempio che in Africa, nella Guinea, il capo del cartello è il figlio dello stesso presidente. In tandem con i governi locali la Dea utilizza quindi il suo sistema di ascolto "Matador" per intercettare i boss del traffico. Ma sempre più spesso i governi lo vogliono utilizzare per gli affari loro.
Il panamense Martinelli è arrivato a minacciare la Dea di sloggiarla, se non gli avesse dato una mano a controllare gli oppositori di sinistra: qui c´è la fila per lavorare con me, dice, potrei rivolgermi ai servizi israeliani. L´insistenza del presidente è così forte che gli americani cominciano a sospettare che voglia distogliere la Dea dai sui suoi affari di famiglia. In questo caso l´organizzazione antidroga ha preferito tirarsi fuori. Ma in Paraguay ha finito invece per accettare l´"invito" del governo.
Certo, restano innegabili i successi. Nei cable, per esempio, i militari messicani raccontano tutta la loro frustrazione per la battaglia antidroga condotta dal governo, sostenendo di avere più fiducia negli americani che nei loro vertici corrotti. E la pressione degli Usa nei paesi dell´America Latina sta spingendo i narcos a traslocare i propri paradisi altrove: da qui il fiorire dei traffici dalla Guinea al Ghana. Ma le rivelazioni sulle commistioni con i governi corrotti sono naturalmente nuove fonti d´imbarazzo per gli Usa. Che aggiungono l´ennesima voce al conto da far pagare a Julian Assange.

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http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/asia/afghanistan/rassegna_stampa/talebani-e-la-banca-delloppio.-wikileaks

 

Talebani e la 'banca' dell'oppio. Wikileaks

Fonte: Notiziario Aduc 21/12/2010

I talebani afghani producono piu' oppio di quanto il mercato possa assorbire e immagazzinano l'eccesso, considerandolo come una sorta di 'conto di risparmio'. E' quanto emerge da cablogrammi Nato rivelati da Wikileaks e riguardanti dichiarazioni nel settembre 2009 dell' allora direttore esecutivo dell'Ufficio Onu per le droghe e il crimine (Unodc), Antonio Maria Costa.
Il materiale riguarda informazioni fornite da Costa in un incontro il 18 settembre 2009 con i vertici della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), sotto comando Nato.
Il responsabile sottolineo' che l'oppio non era una questione dell'Afghanistan in generale, ma 'specificamente dell'Afghanistan meridionale, dove si produce il 99% di questo stupefacente', base anche per la preparazione dell'eroina.
Costa confermo' l'efficacia dell'azione militare nella provincia meridionale di Helmand, aggiungendo pero' che il problema sara' risolto solo quando i contadini afghani riceveranno reali alternative ai prezzi alti pagati dai trafficanti di stupefacenti per i raccolti di oppio.
Nel cablogramma si sostiene poi che l'Afghanistan aveva in quel momento stock per 12.400 tonnellate di oppio, 'a causa di una produzione superiore alla domanda di consumo mondiale' e che 'gli insorti trattengono volontariamente i quantitativi non immettendoli nel mercato trattandoli come 'conti di risparmio''.
In questo ambito Costa sottolineo' il pericolo di questi stock come 'vera e propria fonte di finanziamento dei talebani', incoraggiando i servizi di intelligence a seguirne immagazzinamento e movimento.

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http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/asia/afghanistan/rassegna_stampa/gli-usa-finanziano-un-lord-afgano-della-droga-poi-lo-arrestano

 

Gli USA finanziano un lord afgano della droga, poi lo arrestano

La storia dell'analfabeta Juma Khan, signore della droga afgano così come raccontata dal New York Times.

Fonte: Fuoriluogo.it, di Giorgio Bignami 23/12/2010

L'etica puritana dei pellegrini del Mayflower, sbarcati a Cape Cod nel 1620, ovviamente non va più tanto di moda tra i loro discendenti attuali. Dopo le scandalose speculazioni  che hanno scatenato l'attuale crisi, dopo gli scheletri negli armadi spalancati da Wikileaks, una fonte non sospetta - il New York Times - ci svela alcuni interessanti dettagli degli intrighi afgani (articolo del 12.12 a firma di James Risen, ripreso dal supplemento in inglese di Repubblica il 20.12, p. IV).

In sintesi: il potente Drug Lord afgano, l'analfabeta Juma Khan, in affari con talebani, con il governo Karzai, con i pakistani - e chi più ne ha più ne metta - da qualche anno era diventato un importante alleato e "consigliere" della CIA e della Drug Enforcement Administration (DEA). Non solo volava a Washington in incognito per incontri clandestini, ma era riuscito addirittura a far arrestare dagli americani - tramite trappola tesa a New York - uno dei suoi più diretti concorrenti, il Drug Lord Noorzai, del quale il nostro eroe aveva così "ereditato" una cospicua fetta del narcotraffico. 

Ma tanto va la gatta al lardo...oppure chi la fa l'aspetti, se preferite. Gli americani poco a poco si accorgono che Juma Khan li fa fessi, prendono consapevolezza di quanto una tale collaborazione sia compromettente e controproducente nel pasticciaccio dell'avventura afgana. Allora invitano Juma Khan a un ulteriore incontro in Indonesia, dove lui vola fiducioso (a sue spese); a Jakarta lo impacchettano e se lo portano a casa.   

La "giustificazione" legale per una tale operazione il Ministero della giustizia la trova nel fatto che la legge americana consente di arrestare (anche all'estero) narcotrafficanti legati ai terroristi, (anche se non importano droga negli USA). Su questo, pare, è in corso una animata discussione tra gli addetti ai lavori. Parte di essi infatti sostengono che Juma Khan si faceva soltanto gli affari suoi - alla grande, senza discriminare tra varie parti spesso tra loro nemiche, evitando l'errore di importare droga negli USA - ma che non fosse particolarmente legato ai terroristi: il che gli avrebbe appunto consentito di sfruttare  al meglio il suo redditizio "ecumenismo".

E ora la parola agli onnipresenti bookmaker: a Juma Khan toccherà il rogo delle streghe di Salem, ovvero una più blanda tirata d'orecchi, da parte di chi deve far dimenticare una tale frittata da Guinness dei primati?

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http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/metadone-e-assicurazione-auto-il-danno-e-la-beffa

 

Metadone e assicurazione auto, il danno e la beffa

L'articolo di Maria Stagnitta, vice Presidente di Forum Droghe, per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 22 dicembre 2010.

Fonte: Il Manifesto, di Maria Stagnitta 22/12/2010

Marco P. lavora da diversi anni in una cooperativa sociale, in cui è cresciuto professionalmente fino ad assumere progressivamente ruoli di responsabilità. Era entrato a far parte della cooperativa come “socio svantaggiato”, poiché tossicodipendente, in trattamento metadonico presso un Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.).  Dopo anni di difficoltà, aveva finalmente raggiunto una stabilità, grazie al trattamento farmacologico che gli aveva permesso di avere un nuovo lavoro. Ma questa stabilizzazione acquisita con tanti sforzi rischia di saltare per le conseguenze impreviste di un incidente. Una sera d’autunno, guidando l’auto sull’asfalto scivoloso per la pioggia, Marco perde il controllo della macchina, invade l’altra corsia e si scontra con un veicolo che stava sopraggiungendo in direzione opposta. Entrambi gli autisti rimangono feriti. Una volta in ospedale, Marco è sottoposto ad esame tossicologico e risulta positivo al metadone. Il verbale della Polizia Municipale recita che le cause dell’incidente sono da ricercarsi nel farmaco assunto dal conducente: nessun  cenno al fondo stradale né al fatto che quella sera stessa, a poche centinaia di metri dall’incidente, ne era avvenuto un altro attribuito alle condizioni della strada.
A seguito di questo verbale, Marco viene informato dalla propria assicurazione che si rivarrà su di lui per le spese di risarcimento danni del sinistro. Infatti, una norma della sua polizza assicurativa  prevede che “l’assicurazione non sarà operante nel caso in cui di veicolo guidato da persone in stato d’ebbrezza o sotto l’influenza di sostanze stupefacenti”. Dunque Marco dovrà pagare di tasca propria nonostante al momento dell’incidente non si trovasse affatto “sotto l’influenza di sostanze stupefacenti”, bensì in trattamento con un farmaco regolarmente prescritto; e nonostante abbia sempre pagato le  rate assicurative.
Il metadone è considerato il farmaco d’elezione per la dipendenza da oppiacei, particolarmente utile per l’inserimento lavorativo delle persone dipendenti.
I dati del Rapporto annuale sulle Tossicodipendenze riportano che, nel 2009, su 160.802 persone in trattamento presso Servizi per le tossicodipendenze 89.968 (pari al 55,9%) erano in trattamento metadonico (10.091 a breve termine, 18.576 a medio termine e 61.301 a lungo termine) e 16.708 (pari al 9,4%) in trattamento con buprenorfina o altri farmaci non sostitutivi (1.689 a breve termine, 3.069 a medio termine, 11.950 a lungo termine). Dunque, ben 106.676 delle persone tossicodipendenti in cura presso i servizi assumono farmaci (sostitutivi e non) e 73.251 di queste a lungo termine. Sempre nella stessa Relazione grande importanza viene data ai programmi di reinserimento sociale che spesso si affiancono a quelli di trattamento farmacologico a lungo termine. Questi programmi prevedono attività di orientamento, formazione, accesso al lavoro e il mantenimento dello stesso è considerato un indicatore di successo del trattamento. La patente di guida è spesso necessaria sul lavoro, molte aziende la richiedono ai propri dipendenti come requisito indispensabile. In altri casi possedere un’automobile è la condizione indispensabile per raggiungere il luogo di lavoro e quindi mantenere l’occupazione. Dunque, considerare il metadone alla pari di una droga che compromette le capacità di guida da un lato è contraddittorio rispetto alle indicazioni stesse del farmaco (prescritto per stabilizzare la persona e metterla in grado di svolgere mansioni che richiedono attenzione); dall’altro, è una indebita speculazione dell’assicurazione, resa possibile dalla debolezza sociale e dallo stigma di cui soffrono le persone dipendenti. Analoga confusione si registra al momento del rilascio delle patenti, poiché le Commissioni Provinciali Patenti (gli uffici deputati a rilasciare l’idoneità alla guida delle persone anziane e portatrici di patologie) applicano criteri difformi tra loro. Alcune (come a Firenze) non rilasciano tale certificazione se la persona assume metadone, mentre altre (come a Perugia) la rilasciano dietro attestazione del Ser.T. 
Non sarebbe il caso di dire una parola chiara su una questione così vitale, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini, anche quelli (ex) tossicodipendenti?

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"La Stampa", 24/12/10

 

Un milione dai Monopoli per la morte dell’uomo che assaggiava tabacco

Ucciso da un cancro ai polmoni: condannato l’ente di Stato

MARCO NEIROTTI ROMA

L’uomo era stato assunto nel 1954 e aveva lavorato fino al 1997

Nuoce gravemente alla salute, uccide. E’ scritto su ogni pacchetto di sigarette. Prima è disagio fisico, poi enfisema, alla fine tumore al polmone. Nel 2001 muore così Glauco Mancini, classe 1931, «assaggiatore di tabacchi», dipendente con stipendio dei Monopoli di Stato dal 1954, quando aveva 23 anni. La consapevolezza del danno da fumo ha dettato la sentenza del Tribunale di Roma che condanna il Ministero dell’Economia e Finanze, Amministrazione dei Monopoli, a risarcimenti che arrivano al milione di euro.

Mancini giovanotto è assunto e destinato, nel ‘54, alla «saletta esportazione». Negli atti si descrive un luogo «estremamente umido e freddo, con finestre aperte con ogni clima per far entrar la luce». Poi ci sono le trasferte nei magazzini e il giovane, per mestiere e forse con piacer suo, assaggia sigarette, sigari e tabacco da pipa. Nel ‘78 si ritrova una «bronchite cronica enfisematosa ed artrosi», ma prosegue il lavoro» e nell’84 Pertini gli conferisce l’onorificenza di Cavaliere.

Il Cavaliere Mancini continua a fumare «in ufficio» fino al 1997, quando va in pensione. Nel 2000 gli è diagnosticato un tumore al polmone che se lo porta via in un anno. La famiglia cita in giudizio il Monopolio e ottiene il riconoscimento di «morte per causa di servizio». E su questo punto si apre la battaglia tra famiglia e Monopoli. Causa di servizio vuol dire consapevolezza del datore di lavoro dei rischi cui va esponendosi il dipendente? Parte il ricorso dell’avvocato Romolo Reboa con il collega Simone Trivelli, che puntano - per l’accertata «causa di servizio» e la consapevolezza del datore di lavoro - a condanna civile e risarcimento per «omicidio colposo». Quello che ha confermato il giudice Flavio Baroschi.

L’avvocato Reboa commenta il coraggio del giudice nel dare un valore congruo alla vita umana e affermare che la tutela della salute del lavoratore deve essere una priorità in una Nazione che vuole dirsi civile». Ma, fuori aula, il commento investe altri aspetti sociali: «Emerge che gli Stati lucrano sul fumo e commerciano il tabacco in concorrenza con le multinazionali, poi si lavano la coscienza facendo scrivere sui pacchetti che fumare fa male». La conclusione è raffinata disfida. Accusa: è vero che il dipendente è consapevole, ma tu datore di lavoro sai e fai scrivere che fa male, però paghi uno, seppur cosciente, per far professione di ciò che «nuoce gravemente alla salute», «uccide». I legali del Monopolio proprio sulla coscienza di Mancini impostano la difesa: «In quanto fumatore, la partecipazione alla Commissione per l’esame merceologico presupponeva il consenso dell’interessato. Se avesse richiesto avrebbe potuto non svolgere quella mansione». E poi - a parte mettere in dubbio il nesso professione-danno - si afferma che «è difficile asserire che un qualsiasi fumatore abbia fatto uso di sigarette senza essere sufficientemente consapevole e senza avvertire direttamente la dannosità del fumo». Il che, su queste basi, potrebbe candidare l’Avvocatura dello Stato a difensore del suicidio assistito.

L’avvocato Reboa considera la sentenza, più che una vittoria economica, una vittoria di principio sulle distorsioni di un sistema economico. L’Avvocatura dello Stato insiste sì sulla vittima consenziente ma ribadisce che il danno da fumo è ormai noto a tutti. Diventa difficile, allora, dopo questa condanna, spiegare la liceità del produrre, vendere, commerciare incassando colossali proventi una merce dichiarata dannosa dal distributore stesso. Il problema lo riapre una causa vinta per un fumatore abituale pagato dallo Stato «per «provare una merce dannosa alla salute», una merce venduta legalmente, che rende miliardi di euro e porta scritto: «Uccide». O, come nel caso di Mancini, dilatando i tempi: «Provoca cancro mortale ai polmoni».

BATTAGLIA LEGALE La difesa della controparte: «Poteva non svolgere quella mansione»

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"La Stampa", 21/12/10

 

Patto del voto tra politica e ’ndrangheta

Dodici arresti, manette al consigliere Pdl

GUIDO RUOTOLO ROMA

Blitz in Calabria Candidati in fila dai boss per offrire in cambio dell’elezione favori alla cosca e ai detenuti Le intercettazioni Il capo rassicura l’ex sindaco: «Da parte nostra ci sarà nei suoi confronti il massimo impegno»

Il consigliere Pdl sull’auto dei carabinieri dopo l’arresto
Santi Zappalà

Fa impressione questa Calabria compromessa. Fila di candidati che vanno dal boss di turno a raccomandarsi, a impegnarsi che se eletti saranno al servizio della cosca facendo fare lavori a ditte amiche, intervenendo con le direzioni delle carceri per un trattamento speciale per detenuti amici.

Un fermo immagine con sonoro consegnato agli investigatori del Ros dei carabinieri da intercettazioni ambientali a casa di un boss della Locride, Bovalino, Giuseppe Pelle. Incontri interrotti, perché il boss era stato informato da un faccendiere legato ai nostri servizi segreti, Giovanni Zumbo, poi arrestato, che c’erano indagini in corso.

Dodici arresti, un consigliere regionale del Pdl, Santi Zappalà, già sindaco di Bagnara Calabra, che ha fatto il pieno di voti: 11.078. E poi i trombati: Liliana Aiello, 125 preferenze, lista per Scopelliti governatore; Francesco Iaria, Udc, 793 voti; Pietro Antonio Nucera, lista per Scopelliti governatore, 1.291 preferenze. Infine, Antonio Manti, candidato in una lista che appoggiava il governatore uscente Agazio Loiero, 25 voti. Da ieri, sono tutti in carcere.

E potrebbero essere l’avanguardia di una pattuglia ben più numerosa di politici. Se è vero che i nuovi pentiti, dal boss Nino Lo Giudice a Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano, potrebbero aver raccontato di decine di altri politici. Sono gli stessi che hanno ammesso di essere stati gli autori degli attentati contro la Procura generale e il procuratore Di Landro (e Catanzaro potrebbe procedere nei prossimi giorni).

Fa impressione questa ‘ndrangheta che ragiona e guarda al futuro, facendo autocritica, segnalando che con la politica si deve cambiare registro. È una mafia che pensa di eleggere i suoi rappresentanti a Montecitorio, dopo aver fatto fare loro la gavetta al Consiglio regionale. Ecco che cosa dice il boss, Giuseppe Pelle, agli amici: «La politica nostra è sbagliata, se noi eravamo una cosa più compatta compà, noi dovevamo fare una cosa, quanti possono andare? Da qua...incompr...diciamo qua dalla jonica, quando raccogliete tutti i voti che avete, vanno tre persone per volta, altre tre vanno alla piana e sono sei, e vanno già sei per il Consiglio Regionale».

E poi: «La prossima volta quei sei che dovevano andare..che escono dalle regionali, se si portavano bene andavano a Roma...andavano a Roma e andavano altri sei al posto di quelli, in questa maniera si può andare avanti, potevamo ottenere una cosa, uno..c'era chi ci guardava le spalle, poco dopo aveva...».

Capito? L’invito di Pelle è di concentrarsi sulle preferenze (il boss conferma la struttura unitaria della ‘ndrangheta divisa in tre aree, Locride, Reggio città e Piana di Gioia Tauro). Di far eleggere i loro rappresentati che, se si comporteranno bene, porteranno a Roma (va da sé a Montecitorio o a palazzo Madama).

C’è una vera emergenza democratica in Calabria. Con il suo ceto politico fortemente compromesso. E i partiti che firmano i codici etici di autoregolamentazione voluti dall’Antimafia che sono i primi a violarli. Prima l’ex sindaco di Siderno, Alessandro Figliomeni, arrestato per essere un capo della ‘ndrangheta dei Commisso, poi l’ex senatore Udeur di Cosenza, Bonaventura La Macchia, accusato di aver imposto una impresa legata alla cosca nel racket del caro estinto. E a desso i candidati consiglieri regionali.

Torniamo alla retata di ieri. Santi Zappalà, ex sindaco di Bagnara Calabra. C’è una intercettazione che non lascia alcun dubbio sulla sua caratura criminale. Cerca l’accordo da potere a potere: «Vediamo se possiamo trovare un accordo - dice rivolto a Giuseppe Pelle -, se ci sono le condizioni… io faccio una... una straordinaria, come si dice... affermazione... elettorale, no? Per arrivare sicuramente nei primi tre, e non dico... non dico questo... però...». Lo interrompe Pelle: «Ma da parte nostra, dottore, ci sarà il massimo impegno!». Zappalà: «Lo so, lo so!».

Interviene Giuseppe Mesiani Mazzacuva che spiega a Zappalà cosa, una volta eletto, dovrà fare per l’organizzazione: «Quando sposo una causa e, quindi io e gli amici miei diamo il massimo, nello stesso tempo poi, non dico che pretendiamo perché non è nella mia natura e di chi mi rappresenta, più grande o chi mi ha preceduto, per dire ... però desidereremmo proprio avere quell'attenzione ... quell'attenzione, per come poi ce la accattiviamo, per simpatia ma per amicizia prima di tutto!». Al che Santi Zappalà fa segno di aver compreso: «...Almeno una porta aperta, l'abbiamo».

DOPPIA STRATEGIA SantiZappalàinpubblico combatteva le cosche, in privato trattava con i clan

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Il Triangolo dell'oppio fra sviluppo alternativo e affari

Tom Kramer, Transnational Institute, per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 16 dicembre 2010. Per maggiore informazione, consulta il briefing completo n.33 su www.tni.org.

Fonte: Il Manifesto, di Tom Kramer 16/12/2010

In Cina, la produzione e il consumo di droga, insieme all’infezione Hiv e all’Aids, sono importanti motivi di preoccupazione per la salute e la sicurezza. La Birmania è il maggiore produttore di oppio e di eroina nella regione, come anche di anfetaminici (Ats): la gran parte dell’eroina disponibile sul mercato cinese proviene dalla Birmania. Anche alcuni degli anfetaminici che si trovano sul mercato cinese (specie nella provincia di Yunnan) provengono dalla Birmania. Ma la Cina stessa è fra i maggiori produttori di Ats, soprattutto di ice (metanfetamina in cristalli), che non viene prodotto in Birmania.
L’uso di droga in Cina è aumentato in maniera significativa sino dagli anni novanta, iniziando dalla provincia di Yunnan (al confine con Birmania e Laos) per diffondersi nell’intero paese. Nel 1989,  la prima epidemia di Hiv/Aids fra i consumatori per via iniettiva esplose nella città di confine di Ruili, situata sulla principale strada commerciale verso la Birmania. Nel 2002, l’infezione da Hiv e la malattia dell’Aids si erano già diffuse fra i consumatori di droga per via iniettiva in tutte le trentuno province cinesi. I livelli di consumo di droga nel Yunnan rimangono fra i più alti della Cina, perciò la provincia continua ad essere oggetto di speciale attenzione.
Il governo cinese, oltre che prendere misure nei riguardi dei consumi, ha cercato di ridurre la produzione di droga nella regione lanciando programmi di sostituzione delle coltivazioni di oppio sia in Birmania che nel Laos. Negli anni recenti si è moltiplicato il numero dei progetti che promuovono gli investimenti in agricoltura delle imprese cinesi. I programmi tendono a favorire le mono-piantagioni su larga scala, specie gli alberi di gomma e altre piante di valore commerciale, come la canna da zucchero, il tè e il granturco.
L’approccio cinese alla riduzione dell’oppio si basa sullo sviluppo economico complessivo tramite  l’integrazione delle economie locali di confine di Laos e Birmania nel mercato regionale, così come attraverso le relazioni bilaterali con le autorità e gli imprenditori di quelle zone. Ma la gran parte dei contratti sono stipulati con le articolazioni locali dello stato, le autorità militari e le imprese, piuttosto che con le comunità territoriali.
Le autorità locali di Birmania e Laos promuovo le mono-piantagioni come via per uscire dalla povertà e dalla coltivazione dell’ oppio, offrendo agli ex coltivatori di papavero fonti alternative di reddito in regioni prive di qualsiasi altro investimento. Alcuni ufficiali governativi hanno opportunisticamente tratto vantaggio dalla loro posizione per trarre benefici finanziari da questi progetti. Questi investimenti hanno avuto qualche esito positivo di sviluppo, ma al contempo hanno causato serie conseguenze negative ai due paesi confinanti con la Cina.
In Birmania, le concessioni per piantagioni di gomma su larga scala sono in genere il solo canale di accesso ai finanziamenti cinesi. In Laos, gli accordi informali fra piccole imprese familiari  sono stati la forma dominante di agricoltura, ma il modello top-down imposto dalla Cina sta guadagnando terreno e popolarità. I più poveri dei poveri, compresi molti (ex) coltivatori di papavero, hanno minimi benefici da questi investimenti: stanno perdendo l’accesso alla terra e alla foresta, spesso sono forzatamente costretti a spostarsi nelle pianure, con poche possibilità di sopravvivere ed evitare la fame.
Il governo cinese ha fatto donazioni di riso alle autorità locali della Birmania, per rispondere ai problemi di sicurezza alimentare che molti ex coltivatori di papavero si trovano ad affrontare. Ma sia i rappresentanti della comunità locale che le agenzie internazionali di sviluppo vedono la promozione imprenditoriale di grandi mono-piantagioni sempre più come una scelta di solo profitto, che interroga sulla sostenibilità dell’approccio cinese.
Gli investimenti cinesi su larga scala all’estero aprono nuove forme di conflitto: l’espropriazione delle terre che ne consegue ha vaste implicazioni sulla produzione e il commercio di droga, ma  anche sulla stabilità ai confini. I piani finanziari di sostituzione dell’oppio dovrebbero essere portati avanti in modo più sostenibile, trasparente, responsabile ed equo, guardando al territorio e alle comunità locali: dovrebbero rispettare i diritti tradizionali sulla terra e  le usanze delle comunità.

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http://www.guardian.co.uk/politics/2010/dec/16/legalise-drugs-former-defence-minister

 

L’ex Ministro della Difesa: “Legalizziamo la droga”

Guardian, 16.12.2010
 
Bon Ainsworth parla di “niente meno di un disastro” e invita il governo a considerare altre opzioni.
 
Bob Ainsworth, ex Ministro della Difesa, ha invitato il governo a sostituire la fallimentare guerra alla droga con una severa regolamentazione.
 
La guerra alla droga è stata “niente meno di un disastro”, è giunto il momento di studiare altre opzioni, come la depenalizzazione del possesso e la regolamentazione di produzione e fornitura.
 
Facendo riferimento alla legalizzazione dell’alcol negli Stati Uniti dopo 13 anni di proibizione, Ainsworth ha dichiarato: “dopo 50 anni di proibizione a livello globale, è tempo che i governi di tutto il mondo compiano questa riforma anche per quanto riguarda le droghe illegali.”
 
Il deputato laburista, che in passato è stato anche sottosegretario al Ministero degli Interni con delega alle droghe, ha aggiunto: “Il mondo della politica e del giornalismo devono dar vita a un dibattito franco e responsabile sulle alternative alla proibizione affinché sia possibile costruire un consenso fondato sul raggiungimento dei migliori risultati per i nostri figli e le nostre comunità”.
 
“La proibizione non è riuscita a proteggerci.”
 
“Consegnare il mercato della droga ai criminali provoca danni enormi e non necessario alle persone, alle comunità, ad interi Stati, con i più poveri che sono i primi ad esser colpiti”.
 
“Spendiamo miliardi di sterline senza scalfire minimamente la reperibilità della droga.”
 
“E’ tempo di chiudere la fallimentare guerra alla droga per far spazio ad una severa regolamentazione. Solo così il mondo sarà più sicuro e salutare, soprattutto per i giovani.”
 
“Dobbiamo sottrarre alle organizzazioni criminali il commercio della droga e consegnarlo al controllo di medici e farmacisti.”
 
Ainsworth ha invitato tutti coloro che vorranno partecipare al dibattito a sostenere “un’analisi indipendente, basata sull’evidenza, per esplorare tutte le opzioni possibili, tra le quali ulteriori finanziamenti per la guerra alla droga, la decriminalizzazione del possesso di droga e la legalizzazione della produzione e della fornitura.”
 
“Un modo di procedere potrebbe essere una nuova valutazione d’impatto del Misuse of Drugs Act, in linea con i risultati della ricerca effettuata nel 2002 dalla commissione affari interni – tra i cui membri figurava David Cameron – che dia al governo la possibilità di esplorare alternative alla proibizione, come la regolamentazione.”
 
“Quando ero sottosegretario al Ministero degli Interni ho potuto constatare l’inefficacia del proibizionismo nella riduzione del danno in GB, l’aumento di rapine, la consegna del commercio ai malviventi e l’aumento di infezioni da HIV.”
 
“La mia esperienza come ministro della Difesa, durante la quale ho avuto specifiche responsabilità in Afganistan, mi ha mostrato che è proprio la guerra alla droga a creare le condizioni stesse che mantengono in vita il commercio illegale e indeboliscono lo sviluppo e la sicurezza internazionale.”
 
“Da quando non sono più ministro ho la libertà di esprimere la mia vecchia opinione, cioè che mentre la guerra alla droga è stata avviata con le migliori intenzioni, essa si è rivelata niente meno di un disastro.”
 
Ainsworth ha criticato la nuova strategia sulla droga del governo che vuole spostare l’attenzione dalla riduzione del danno al recupero, come la più efficace strada contro la dipendenza.
 
“Il Ministro degli Interni ne parla come qualcosa di fondamentalmente differente da tutto quel che è stato finora tentato”, dice Ainsworth.
 
“Nella misura in cui c’è una differenza, abbiamo però un danno potenziale perché si compie un passo indietro rispetto al principio di riduzione del danno, che è stato una delle ragioni principali alla base della diminuzione del reato di acquisizione negli ultimi anni.”
 
L’ex vice leader del Partito Conservatore, Peter Lilley, ha detto che “è l’ora che i politici smettano di fare di questo tema una questione tra tifosi”.
 
“Dico da tempo che è necessario rompere il link tra droghe leggere e pesanti – legalizzando la cannabis e continuando a proibire quelle pesanti”, ha detto.
 
“Ma appoggio l’idea di Bob Ainsworth di fare un’analisi seria e basata sull’evidenza, che soppesi i pro e i contro dell’attuale sistema proibizionista confrontandolo con le alternative possibili, tra cui la depenalizzazione e la regolamentazione.”
 
Il sottosegretario per la prevenzione del crimine, James Brokenshire ha detto: “la droga fa male, rovina vite intere. La legalizzazione non è la soluzione.”
 
“La depenalizzazione è una soluzione semplicistica che non tiene conto della complessità del problema e che ignora i gravi danni causati dall’assunzione di droghe.”
 

“La legalizzazione non considera le ragioni per cui si assumono droghe, né la miseria, il costo e le opportunità sprecate causate dalla dipendenza, che affliggono singoli individui,  famiglie e comunità intere.”

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http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/sud_america/argentina/america-latina-il-carcere-scoppia-per-le-leggi-sulla-droga-

 

America Latina, il carcere scoppia per le leggi sulla droga

Giorgio Bignami presenta il rapporto TNI/WOLA sulla legislazione sulle sostanze e le prigioni in America Latina. Vai al rapporto sul sito del progetto TNI/WOLA. Guarda le interviste nel canale video su Vimeo. Commenta sul blog di fuoriluogo.it.

Fonte: Fuoriluogo.it, di Giorgio Bignami 13/12/2010

Sembra proprio che non debbano esserci limiti ai disastri della guerra alle droghe, sulla quale ingrassa il narcotraffico con tutte le sue conseguenze: i mille morti al mese nel solo Messico; le carcerazioni massicce in molti paesi per reati minori o per trasgressioni che neanche dovrebbe essere previste dalle norme penali; il crescente traffico di armi sempre più potenti vendute dagli USA ai narcotrafficanti,  soprattutto quelli dell'America latina (al confronto la micidiale artiglieria esibita  nel  film dei fratelli Coen, "Non è un paese per vecchi", è già diventata un gingillo come il nostro vecchio modello '91); il dilagare in tutte le città del mondo della acquisizione da parte delle organizzazioni criminali di ogni tipo di imprese e di esercizi a scopi di riciclaggio (in molti bar e ristoranti a Roma ormai non si contano più gli scontrini emessi a vuoto per "lavare" denaro sporco); e chi più ne ha più ne metta.   

Chi più ne ha più ne metta, giustappunto: l'ultimo grido di dolore il rapporto Systems Overload: Drug Laws and Prisons in Latin America, che riporta i risultati di una apposita ricerca del  Transnational Institute (TNI) e del  Washington Office on Latin America (WOLA), del quale possiamo solo rapidamente sunteggiare i punti fondamentali, auspicando che il maggior numero possibile di lettori si rivolga all'originale di libero accesso. 

1. Molti paesi dell'America latina  hanno introdotto leggi fortemente proibizioniste solo in tempi relativamente recenti, sotto la forte pressione degli USA e dell'ONU e, in alcuni paesi come l'Argentina e il Brasile, grazie all' "aiutino" dei rispettivi periodi di regime dittatoriali.

2. In molti paesi la sproporzione tra le pene per reati minori (piccolo spaccio)  o per violazioni che non dovrebbero essere considerati reati  (detenzione per uso personale) e per reati anche gravi di diversa natura è arrivata a livelli difficilmente credibili: in Ecuador, per esempio, la pena massima per l'omicidio volontario è di 16 anni, un piccolo trafficante può beccare anche di più.

3. Le differenze  tra le pene inflitte per i vari non-reati, per i reati minori  e per i maxireati dei veri narcotrafficanti si fanno sempre più tenui.

4. In conseguenza, tra il 1992 e il 2007  c'è stato in media un raddoppio della popolazione carceraria, da 50-100  a 100-200 per 100.000 abitanti a seconda dei paesi. 

5. L'abuso della detenzione in attesa di giudizio per reati di droga cresce rapidamente, molto più che per altri tipi di reati.    

6. A chi viola le leggi sulla droga, anche in modo marginale, sono per lo più negate le pene alternative al carcere assai più spesso concesse ad altri detenuti. 

7. Le condizioni in cui si trova la maggioranza dei detenuti sono indescrivibili: basti pensare che la  cifra che lo stato spende quotidianamente per detenuto è di 0,80 $ in Bolivia, di 1,60 $ in Ecuador e di 2 $ in Perù.  

8. L'elevato numero di detentori-consumatori in carcere ha aspetti tragicamente paradossali: vengono carcerati i consumatori di cannabis anche in paesi dove il possesso di piccole quantità non è illegale; questo, anche perchè le leggi sono spesso poco chiare, mentre  polizia e magistratura spesso non capiscono la differenza tra possesso per uso personale, piccolo e medio spaccio, e traffico alla grande; quindi cresce la caccia spietata al più visibile fumatore di spinelli. Aumentano così sempre di più le "liste d'attesa" nelle corti di giustizia e le detenzioni in attesa di giudizio.

9. Rende bene l'idea delle conseguenze di quanto sin qui riassunto  il fatto che il 98% dei detenuti sono autori di non-reati o di reati minori, solo il 2% veri e propri narcotrafficanti.

10. Buona parte dei detenuti vengono dalle fasce socio-economicamente più deboli o addirittura da situazioni di profonda miseria.

11. Aumenta rapidamente il numero di detenuti donne e forestieri - corrieri e non - rispetto a frequenze che sino a tempi recenti erano assai più contenute per queste categorie.

12. Ultima voce di questa "sporca dozzina": i ricercatori del TNI e del WOLA hanno dovuto sudare sette camicie per ottenere i dati che servivano per il rapporto, incontrando per lo più forti resistenze a tutti i livelli ufficiali e non ufficiali.

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 U.E. -
http://droghe.aduc.it/notizia/osservatorio+droga+verso+rete+regionale_121354.php
 
U.E. - Osservatorio Droga. Verso una rete regionale
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Notizia 
13 dicembre 2010 19:24
 

Si è aperto oggi, presso la sede dell'Osservatorio europeo sulle droghe di Lisbona (Emcdda) il corso di alta formazione dedicato alla creazione di un una rete di Osservatori regionali sulle droghe, realizzato in collaborazione con lo stesso Osservatorio europeo, e al quale stanno partecipando i rappresentanti delle Regioni italiane. Ne da' notizia il Dipartimento nazionale politiche antidroga (Dpa).

"L'idea di un network italiano - spiega il Capo del Dpa, Giovanni Serpelloni - nasce dall'esigenza di dar vita a un sistema nazionale partecipato, coordinato e condiviso di raccolta, elaborazione e trasmissione dati, che utilizzi gli standard europei definiti dall'Osservatorio di Lisbona.

L'assenza di una rete organizzata e coordinata a livello nazionale rappresenta una difficoltà oggettiva nei confronti della produzione di dati e informazioni standardizzati".

Partendo dalla recente attivazione di un Osservatorio nazionale presso il Dipartimento italiano, il progetto si prefigge la costituzione di Osservatori regionali standard (adeguando strutture già esistenti o creandone di nuove) che siano in grado di produrre rapporti omogenei sulle realtà territoriali di competenza e, al contempo, di trasmettere dati per la lettura nazionale del fenomeno droga.

"Il progetto - aggiunge il sottosegretario con delega alla droga Carlo Giovanardi - ha tra le sue finalità principali quella di uniformare le operatività relative alla raccolta ed elaborazione dati, in modo tale da disporre di analisi epidemiologiche che consentano una valutazione tra le singole realtà regionali in un contesto di collaborazione e sinergia con le amministrazioni centrali. Infine la creazione di un Network italiano di Osservatori regionali, che permetterà di ottenere un aggiornamento costante dei dati, ovviando cosí a possibili ed eventuali carenze nel monitoraggio del fenomeno".

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  http://droghe.aduc.it/notizia/rapporto+unodc+oppio+coltivazioni+myanmar+crescono_121350.php
 
 
ASIA - Rapporto Unodc. Oppio. Coltivazioni Myanmar crescono del 76% in un anno
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Notizia 
13 dicembre 2010 14:47
 

La produzione di oppio in Myanmar è creciuta del 76 per cento in un anno, arrivando a coprire il 16 per cento del totale mondiale. E' quanto emerge dal rapporto 2010 dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro le droghe e il crimine (Unodc) dedicato alla regione del sud-est asiatico. "Si tratta di un aumento allarmante, visto che lo scorso anno la produzione del Myanmar si attestava al 5 per cento su scala mondiale", si legge nel rapporto.

In termini assoluti, la produzione di oppio birmano è stata negli ultimi 12 mesi di 580 tonnellate. Un aumento significativo è stato registrato anche nel vicino Laos, che ha avuto una crescita del 58 per cento, anche se in termini assoluti, la sua produzione di 18 tonnellate circa resta molto inferiore rispetto al Myanmar e all'Afghanistan, che sono i principali produttori di oppio e delle droghe derivate, tra cui l'eroina. Il primato dell'Afghanistan nella produzione di quest'ultima sostanza ha conosciuto un declino nell'ultimo anno, a causa di un'epidemia che ha colpito i raccolti.

Unodc conduce da anni programmi per incentivare in Myanmar e Laos produzioni alternative, grazie ai quali tra il 1996 e il 2006 la produzione di oppio è calata da 1.760 a 312 tonnellate. Ma da allora si è assisitito nuovamente a una rapida crescita della produzione, dovuta soprattutto alle difficoltà di procurarsi beni alimentari. La produzione di oppio, oltre ad essere meno difficoltosa, garantisce infatti guadagni più elevati rispetto ad altre colture.

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http://droghe.aduc.it/notizia/coltivazioni+oppio+tornano+dopo+distruzione+quelle_121351.php
 
AFGHANISTAN - Coltivazioni oppio. Tornano dopo la distruzione di quelle di zafferano
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Notizia 
13 dicembre 2010 14:53
 
I Talebani sono tornati a convincere gli agricoltori della provincia afghana di Herat a coltivare l'oppio e ad abbandonare, di conseguenza, le coltivazioni legali, prima tra tutte quella dello zafferano. L'accusa arriva direttamente dalla Nato. Si tratta di un 'fenomeno sfavorevole', ha commentato il generale di brigata Josef Blotz, portavoce della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), durante una conferenza stampa a Kabul. Gli insorti, ha confermato, sono stati visti distruggere campi di coltivazioni legali e minacciare gli agricoltori nella provincia occidentale di Herat, dove ha sede il Regional Command West a guida italiana e dove sono dispiegati i militari italiani.
'In zone a nord della citta' di Herat, gli insorti hanno distrutto campi di zafferano', ha detto il generale, citato dall'agenzia di stampa 'Dpa', ricordando che il mese scorso 'due camion carichi di bulbi di zafferano sono stati attaccati' dai Talebani, in un agguato che e' costato la vita agli autisti dei mezzi.
L'attacco, ultimo di una serie, sembra confermare che i Talebani non sono intenzionati a rinunciare agli introiti derivanti dal narcotraffico, che ogni anno porta nelle loro casse circa 500 milioni di dollari. Anche i militari italiani quest'anno sono rimasti coinvolti in uno scontro a fuoco con gli insorti durante un'attivita' per la consegna nell'ovest del Paese dei bulbi di zafferano.
Alle parole del portavoce di Isaf, tuttavia, e' gia' arrivata la smentita di un portavoce del governatorato di Herat. Secondo Shafiq Perozyan, nella provincia ci sono solo 'pochi ettari' di terreni coltivati a oppio e 'il governo lavora per eliminarli al piu' presto'. Nel dicembre dello scorso anno si stimava che nella provincia di Herat vi fossero 566 ettari di campi coltivati a papavero da oppio. A settembre le Nazioni Unite consideravano 'poppy-free', ovvero prive di terreni coltivati a oppio, 20 delle 34 province afghane. Lo scorso anno la coltivazione del papavero da oppio era estesa su 123mila ettari di terra afghana. Il 98% dell'oppio prodotto in Afghanistan, che poi finisce sul mercato mondiale, viene coltivato soprattutto nelle province occidentali e meridionali del Paese. Sono proprio queste ultime, infatti, quelle in cui i Talebani, che si finanziano con il commercio di droga, sono piu' attivi.
Nell'Afghanistan occidentale, dove si trova la provincia di Herat, l'economia dell'oppio' e' alimentata dalla produzione locale e da quella del sud. La 'merce proibita' e' diretta per lo piu' nel vicino Iran, ma anche in Tajikistan e Turkmenistan.
Nell'ovest, la zona di Shindand, oltre a quella dei distretti di Kushk Rebat Sangi, al confine con il Turkmenistan, e' l'area in cui si trova la maggior parte dei campi di oppio nella provincia di Herat.
Da tre anni, per contribuire a togliere all'Afghanistan la triste egemonia mondiale nella coltivazione di papavero da oppio, il Provincial Reconstruction Team (Prt) di Herat, a guida italiana, e' impegnato nel progetto di distribuzione dei bulbi di zafferano su richiesta del dipartimento dell'Agricoltura, del dipartimento Anti-narcotici e del Consiglio provinciale per lo sviluppo. Lo zafferano e' stato individuato come coltura alternativa all'oppio perche' ha alcune delle sue caratteristiche e si adatta ai suoli e al clima arido dell'Afghanistan. Il progetto prevede anche la distribuzione di fertilizzanti e arnesi da lavoro e si pone l'obiettivo di convincere la popolazione locale che il passaggio da un tipo di coltivazione a un altro comporta meno problemi e garantisce comunque guadagni.
Tuttavia in alcune aree le sacche di insorti ancora presenti nella provincia rappresentano un ostacolo per il progetto, al pari delle convinzioni di molti afghani che credono che gli introiti della coltivazione dello zafferano siano inferiori a quelli derivati dall'oppio. Lo zafferano, secondo alcune stime, consente di ottenere un prodotto lordo vendibile in Afghanistan a un prezzo che lo scorso anno e' stato valutato intorno ai 12mila dollari all'ettaro.
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"La Repubblica", 12/12/10, rubrica delle lettere

Droga, i nostri sforzi  frustrati dalla legge

Anna Maria Garufi

Messina

Sono la presidente di una comunità terapeutica (Lelac di Messina) che si è vista riconoscere come una delle migliori d'Italia per il basso tasso di ricadute dei propri ragazzi (osannata da Fini e Giovanardi). Bene, venerdì scorso un ragazzo che aveva compiuto un reato 13 anni fa, nel frattempo si era rifatto una vita, mettendo al mondo due gemelline, avviando un'attività, i cui debiti stava pagando con dignità e onestà, è stato arrestato all'improvviso (sulla base della legge Fini-Giovanardi). Mi chiedo: c'è ancora qualcuno che crede al recupero? In due mesi di casi simili ne avevamo già vissuti tre. Mi chiedo: ma che ci ammazziamo a fare per recuperare queste giovani vite ad un'esistenza onesta e senza droghe, spingendoli a diventare padri e mariti responsabili, se poi con un inopportuno arresto vengono riaffidati all'esempio di professionisti del crimine?