I COSTI NON DELLA "POLITICA" MA DEL "REGIME PARTITOCRATICO".

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"La Repubblica", DOMENICA, 27 FEBBRAIO 2011

Pagina 16 - Interni
 
Marystelle, la "fedelissima" di Arcore con droga sul comò e traffici in codice
E Ruby ai pm: portai a mia madre 40 mila euro avuti da Berlusconi
 
I verbali
Iris Berardi rifiuta un sexy-incontro per 800 euro: "Sono cambiati i tempi, tesoro..."
Le foto nella casa del premier agli atti del processo sono state scattate tra le 4 e le 5 di notte
 
PIERO COLAPRICO
EMILIO RANDACIO
MILANO - Sull´accusa al premier si sa, ormai, abbastanza. Sulle notti del bunga bunga pure. Ancora ieri Silvio Berlusconi, in qualità di premier, è intervenuto al congresso dei Cristiani riformisti e si è rivolto ai più giovani: «Invito tutti al bunga bunga... Non è quello che scrivono i giornali. Significa semplicemente divertirsi, fare quattro salti, magari bere qualcosa. Sempre con grande eleganza, senza nulla di immorale, come si conviene a una casa in cui non può accadere nulla di men che lecito». Ecco, la lettura delle 782 pagine che compongono la richiesta di giudizio immediato, accettata dal giudice, non solo smentisce questa ricostruzione, ma sta rivelando altri due aspetti, sinora un po´ in ombra, come droga e prostituzione. Di certo, il concetto di «cene tra persone perbene», la prima versione fornita da Berlusconi, va sbriciolandosi.
[La miglior amica della minetti]
Chi sembra avere una frequentazione assidua con il mondo della droga è Marystelle Polanco, una presenza immancabile alle serate del Cavaliere. L´arresto del suo convivente, il 3 agosto scorso, nel suo appartamento di via Olgettina (in cantina sono stati rinvenuti 12 chili di cocaina), ha agitato anche l´entourage di Silvio Berlusconi. E l´estraneità all´imponente giro di droga della starlette di Colorado Cafè non convince i finanzieri. Ascoltata a verbale il 5 agosto, la Polanco sottolinea il rapporto con Nicole Minetti, «è la mia migliore amica». I militari, in un rapporto inviato alla procura, evidenziano però come «non si comprendano le ragioni che hanno portato Garcia Polanco a ospitare e\o convivere con Ramirez De La Rosa (il convivente finito in manette, ndr)». Quello che insospettisce i militari del reparto speciale del Goa sono «le inadeguate e frammentarie giustificazioni addotte dalla Polanco circa il possesso di 4.800 euro in contanti». La somma, si legge nel verbale «è indicativamente la cifra necessaria all´acquisto di 100 grammi di cocaina sulla piazza milanese».
Intercettata un mese dopo, l´8 settembre, Marystelle non sembra essere rimasta così scossa dall´arresto del suo convivente. Anzi. Una donna al telefono le «racconta che si è informata bene sul fatto che il loro conoscente (Cucy, ndr) è stato arrestato in Spagna perché stava portando della droga a Venezia». Il 26 settembre, la soubrette cerca nervosamente di avere un appuntamento nella zona milanese di Cascina Gobba, con Eric, che i militari definiscono «interlocutore con un accento nordafricano». I due, dopo tre telefonate, in maniera criptica si accordano su un probabile scambio. Eric comunica alla Polanco di avere «15, anche 20». Marystelle gli replica «ok, due di 15».
Il 26 ottobre risultano contatti con tale Luis Jorge Zulueta, nome noto alle autorità: «Risulta avere precedenti per produzione e traffico di sostanze stupefacenti». Luis Jorge finirà in carcere due mesi dopo questa telefonata. Il 14 gennaio scorso, durante la perquisizione delle abitazioni di via Olgettina, la polizia rinviene «sul comò della camera dal letto» di Marystelle, «tracce non quantificabili di marijuana». «La stessa Polanco dichiarava essere marijuana, del peso lordo di 1,3 grammi, dicendo che la deteneva per uso personale». Scatta la denuncia.
[Le nove foto della guerra]
Con le perquisizioni del 14 gennaio, sono state analizzate anche le schede dei pc delle ragazze di Arcore. I risultati hanno certificato che Barbara Guerra ha scattato nove fotografie durante una serata del bunga bunga. Gli investigatori raggiungono la certezza «che le immagini sono state ritratte utilizzando un terminale iPhone, data degli scatti 24 ottobre 2010 a partire dalle ore 4.51». Incrociando questi elementi con i tracciati telefonici si ha quindi la certezza che a quell´ora, «l´utenza in uso alla Guerra impegna la cella ubicata in Arcore». Le immagini allegate alla richiesta di immediato inviato dalla procura di Milano al gip Cristina Di Censo, sono due. Una ritrae una camera da letto, l´altra una libreria con due foto di Silvio Berlusconi giovane. Immagini simili le aveva scattate Patrizia D´Addario, durante le nottate trascorse nella residenza romana del Cavaliere ormai due anni fa.
[Le ospiti prostitute]
Mentre la marocchina Ruby Karima, confida ai magistrati che dei 187 mila euro ricevuti dal premier «ne ho girati 40mila a mia mamma», le sue compagne di bunga bunga cercavano di arrotondare anche altrove. C´è chi chiedeva fino a mille euro a incontro, oppure riceveva inviti a Dubai piuttosto che nel Principato di Monaco. Di più. Le ospiti della Dimora Olgettina potevano permettersi anche il lusso di scegliere i clienti, rifiutare inviti perché la cifra offerta era poco congrua («800 euro? No, sono cambiati i tempi tesoro», risponde a un´offerta di tale Ciro la giovanissima Iris Berardi). Ecco chi sono molte delle frequentatrici del bunga bunga arcoriano. Telefonate, sms, le rubriche telefoniche non lasciano spazio alla fantasia. Solo il 13 gennaio scorso, alla vigilia delle perquisizioni, Arisleida Espinosa chiama Barbara Guerra. Sono le più presenti alle cene di Arcore. «Barbara spiega a Iris – annotano nei "brogliacci" gli investigatori – di aver parlato chiaro con l´amico rispetto all´invito a cena con gli uomini provenienti da Dubai i quali vorrebbero cenare con lei e con altre amiche e che le avrebbero già invitate nell´Emirato a loro spese. Barbara dice di aver risposto di non aver bisogno di loro per quel viaggio, ma l´amico le ha riferito che non deve perdere i 1.000 euro per la cena di questa sera anche perché potrebbe ricavarne molti di più».
QUESTA MARKETTINA LA FAI TU?
Nelle memorie dei telefoni cellulari delle Olgettina´s girls i dettagli sembrano prove. Sempre Iris, in mezzo ai numerosi cellulari del premier, battezzati come Silvio, Silvio B, oppure Papi, elenca anche nomi di battesimo di uomini assolutamente sconosciuti, etichettati sotto la rubrica "cliente". In alcuni casi la diciannovenne brasiliana specifica anche "buono". Il 26 aprile, da un numero che lei memorizza con il nome di "Elisa Troia 2", riceve l´sms: «Ei amore come stai! Ci sei stasera per 500 con me a Monaco? Cena e hotel?».
Altrettanto esplicite le frequentazioni di Barbara Guerra, la starlette tv in passato protagonista di un reality. Dai «messaggi estrapolati dal suo cellulare», emerge chiaramente la sua attività: «Sei libera sabato sera per un compleanno? Cena. Quanto chiedi?». E anche: «Tesoro devo dare un nome entro dieci minuti per questa markettina... vuoi farla tu?». E quando le serate del bunga bunga non sono ancora certe, le habituè di Villa San Martino cercano alternative. Sempre Iris, al telefono, si lamenta con Imma De Vivo «per il fatto che ancora non sa se vi sarà la cena quella sera oppure la sera dopo. Infatti questa incertezza non le permette di vedersi con una persona, con la quale si è vista la sera precedente, e fare sesso». «A volte – confida la diciottenne brasiliana – penso e dico cazzo... mi sembro Papi... qua sempre a voler trombare...».
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"La Repubblica", SABATO, 26 FEBBRAIO 2011

Pagina 19 - Interni
 
Compravendita, inchiesta della Procura
Bucchino: mi contattò Graziani, pronto a riferire tutto ai magistrati
L´iniziativa dei magistrati dopo la denuncia di Di Pietro "sul mercato delle vacche"
Il contatto sarebbe provato da un sms che il parlamentare del gruppo del Pd ha conservato
 
MARIA ELENA VINCENZI
ELSA VINCI
ROMA - Indagini sul caso Bucchino. Il medico residente in Canada, eletto per il Pd nella circoscrizione Nord America, sostiene di aver ricevuto l´offerta di 150 mila euro e la promessa di rielezione da un mediatore che garantiva per Denis Verdini, coordinatore del Pdl. Nonostante l´esistenza di un fascicolo sulla compravendita dei parlamentari, il procuratore Giovanni Ferrara ha deciso di aprire una nuova inchiesta.
C´è sempre Di Pietro a provocare, tecnicamente, l´iniziativa del pm. Anche stavolta è stato lui a presentare una denuncia sul «mercato delle vacche», ovvero sul tentativo di convincere il parlamentare del Pd a passare con la maggioranza. Il leader dell´Idv ha chiesto di allegare il nuovo episodio al fascicolo che era stato aperto sulla Scilipoti&Razzi story. Ma il procuratore capo ha deciso di tenere distinte le due cose. Che, su filo della giurisprudenza, potrebbero avere destini diversi.
«Il cambio di casacca non è reato», dunque passare ad altro partito per una promessa di rielezione non sarebbe un illecito. «La proposta fa parte della dialettica politica», si osserva in procura.
Nulla è stato ancora deciso sul primo fascicolo per corruzione, ma sembra che scivolerà verso una richiesta di archiviazione. Che cosa c´è di diverso rispetto al caso Bucchino? «Un fatto specifico», dice il procuratore. Il parlamentare del Pd afferma: «Hanno cercato di comprarmi». Infatti sarà convocato. Ferrara e l´aggiunto Alberto Caperna, coordinatore del gruppo per i reati contro la pubblica amministrazione, lo vogliono sentire di persona.
Bucchino, 62 anni, è pronto a presentarsi dal magistrato. «Siamo ai saldi di fine stagione», dichiara. Se - come sembra scontato - confermerà che gli hanno offerto 150 mila euro, di aver conservato un sms che proverebbe il " contatto", se ripeterà che è stato «Giuseppe Graziani», avvocato napoletano, per conto di Verdini ad avanzare l´offerta, l´inchiesta avrà certamente un seguito. Lo stesso Graziani conferma di avere incontrato Bucchino ma sostiene di non aver promesso soldi. «Se si tratta di un tentativo di corruzione, si vedrà», dice il pm.
«Il mandante è sempre quello... di colore verdino», insiste Di Pietro. «Come si può dare la fiducia a Berlusconi che continua a comprare a suon di bigliettoni i parlamentari? C´è una corruzione evidente - sostiene - che non è reato solo perché il Parlamento non ha ratificato la Convenzione europea».
Denis Verdini, indagato a Roma nelle inchieste sulla P3 e sugli appalti dell´eolico in Sardegna, nega la faccenda. «Io questo Bucchino non lo conosco. Conosco Italo Bocchino, ma quello sarebbe costato molto di più». Pronta la replica del vicepresidente del Fli: «Il mio amico Verdini dovrebbe sapere che comprarmi è molto facile. Basterebbe che mi vendesse l´anima. Ma ho molti dubbi sul fatto che lui abbia un´anima».
Giornata di tempesta sul barometro della tensione di Palazzo, non senza offese pesanti tra maggioranza e opposizione. Forte del suo incarico di sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, afferma: «Bocchino che parla di anima e si straccia le vesti per la presunta compravendita di voti, ha la stessa forza morale di un richiamo alla legalità fatto da Al Capone».
Luciano Sardelli di Iniziativa responsabile ha invocato l´intervento del presidente della Camera. «Nove di noi vengono dall´opposizione e devono subire un´aggressione verbale, quando non fisica, tanto da aver bisogno di una scorta», ha detto il deputato del gruppo nato a sostegno del governo da una diaspora trasversale. Dopo settimane di polemiche sui parlamentari sottratti, sulle compravendite, i transfughi, ieri alla Camera è arrivata la prova del nove sulla fiducia al Milleproroghe. Forse, alla conta dei numeri, il Cavaliere si aspettava qualcosa di meglio.
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"La Repubblica", SABATO, 26 FEBBRAIO 2011

Pagina 14 - Interni
 
Contatti telefonici
Assegni
Ruby, ecco i bonifici del premier alle ragazze del bunga bunga
La Minetti: ho amato Berlusconi ma non ricordo quando
 
I verbali
 
Tra me e Ruby 122 contatti telefonici? Sms e telefonate niente di più. Non so se si è fermata a dormire a Arcore
Lele Mora a Fede: "C´è posta per lei". La risposta: "Che meraviglia, ho preso accordi per altri contributi"
 
PIERO COLAPRICO
Emilio randacio
Ci sono, in questo corposo fascicolo processuale, anche gli assegni che Lele Mora, agente in bancarotta, fa ad Emilio Fede, direttore del Tg 4, il quale li incassa. E c´è molto altro, ma queste pagine, scritte dai pm e accettate dal gip Cristina Di Censo, regalano, alla primissima impronta, una precisa chiave di lettura: la procura ha «investito» sulle informazioni di Ruby. Non ha preso per oro colato i suoi verbali «da vittima», pubblicati in esclusiva da Repubblica e più che sufficienti a comprendere il «contesto» di una minorenne, scappata di casa, che si ritrova a Villa San Martino, ricoperta di gioielli e denari, e circondata dai complimenti e dalle voglie di un uno di 74 anni, ricchissimo.
I pubblici ministeri hanno in parte tralasciato alcune parole, si sono concentrati su quelle che portano ai reati. E, pagina dopo pagina, rendono chiaro come e perché intendono procedere per i due reati dell´accusa al premier: e cioè la sua concussione (laver fatto uscire Ruby-Karima dalla questura, la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010) in modo da occultare la «vergogna» (che costa carcere da sei mesi a tre anni) di essere utilizzatore finale di una ragazzina immigrata, libera finché si vuole, ma non maggiorenne.
[IL CATALOGO DEI BONIFICI]
Follow the money, diceva Giovanni Falcone, e follow the money hanno fatto a Milano. In un anno, dal primo gennaio 2010 al 14 gennaio 2011, data delle perquisizioni alle ragazze della Dimora Olgettina, quanti bonifici ha fatto Berlusconi? «L´elenco operazioni di bonifico con destinatari noti estratti dal conto Monte dei Paschi di Siena intestato a Berlusconi Silvio» ammonta a 483mila euro, per ventinove volte. Tutte sono sotto la voce «prestiti infruttiferi» (questa la causale) e quindi in questo computo non vanno i soldi in contanti, consegnati bunga bunga dopo bunga bunga. Per la show girl Alessandra Sorcinelli, 26 anni, «meteorina» di Rete 4 e poi madrina di «Affari tuoi», va quasi un terzo dei bonifici, 115 mila euro, ed è curiosamente la prima in classifica. Anche perché, due anni prima, il 16 aprile 2008 aveva avuto come regalo una Land Rover modello Range Rover Sport 3600 cc, di quasi 74 mila euro (con optional vetri scuri, inserti in radica e viva voce), saldato alla concessionaria Monzacar da un conto della Banca popolare di Milano con «ordinante» Giuseppe Spinelli.
Seguono Adelina Escalona Maria Alonso - con ben 50 mila in un´unica tranche, a luglio - e Valentina Costanzo (sarà la stessa mora e prosperosa concorrente del «Grande Fratello»?), 40 mila, anche lei in una sola volta, nel maggio del 2010. Con 36 mila euro, il 18 maggio, si rimpingua il conto di Mariagrazia Veroni. Per Anna Restivo un solo bonifico da 32 mila e a Konstanze Girth poco meno, 31mila euro, ma in tre sospirate rate. A pari merito, Albertina Carraro ed Erminia Salmieri, con 30 mila. Scendiamo con Anna Palumbo, la madre di Noemi Letizia, e cioè della minorenne di Portici che è stata forse l´elemento scatenante della richiesta di divorzio di Veronica Lario.
Si conosceva l´importo di 20 mila euro, sono stati spediti da papi-Silvio il 10 marzo. A quota 19mila euro, in più tranche Beatrice Concas, e 17 mila vanno a Eleonora Gaggioli: sarà l´attrice romana, di 33 anni, iscritta al Pdl e candidata alle Europee per il partito del premier prima dell´azzeramento del «ciarpame», come disse l´ex moglie Veronica? Infine, maglia nera a Monica Cheorleu, 6 mila, e Sabrina Valentina Frascaroli, 5 mila. La generosità di Berlusconi è, dunque, indiscutibile. Più discutibile appare il concetto: «Non ho mai pagato per fare sesso, lo considererei contro la mia dignità». In aula queste ragazze dovrebbero avere, come inquirente, Ilda Boccassini. Tra loro, ecco anche la foto della camera da letto, un po´ disordinata, di Silvio Berlusconi: non un gran figura per la security privata e per la pletora degli 007 che tutelano il presidente del consiglio.
[UN ASSEGNO PER UNO.]
Emilio Fede e Lele Mora più d´una volta, seguendo nell´inchiesta le intercettazioni, o il filo di alcune interviste autoassolutorie, sembravano il gatto e la volpe. E corre voce che Silvio Berlusconi, letto anche lui il fascicolo, sia rimasto malissimo. La matematica, come si sa, non è un´opinione. Lo scorso settembre, per «ordine e conto Silvio Berlusconi» si spostano tre bonifici da 100 mila euro dal conto del premier per Giuseppe Spinelli, ragioniere di casa, ma anche ufficiale pagatore delle ragazze del bunga bunga (che lo chiamano tra loro Spin, Spino, Spinaus). Il ragiunatt, a sua volta, emette degli assegni circolari. Come scrivono i detective della Procura, «l´esame congiunto della documentazione bancaria e delle intercettazioni ha permesso di individuare tre periodi in cui sono avvenuti i passaggi di denaro», e cioè dalla fine di agosto 2010 al 25 ottobre. Viene ripetuta la stessa frase: «Consegna di Spinelli di assegni circolari a Mora Dario, che poi consegna una somma di denaro a Fede Emilio».
Accanto alla vasta documentazione bancaria, passaggio dopo passaggio, ci sono gli assegni fotocopiati, con la firma di Emilio Fede beneficiario, tutti e tre partiti dal conto di Lele Mora, in tutto 150 mila euro. E, oltre alle varie telefonate caramellose tra i due, c´è un simpatico scambio di sms: «C´è posta per lei. Mario Sacco sta arrivando», scrive Lele al direttore del Tg 4». Saranno i giudici a stabilire se questi pagamenti sono leciti e illeciti, ma il denaro tra i due è corso.
[L´INNAMORATA SENZA MEMORIA.]
Come si sa, gli habitué del bunga bunga andarono in fibrillazione alla scoperta che Ruby aveva parlato con i pubblici ministeri milanesi. Comincia così una serie di azioni della difesa Berlusconi. In estrema sintesi, le ragazze rispondono con un coro di «assolutamente no» sul sesso come comune denominatore di quelle «cene tra persone per bene». La versione fa acqua, ci sono troppe frasi captate nelle intercettazioni telefoniche e vari testimoni, e c´è Nicole Minetti. La consigliere regionale appare inguaiata: come «addestratrice» delle papi-girl, passa un sacco di tempo ad occuparsi dei loro affitti e persino dell´idraulico. E, travolta dallo scandalo, da due interviste che, davanti ai pm, rettifica. Ma non abbastanza. E per capire quanto può essere difficile reggere un interrogatorio, basterebbe questo scambio:
Procura: «Lei ha detto che ha avuto una relazione sentimentale con il Presidente, vuole specificare da quando a quando è durata la relazione sentimentale?
Minetti: «Non glielo saprei dire».
Come? O Berlusconi è stato del tutto trascurabile nella vita di questa giovane donna, oppure qualche cosa non torna. Proprio come con l´ormai famosa questione della telefonata in questura, in cui Berlusconi accredita Ruby, marocchina e accusata di furto, come la «nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak». E chiama spesso Nicole Minetti. Perché Berlusconi era così insistente?
«Il Presidente – spiega l´indagata - telefonava e mi chiedeva "Come sta andando?", voleva essere messo al corrente dello sviluppo della vicenda. lo penso che le ragioni del suo interessamento potessero essere due: primo, che era anche preoccupato del fatto che io mi trovassi lì e che a quell´ora di notte tardi mi aveva mandato in Questura, e poi della Ruby, che era una ragazza problematica. E quindi voleva sapere come stava Rubi, come stavo io e cose del genere».
Insomma, l´idea che Minetti vuole rendere di sé è quella di una ragazza che, soggiogata dall´amore fisico per il premier, si spinge un po´ più in là di quanto dovrebbe: «Io – aveva spiegato (il 29 gennaio scorso) davanti ai magistrati Boccassini e Sangermano - ho avuto una relazione col Presidente del Consiglio e quindi ho avuto anche rapporti sessuali». Come abbiamo visto, resta parecchio sul vago, su tempi e modi, così come vaghissimi, nebbiosi, sembrano i rapporti con il perno di questa inchiesta, l´allora minorenne Ruby: «Lei sapeva che Ruby ha dormito ad Arcore?»
Macchè, Minetti non si accorgeva: «Sicuramente mi sono fermata a dormire ad Arcore, non sono in grado di dirvi in quale di queste giornate, però è successo. Per quanto riguarda Rubi, non lo posso escludere, non ricordo se in una occasione anche la Rubi si è fermata a dormire ad Arcore». Ruby scotta come un ferro rovente, Nicole mantiene come può le distanze. Resta senza parole quando i pubblici ministeri scoprono qualcuna delle loro carte: «Dallo sviluppo del tabulato della Karima ci sono stati tra di voi, tra febbraio e giugno, 122 contatti. Come lo spiega?».
La risposta è: «Non posso che ribadire che non l´ho mai frequentata, non escludo che tra di noi ci siano state telefonate o sms, ma niente di più». Tre volte Nicole Minetti dirà: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere» e c´è una domanda speciale. È quella che tanti si fanno, compresi i pm: ma perché «più ragazze che si fermavano tutte insieme di notte, nella residenza del presidente del Consiglio».
L´unico appiglio è in stile simil-andreottiano: «Posso parlare per me, mi è capitato di fermarmi a dormire avendo col Presidente un rapporto di intimità, se si faceva tardi oppure il giorno dopo era festa io rimanevo ospite ad Arcore. So che altre ragazze si fermavano ad Arcore, ma - dice Minetti - sinceramente non so perché ciò avvenisse». Sinceramente è un bell´avverbio.

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"La Stampa", 26/02/11

 

L’INCHIESTA VERSO IL 6 APRILE

“Così il denaro finiva dal conto di Berlusconi a quelli di Mora e Fede”

Il percorso tortuoso di tre versamenti da centomila euro

PAOLO COLONNELLO MILANO

Nuove carte La Guardia di Finanza ha rintracciato ricevute bancarie per auto e lussi, ma anche assegni circolari

Il direttore del Tg4 RASSICURA MORA DI AVER PARLATO COL PREMIER E DI AVERLO CONVINTO
L’impresario SI FINGEVA DEPRESSO E DISPERATO PER OTTENERE L’INGENTE SOMMA

Nuovi conti, nuovi regali, nuove prove insomma a carico di Silvio Berlusconi. E poi la solita valanga d’intercettazioni e sms tra le ragazze di via Olgettina e Nicole Minetti, tra Lele Mora ed Emilio Fede, i prossimi candidati alla richiesta di rinvio a giudizio per favoreggiamento e induzione della prostituzione, prevista per mercoledì. Al di là del folklore e del solito florilegio tra le giovani invitate ad Arcore, pronte anche al ricatto quando vedono comparire sui giornali le prime indiscrezioni e nel panico dopo che hanno subito le perquisizioni, la vera sostanza dei quindici faldoni depositati la settimana scorsa a sostegno del giudizio immediato di Berlusconi sta forse nelle decine di ricevute bancarie rintracciate dalla Guardia di Finanza per pagare auto e comodità, nonché assegni circolari a Lele Mora in fallimento. In particolare, gli inquirenti individuano tre versamenti di 100 mila euro ciascuno, tra fine agosto e ottobre scorso, che dai conti della Popolare di Sondrio e del Monte dei Paschi di Siena del Cavaliere finiscono, attraverso le operazioni del fido ragionier Giuseppe Spinelli, all’impresario di spettacolo. E da questi a Emilio Fede in due assegni circolari di 50 mila euro ciascuno. L’anticipo, si direbbe, della «riffa» organizzata dai due amici per spillare al premier circa un milione e 400 mila euro in totale. Una manovra difficile, che inizia in agosto e si conclude quasi quattro mesi dopo, anche per l’ostracismo di Niccolò Ghedini che a un certo punto vuole incontrare Mora e sconsiglia il presidente di procedere al prestito, visto lo stato fallimentare dell’impresario, rinviato a giudizio nell’ambito di un’inchiesta del pm Eugenio Fusco. «L’avvocato della minchia», come lo definisce Fede, non si fida: «Ci vuole prudenza - racconta Fede a Mora descrivendogli un incontro avuto il 28 agosto ad Arcore - perché sostiene che tu sei in bancarotta. Io dico: “Senti, Niccolò è troppo severo con questa persona, ma dico, ma ti pare possibile... L’uomo (Mora, ndr) è stressato, corre per l’Italia per guadagnare due lire, ma sarà uno che ha fatto riciclaggio? Vogliamo dargli una mano?”... e cose così». Due giorni prima, il 26 agosto, Fede, almeno così racconta a Mora, si era speso fino a parlare di una cifra precisa: «Ieri sera ho lanciato un breve e drammatico messaggio... Gli ho detto: perché questa persona è veramente nei guai, soffre di depressione, non possiamo abbandonarlo. Secondo me, dico, secondo me guarda almeno uno e mezzo, uno minimo, bisogna darlo, se no è rovinato». In realtà, si evince dalle intercettazioni, i due da una parte lavoravano ai fianchi il Cavaliere con la storia della depressione di Mora, dall’altra si organizzavano per procurargli in continuazione nuove ragazze per i bunga bunga di Arcore.

La Gdf ha rilevato tre periodi in cui sarebbero avvenuti i passaggi di denaro: dal 30 agosto al 3 settembre «Spinelli consegna assegni circolari a Mora Dario che poi li consegna a Fede Emilio...»; dal 21 settembre al 29 settembre e dall’11 ottobre al 25 ottobre. E precisamente: 100 mila euro il 2 settembre, versati il giorno dopo in due assegni circolari a Monte dei Paschi da Mora e da qui un assegno da 50 mila a Fede: «Sono contento, dai, sono contento, sono contento», commenta Emilio. E altri due assegni da 50 mila ciascuno, sempre prelevati da Spinelli, il 29 settembre, di cui uno ancora a Fede. Infine in data 19 ottobre gli ultimi 100 mila, con le solite modalità. Le causali dei versamenti dalla Popolare di Sondrio, dove si prelevano i soldi di Berlusconi, riguardano sempre «prestiti infruttiferi». Proprio come i soldi finiti a Nicole Minetti e Alessandra Sorcinelli (150 mila euro in poco più di un anno). La cosa buffa è che nel gergo criptato tra il direttore del Tg4 e l’impresario, Berlusconi viene indicato come «il produttore» e gli assegni come «i contratti». Patetico. Poi ci sono le solite intercettazioni tra ragazze. Che mostrano il panico, mentre l’inchiesta avanza e i giornali titolano in prima pagina: «Ma ti rendi conto che siamo sputtanate a vita», scrive l’inquieta Iris Berardi a un’amica in un sms del 25 ottobre. «Ma noi abbiamo il coltello dalla parte del manico, ricordalo sempre». Poi aggiunge che sta andando all’ennesima festa di Arcore: «è incredibile lo schifo che fa il denaro».

Aris e Iris (si chiamano proprio così) non fanno mancare commenti anche sulla situazione in via Olgettina, che appare sempre più affollata: «Ah che zoccolame questa casa, questo condominio diventa sempre più un puttanaio», si dicono il 12 ottobre. Iris: «Voglio andare da Spin, amò, non c’ho più un euro, voglio andare un po’ da Spinaus». Il 14 ottobre è invece la volta di Marysthelle e Aris Espinosa: «Niente, pensa te che ho chiamato Papi e gli ho detto che avevo bisogno di parlare con lui e poi mi ha chiamato chiedendomi se tu potevi andare da lui, perché lui avrebbe intenzione di andarci in Sardegna». Marysthelle: «Ma io non so se andare là o meno. E tu quando lo hai chiamato non gli hai detto... per sapere se lui aveva chiamato Spinelli?». Soldi, soldi, solo soldi. Se Berlusconi era la Banca, Spinelli era il suo bancomat.

I DUE «AMICI» DEL PREMIER Il piano di Emilio e Lele per dividersi quasi un milione e mezzo di euro GLI SMS DELLE OLGETTINE «Siamo rovinate a vita» «Ma abbiamo il coltello dalla parte del manico»

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"La Stampa", 23/02/11

 

Regione Lazio, i consiglieri diventano tutti presidenti

Record di commissioni: stipendi più alti, portaborse e autoblù

GIUSEPPE SALVAGGIULO ROMA

Spese allegre Dagli uffici alle assunzioni di segretari, dalle autoblù agli stipendi maggiorati: così la Regione Lazio moltiplica i costi della politica

Mancava solo la commissione a prescindere. S’insedia domani nel Consiglio regionale del Lazio per sostenere Roma in vista dell’Olimpiade 2020. E se la capitale non riesce a presentare la candidatura? E se il Comitato olimpico internazionale assegna i Giochi a un’altra città? Poco male, la commissione sopravviverà. A prescindere, come diceva Totò. Con surreali riunioni del prestigioso consesso e ordini del giorno degni di Ionesco: che cosa avremmo fatto se avessimo organizzato l’Olimpiade, chi chiede la parola?

Un memorabile slancio decoubertiniano, perché si fa peccato a pensare che ai consiglieri regionali laziali interessi più la commissione dell’Olimpiade. Anzi, le commissioni. Domani, oltre a quella olimpica, se ne insediano altre tre, cosiddette «speciali»: federalismo fiscale e Roma capitale; sicurezza, integrazione sociale e criminalità; infortuni sul lavoro. Che, aggiungendosi alle 16 ordinarie, portano il conto a 20.

Te la do io la Germania Un record assoluto. In media, le altre Regioni ne hanno una decina. La Lombardia si ferma a otto: meno della metà del Lazio con una popolazione quasi doppia. Ma il primato valica i confini nazionali, facendo impallidire persino i Länder tedeschi, dotati di competenze legislative assai più ampie, essendo la Germania un vero Stato federale. A paragone con gli stakanovisti rappresentanti della Tuscia e della Ciociaria, gli eletti del BadenWürttemberg (10,7 milioni di abitanti e 14 commissioni) e della Baviera (12,5 milioni di abitanti e 12 commissioni) paiono dei fannulloni. A chi va il merito? Alla m a g g i o r a n z a dei consiglieri laziali che, come un sol uomo, prima hanno votato l’istituzione delle nuove commissioni (emendamento bipartisan presentato in commissione e approvato definitivamente in aula in quattro giorni, con il weekend in mezzo) e poi si sono spartiti le presidenze: due alla maggioranza di centrodestra, altrettante all’opposizione di centrosinistra.

Solitari oppositori «a questa ignobile moltiplicazione dei pani e dei pesci» i radicali Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, che le hanno provate tutte, sette ore di ostruzionismo e valanghe di emendamenti, compreso quello che chiedeva quantomeno di sciogliere automaticamente la commissione olimpica in caso di mancata assegnazione dei Giochi. Sconfitti 45 voti a 2.

Il motivo di un risultato così netto consiste nell’«indotto» che ogni commissione garantisce ai consiglieri, pur già dotati di un non disprezzabile stipendio di circa 10 mila euro netti. Il presidente e i due vicepresidenti intascano un aumento rispettivamente di 900 e 600 euro netti mensili. Facoltà di assumere segretari e portaborse (il numero varia da 3 a 5, a seconda della tipologia contrattuale). Autoblu di rappresentanza. Uffici spaziosi e pare molto ambiti, tanto che in queste ore c’è un certo fermento con frenetico lavoro dei tecnici (ormai lo spazio scarseggia).

Benefit analoghi - e in qualche caso maggiori - vengono riconosciuti anche al presidente del Consiglio, ai vicepresidenti, ai presidenti dei gruppi consiliari e ai segretari dell’aula. Non stupisce che quasi tutti i consiglieri laziali siano ormai in qualche modo «graduati», tra commissioni varie, incarichi nel Consiglio e famigerati «monogruppi» (7 su 16), i cui presidenti presiedono solo se stessi. Oggi, prima che i nuovi organismi producano altri quattro presidenti e otto vicepresidenti, la situazione è questa: su 70 eletti, ci sono 16 presidenti di commissione e 30 vice, 1 presidente del Consiglio e 2 vice, 3 segretari, 16 capigruppo e 1 assessore. Insomma una falange di generali a corto di soldati semplici, come l’esercito italiano fascista. I malcapitati politici senza stellette sono solo cinque, naturalmente in pole position per le nuove dodici poltrone.

Caos e sprechi La moltiplicazione biblica delle poltrone comporta anche rallentamenti dei lavori. Ogni consigliere è costretto a sedere in diverse commissioni, con scene fantozziane di politici che corrono avanti e indietro come nel leggendario «Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie» o a metà seduta chiedono un rinvio «perché devo andare, altrimenti dall’altra parte manca il numero legale». E c’è la commissione Affari costituzionali che «in sei mesi si è riunita due volte per complessivi dieci minuti», denuncia il radicale Rossodivita, che qualche giorno fa ha platealmente rassegnato le dimissioni, denunciando «l’idiozia» di istituire nuove commissioni se non si riesce a far funzionare quelle esistenti.

Per non dire dei soldi. Le nuove commissioni costeranno 5 milioni di euro, facendo ulteriormente lievitare le spese del Consiglio regionale: nel 2099 erano 91 milioni, quest’anno si conta di arrivare a 103 milioni. Un aumento che sarebbe stato sufficiente a pagare il restauro del Colosseo, per il quale lo Stato ha dichiarato di non avere soldi, ha perso anni e infine si è ridotto a chiedere la carità ai privati. Parola non casuale. Giusto un mese fa, la governatrice Renata Polverini, nella tradizionale visita al Papa, definiva la politica «una speciale forma di carità». Questione di punti di vista.

giusal@lastampa.it
OLIMPIADI 2020 Nasce un comitato speciale: resta anche se si perdono i Giochi ACCORDO BIPARTISAN Destra e sinistra votano insieme, solo i Radicali contrari

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"La Repubblica", MERCOLEDÌ, 23 FEBBRAIO 2011

Pagina 21 - Interni
 
Soglia, dal Pdl a Ir per "fare numero"
"Deputato in prestito così vendo meglio il mio prodotto"
 
ANTONELLO CAPORALE
Gerardo Soglia è stato dato in prestito, nell´ultima tornata del calciomercato di Montecitorio, al gruppo dei Responsabili, erre maiuscola. Di provata fede Pdl, il salernitano Soglia sa che l´onorevole Cicchitto - il capogruppo che l´ha ceduto - conserva immutata stima e anche il diritto di riscatto a fine stagione.
«Esattamente così, la metafora calcistica ci sta a pennello. Sono come quei calciatori di grandi club che vanno a farsi le ossa in provincia».
Il suo nuovo gruppo trotterella, non corre. C´è meno concorrenza, e molta più attenzione dei media.
«Ho valutato anche questo. Parliamoci chiaro: lei mi avrebbe intervistato se non avessi deciso di trasferirmi?».
L´onorevole Soglia ha ogni capacità per segnare con la sua presenza questa legislatura.
«Faccio il possibile, l´ho sempre fatto. Sono segretario della commissione Finanze e il mio apporto penso sia significativo».
Vede?
«A me piace non fare lo struzzo: in qualche modo adesso vendo meglio il mio prodotto».
Lei è un imprenditore turistico. E ha competenza assoluta del marketing.
«Desidero che questa legislatura dia slancio al mio pensiero, forza alle mie gambe. Voglio continuare a impegnarmi assolutamente, totalmente. Non sono solo un numero, che sia chiaro».
Mara Carfagna l´ha scoperta, l´ha trascinata qui a Roma, l´ha presentata a Berlusconi. E lui con gli uomini del fare si sintonizza istantaneamente.
«E´ stato Cosentino a scoprirmi, più che Carfagna».
Che fa, rinnega Mara?
«Preciso: Cosentino ha creduto in me e Mara ha poi avallato la scelta presentandomi al presidente. Con la politica avevo pochi rudimenti di base e una passione non ancora pienamente sbocciata».
Ha saltato a pie´ pari la gavetta, per fortuna.
«Anche qui serve sincerità: senza la legge elettorale che nomina io non avrei avuto alcuna possibilità. Col mio lavoro e la mia agenda quando mi sarei potuto applicare? In questo modo ho condensato in un mese (il tempo della campagna elettorale) tutto quello che gli altri imparano in anni di attività».
Onorevole Soglia, adesso è in un nuovo gruppo e dovrà modulare anche il linguaggio, renderlo un po´ più distante da Berlusconi. Siete pur sempre degli alleati con vostri interessi.
«Siamo per la responsabilità, la disponibilità, la concretezza».
I concetti base ci sono.
«Aperti a ogni contributo. Alleati leali ma con una propria imprescindibile identità».
Così è perfetto.
«Sosteniamo la maggioranza avendo però gli occhi bene aperti...».
Non è che sta esagerando un tantino?
«Sosteniamo il governo. Stop».

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"La Stampa", 22/02/11

 

AFFITTOPOLI: LO SCANDALO SI ALLARGA

Trivulzio, appartamenti venduti a prezzi da outlet

Pisapia: “Non faccio un passo indietro, sarò io il candidato sindaco”

MARCO ALFIERI MILANO

Dopo gli affitti low cost a politici, imprenditori e vip, ecco l’elenco delle cessioni immobiliari del Pio albergo Trivulzio, costretto alla trasparenza da uno scandalo che potrebbe travolgere altri enti pubblici con in pancia cospicui patrimoni immobiliari.

Ieri pomeriggio il presidente del Pat, Emilio Trabucchi, ha trasmesso al presidente del Consiglio Comunale di Milano, Manfredi Palmeri, la lista delle vendite 2006-2011. Sono in tutto una cinquantina. Tra gli acquirenti del Trivulzio spicca l’assessore regionale alla Casa, l’Udc Domenico Zambetti, proprietario dal marzo 2008 di un appartamento in Corso Sempione 51, comprato per 533 mila euro, contro una valutazione di Scenari immobiliari, per la zona, di 935 mila. Spicca Francesca Mobilia, figlia di Antonio, dg dell’ospedale San Carlo, amico di Ignazio La Russa, che abita in Largo Rio de Janeiro in un appartamento di 160 mq acquistato nel dicembre 2009 a 518.670 euro, 150 mila meno della valutazione dell’Agenzia del territorio.

Anche l’ex presidente dell’associazione Casa Letizia (Moratti), l’avvocato Marcello Di Capua, nel novembre 2009 ha comprato un ufficio in viale Regina Margherita: 170 mq acquistati a

744 mila euro (Scenari valuta 1,4 milioni). Così come Carla Vites, moglie dell’ex assessore regionale alla Sanità, il ciellino Antonio Simone, proprietaria di una casa di 310 mq in via Guerrazzi 2, acquistata per un 1,56 milioni di euro nell’aprile 2009. Come Adriano Bandera, consigliere della Fondazione Policlinico, che nel marzo 2009 ha comprato un appartamento di 257 mq in via Statuto,

pagandolo 1

,33 milioni (Scenari valuta 2,1 milioni). E come Giorgio Bianchini Scudellari, ex consigliere di Fiera Milano e già presidente di Bipiemme Real estate, che il 15 settembre 2009 ha acquistato in corso Sempione 51 un appartamento di 120 mq a 484mila euro.

Poi ci sono gli immobili acquistati da società di professionisti noti in città. Come l’Immobiliare Trafalgar srl di cui è azionista Sestilio Paletti, titolare della Filcasa e presidente di Aspesi, l’associazione nazionale delle società di promozione e sviluppo immobiliare, che nel giugno 2006 ha rilevato in via Busseto 9 14 vani per un totale di 842 mq: stima dell’Agenzia del territorio 1,216 milioni, ma dopo tre aste deserte se l’è aggiudicati per un milione di euro. Oppure la Relberg srl, partecipata dalla immobiliare Santo Stefano il cui amministratore unico è il gioielliere Stefano Spremberg, che la scorsa estate si è aggiudicata due immobili storici. Uno in piazza Santo Stefano 12, 1861 mq tra l’università Statale e la chiesa di San Bernardino alle ossa. L’altro in vicolo Santa Caterina 3/5 (350 mq).

Relberg si è portato a casa il pacchetto per 11,6 milioni, contro una base d'asta di 10,5. Ma se il prezzo sembra congruo, la modalità con cui si è perfezionato il closing lascia perplessi. La gara, infatti, è stata indetta in piena estate. I partecipanti sono stati solo due. Al netto dei nomi illustri e, degli acquisti di favore, dunque, sulle vendite del Pat pesano incognite su cui la magistratura ha acceso un faro. Molti immobili alienati hanno visto l’asta andare deserta prima dell’assegnazione definitiva. Altri sono stati pochissimo pubblicizzati, o venduti in modo carbonaro a trattativa privata. «Non vorrei che per fare un favore all’acquirente finale, alcune offerte siano state formalmente pubblicate, ma, di fatto, tenute in sordina», si chiede Carmela Rozza, consigliere del Pd.

Nel frattempo, sul fronte politico, la finiana Barbara Ciabò lamenta l’omertà del Pat: «Dall’elenco mancano un centinaio di immobili». Il Pd, freddo e imbarazzato con un Giuliano Pisapia lambito dallo scandalo (ieri l’avvocato ha chiuso il caso ribadendo che sarà lui il candidato sindaco), è tornato a chiedere le dimissioni dei vertici del Trivulzio. Lo stesso ha fatto la Lega.

Più fluida la posizione dentro al Pdl. Lo stato maggiore del partito si è riunito a casa Moratti, professando prudenza. «Vogliamo avere una valutazione completa e complessiva di tutta la situazione senza caccia alle streghe», ha detto Roberto Formigoni. «Dopo decideremo». Certo non sarà facile scalzare Trabucchi, da sempre vicino a Paolo Berlusconi. Anche se Moratti e Formigoni, che nominano il cda, dopo aver sottovalutato la portata dello scandalo, hanno l’esigenza di trovare un capro espiatorio. Tutti, comunque, in attesa del consiglio di amministrazione del Pat previsto per oggi: una riunione che si annuncia molto calda e che potrebbe portare a una svolta.

Le valutazioni in alcuni casi sono inferiori anche del 50 per cento rispetto a quelle di mercato Pd e Lega chiedono le dimissioni dei vertici Pat Formigoni: «Trasparenza non caccia alle steghe»

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"La Repubblica", MARTEDÌ, 22 FEBBRAIO 2011

Pagina 11 - Esteri
 
L´amicizia pericolosa del premier "Il traffico di esseri umani è protetto da Tripoli e Gheddafi"
WikiLeaks, l´ambasciatore italiano avvertì: "Attenti, sono corsari"
 
I documenti
 
ALBERTO D´ARGENIO
ROMA - È Silvio Berlusconi a volere l´accordo di amicizia italo-libico. È lui a spazzare dal tavolo tutti i dubbi che avevano bloccato la diplomazia italiana e il governo Prodi dallo scendere a patti con Muhammar Gheddafi. Costi quel che costi, la normalizzazione dei rapporti con Tripoli e l´amicizia con il dittatore libico deve diventare uno dei vanti della politica internazionale del Cavaliere. Il quadro emerge dai cablo classificati ottenuti da WikiLeaks e in possesso de L´espresso che Repubblica anticipa. Leggendoli si colgono le perplessità degli Usa sull´operato del governo Berlusconi. Che dal suo ritorno a Palazzo Chigi nel 2008 incontra il dittatore libico otto volte. Gheddafi - è il convincimento della diplomazia a stelle e strisce - è ben contento di essere "sdoganato" dal premier italiano nel vano tentativo di entrare nel salotto buono della politica europea.
Che il Colonnello sia un leader con il quale fare i conti in Europa lo sanno tutti. Da presidente della Commissione Ue Prodi lo riceve a Bruxelles. Da premier negozia l´accordo di partnership tra Italia e Libia, ma ne blocca la firma. Troppo esose le richieste di Gheddafi, sproporzionate da un punto di vista economico e politico. Troppo scarse le garanzie sul rispetto dei diritti umani per gli immigrati. Poi, nella primavera del 2008, al governo torna Berlusconi che dopo pochissimi mesi vola a Bengasi per firmare lo storico "Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione" che mette fine ai dissidi sui danni coloniali italiani. Eppure solo pochi mesi prima il nostro ambasciatore a Tripoli, Francesco Trupiano, spiegava agli americani gli ostacoli e i dubbi sulla trattativa. Il cablo "confidenziale" diretto al Dipartimento di Stato di Washington è del 7 novembre 2007. L´ambasciatore Usa a Tripoli fa un resoconto dell´incontro con il collega italiano. Che senza mezzi termini definisce il Colonnello e la leadersphip di Tripoli interlocutori «dalla mentalità corsara». Con loro, aggiunge, non sarà facile chiudere in tempi brevi alcun accordo. «Non hanno una reale visione strategica, fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». Insomma, i libici trattano come al Suk, non ascoltano le richieste italiane e continuano ad alzare il prezzo. Soprattutto «insistono sul fatto che gli è dovuta un´autostrada che l´ex premier Silvio Berlusconi ha offerto di finanziare durante una visita a Tripoli del 2004». La famosa autostrada da 5 miliardi che pochi mesi dopo Berlusconi regalerà a Gheddafi (salvo poi trovarsi in difficoltà a reperire i fondi per la sua costruzione).
Così il 30 agosto 2008 l´accordo viene firmato a Bengasi. Pochi giorni dopo Trupiano ne spiega i contenuti all´ambasciata americana. In un file classificato rivolto al Dipartimento di Stato i diplomatici Usa descrivono con costernazione la cerimonia con Berlusconi alla presenza dai discendenti delle vittime del colonialismo e commentano: «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia all´interno della recente apertura all´Europa».
Anche dopo l´entrata in vigore dell´accordo i libici restano un partner "corsaro". In un cablo del 17 febbraio 2009 l´ambasciatore Usa, Gene A. Cretz, racconta la «frustrazione» del collega italiano di fronte ai libici che continuano a non collaborare sull´immigrazione. Per Trupiano «non è plausibile» che decine di migliaia di immigrati passino per la Libia «senza almeno il tacito consenso del governo», se non della sua «complicità» nel traffico di essere umani, armi e passaggio di terroristi. Ma il governo Berlusconi continua a trattare Gheddafi da amico.
L´accordo viene finalmente ratificato e nel maggio 2009 la Libia inizia a cooperare. Per la prima volta riprende 500 immigrati respinti dalle nostre motovedette. Cretz racconta che la Libia «non ha voluto prendere a bordo delle sue navi gli immigrati. In un caso ha chiesto all´Eni, che opera in una piattaforma offshore, di rimorchiare un vascello africano alla costa. In un altro ha permesso a una nave italiana di riportare i migranti a terra. Una volta giunti a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione». Le preoccupazioni americane sono per il loro trattamento (alcuni, scrivono, potrbbero ottenere l´asilo). Tema che invece non sembra interessare il nostro governo. Cretz scrive che per le organizzazioni umanitarie i centri di detenzione sono passati da «poveri e affollati ad accettabili», ma con l´arrivo di nuovi immigrati «le condizioni probabilmente peggioreranno». E conclude allarmato: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».
Ma i problemi che l´Italia incontra con i libici, mentre Berlusconi riceve Gheddafi a Roma, riguardano anche la sicurezza. Una fonte italiana informa i diplomatici Usa a Tripoli che il Colonnello sta «deliberatamente ritardando» la distruzione delle armi chimiche prevista dalla firma della convenzione internazionale Cwc. Un´informazione tanto allarmante da spingere l´ambasciatore Cretz a chiedere a Washington di intervenire. Intanto gli affari con l´Italia continuano.
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I complici

Manifestazione per la rivolta nonviolenta democratica a MontecitorioImprovvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati da unità militari mercenarie. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole. L'Europa ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.
Nessuno? Ma l'Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che - si dice all'articolo 4 - "l'Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell'altra parte. L'Italia non userà mai ne permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia".
Ma il trattato che - come ricorderete - è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l'eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, Sarubbi e chi scrive, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: "Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari". Ma anche (art. 19) "le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane".
In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno "stretto partenariato" con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani.
 
Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.
 
È dovere urgente dello stesso Parlamento Italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Cominceremo la nostra denuncia con la frase pronunciata da Berlusconi, mentre i dimostranti di Bengasi venivano falcidiati con mezzi e armi forse italiani: "Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi".
 
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Il trattato capestro che ci lega al raìs

 

Un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia molto impegnativo, la cui responsabilità politica ricade su tutti i partiti che lo ratificarono nel 2009 (maggioranza e Pd a favore; IdV, Udc e radicali contro): l'Italia non riesce ad avere un ruolo attivo in questa fase confusa e drammatica di proteste e fermenti, violenze e repressione. E l'amicizia tra il premier Berlusconi e il colonnello Gheddafi quasi la paralizza. Il Trattato ha una disposizione, l'articolo 6, che chiede alle parti ad agire in conformità ai diritti dell'uomo. Dunque, sollecitare il leader libico a rispettare l'impegno non sarebbe, da parte del presidente del Consiglio, né ingerenza né disturbo, ma un richiamo ai patti.
 
Firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, ratificato dal Senato in via definitiva il 3 febbraio 2009, il Trattato consta di un preambolo, di tre capitoli - principi generali, chiusura dei contenziosi del passato e nuovo partenariato bilaterale - e di 23 articoli che comportano oneri non indifferenti per l'Italia. In questa situazione, poi, l'attuazione di alcune disposizioni appare particolarmente delicata. Un esempio: l'articolo 20 riguarda la collaborazione nel settore della Difesa e prevede "lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari, nonché l'espletamento di manovre congiunte". E ancora "un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della difesa e delle industrie militari". Passaggi oggi scivolosi, con il rischio che armi o tecniche italiane siano utilizzate per reprimere con la forza le proteste. Senza dimenticare l'imbarazzo già provocato dalla presenza di finanzieri a bordo di una motovedetta ceduta dall'Italia alla Libia nell'ambito dell'accordo, là dove si parla di lotta contro l'immigrazione clandestina, che inseguì un pescherecchio siciliano e gli sparò addosso. E si noti che l'articolo 19, proprio quello della lotta all'immigrazione clandestina, prevede che tutta l'operazione avvenga a costo zero per la Libia: il 50% lo paga l'Italia e il 50% dovrebbe pagarlo l'Ue. Ma tutto l'impianto di questo Trattato è a rischio, nella situazione d'incertezza e violenza attuale: il partenariato può funzionare solo in un contesto economico e sociale normale. E certo non è pensabile che il contenzioso sui debiti non pagati faccia progressi in questi frangenti: sono in ballo 620milioni di euro. Il problema di fondo è che l'Italia non è riuscita a fare fruttare in influenza su Tripoli tutto il peso del Trattato e di rapporti economici e commerciali intensissimi: l'Italia, per la Libia, e il primo partner economico e il terzo investitore europeo ed è presente nel Paese con oltre cento aziende. Invece che influenza, l'Italia sembra avere sviluppato sudditanza nei confronti del colonnello e del suo regime.
Infatti ieri a Bruxelles la posizione sostenuta dal ministro Frattini preoccupato di tutelare "l'integrità territoriale" della Libia, è stata percepita in termini diplomatici come più "articolato" rispetto a quella molto dura di marca britannica e tedesca. L'ansia dell'integrità non può nascere solo dalle difficoltà che la riconduzione del Trattato comporterebbe in caso di nascita di due Stati, modellati su Tripolitania e Cirenaica. C'è anche il timore della "bomba immigrazione", che Frattini non minimizza di sicuro di fronte ai colleghi. Paventa flussi "epocali" e "inimmaginabili" e ipotizza "centinaia di migliaia di persone" in fuga dalle coste libiche, perché lì "siamo sull'orlo di una guerra civile". Ma alla fine, l'Italia accetta e fa propria la formula europea, che condanna le violenze, da qualsiasi parte vengano, e sollecita "un dialogo nazionale di riconciliazione". E ora, dopo che l'Ue ne condanna le violenze, Gheddafi può ancora essere l'interlocutore privilegiato del governo italiano? La sorte del leader libico non sarà decisa né dall'Italia né dall'Europa, non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare, non lo abbiamo fatto con Mubarak e non cominceremo a farlo ora". È vero, siamo fuori tempo: a tenere le distanze dal Colonnello dovevamo pensarci, americani ed europei insieme, otto anni fa, quando lo "sdoganammo" in cambio d'una minestra di lenticchie.
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"La Repubblica", VENERDÌ, 18 FEBBRAIO 2011

Pagina 10 - Interni
 
Roberto Rosso, pronipote di San Giovanni Bosco, torna nel Pdl: "I futuristi vanno a destra, io sono liberale. Verdini mi ha convinto"
"Silvio mi ha sempre voluto bene e poi è salesiano come mio zio"
Con il Cavaliere abbiamo risolto la bega e sono felice, il mio percorso politico è lineare
 
ANTONELLO CAPORALE
«Rifletti bene, mi ha detto Verdini».
E´ l´ora della responsabilità.
«Te la senti di premere il pulsante contro Silvio?».
Te la senti?
«Non è più facile ricomporre i dissidi e rientrare da noi?».
In quel preciso istante, quando cioè si stava per votare alla Camera l´autorizzazione a perquisire Spinelli, cassaforte mobile di Berlusconi, la mano di Verdini si è poggiata sulla sua spalla e il corpo di Roberto Rosso ha avuto un fremito.
«Sono andato da Gianfranco Fini e gli ho detto: non me la sento».
L´affetto per Berlusconi è speciale.
«Mi ha sempre voluto bene, tanto bene. Le divergenze erano sorte per beghe locali in Piemonte».
C´è anche un legame spirituale che in qualche modo la connette al premier.
«Si sa che lui è un salesiano fervente».
E lei è...
«...San Giovanni Bosco è mio prozio»
Sembra niente, ma anche queste cose contano.
«Fini è un galantuomo, ha capito».
Il suo è stato un momento di sbandamento.
«Una reazione alla piccola difficoltà».
Si sente che è liberato da un peso che rendeva pesanti i suoi passi.
«Il mio rapporto con Berlusconi è meraviglioso, inossidabile, denso, felice».
La bega locale di Torino aveva del resto le dimensioni di una cosuccia.
«Totalmente superata, abbiamo splendidamente risolto».
La trasferta in Futuro e libertà è durata quattro mesi.
«Sa cosa le dico? Io sono liberale e davvero al congresso di Milano ho avvertito una virata a destra. Brrrr».
Sembrava invece che Fini virasse a sinistra
«No, a destra. Sentivo che gli amici di Fli avevano bisogno di ritornare alla propria identità missina».
La sua casa è Forza Italia, il popolo della libertà.
«Ho riflettuto per tempo e il dilemma è sempre stato questo: continuo a stare in questo partito o ritorno a casa?».
Rifletti bene, le ha ripetuto con affetto Verdini.
«E ho scelto. Fini è un galantuomo, squisito»
E lei, nipote del santo, è amico del premier salesiano (temporaneamente peccatore).
«Il mio tragitto politico è lineare».
Prega?
«In che senso?»
Pratica, frequenta? O è uno di quei cattolici adulti.
«Parecchie volte vado a messa. Ma perché me lo chiede?».
Per via di San Giovanni Bosco.
«A messa anche a Roma».
Berlusconi l´ha infine abbracciata
«Certo, è stato bello».
Fini più gelido.
«Una stretta di mano. Però gentile».

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"La Repubblica", VENERDÌ, 18 FEBBRAIO 2011

Pagina 6 - Interni
 
La preferita
"Tutte nude al bunga bunga e quand´ero in questura Silvio aveva paura di me"
 
I verbali
 
Ruby: so che con Noemi ha fatto sesso
 
 
 
Le pagine del verbale sono in larga parte sbianchettate dagli omissis dei pubblici ministeri. Il racconto ruota sull´imputato Berlusconi
Secondo il racconto della ragazza marocchina, tutte le ragazze presenti ai bunga bunga erano maggiorenni. Uomini solo il premier e Fede
Molte delle invitate ad Arcore hanno utilizzato i telefonini per fare fotografie o riprese di quel che accadeva nelle sale di Villa San Martino
Noemi mi chiese quanti anni avevo e le risposi di averne 24. Lei mi disse che tanto la preferita di Silvio era lei. Da altre ragazze presenti alle feste ho saputo che tra Noemi e Berlusconi c´era stata una relazione intima di natura sessuale
 
 
Più interessante forse è che Noemi fosse per tutte le falene del Sultano la «cocca di papi» e, tra loro, fosse un convincimento diffuso che avesse avuto una «relazione sessuale» con il presidente del Consiglio.
Ecco allora i verbali di Karima El Mahroug, Ruby. Sono cinque, del 2, 6, 22 luglio, 3 agosto. Quel giorno, il 3 agosto, i verbali siglati dalla minorenne sono due (il primo raccolto tra le 9,40 e le 15,55; il secondo a partire dalle 17,25). Nel primo interrogatorio del 3 agosto, Ruby racconta la prima visita ad Arcore, il primo incontro con Silvio Berlusconi e finalmente si apprende dalle parole di una testimone – e nonostante gli omissis – che cos´è il «bunga bunga» Nel secondo verbale ricorda che cosa è accaduto, nella questura di Milano, la notte del 27 maggio.

Il primo incontro
Dice Ruby: «Il primo incontro con Berlusconi c´è stato il 14 febbraio. Sono stata chiamata da Emilio Fede che mi ha invitata a prepararmi per andare a una cena. È venuta in via Settala, dove vivevo, una limousine (ricordo che aveva due corna) con autista e scorta di carabinieri in divisa che seguiva su un´auto. Sono stata portata ad Arcore presso una lussuosa villa denominata Villa San Martino, sita nell´omonima via, e ho in quel momento appreso che il proprietario ne era il presidente Berlusconi. Davanti alla villa ho visto altre scorte dei carabinieri mentre noi siamo entrati da un accesso secondario. La serata è iniziata con una cena tricolore cioè con cibi bianchi, rossi e verdi rallegrata dalla musica di Apicella in persona che poi mi ha regalato due cd. Dopo la cena Berlusconi mi ha proposto di scendere presso il Bunga Bunga, dicendomi che il termine l´ha preso in prestito dal suo amico Gheddafi e sta a designare una sorta di harem femminile che si esibisce al piano inferiore della villa. Fino a quel momento io avevo detto a Berlusconi che avevo 24 anni; il presidente mi condusse nel suo ufficio lasciandomi intendere che la mia vita sarebbe cambiata completamente se io avessi accettato di partecipare al bunga bunga insieme alle altre ragazze. Anche se non ha mai esplicitamente parlato di rapporti sessuali non era per me difficile intuire che mi proponeva di fare sesso con lui: io ho detto di no che volevo tornare a casa. Lui mi ha risposto che comunque era già pronto un regalo per me contenuto in un pacchettino contenente una dicitura "Per Ruby", all´interno del quale, c´era la somma in contanti di 46 mila euro in banconote da 500. Quella sera stessa mi ha regalato l´orologio Lockman con la dicitura "Meno male che Silvio c´è", con il logo del Milan».

Il bunga bunga
Sostiene Ruby: «La sera del 14 febbraio tra le persone che c´erano alla cena ricordo (omissis) e inoltre Nicole Minetti, Barbara Faggioli. La Minetti già la conoscevo perché faceva con me la cubista. La Faggioli già la conoscevo perché anche lei lavora per Lele Mora nel campo dello spettacolo».
Il vivido racconto di Ruby interpella i pubblici ministeri su quanto ci possa essere di vero e di falso, di mezzo vero e mezzo falso nella testimonianza della minorenne. Cominciano il loro accertamento dalla formula che colpisce loro come chiunque abbia seguito da ottobre le cronache che oggi portano Silvio Berlusconi al giudizio immediato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile. «Bunga bunga», che cos´è?
Ascoltiamo Ruby: «Quella sera Berlusconi mi raccontò che il bunga bunga consisteva in un harem che aveva copiato dal suo amico Gheddafi nel quale le ragazze si spogliano e devono fargli provare "piaceri corporei". È stata in quella circostanza che io ho opposto un netto rifiuto. Sono stata riaccompagnata a casa verso le 2 e 30 dal suo autista che si chiama Angelo ed è napoletano. A suo dire le ragazze sarebbero rimaste a casa di Silvio Berlusconi per tutto il fine settimana e cioè fino al lunedì mattina per esaudire i suoi desideri».
È la prima volta che Ruby si imbatte nelle "notti del Drago". C´è una cena, c´è il dopocena con il bunga bunga e poi ci sono le nottate e i week end per quelle che vengono prescelte. È un mondo femminile a metà strada tra prostituzione e spettacolo.
Ruby lo racconta così, quel mondo: «Le ragazze che ho visto a cena, per quanto ho potuto comprendere, erano tutte maggiorenni. La più giovane aveva, così mi ha detto, 19 anni, è brasiliana e si chiama Ally. Ricordo i nomi di altre ragazze…». I pubblici ministeri, nei verbali allegati all´inchiesta, omettono di citare tutte queste donne, ma si limitano a un numero: «In tutto c´erano circa 30 ragazze», dice Ruby, e puntualizza: «Gli uomini erano Berlusconi e Fede. Quella sera Berlusconi mi invitò a chiamarlo "papi", ma io lo chiamai Silvio».

il secondo incontro
Il secondo incontro è avvenuto «sempre ad Arcore, nel mese di marzo 2010», aggiunge Ruby. Si confonde: le tracce telefoniche sistemano la sua presenza ad Arcore ancora in febbraio e poi in aprile. Forse si sbaglia, forse comincia a omettere quel che sa e ha visto. Ragionevolmente comincia a truccare i suoi ricordi e non racconta alcuni passaggi della sua vita ad Arcore. Perché i pubblici ministeri sanno che a febbraio, dopo il 14, la marocchina ritorna a villa San Martino. Restiamo al verbale, però.
Ruby va ad Arcore «grazie a una telefonata di Lele Mora, il quale, a detta dello stesso Berlusconi, si era raccomandato di trattarmi bene in quanto mi vuole bene come una figlia. Nel periodo precedente, Berlusconi continuava a mandarmi i soldi attraverso il suo autista Angelo. La somma complessiva ricevuta tra febbraio e maggio 2010 è stata di circa 187 mila euro oltre ai regali. Questa seconda volta che mi recai a Milano 2 (zona La Pianta), fu con il taxi 8585 chiamato dal mio cellulare intorno alle 22. Ad aspettarmi trovai l´autista di Fede che mi accompagnò ad Arcore con un´Audi di colore scuro, l´auto di Emilio Fede, che riconobbi perché l´avevo già vista in precedenza. Arrivata ad Arcore, venni accolta da Berlusconi. Presso la sua abitazione erano presenti numerose ragazze alcune intente a fumare in giardino, altre sparse per la casa. Ricordo che erano presenti (omissis) Nicole Minetti, Barbara Faggioli (omissis, … omissis… omissis) Marystel, ragazza di colore che ha partecipato alla Pupa e il Secchione».
Sostiene Ruby: «Mi risulta che Marystel, Barbara Faggioli e Nicole Minetti dispongano di appartamenti a Milano 2 in cui il presidente paga in dono 5 anni d´affitto. Tale proposta viene fatta a me da Berlusconi che, in quell´occasione, scoprì che ero minorenne e senza documenti. In quella circostanza, poiché gli avevo detto falsamente che ero egiziana, Berlusconi mi propose di farmi passare per nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak e di fornirmi documenti comprovanti la mia nuova identità di cui lui si sarebbe occupato. Mi propose inoltre di mettermi nella disponibilità di un centro estetico in via della Spiga. Il fatto che fossi parente del presidente egiziano avrebbe giustificato questa disponibilità economica. Mi risulta che Berlusconi si sia interessato per l´acquisto di un convento di suore che sta proprio in via della Spiga e vale due milioni di euro».
Ci sono trenta ragazze, alcune sono famose, sono comparse su una rivista, hanno piccoli spazi su programmi televisivi. Fumano, bevono, girano per la tenuta del presidente.
Ecco cosa succede, secondo Ruby, in quella seconda visita ad Arcore. «Quella sera, dopo la cena consumata con Berlusconi e con tutte le ragazze che stavano là, il presidente mi propose di dormire a casa sua dicendomi che non mi avrebbe chiesto nulla in cambio. Dopo cena ci siamo recati tutti nella sala al piano inferiore dove si è tenuto il bunga bunga. Io ero tranquilla in quanto Lele Mora aveva garantito la mia estraneità a qualsiasi attenzione sessuale. Nel bunga bunga tutte le ragazze erano nude ed ebbi la sensazione che vi fosse un effetto emulativo tra di loro per farsi notare da Berlusconi con atti sessuali sempre più spinti».
Le pagine del verbale sono in larga parte sbianchettati dagli omissis dei pubblici ministeri. Il racconto ruota intorno a quello che ormai è diventato l´imputato Silvio Berlusconi. Nel rito dell´harem «io – mette a verbale Ruby – non mi sono spogliata e non ho fatto esibizioni sessuali. L´unica ragazza vestita ero io, guardavo e giusto per darmi un atteggiamento, ogni tanto servivo il presidente e gli ho portato del Sanbitter. Molte ragazze mi interrogavano su questo atteggiamento e io rispondevo che ero una "novizia" e che non intendevo assecondare subito tali prassi».
"Novizia" e "subito", sono due parole che lasciano intravedere la sofferenza o l´accortezza di questa ragazza nel raccontare e nel non raccontare quello che ha visto, quello che è successo, quello che le è successo. Le altre, le «scafate», sono sorprese, e lei cerca di darsi un contegno: «Dopo il bunga bunga che durò circa tre ore ci fu un bagno collettivo in una piscina coperta. Tutte le ragazze si sono buttate nude nell´acqua mentre io, dopo aver indossato dei pantaloncini e un top bianco fornitomi dal presidente, ho fatto l´idromassaggio sola nella vasca. Quella sera, su invito di Berlusconi, rimasi a dormire ad Arcore».
Appare inverosimile, il «bunga bunga» citato da Ruby in quel verbale del 3 agosto del 2010, ma altre testimoni, intercettazioni telefoniche, interrogatori hanno confermato che quella cerimonia che imbarazza e umilia il capo del governo tutto è tranne - è l´ultima versione di Berlusconi e degli amici Mora e Fede - «una barzelletta». In quel che una delle testimoni dirette ha definito un "puttanaio", non è difficile arrivare e uscire senza controlli, portarsi dentro qualsiasi tipo di marchingegno, in grado di filmare, fotografare, o perfino colpire la persona del presidente del Consiglio. Ruby ha visto qualcosa che sente il dovere di riferire ai magistrati milanesi: «Si, le ragazze avevano i telefoni cellulari, tanto che qualcuna di loro ha fotografato la casa del presidente. A questo proposito Barbara Guerra e "omissis", tutte e due presenti alle serate del presidente, conversando con me vicino la casa di una di loro, commentarono di essere invidiose dei vantaggi e degli agi che il presidente dà alla Nicole Minetti. E dicevano che se Berlusconi fosse mai caduto in disgrazia avrebbero divulgato i fatti a loro conoscenza esibendo le foto da loro scattate ad Arcore a riprova e della veridicità dei loro assunti e che sicuramente ne avrebbero avuto un tornaconto».

la notte in questura
Il 27 maggio 2010, dopo 14 giorni e notti ospite ad Arcore, Ruby finisce, come sappiamo, in questura. Non ha documenti. È accusata di furto. Nella notte torna libera. Lei sa cosa è successo. Lo ricorda così al pubblico ministero: «Michelle Coicencao informò Silvio Berlusconi che mi trovavo in questura, e quest´ultimo le dette il numero della Nicole Minetti dicendole che si sarebbe occupata lei della mia delicata questione. Per come ho saputo in seguito, Silvio Berlusconi era molto preoccupato che potessero emergere i rapporti con lei e le serate trascorse presso la sua abitazione. La stessa Michelle mi disse in seguito "non pensare che abbia fatto questo solo per i soldi che mi ha dato Berlusconi, l´ho fatto più per te". E da questa frase ho compreso che il presidente la remunerò per quanto fatto da lei e per l´ospitalità che mi dette non appena dimessa dalla questura. Lo stesso Berlusconi telefonò a Nicole Minetti mentre ancora eravamo in questura dicendole di chiamarlo non appena la questione fosse stata risolta. La Minetti, una volta fuori, chiamò il presidente rassicurandolo sull´esito positivo della vicenda e a quel punto me lo passò e Berlusconi, scherzando mi disse che nonostante gli avessi detto che ero egiziana e maggiorenne lui mi voleva bene lo stesso. Dopo questa occasione ho solo risentito telefonicamente Berlusconi ma non l´ho più visto. Il presidente mi disse che mi avrebbe potuto rivedere solo una volta che avessi compiuto la maggiore età e che disponessi di documenti di identità essendo lo stesso sovraesposto ad attacchi mediatici».
Ci sono tre dettagli che, su richiesta dei magistrati, Ruby aggiunge. Il primo riguarda Nicole Minetti – definita dal premier «consigliere ministeriale» – e la fondamentale questione dell´età di Ruby.
Dice Ruby: «Nicole Minetti sapeva che ero minorenne già prima del 27 maggio 2010, ovvero era consapevole della mia età sin dal mio primo ingresso presso la villa Berlusconi». Il secondo riguarda i due coimputati di Nicole Minetti: «A domanda della procura, né Lele Mora né Emilio Fede mi hanno mai chiesto di prostituirmi» Infine, c´è un barlume di spiegazione (anche se incongruente) sull´origine della "balla" della parentela con il rais egiziano: «Durante la terza serata a casa del premier, lo stesso – racconta Ruby – mi preavvertì ricevendomi che con i suoi ospiti avrei dovuto dire di essere la nipote del presidente egiziano Mubarak».
Questa è la versione di Ruby, che pure afflitta da confusioni e reticenze, «tiene» sino in fondo perché nonostante le contraddizioni consente ai pubblici ministeri di squarciare il velo su un mondo attraversato dalla prostituzione e il ricatto con un solo protagonista, Silvio Berlusconi. La versione di Ruby è soltanto l´input per avviare l´inchiesta sui due reati attribuiti oggi al premier: concussione e prostituzione minorile. Ruby, a suo tempo, non ne voleva proprio parlare. È una ragazzina e lei stessa sottolinea ai pm: «I fatti, di cui finora ho parlato, li ho riferiti a una mia amica e a mia madre la quale mi pregò di non frequentare più quegli ambienti dicendo che a lei non interessavano i soldi».

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"La Repubblica", GIOVEDÌ, 17 FEBBRAIO 2011

Pagina 9 - Interni
 
Il Gip: ecco le prove che accusano il Cavaliere
Nel decreto l´"indebito intervento" presso la Questura per evitare che Ruby parlasse
 
Il documento
 
 
 
 
EMILIO RANDACIO
MILANO - Fu un «indebito intervento» quello che il 27 maggio Silvio Berlusconi effettuò «nei confronti del capo di gabinetto della questura Pietro Ostuni». Aver fatto rilasciare la minorenne Ruby, spacciandola per la «nipote del presidente egiziano Osni Mubarak», è stato «sicuramente un abuso della qualità di Presidente del Consiglio, ma altrettanto certamente al di fuori di qualsivoglia prerogativa istituzionale e funzionale proprio del Presidente, al quale nessuna competenza spetta in materia».
Il passaggio chiave avviene a pagina otto del provvedimento con cui, due giorni fa, il gip di Milano Cristina Di Censo ha disposto il processo in immediato a carico del Cavaliere per concussione e prostituzione minorile. Secondo la Di Censo, nel Rubygate non è nemmeno credibile la tesi difensiva «secondo cui l´intervento del presidente sarebbe stato indotto dalla necessità di salvaguardare le relazioni internazionali con l´Egitto». Per il gip avrebbe avuto uno sviluppo molto più semplice. Una volta saputo della familiarità della ragazza con Mubarak, il capo del nostro governo avrebbe dovuto, per lo meno, avvisare l´ambasciata. Così non avviene. E scrive il giudice: quella ricostruzione «è apertamente contraddetta dalla logica degli accadimenti: da un lato, nelle telefonate indirizzate al dottor Ostuni l´onorevole Berlusconi fece riferimento in termini generici e dubitativi all´illustre consanguineità della minorenne; dall´altro, non risulta da parte della Presidenza del Consiglio - come invece sarebbe stato naturale se l´indagato avesse voluto tutelare le relazioni diplomatiche con l´Egitto - l´attivazione di alcun contatto con le autorità di quello Stato per la verifica della nazionalità e dell´identità effettiva di El Mahroug Karima».
La fondatezza del reato di concussione è la questione maggiormente approfondita dal «decreto di giudizio immediato». Cristina Di Censo sostiene che se realmente il Cavaliere fosse stato convinto dell´illustre parentela di "Ruby Rubacuori", gli sarebbe bastato attivare i canali ufficiali per farla uscire da quel brutto guaio in cui si era cacciata, con l´arresto per furto nel centro di Milano. Una ricostruzione così lineare quella sostenuta dall´accusa, che avrebbe certamente portato a un epilogo diverso dell´intera vicenda. Invece, la minorenne non è stata «affidata in custodia a qualsivoglia delegazione diplomatica», ma è stata «consegnata alle cure del consigliere regionale Nicole Minetti». La conclusione prospettata dai pm Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano viene condivisa in pieno dal giudice: «L´esito della vicenda - storicamente certo - riscontra la ricostruzione dell´accusa». L´interesse di Berlusconi «riguardava la "ragazza" e non le parentele extracomunitarie di costei». Il premier e il suo entourage, la sera del 27 maggio scorso, alla notizia dell´arresto della minorenne, hanno avuto un solo e unico obiettivo: tirare fuori la giovane marocchina dalle mura della questura milanese. Una manovra, per il giudice, «commessa all´evidente scopo di occultare l´altro reato (prostituzione minorile, ndr) e di assicurarsene l´impunità». Perché quell´impunità «la giovane e poco controllabile El Mahrough Karima avrebbe potuto porre a rischio al cospetto delle forze di polizia».
Dal provvedimento emergono alcuni inediti dettagli sull´inchiesta milanese. Vengono elencati, per esempio, nuovi elementi di prova, acquisiti dalla procura anche successivamente alle perquisizioni effettuate lo scorso 14 gennaio. Uno riguarda le disponibilità economiche di Ruby, un altro la presenza di Iris Berardi, prostituta brasiliana, il 13 dicembre 2009 nella residenza del premier, quando era ancora minorenne. I pubblici ministeri individuano inoltre ben diciassette serate del «Bunga bunga» nella sola residenza di Arcore (in una circostanza anche a Villa Campari, in provincia di Novara). Nelle carte raccolte, vengono allegate «ulteriori conversazioni intercettate tra il 7 e il 17 gennaio 2011, da cui emerge che altre partecipanti alle serate di Arcore sono dedite alla prostituzione». Non solo. Il primo febbraio scorso, la testimone M. P. viene risentita e svela nuovi dettagli sulla presenza di Ruby ad Arcore. Dalle sue informazioni, scrive il gip, «emerge ulteriormente la presenza della minore ad Arcore in un periodo antecedente al 27 maggio 2010». Ci sono anche due rapporti investigativi che estendono i compensi elargiti alle giovani ospiti dei festini dal presidente del Consiglio. In uno, del 2 febbraio scorso, vengono elencati gli esiti «relativi agli accertamenti su assegni e bonifici tratti dal conto corrente 2472 intestato a Giuseppe Spinelli (il ragioniere delegato dal Cavaliere a stanziare i fondi per le ragazze di via Olgettina, ndr), aventi causali a favore di società di vendita automobili o riconducibili a probabili pagamenti verso le stesse». Le verifiche hanno riguardato le «auto di proprietà di Barbara Guerra, Alessandra Sorcinelli, Barbara Faggioli, Concetta De Vivo ed Elisa Toti». Tutti volti noti all´indagine, quelli delle cinque ragazze, a cui si aggiunge però un nome che fino a oggi non era mai emerso. È quello di Maria Letizia Cioffi, una giovane rampante, che prima della sortita dell´ex consorte del premier Veronica Lario, nel 2008 ("Le veline candidate? Un indegno ciarpame»), era tra le papabili a un seggio a Strasburgo per il Pdl. Secondo le nuove carte, anche sulla Cioffi sono stati effettuate verifiche patrimoniali. Il ragionier Spinelli, ha accertato l´indagine della procura milanese, oltre alle cure mediche, agli affitti degli appartamenti di via Olgettina, alle bollette, su delega del premier, sarebbe stato autorizzato anche a comprare automobili di lusso alle più assidue frequentatrici delle feste. A certificarlo un rapporto arrivato in procura il 3 febbraio scorso «da cui emergono i pagamenti operanti dal conto corrente 02472 intestato a Spinelli Giuseppe in favore di concessionario "Bmw", "Car & Car rent" e "Volkswagen Italia"».
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"La Repubblica", GIOVEDÌ, 17 FEBBRAIO 2011

Pagina 6 - Interni
 
Ruby: il Cavaliere mi ordinò dì che sei nipote di Mubarak e io ti procurerò i documenti
 
I verbali
 
"La Minetti ha sempre saputo che ero minorenne"
 
 
 
Almeno in un´altra occasione il presidente del Consiglio si era adoperato presso il prefetto di Milano per fare ottenere a una ragazza, Marysthell Polanco, la cittadinanza
I ricordi di Ruby sono espliciti, ai limiti della pornografia. Ma ciò che impressiona i magistrati è anche la totale mancanza di sicurezza intorno al premier
 
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
PIERO COLAPRICO
giuseppe d´avanzo
«Non vi ho ancora detto però - prosegue Ruby - che Berlusconi aggiunse: "Non ti preoccupare dei documenti, me ne occuperò io…"».
La frase cade nel verbale d´interrogatorio con molta ambiguità. Ruby non chiarisce se il Cavaliere si dichiara disponibile a procurarle documenti come se fosse egiziana e maggiorenne e nipote di Hosni Mubarak e quindi falsi. O, più semplicemente, di metterle insieme i documenti autentici: il passaporto marocchino e magari la carta di soggiorno italiana che la ragazza venuta a Milano da Letojanni, Messina, non ha mai avuto. Le indagini non hanno rintracciato tentativi di pressione del capo del governo sulla prefettura di Milano a favore di Ruby-Karima. È tuttavia documentato che, almeno in un´altra occasione, il premier si dà da fare con il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, per venire incontro alle richieste di una sua giovane amica, Marystell Polanco. La storia è nota. 4 dicembre 2010, alle 15.27, da un interno di Palazzo Grazioli, residenza romana di Silvio Berlusconi, una segretaria chiama Marysthell, soubrette domenicana con taglio di capelli alla Mara Carfagna: «Buonasera, io le dovrei dare il numero di telefono del prefetto Lombardi, come Lombardia senza la a». E due giorni dopo Marysthell chiama la prefettura, fissa un appuntamento e poi parla con il prefetto. «Mi saluti il presidente», conclude l´alto funzionario, non si sa se come forma di cortesia o come forma di prudenza. Il prefetto riceve comunque la giovane donna nonostante il suo convivente, un narcos dominicano, fosse stato arrestato dalla Guardia di Finanza con dodici chili di cocaina. Dettaglio insignificante (pare) per il rappresentante del governo. Quel che conta è altro: Marystell Polanco è «amica del presidente» e va ricevuta anche se sarà alla fine tecnicamente impossibile offrirle la cittadinanza italiana.
Bisogna ritornare a Ruby. Berlusconi apprende in marzo, almeno a quanto dice la ragazza ai pubblici ministeri, della sua minore età. Ma gli altri del cerchio stretto quando hanno saputo? Su Emilio Fede c´è persino un documento video. È stato il primo a "sapere" perché è stato il primo a conoscerla a San´Alessio Siculo, al concorso «Una ragazza per il cinema». C´è traccia nelle telecamere accese per la serata. Fede lo si sente e lo si vede, nelle immagini raccolte durante la premiazione, il 6 settembre 2009. Invita Ruby, la concorrente numero 77, a farsi avanti. E poi dice: «Sottolineo che c´è una ragazza di 13 anni, se non sbaglio egiziana: mi sono commosso, ho solidarizzato, ma non soltanto a parole perché poi bisogna seguire con i fatti. Questa ragazza non ha più i suoi genitori, tenta una via (...) e allora mi sono impegnato per aiutarla». L´aiuta infatti spedendola da Lele Mora e accompagnandola personalmente ad Arcore la prima volta, il 14 febbraio. Ma i pubblici ministeri vogliono capire comunque quali sono i rapporti di Ruby con Nicole Minetti. E, nel pomeriggio del 3 agosto, Ruby ricorda: «Ho conosciuto Nicole Minetti e Michelle Coinceicao al ristorante Armani di via Manzoni, che frequentavo. Io a Milano giravo molto la notte. Oltre ad Armani ci si incontrava spesso tra ristoranti, bar alla moda e hotel di lusso, come il ristorante Marchesino, l´Open Cafè, il Diana, il Gattopardo Cafè, una chiesa sconsacrata, la discoteca Hollywood, il disco bar Loolapaloosa, l´Old fashion, il Just Cavalli, il Gasoline, il disco club Peter Pan. Nicole sapeva fin dall´inizio che ero minorenne. Era consapevole della mia minore età prima del mio ingresso ad Arcore, il giorno di San Valentino». Quindi il consigliere regionale non dice la verità quando, e lo ha ripetuto anche alla Cnn l´altro ieri, assicura: «Fu quella notte in questura che scoprii che Ruby era minorenne. Ci aveva detto che aveva 24 anni ed era facile crederle visto che dimostra più anni della sua vera età».
Si comprende perché la Minetti ha bisogno di cancellare ogni traccia della sua consapevolezza e ogni ricordo se vuole farla franca dall´accusa di aver favorito la prostituzione di Arcore. Il racconto di Ruby è esplicito, infatti. Frequenta un circuito notturno affollato di falene. Nicole deve intercettarle, valutarle, selezionarle, invitarle a Villa San Martino, offrirle al Sultano. Come ha fatto Emilio Fede con Ruby. Nell´ipotesi accusatoria dei pubblici ministeri che concluderanno le indagini nelle prossime ore, è il lavoro di Nicole. Un "mandato", un´incombenza che sembra esporre la privacy del presidente del Consiglio a ogni avventura o intrusione illecita. I pubblici ministeri fanno una domanda esplicita: ci sono regole da rispettare quando si raggiunge Arcore?
Ecco la risposta di Ruby: «Un controllo, il primo e il solo, deriva dal fatto di essere invitati da Nicole o da Emilio Fede. La garanzia è che loro ti accompagnano o ti chiamano. Dopo non c´è alcun controllo. Dentro si può portare di tutto: senza problemi i telefoni cellulari. Ho sentito io stessa come due ragazze, Barbara Guerra e Marianne Puglia, fossero invidiose dei vantaggi di Nicole, della sua fortuna, della sua vicinanza al presidente. Barbara e Marianne si dicevano che, se fosse stato necessario, potevano sempre vendere al miglior offerente le immagini che avevano già scattato». Dal racconto di Ruby si comprende che immagini imbarazzanti potevano essere raccolte in vari momenti della notte e forse sono state raccolte. Le «scene più piccanti» possono essere quelle vissute nel sotterraneo del «bunga bunga». I ricordi di Ruby, affidati al verbale di interrogatorio, non lasciano spazio alla fantasia. Sono concreti fino alla pornografia. Descrivono più o meno un sfrenato baccanale, gli strofinamenti tra ragazze («petting», dice Ruby), gli approcci saffici per incantare il Sultano. Salta fuori qualche nome «importante» dallo sport alla politica, «omissato» nel verbale.
La soubrette di Como (Guerra) e la venezuelana (Puglia) sono solo due delle decine e decine di ragazze che entrano a Villa San Martino con i telefonini. Lo scenario descritto da Ruby impressiona i pubblici ministeri. Possibile che il capo del governo non sia protetto da alcuna sicurezza? Possibile che una qualsiasi delle ragazze, magari "selezionata" la notte prima in una discoteca di Milano - e non si sa da dove viene, chi sia, chi frequenta (non è il caso di Ruby?) - possa muoversi indisturbata nelle stanze più private della residenza del presidente del Consiglio? Dunque, possono esserci delle immagini che potenzialmente umiliano il premier. I pubblici ministeri sono increduli e chiedono a Ruby: «Ma queste ragazze perché non divulgano quello che vedono o sentono?». Ruby ha la chiave di lettura delle notti di Arcore. Vale per tutte le altre e anche per lei: «Hanno il loro tornaconto come peraltro l´ho avuto anch´io. Nei tre mesi che ho frequentato Berlusconi ho ricevuto da lui, esclusi i regali e i gioielli, 187 mila euro. In parte li ho dati ai miei, in parte li ho spesi senza misura. Confermo parola per parola quello che vi ho detto questa mattina, perché sono cosciente di aver vissuto questi fatti in prima persona». Era agosto 2010. Mesi e mesi d´indagine hanno confermato molto di più di quello che Ruby ha visto o ha potuto comprendere.

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"La Repubblica", LUNEDÌ, 21 FEBBRAIO 2011

Pagina 10 - Interni
 
Luca Barbareschi: con me Fli era al nove per cento, ora all´uno. Sono difficile da tenere a freno
"Berlusconi è fortissimo e ha i numeri Fini non ha creduto alla mia wikipolitics"
Questo governo è quadrato, ministri di prim´ordine: Paolo Romani, per esempio
 
ANTONELLO CAPORALE
Luca Barbareschi può resistere a tutto tranne che alle tentazioni.
«Chi l´ha detto?».
Non Briguglio.
«Torno esattamente da dove sono partito».
Oscar Wilde le avrebbe dato ragione.
«Mi ha chiamato Verdini e ha riconosciuto che il mio è stato un atteggiamento corretto, serio, molto professionale».
Deputato escort.
«Questo è Briguglio. Nemmeno replico».
La Russa si sta però disperando. Dice che se rientra pure lei nel Pdl, lui e altri cinquanta se la daranno a gambe.
«Solo lui e Gasparri hanno questa posizione così orribilmente pregiudiziale».
Temono il suo disordine creativo, il continuo fermento delle idee.
«Mi metto in un cantuccio adesso. Osservo e rifletto. Poi non è detto, se mi fanno capire che non servo».
Con Fini Barbareschi era centrale, il suo ruolo lucente.
«Ho dato la mia faccia e la mia voce al manifesto fondativo»
Ed è stato commovente.
«Le dico una cosa: quando la strategia l´ho fatta io insieme ad altri quel partito veleggiava intorno al nove per cento».
Signor presidente del Consiglio: le ho dato la fiducia una volta, poi una seconda. Adesso basta, non ci credo più.
«Non ci credo, dissi».
Anticipava troppo.
«Forse sì, merito di una intelligenza espansiva e difficile da tenere a freno».
Maledetto talento.
«Anche Berlusconi va stimolato. Altrimenti posso andarmene. Ho un lavoro»,
Barbareschi, non faccia scherzi.
«Lascio la politica, ho di che mangiare».
La Rai ha appena pagato le sue fiction, resti dov´è diretto: al gruppo misto.
«Sta onorando contratti vecchi di due anni, so bene quale fango si voglia buttarmi in faccia. Ma è poltiglia avvelenata».
Berlusconi ora è fortissimo
«E´ fortissimo, sì».
I numeri ci sono.
«E tanti altri ne arriveranno».
E tanti altri ne arriveranno lo disse anche in tv, annunciando per Fini una falange agguerrita.
«Mi hanno emarginato. Il mio progetto di wikipolitics, la condivisione creativa della politica, è stato azzerato. E quando non ho più contribuito alla strategia s´è visto il risultato. Scusi, vuol riferire ai suoi lettori la percentuale attuale di Futuro e libertà?
Riferisca lei
«Un per cento. Con me erano al nove.
Otto punti persi senza Barbareschi.
«Ora guardo avanti. E osservo che questo governo è quadrato, ministri di prim´ordine: Paolo Romani per esempio. E Tremonti, Sacconi, la stessa Gelmini».
Non teme che questi nuovi amici riterranno che ha oramai esaurito la spinta propulsiva facendola annoiare nel gruppo misto?
«Se non servo, me ne vado».

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Un partito in ginocchio

A 25 anni dalla sua entrata in scena, la parabola della Lega Nord presenta un bilancio da «profondo rosso». La pressione fiscale, invece di diminuire, è aumentata, di pari passo con l'oppressione delle burocrazie statali (e regionali, provinciali, comunali, specie se a conduzione leghista): più tasse, meno servizi. I cittadini sono stati espropriati di ogni residua possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento, oggi «nominati» grazie alla porcata di Calderoli. Le libertà personali sono sempre più cancellate, e la Lega, al fianco di Berlusconi (per tacer dei silenzi del centrosinistra) è stata protagonista della revanche clericale guidata dalle gerarchie vaticane, che hanno benedetto il Cavaliere e le sue guardie svizzere in camicia verde in cambio di esenzioni, privilegi, «roba». Se Berlusconi ha un problema, Bossi e Bagnasco fanno festa e passano all'incasso.
La vicenda leghista è tutta una contraddizione: non c'è idea che non sia stata ribaltata nello spazio di un mattino mentre la vera stella polare di Bossi è stata l'occupazione del potere. Entrata in scena come una scheggia impazzita della partitocrazia, la Lega ne è divenuta la colonna portante. E così, se all'inizio la Chiesa cattolica è la «bretella del regime», il Vaticano è un «covo democristiano», i preti sono «corrotti» e «ficcanaso», in breve tempo il registro cambia: evviva la «santa» Chiesa cattolica, le «nostre» radici cristiane, la «cara» Conferenza episcopale italiana, e l'ampolla pagana del dio Po è finita nell'acquasantiera.
Nel 2000, alla vigilia del vertice di Nizza tra i capi di Stato Ue sulla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, monsignor Antonelli (all'epoca segretario generale della Conferenza episcopale italiana) invia a Bossi una missiva contenente perentorie indicazioni sulle modifiche da apportare al testo: divieto totale di clonazione, anche terapeutica; no al riconoscimento della qualità di «famiglia» a unioni diverse da quelle fondate sul matrimonio; tutela della vita sin dal concepimento. L'indomani, alla Camera, il capogruppo leghi- sta Alessandro Cè riprende punto per punto le indicazioni della Cei, spingendosi a definire la Carta «un documento elettoralistico, (...) di preoccupante sapore comunista e mondialista». Subito dopo il Carroccio promuove una raccolta di firme contro le adozioni da parte delle coppie gay. Sul caso di Eluana Englaro, la Lega fa di peggio. Bossi prima esprime solidarietà: «Capisco le ragioni del padre» ma poi aggiunge: «Io mi sono ribellato a una morte "per sete e per fame".
Se ci fosse stata una legge che avesse consentito l'iniezione con il "curaro", non voglio dire che sarebbe stato meglio ma forse più umano sì. Il problema ora è che "la gente potrebbe cominciare ad aver paura", potrebbe cominciare a temere che negli ospedali si possa morire per fame». Ma in Parlamento la Lega si schiera con la linea del Vaticano, tradotta in un ddl governativo che assegna al medico, e non al malato, la scelta sul fine vita. Ciliegina finale: in cambio del salvataggio di Credieuronord (salutata alla nascita da Bossi come «banca che si rivolge al tessuto sociale e produttivo che fa riferimento alla Lega») da parte della Banca lodigiana di Gianpiero Fiorani, all'inizio del 2005 la Lega comincia a sostenere Antonio Fazio, il governatore di Bankitalia in odore di Opus dei, che il Carroccio ha duramente contestato fino al giorno prima. Solo pochi esempi, tra gli infiniti possibili, che dimostrano come la "Padania" bossiana, se realizzata, altro non sarebbe che una riproduzione ancora più grigia e claustrofobica dell'Italietta partitocratica, con le sue ingiustizie e la sua drammatica assenza di libertà.
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Manifesto selvaggio, un altro condono

 

Nel mucchio delle leggi inutili messe pubblicamente al rogo da Roberto Calderoli ne manca una: quella che dovrebbe sanzionare i partiti per l’affissione abusiva dei manifesti. Tanto inutile da aver costretto i poveri parlamentari, destra o sinistra in questo caso non conta, a rimediare approvando l’ennesimo condono infilato come emendamento al milleproroghe. Stavolta ci hanno pensato Mario Gasbarri del Pd e Francesco Casoli del Pdl: mille euro per ogni lista e passa la paura. Ma va avanti in questo modo dal 1996, quando venne approvata la prima sanatoria. Poi un’altra nel 2001. Quindi la terza, nel 2005. La quarta, nel 2008, La quinta, nel 2010. E finalmente la sesta, nel 2011. Con somma gioia, immaginiamo, dei cittadini e delle amministrazioni comunali. Perché mentre addizionali, tasse locali e tariffe aumentavano come la panna montata, i politici, dopo aver graziosamente imbrattato i muri delle loro case fino all’inverosimile, scampavano a multe salatissime grazie ai condoni. E senza quei grilli parlanti dei radicali, che si sono ostinatamente opposti ogni volta, tutto sarebbe avvenuto senza neppure il fastidioso ronzio delle polemiche. Il loro segretario Mario Staderini calcola che ogni sanatoria abbia fatto risparmiare ai partiti fra 80 e l00 milioni l’anno, per un totale di 1,2 miliardi dal 1996 a oggi. Somma che sarebbe salita a 1,7 miliardi considerando anche le comunali. Alla faccia dei contribuenti. A questo punto non sarebbe davvero il caso di abolirla, quella legge resa ormai inutilissima dalle raffiche di condoni? Non fosse altro, per decenza. Ammesso che questa parola, ma non ne siamo affatto sicuri, abbia ancora un senso.
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http://www.radicali.it/comunicati/20110214/milleproroghe-staderini-su-condono-manifesti-furto-bipartisan

 

Milleproroghe, Staderini: su condono manifesti il furto è bipartisan

 

100 milioni di euro il mancato introito per i Comuni.

 
La banda dei soliti noti è tornata in azione.
Con un emendamento approvato in Commissione e presentato da un senatore del PDL e uno del PD, i partiti si sono condonati anche le sanzioni per i manifesti abusivi comminate a partire dal marzo 2010.
L’ennesimo furto ai danni dei cittadini e della democrazia, rigorosamente bipartisan, copre i quasi 100 milioni di euro di multe non pagate in occasione delle ultime elezioni regionali.
Una grave perdita per i Comuni che già hanno messo in bilancio le sanzioni, dopo aver comunque speso milioni di euro per la defissione dei manifesti.
È un atto criminogeno che dimostra quanto in Italia il processo elettorale e di formazione dell’opinione pubblica sia falsato alla radice, favorendo chi viola le leggi e punendo chi le rispetta.
Accade per i manifesti, cui da anni noi Radicali siamo costretti a rinunciare, così come per la presentazione delle liste elettorali, dove chi si rifiuta di raccogliere le firme illegalmente è stato escluso dalle ultime Regionali mentre gli altri, come Firmigoni, governano.
Roba da far impallidire pure Cetto La Qualunque.
 
Iscritto dal: 07/09/2000
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http://www.radicali.it/comunicati/20110214/dossier-informazione-caso-italia

 

Dossier Informazione: il Caso Italia

Cronaca nera

Dossier presentato dai Radicali al Consiglio d'Europa

Negli ultimi cinque anni sulle principali reti televisive italiane si è assistito al dilagare delle notizie relative alla cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, nei telegiornali come nelle trasmissioni. Mentre nel periodo 2003-2005 la rappresentazione di eventi criminosi si era mantenuta costante, a partire dal 2006 si è rilevato un sensibile incremento del tempo dedicato a questa tipologia di notizie, con un ulteriore aumento nel corso del 2007.
Infatti, se nel 2003 le edizioni principali dei telegiornali di tutte le emittenti nazionali trattavano questi temi per il 10% del loro tempo, nel 2007 la percentuale di tali argomenti saliva al 24% con punte, su alcune testate televisive, del 30%. Tale sovraesposizione mediatica si rivelava poi del tutto ingiustificata se confrontata con i dati ufficiali del Ministero dell'Interno che evidenziavano un calo di oltre il 10 per cento dei reati nel 2007 con un ulteriore conferma nei primi sei mesi del 2008.
E' in particolare l'”emergenza rom” a spiccare tra le notizie di cronaca dei telegiornali quando, nell'aprile del 2007 ad Appignano, in provincia di Ascoli Piceno, un giovane rom alla guida di un furgone travolge e uccide quattro ragazzi. Qualche giorno dopo il campo nomadi del paese viene dato alle fiamme e le cronache dell'incidente proseguono per i successivi cinque mesi fino al processo, nel settembre dello stesso anno.
Ma il culmine della sovraesposizione delle notizie di cronaca nera, con particolare riferimento alla popolazione rom e rumena si raggiunge a partire dall’ottobre del 2007 quando Giovanna Reggiani, aggredita e rapinata alla stazione ferroviaria di Tor di Quinto, muore due giorni dopo.
L’aggressione viene segnalata da una donna rom, che indica l’autore del delitto in un giovane, anche lui rom rumeno.
Nei primi giorni i media non danno molto risalto alla notizia credendo la Signora Reggiani appartenente alla comunità rom, quindi di rilevanza marginale. Non appena si apprende che la vittima aveva nazionalità italiana scoppia il “caso Reggiani”: il processo viene trattato frammentariamente dalla stampa e strumentalizzato politicamente.
Di lì a pochi mesi (aprile 2008) si terranno le elezioni politiche e le amministrative per l’elezione del Sindaco di Roma e il tema emergenza sicurezza, con particolare riferimento alla comunità rom e ai cittadini di origine rumena, è l'argomento principale dei media e della campagna elettorale del centrodestra.
In questo periodo, con cadenza quotidiana, hanno particolare rilevanza nell'agenda dei telegiornali le notizie relative agli sgomberi dei campi nomadi in tutta Italia.
Si giunge addirittura ad un decreto legge (181/2007) sollecitato dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni che prevede l’attribuzione ai prefetti del potere di espulsione dei cittadini comunitari per ragioni di pubblica sicurezza. Il decreto non verrà mai convertito in legge poiché in netto contrasto con la direttiva 2004/38/CE.
Come dimostrano diversi studi, media, opinione pubblica e realtà hanno alimentato l’insicurezza percepita, facendo raggiungere livelli elevatissimi alla preoccupazione sociale e all'allarme per i crimini contro la persona e la proprietà privata nei confronti degli immigrati, percepiti come vera e propria minaccia, mai come risorsa.
 
Sono rari i casi in cui il tema dell’immigrazione è trattato al di fuori di un contesto di cronaca o comunque svincolato dalla criminalità.
In un campione di notizie delle edizioni principali dei telegiornali di tutte le emittenti dei primi sei mesi del 2008, su 5.684 notizie analizzate, solo lo 0,45% di queste affrontano l'immigrazione senza legarla, al contempo,a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza.
 
Non solo il singolo fatto di cronaca viene ricondotto all’immigrazione in quanto tale, ma tutto il recente interesse al tema sicurezza sembra ruotare intorno alla presenza – vista sempre in termini emergenziali e straordinari – di persone provenienti da luoghi diversi.
Su 163 servizi televisivi che trattano fatti di cronaca con protagonisti migranti, 65 contengono
informazioni/immagini che possono portare all’identificazione di persone (adulte) colpevoli di atti di violenza (39,9%). Un dato di dieci punti superiore rispetto ai servizi di cronaca che non riguardano solo migranti e che si attestano, infatti, al 29,7%.
Su tutto domina l’etichetta di clandestinità che, prima di ogni altro termine, definisce   l’immigrazione in quanto tale. Rom e rumeni sono il gruppo etnico e la nazionalità più frequentemente citati nei titoli di tg.
Le parole, dunque, contribuiscono a tematizzare la presenza degli immigrati in Italia con un riferimento forte alla minaccia costituita dagli stranieri alla sicurezza degli italiani.
Si assiste inoltre alla tendenza di diffondere informazioni e immagini lesive della dignità delle persone coinvolte, direttamente o meno, in fatti di cronaca soprattutto quando i protagonisti sono migranti.
Nel febbraio del 2009, per più di un mese, telegiornali e trasmissioni “processano” Karol Racz, un cittadino rumeno arrestato all'indomani dello stupro di una ragazza in un parco di Roma, indicandolo come “faccia da pugile”, il mostro della Caffarella.
Il suo volto è mostrato per settimane, nonostante le indagini stessero proseguendo e non si avessero prove della sua colpevolezza.
Durante le indagini sono ripetute le accuse alla comunità rumena, mentre la situazione sociale esplode in una serie di vere e proprie spedizioni punitive ai loro danni, quasi legittimato dai ripetuti sgomberi effettuati in quei mesi in tutta Italia.
Nessuno dei due fermati ricalca le descrizioni fornite dalle vittime, le prove a loro carico decadono dopo pochissimi giorni, ma per loro le porte del carcere non si aprono comunque.
Così un cittadino comunitario incensurato proveniente dalla Romania è trasformato in “faccia da pugile” dai media e usato come prova dell’idoneità delle misure di sicurezza adottate dal Governo.
Un mese e mezzo dopo l'arresto Racz è ospite di Porta a porta, una delle principali trasmissioni televisive, nel giorno della sua scarcerazione. E' il conduttore a porre le scuse.
La stampa e la televisione italiana sembrano le uniche in Europa a descrivere un crimine mettendo in evidenza la nazionalità del criminale, quasi a sollecitare la creazione di un capro espiatorio nel quale far confluire tutti i malcontenti possibili.
I media, attraverso la scelta del linguaggio e della trattazione “criminale” del tema immigrazione predispongono un terreno fertile su cui poi lavorare durante i casi di cronaca più eclatanti.
L’enfatizzazione di alcuni aspetti di questi episodi (ad esempio la nazionalità dell’aggressore) in un clima così ansioso finisce per agevolare l’insorgere del panico morale.
Queste ondate emotive, rivolte contro un capro espiatorio che viene identificato come minaccia per la conservazione della società, sono teoricamente destinate a risolversi in poche settimane.
Se è la cronaca l'unico argomento utilizzato dai media per descrivere la presenza straniera e i fenomeni migratori è possibile chiedersi quale sia il ritratto delle persone di origine straniera nei mass media.
In generale, più del 70% delle notizie di cronaca presentate da tg e quotidiani descrive un atto criminoso, l’attività delle forze dell’ordine o un procedimento giudiziario o penale.
Per oltre i tre quarti delle volte (76,2%), persone straniere sono presenti nei telegiornali come autrici o vittime di reati.
Le persone straniere compaiono nei telegiornali, quando protagonisti di fatti criminali, più facilmente degli italiani (59,7% contro il 46,3%).
Al contrario, le notizie di cronaca giudiziaria che riguardano stranieri sono il 16,5% del totale.
Questo risultato, oltre a essere un primo segnale di un diverso trattamento informativo sulla base della nazionalità dei protagonisti, può avere qualche conseguenza più profonda sulla rappresentazione dei migranti.
Gli stranieri sono ritratti nel momento dell’atto criminale, sovraesposti nella dimensione inquietante e drammatica della cronaca nera, tendono invece a sparire nel momento processuale, cioè nel momento in cui non solo possono essere evidenziate le effettive responsabilità penali, ma anche in cui ne possono emergere le caratteristiche umane, la personalità, le difficoltà, la voce.
I delitti compiuti da stranieri presenti sul suolo italiano diventano allora delitti senza movente né conseguenze, rimangono ritratti spesso da senza storia, umanità o ripercussioni penali.
Episodi di cui l’unica conoscenza certa può essere la loro brutalità e la loro residua matrice comune: l’immigrazione.
Non è mai presentata l'immagine reale dell'immigrato che vive e lavora in Italia.
Negli ultimi trent’anni l’immagine dell’immigrazione fornita dai mezzi di informazione appare come congelata, immobile.
Ancorata alle stesse modalità, alle stesse notizie, agli stessi stili narrativi e in qualche caso agli stessi tic e stereotipi. I risultati delle ricerche avviate sullo stesso tema a partire dalla fine del 1980, con molti elementi comuni con il passato di altri paesi europei, appaiono straordinariamente simili.
Da una parte, c’è una rappresentazione dominata da una visione “naturalmente” problematica del fenomeno: l’immigrazione è, in sostanza, un problema da risolvere. Dall’altra parte, il tipo di notizie evidenziate: la cronaca appare l’elemento ancora dominante della trattazione riducendo la complessità della realtà alla sua eventualità criminale.
 
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"La Repubblica", VENERDÌ, 11 FEBBRAIO 2011

Pagina 24 - Cronaca
 
Lo scambio politico
Anche gli alpini "sfrattati"
La devolution fiscale
 
Voti, favori e privilegi: ecco perché in Alto Adige il federalismo è d´oro
L´ex Parco dello Stelvio come regalo per l´astensione dei due deputati dell´Svp sulla fiducia a Berlusconi
Il presidente della provincia di Bolzano Durnwalder ha carta bianca sui monumenti che ricordano il fascismo
Bolzano ha un tesoro di cinque miliardi all´anno e si tiene in tasca il novanta per cento delle tasse
 
Il "miracolo" grazie ad anni di patti con Roma
 
ETTORE LIVINI
JENNER MELETTI
BOLZANO - Hans Heiss, consigliere provinciale dei Verdi, dice che «dal cielo sta scendendo la manna». «Il nostro presidente Luiss Durnwalder è un mercante di buoi ma il suo mestiere lo sa fare. Mette sul piatto della bilancia i due voti dei deputati della Svp e in cambio riesce a portare a casa tutto. Da quando il governo Berlusconi è in bilico, quei due voti sono diventati un patrimonio. Bolzano ha conquistato la propria fetta del parco nazionale dello Stelvio e sulla delicatissima vicenda dei monumenti che ricordano il fascismo - e anche gli alpini - è arrivata carta bianca. Il ministro Bondi - per avere l´astensione dell´onorevole coppia Svp - ha mandato una lunga lettera che si può sintetizzare così: presidente Durnwalder, faccia quello che le pare».
Ma quanto costa, al resto d´Italia, "tenere buoni" gli altoatesini? La Provincia bolzanina si tiene in tasca il 90% delle tasse ma ha pronte nuove richieste. I bellunesi guardano l´Alto Adige così come la piccola fiammiferaia guardava l´oca arrostita sulla tavola della famiglia ricca.
Quanto rende, essere bolzanini? Che cosa succederà nell´ormai ex parco nazionale dello Stelvio, dopo che Bolzano comanderà la propria grande fetta? Gli alpini in carne e ossa, quelli del IV Reggimento, sono già stati sfrattati e mandati nel Veronese. Ci sarà lo sfratto anche per il monumento all´alpino di Brunico, ridotto a un moncone dopo lo scoppio di due bombe?
UN FEDERALISMO DA SOGNO
Il tesoretto annuo della Provincia di Bolzano è pari a 5,2 miliardi, di cui 3,5 miliardi derivanti da entrate tributarie. Da dove arriva questa montagna d´oro? Dalla devolution fiscale che oggi lascia sul territorio il 90% delle tasse raccolte a livello locale oltre a una quota di trasferimenti pubblici. Le entrate tributarie per abitante a disposizione di Durnwalder & C. sono pari a 8.514 euro l´anno contro ad esempio i 2.261 che gestisce la Lombardia di Roberto Formigoni e i 1.875 del Veneto.
Gli accordi sulla "compartecipazione" prevedono che Trento e Bolzano si tengono il 90% dell´Iva pagata in loco delle imposte sul registro, su successioni e donazioni, delle tasse automobilistiche, sulla benzina e le sigarette oltre ai proventi del lotto e al 100% dell´imposta sull´energia elettrica. Le regioni a statuto ordinario hanno diritto "solo" al 45% dell´Iva locale.
«Attenzione a non paragonare le mele con le pere», replica il nume tutelare della Svp. «Noi con quei soldi dobbiamo far funzionare le scuole, le università e gli ospedali. E pure garantire le infrastrutture primarie. Spese che altrove garantisce lo Stato». Certo. Di sicuro però i cittadini della provincia a più alto reddito d´Italia - 34.365 euro a testa, il 30,9% in più della media nazionale - pagavano nel 2008 meno tasse rispetto ai soldi che ricevevano da Roma.
Il Trentino Alto Adige incassava dallo Stato secondo la Cgia di Mestre 2.069 euro l´anno per abitante in più rispetto alle imposte pagate dai suoi cittadini («Oggi abbiamo rinunciato a 500 milioni di trasferimenti dalla capitale e siamo in pari», assicura il direttore finanze della provincia sudtirolese Eros Magnago). La Lombardia, per dire, versa al ministero delle Finanze una cifra superiore di 2.915 euro pro-capite rispetto ai trasferimenti e ai servizi ricevuti. E anche Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna hanno saldi negativi (per loro) nel rapporto dare-avere con la capitale.
COSA SUCCEDERÀ ORA ALLO STELVIO?
È stato il primo regalo, in cambio dell´astensione sulla fiducia a Berlusconi. «Il parco nazionale non aveva mezzi, mancavano soldi anche per il personale - dice Durnwalder - e noi faremo investimenti. Certo, qualcosa deve cambiare. Non si può escludere ad esempio l´agricoltura tradizionale e anche l´uomo, oltre ai cervi e agli stambecchi, si deve sentire a casa propria».
Il consigliere dei Verdi, Hans Heiss, vede nero. «Anche il parco dovrà rendere, come un´azienda. Durnwalder non avrà più le mani legate e non è difficile prevedere le sue proposte: ridurre le aree in cui è vietata l´edificazione, sveltire le pratiche urbanistiche, capitalizzare il patrimonio dell´acqua con la costruzione di centrali elettriche… Se un contadino chiederà di tagliare qualche ettaro di bosco per farne un meleto, chi dirà di no? La caccia? In pratica è già aperta. Non ci sono abbastanza guardie e i bracconieri hanno strada libera. Ogni tre o quattro anni bisogna fare lo "sfoltimento" e allora il presidente, che è cacciatore, invita duecento amici per l´abbattimento. Noi ci facciamo sempre consegnare l´elenco degli invitati a questo "jus venandi" e scopriamo che sono presidenti di società, direttori di bande musicali…».
Anche questo è un modo per fare capire che se stai con la Svp, e con il suo capo, puoi fare cose straordinarie. E non sempre il premio è la possibilità di sparare a un cervo.
Con l´accordo fra Durnwalder e il ministro Calderoli, prima di Natale, sono stati stanziati 40 milioni di euro destinati ai Comuni confinanti, per dare loro qualche soldo e creare una zona cuscinetto, quasi una barriera: soprattutto nel Bellunese tanti Comuni vorrebbero entrare nel nostro paradiso. La nostra Provincia è troppo buona? In realtà non regala nulla. Nel Comelico, ad esempio, ci sono impianti da sci ormai vetusti, che sono stati comprati dal re dei wurstel, Franz Senfter, altoatesino e amico del nostro presidente. Finanziare l´ammodernamento di quegli impianti, sarà come tenere i soldi a casa nostra».
IL BENESSERE SOTTO LE DOLOMITI
Ma come spende i suoi soldi l´Alto Adige? E poi, è davvero tutto oro quello che luccica? Se la risposta la devono dare gli altoatesini, non c´è dubbio: i soldi sono spesi bene. Bolzano è da anni saldamente al primo posto della classifica City Monitor sul gradimento del servizio pubblico da parte dei cittadini, con percentuali bulgare superiori al 75%. Le misurazioni sull´efficienza della pubblica amministrazione fatte dall´omonimo ministero vedono il Sud Tirolo primo alle voci ambiente, lavoro, Welfare e giustizia. «La disoccupazione è al 2,8%, l´economia del territorio va bene», snocciola orgoglioso il leader storico del Svp. E non a caso alla sua porta c´è la fila di comuni pronti a chiedere la secessione da Veneto e Lombardia per entrare in Sud Tirol.
A cercare il pelo (o forse qualcosa di più) nell´uovo, qualche problema c´è. Il federalismo sud tirolese, come capita spesso dove si accumula il denaro pubblico, ha creato anche una burocrazia costosa. Ogni altoatesino paga 1.231 euro l´anno per far funzionare gli uffici e gli organi istituzionali. I piemontesi ne sborsano 112, i lombardi 58. «In realtà noi spendiamo solo il 22% del budget per l´amministrazione - si difende Luigi Spagnolli, sindaco di Bolzano, appena punzecchiato sui costi comunali dai revisori - . La media nazionale è al 27%». L´indennità lorda mensile per il borgomastro bolzanino, secondo "Il Sole 24 ore", è pari a 13.312 euro contro la media nazionale di 3.842 euro. E Calderoli ha accusato Durnwalder di guadagnare 36mila euro l´anno più di Barack Obama.
«Prendo un terzo (320.496 euro lordi l´anno, ndr) del direttore generale della Cassa di risparmio locale e penso di meritarmeli - dice lui - In Regione non ho stipendio e dei vecchi 16 collaboratori ne ho tenuto solo uno part-time».
MONUMENTO ALLA VITTORIA E A MUSSOLINI
«Hic patriae fines/siste signa…». «Qui sono i confini della patria. Pianta le insegne. Da qui educammo gli altri con la lingua, le leggi, le arti». Diciotto fasci littori aiutano a capire il significato della scritta latina sul monumento alla Vittoria, quella del 1918, con la conquista italiana del Sud Tirolo. Ci sono lavori in corso, e un cartello del ministero per i Beni culturali annuncia che si stanno spendendo 2.070.000 euro (gli appalti sono stati vinti da tre aziende di Treviso, Vigonza di Padova e Roma) per restaurare «architetture e decorazioni».
Ma l´altro giorno è arrivato il contrordine, firmato dallo stesso ministro, Sandro Bondi, che aveva finanziato i lavori. Difficile capire, fuori Bolzano, cosa sia la "questione monumenti". Prova a raccontarla Alessandro Urzì, consigliere provinciale, ex An poi confluito nel Pdl e ora nel Fli di Fini. «Alcuni monumenti, come la Vittoria e il bassorilievo del Duce in piazza dei Tribunali, sono senza dubbio fascisti. Fasci littori, "Credere, obbedire, combattere", ecc. Ma per noi di lingua italiana, anche per tanti della sinistra, non hanno più da decenni un significato ideologico.
Nel 2004, come Alleanza nazionale, abbiamo detto no al cambio di nome da piazza della Vittoria a piazza della Pace e abbiamo vinto con il 60% dei voti. Questo significa che abbiamo ottenuto consensi anche dai tedeschi e dagli italiani di sinistra. Solo gli Schutzen chiedevano di coprire o abbattere questi monumenti. La svolta avviene quando il governo Berlusconi, con la cacciata di Fini, si trova con una maggioranza in cui anche due voti, quelli della Svp, sono importanti. Per ingraziarsi Durnwalder (che ha bisogno di piacere alla destra tedesca perché anche la sua maggioranza non è più quella di un tempo) il ministro La Russa a novembre firma lo sfratto del IV Reggimento Alpini, e altri 400 italiani in divisa, più 200 familiari, escono da Bolzano e dalle liste elettorali. Con il primo voto a sostegno del cavaliere arriva lo Stelvio, con quello a favore di Bondi arriva il via libera alla Svp perché faccia quello che vuole dei monumenti».
IL PATTO DI ROMA
La lettera del ministro è chiara. Per i monumenti in questione sarà possibile una «diversa collocazione», e il «diverso collocamento potrà essere operato anche direttamente dalla Provincia». Per la prima volta dopo decenni il comandante degli Schutzen, Paul Bacher, dice che alla Svp «va di certo tributata una grande lode».
In compenso, il Pdl, già in crisi, si spacca in due e non riesce spiccicare parola. Monumenti, italianità, ecc. erano i temi forti del centrodestra bolzanino che ora non sa più a quale santo rivolgersi: a dare ragione a Durnwalder e Svp è infatti lo stesso centrodestra nazionale, perché i voti dei deputati Karl Zeller e Siegfrid Brugger potranno ancora essere indispensabili. «Vogliono spostare - dice il consigliere Urzì - anche il monumento all´Alpino di Brunico. Fu costruito negli anni ´30 e dopo la seconda guerra fu abbattuto, tirato giù con un paio di buoi. Ricostruito, è stato fatto saltare con il tritolo. Nel 1966 l´Ana, l´associazione nazionale alpini, ha fatto un nuovo monumento, con un Alpino della pace, senza armi. Anche questo è stato danneggiato da una bomba e ora resta solo la testa dell´alpino, con mezzo busto, su un enorme basamento. Anche questo dà fastidio e secondo Bondi la Provincia può deciderne il destino. Secondo me questo è servaggio culturale.
La Svp mette in discussione anche gli Ossari che sono a Colle Isarco, Burgusio e San Candido. Dice che bisogna mettere targhe che spieghino che non tutte le salme sono di soldati molti qui, che sono state portate da lontano per fare capire quanto sia costata la conquista di questa terra… Un cimitero è un cimitero, meriterebbe di essere lasciato in pace».
LA PICCOLA FIAMMIFERAIA
Come nella fiaba di Andersen, nelle valli confinanti tanti sognano di svegliarsi un giorno bolzanini per mettersi a tavola con l´oca arrostita. «Guardi questa tabella e capirà quanti soldi prendono i nostri colleghi albergatori».
Nessun nome, per carità. «I nostri cugini ricchi si arrabbiano, se raccontiamo i loro interessi. Comunque, la loro legge n.4 del 13 febbraio 1997, poi aggiornata, prevede almeno il 30% di finanziamento a fondo perduto per chi ristruttura un albergo, più il 10% se fai i bagni termali, più 10% per gli edifici vincolati, un altro 10% se la sede di impresa è in zona turisticamente poco sviluppata… Ma per essere "poco sviluppati" basta essere sotto i parametri di Aspen e S. Moritz, per cui tutti prendono soldi. Lì l´albergo te lo costruisci o lo ammoderni praticamente gratis».
Ma quali sono i vantaggi per chi gestisce gli hotel o fa l´affittacamere? A quanto ammontano gli investimenti? Il direttore delle finanze della Provincia di Bolzano mette le mani avanti. «Non credo che i vantaggi dei nostri albergatori, rispetto a chi è fuori provincia, siano superiori al 15%». Ma la statistica non si può smentire. Un sindaco dell´Alto Adige ha a disposizione il 78,2% di risorse in più rispetto a un sindaco del Bellunese. Per ogni euro incassato da Belluno, Bolzano ne incassa 63,56. Bolzano investe in sviluppo economico il 730% in più di Belluno.
UNA FESTA ITALIANA?
Dopo tutto questo, Luis Durnwalder annuncia che non ha nessuna intenzione di partecipare alle festa per il 150° dell´Unità d´Italia. «Siamo sotto L´Italia. Accettare va bene, festeggiare no. L´ho detto anche al Presidente Ciampi, quando mi chiese se mi sentivo italiano. Io gli risposi: mi sento sud tirolese, tirolese, parte della minoranza austriaca che vive in Italia e ho un passaporto italiano».
Le richieste al governo Berlusconi sono finite? «La mia fantasia non ha limiti. Vogliamo discutere i controlli della Finanza, per come vengono organizzati. Ci interessano le Poste. Le lettere potremmo consegnarle noi, con il personale degli uffici per il turismo. Ci sarebbe la questione del III programma Rai in lingua ladina…». L´elenco sarà pronto alla prossima fiducia.

 

I finanziamenti
 
Dagli hotel ai giovani artisti c´è un aiuto per ogni esigenza
 
 
 
 
 
BOLZANO - Contributi per la casa. Per stalla e fienile. Per comprare i trattori, piantare albicocche, mele e viti. Per combattere il colpo di fuoco batterico. E, nel caso venga voglia, persino per «avviare scavi archeologici» nel giardino di casa propria. I vantaggi di essere altoatesini sono ben sintetizzati nelle 14 pagine della rete civica provinciale destinate ai finanziamenti previsti per i residenti.
Un elenco di 273 voci che consentono (più o meno) di far partecipare l´ente locale a fondo perduto in quasi ogni scelta della propria esistenza. Serve la prima casa? No problem. La provincia di Bolzano ha appena varato un nuovo piano ad hoc (42 milioni di valore) per agevolare le famiglie del ceto medio. Un progetto di housing sociale da mille abitazioni che offre case in affitto a tasso agevolato per dieci anni (circa 600 euro al mese per un appartamento sui 90 mq. in centro, molto meno dei prezzi di mercato) a famiglie con reddito che, figli compresi, può arrivare fino agli 85mila euro l´anno. Non solo. Dopo i dieci anni si può acquistare la casa al prezzo di costo.
Si deve ristrutturare la propria residenza? La Regione contribuisce con un assegno che per un appartamento di 120 metri quadri può arrivare a 31.680 euro. Un aiutino fino al 50% arriva per chi deve comprarsi una stalla. Se si deve rimetterla in ordine l´autonomia fiscale garantisce un sostegno dal 30 al 50% della somma necessaria.
Un lungo elenco di agevolazioni è riservato al settore turistico. Gli affittacamere (in provincia sono moltissimi) beneficiano ai assegni fino a 5mila euro per stanza a fondo perduto per gli interventi di recupero. Sgravi sono previsti anche per la creazione di posti di lavoro nel comparto, per gli interventi conservativi su hotel e B&B. La lista dei finanziamenti sud tirolesi prevede aiuti ad hoc per i giovani artisti, per le scuole di sci (fino a 500mila euro l´anno). C´è un aiutino per chi si vuol comprare un compressore per gas naturale, per un corso di lingua all´estero, per i pendolari, per gli apprendisti in professioni rare.
A onor del vero, però, bisogna dire che una lista ancora più lunga è quella che segnala con gran trasparenza le donazioni varate dall´ente locale. In tre anni sono oltre 35mila atti di liberalità, da pochi euro fino a diverse decine di migliaia. Per missioni in Africa, onlus, parrocchie, per Radio Popolare, la Fondazione del Nobel Rigoberta Menchu, gli emigrati che decidono di tornare in Alto Adige. Bolzano, oltre a un gran portafoglio, ha anche un grande cuore.
(e.l. j.m.)

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"La Repubblica", GIOVEDÌ, 10 FEBBRAIO 2011

Pagina 1 - Prima Pagina
 
LA FUGA DAI FATTI
 
GIUSEPPE D´AVANZO

Ci sono i fatti e gli aspetti giuridici della controversia e poi, se in stato d´accusa è il capo del governo, è normale che ci siano la contesa politica, il discorso pubblico e il conflitto istituzionale. Ora per mettere un po´ di ordine all´affaire e capirci qualcosa, senza essere inghiottiti dal maelstrom di fili che si ingarbugliano nel «caso Ruby», è utile separare i fatti dal diritto, il diritto dalla politica e la politica da un immaginato e molto presunto Zeitgeist, lo «spirito del tempo». I fatti si fa presto a riordinarli. La notte del 27 maggio 2010, Karima El Mahroug (Ruby), una minorenne marocchina, fuggita da una comunità di accoglienza, senza famiglia, senza fissa dimora, senza una fonte di reddito, è accusata di furto e accompagnata in questura. In quegli uffici a notte fonda giunge la voce del presidente del Consiglio che chiede al capo di gabinetto di lasciarla andare - e presto - perché la fanciulla è la «nipote di Mubarak». Si presenterà lì da voi, dice Silvio Berlusconi, una mia «incaricata» (Nicole Minetti) cui potrà essere affidata. Così avviene. Qualche ora dopo, indebitamente e contro le indicazioni del pubblico ministero dei minori, Ruby sarà consegnata alla Minetti che l´abbandonerà sul marciapiede di via Fatebenefratelli in compagnia di una prostituta brasiliana (Michelle). Di quel che accade la notte del 27 maggio non si sarebbe saputo nulla se, più o meno una settimana dopo (5 giugno), Ruby e Michelle non se le dessero di santa ragione tra strepiti e minacce. Arriva la polizia. Tutte ancora dinanzi ai poliziotti, dopo l´intervento dei medici.

È a quel punto che Ruby comincia a raccontare momenti e condizioni che configurano una notizia di reato. È stupefacente come ancora oggi ci siano uomini assennati, come Ernesto Galli della Loggia, che si chiedano, sospettosi, «qual era la notitia criminis che prima della famosa notte in questura ha indotto a mettere sotto controllo la villa di Arcore» (Corriere della sera).
«Prima della famosa notte in questura» non c´è stato alcun controllo né ad Arcore né altrove. I controlli sono cominciati soltanto dopo che il racconto della minorenne ha ottenuto qualche riscontro accettabile. Ruby parla della "squadra" di Lele Mora (il suo agente); delle iniziative di Emilio Fede (il talent scout che la scopre a un concorso di bellezza, sedicenne); del "lavoro" della Minetti (maitresse); delle sue visite a Villa San Martino dove ha assistito unica vestita – «solo io lo ero», dice – alle cerimonie orgiastiche organizzate da e per Silvio Berlusconi.
Sono notizie di reato. C´è un´organizzazione (Mora, Fede, Minetti) che ingaggia prostitute e le offre al capo del governo e fin qui per l´«Utilizzatore» non c´è reato (anche se molto c´è da osservare sul decoro, la disciplina, l´affidabilità, la sicurezza dell´uomo che ci governa). Se però tra le prostitute c´è anche una minorenne, il reato c´è ed è anche molto grave soprattutto quando, per occultarlo, il presidente del Consiglio abusa del suo potere e induce i funzionari della Questura a lasciar andare libera quella ragazza che avrebbe potuto demolirlo con i suoi ricordi.
Il pubblico ministero di Milano ritiene di aver raccolto prove così «evidenti» da rendere superflua l´udienza preliminare e necessario un giudizio immediato (lo chiede ora al giudice). L´accusa deve dimostrare che Silvio Berlusconi abusa della sua qualità di presidente del Consiglio per ottenere la liberazione di Ruby (è concussione). Ci riesce in modo documentale. L´intervento del capo del governo produce un´agitazione indiavolata nei funzionari di polizia (ecco il numero ossessivo di telefonate, 24); decisioni oblique (ecco che cosa ha ordinato il pubblico ministero dei minori, inascoltato e contraddetto); comportamenti indebiti (ecco comprovato come i genitori di Ruby – hanno la patria potestà – furono ascoltati soltanto due ore dopo l´affidamento della minore alla Minetti). Dimostrata la concussione (il reato più grave), il pubblico ministero deve documentare che Berlusconi è stato costretto a intervenire per nascondere alla magistratura e all´attenzione pubblica «il puttanaio» (è la formula scelta da una testimone) che s´organizza in casa a volte anche con Ruby, la minorenne. Quindi, è vero che Ruby conosce Berlusconi? Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010, si contano 67 contatti telefonici tra Ruby e il presidente. Una telefonata al giorno, quasi. È vero che Ruby è stata ad Arcore? Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Silvio Berlusconi e la teenager si vedono tredici volte. La minorenne dorme sotto il tetto di Villa San Martino con una frequenza di una volta ogni sei giorni in quel periodo È una prova più che solida della loro frequentazione. Ora bisogna chiedersi che cosa faceva la ragazza per vivere, che cosa ha fatto ad Arcore e dimostrare che le serate dal presidente sono licenziose. Quattro testimoni confermano il primo racconto di Ruby: vedono le stesse scene nel sotterraneo del «bunga bunga»: è una routine. Decine di documenti acustici (le telefonate) lo convalidano. Per configurare il reato (sfruttamento della prostituzione minorile) bisogna però dare la prova che tra il capo del governo e Ruby ci sia stato o del sesso o qualcosa che gli somigli (anche un «palpeggiamento», per i minori, è «atto sessuale»).
Le fonti di prova non mancano. Ruby è vissuta di prostituzione prima di conoscere Berlusconi e di prostituzione è vissuta dopo, come molte giovani donne – qualcun´altra ancora minorenne – regolarmente invitate alle «serate del presidente». È una prova logica che Ruby ad Arcore si sia prostituita o sia stata «palpeggiata» (tutte lo sono) e per questo sia stata prima ricompensata con ricchezza, poi ancora premiata con la promessa di cinque milioni di euro per tenere la bocca chiusa sui rapporti con il presidente.
Un processo non è altro che una storia. O meglio una comparazione di storie. Si combinano notizie sparse, fatti frammentati, segmenti di eventi. Se ne fa una narrazione. In competizione con un´altra raccontata in modo diverso, da un diverso punto di vista, con scopi diversi (dall´accusa, dalla difesa, dai testimoni), chiede di essere privilegiata da un giudice nel processo rispetto alle altre perché più coerente, più documentata, più dotata di senso.
Ora è stravagante (in apparenza) che Silvio Berlusconi non proponga alcuna narrazione plausibile. Preferisce all´attendibilità documentata, il nonsense. Naturalmente parla dell´affaire. Anzi ne straparla con asfissiante logorrea in quei suoi flussi verbali d´impudenza monstre. È vero che la "storia" narrata dalla difesa può legittimamente essere parziale, partigiana, addirittura manipolata e fuorviante, ma anche per la difesa vale la regola che chi afferma che un fatto è vero ha l´onere di dimostrare la verità della sua affermazione. Appena l´altro giorno (4 febbraio), ricevendo a cena i deputati del Gruppo dei Responsabili, Berlusconi ha detto di non aver «mai avuto colloqui diretti con questa Ruby, è solo una ragazza che mi è stata segnalata, nulla di più». Cancellate le prove evidenti del contrario (i contatti telefonici, i soggiorni in villa, le sue stesse ammissioni). Il premier ripete di non aver mai saputo che Ruby fosse minorenne. Ora lasciando cadere le testimonianze che lo contraddicono, perché allora il capo del governo chiede al capo di gabinetto di «affidare» Ruby alla Minetti (si «affidano» i minori, non i maggiorenni)? Perché ostinarsi a ripetere «non ho mai pagato una donna», quando i documenti bancari, le agende delle ragazze, le loro conversazioni dimostrano il contrario: sempre egli paga le donne che ospita e con cui fa sesso? Perché continuare a ripetere che davvero credeva Ruby «nipote di Mubarak»?
Appare chiaro che Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimostrare in un processo al giudice la sua innocenza. Il premier sa bene che le testimonianze raccolte per le indagini difensive tra le ragazze che mantiene, i dipendenti che retribuisce e ministri che accoglie nel governo (Frattini, Galan, Bonaiuti) – tutti testimoni party-oriented – pesano sulla bilancia della giustizia come un fiocco di polvere. Non può ignorare che alcune iniziative possono essere smascherate in un batter di ciglia (dice d´essere in grado di dimostrare che Ruby era maggiorenne quando l´ha incontrata e a Milano corre voce che presto apparirà un passaporto taroccato). Racconta questa storia: sono ricco e generoso, per rilassarmi organizzo di tanto in tanto qualche festa con ragazze che hanno bisogno di aiuti che io non nego e senza chiedere nulla in cambio come è accaduto anche con la «nipote di Mubarak» che non ho toccato neanche con un dito anche perché non l´ho mai incontrata. È fumo negli occhi. È illusionismo. È imbroglio. Berlusconi ha rinunciato già al processo (aveva promesso che lo avrebbe affrontato a viso aperto). I fatti sono per lui inaffrontabili e vuole giocare la partita fuori del processo.
Vediamo come. Egli confida di persuadere l´opinione pubblica con omissioni, favole e qualche trucco sublunare. È la manovra che gli consente di creare un ambiente favorevole a un colpo di mano "politico" che sottragga il processo ai giudici di Milano. E, se non il processo, almeno le fonti di prova: pensa a un decreto d´urgenza per correggere l´uso delle intercettazioni, anche degli "ascolti" che lo mettono nei guai.
Non si può dire che sia un tableau à sensation. Lo si è già visto. Berlusconi chiede che sia il potere politico che ha – e quindi il governo che presiede; la maggioranza parlamentare che ha nominato o comprato – a togliergli le castagne dal fuoco. Pretende che il pubblico ministero di Milano sia dichiarato incompetente (dottrina e giurisprudenza lo negano) per volontà e decisione politica. Invoca il giudizio del Tribunale dei ministri («sono anche loro togati, no?», dice). Non spiega che, per giudicare, quel Tribunale deve essere autorizzato dal Parlamento: un consenso che sarà sempre negato. La storia, la narrazione dietro cui nascondere le sue responsabilità deve tenersi lontana dai fatti. Lontano dai fatti, il premier può lasciarsi proteggere da un bislacco "avvocato" e da un inatteso "testimone". Il difensore che Silvio Berlusconi si è scelto è il parlamento che controlla e corrompe. Lo ha già mosso contro la procura di Milano (nei giorni dell´autorizzazione negata alla perquisizione dell´ufficio del ragiunatt che paga le zambraccole). Ancora lo muoverà facendogli presto sollevare un conflitto di attribuzione e uno scontro totale contro la magistratura e forse contro il capo dello Stato (che già chiede: dov´è l´urgenza per il decreto intercettazioni?). Il testimone chiamato a scagionarlo non è tra gli attori dell´affare penale. È un´opinione pubblica affidata ai tecnici della contraffazione. La litania che salmodiano, questa volta, non ripete troppo la favola della «persecuzione giudiziaria». È una tiritera quasi privata, intimista, intimidatoria. Fa leva sulla mancanza di fiducia in se stessi degli italiani, in una mancanza di orgoglio e di amor proprio del Paese. L´argomento, ripetuto come una filastrocca, è questo: «Chi sono io, chi sei tu per giudicare? Siamo tutti uguali, siamo tutti inclini a fare il male e quanti cercano o fanno finta di essere onesti sono solo dei santi o degli ipocriti, ma in entrambi i casi che ci lascino in pace». Queste domande dovrebbero custodire lo spirito del tempo. È nota la fallacia del concetto di colpa collettiva, di chi sostiene che, se giudicati, tutti risulteremmo colpevoli: fai prevalere il concetto di colpa collettiva e non resterà più nessuno da chiamare per nome. È quel che pretende il Re denudato. Per fortuna – ci ha spiegato Hannah Arendt (Responsabilità e giudizio) – esiste ancora nella nostra società un´istituzione dove è impossibile sfuggire alle proprie responsabilità, dove ogni giustificazione di carattere astratto e generico – dallo Zeitgeist, alla sessualità, al narcisismo – crolla. In un´aula di tribunale non vengono giudicati tendenze, culture, antropologie, ma persone in carne e ossa che hanno commesso atti perfettamente umani, ma violando le leggi che riteniamo essenziali per l´integrità del nostro vivere comune (c´è qualcosa di più sacro del corpo dei minori?). I problemi giuridici e morali, è vero, non sono la stessa cosa, ma possiedono comunque una certa affinità, perché «entrambi presuppongono la facoltà del giudizio».
È giustappunto un giudizio, il giudizio che Berlusconi non può permettersi né accordare ad alcuno. È un possibile giudizio che gli italiani dovrebbero consentirsi perché non è vero che nessuno può essere responsabile o possa rispondere degli atti che ha commesso, dei comportamenti che ha tenuto. La possibilità di giudicare appare, nel tempo che ci separa dall´inizio di questo processo, lo "scandalo" che deciderà dei nostri giorni futuri.

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"La Stampa", 10/02/11, cronaca di Torino

 

L’ultima beffa di Sara

MAURIZIO T ROPEANO

Che delusione per Maurizio Lupi e i Verdi-Verdi. Sedotti e abbandonati da Sara Tommasi prima della conferenza stampa che aveva mobilitato decine di televisioni per il rush finale della campagna elettorale per le regionali del marzo 2010. E dire che per assecondare la sua passione per la politica avevano pensato di candidarla capolista alle comunali di Milano: «Sai che botta d’immagine farla passeggiare per le vie della città a fianco dell’orsetto che ride, il nostro simbolo?». L’aggancio con la showgirl avrebbe essere lo strumento per un piccolo partito a conduzione familiare, ma in grado di raccogliere migliaia di voti, per fare il salto di qualità. E invece sono andati in bianco: Sara non si presenta, manda una nota stampa. Di quell’evento resta un manifesto con il riferimento ad un ignaro Roberto Cota e il rammarico di Lupi: «La ricordo dall’Isola dei Famosi». Ma si consola: anche senza Sara è consigliere regionale.

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"La Stampa", 10/02/11

 

Intervista

Mercedes Bresso “Una tutela umana per il mio staff”

Mercedes Bresso

Mercedes Bresso, ex presidente della Regione Piemonte, perché ha deciso di costituire un monogruppo? «Non mi nascondo, si trattava di tutelare una serie di persone che avevano lavorato con me nei cinque anni precedenti, e che ho portato con me in Consiglio regionale. Era quello il mio problema, ho utilizzato un meccanismo che la legge consente».

Si riferisce al suo staff? «Gente che viene sbattuta via quando cambia la maggioranza. Persone che volevo tutelare anche dal punto di vista umano, con cui ho un rapporto da tempo. La storica segretaria che è la mia memoria storica. E poi due ragazzi: un portavoce e una segretaria». Come mai il suo gruppo «Uniti per Bresso» è distinto da «Insieme per Bresso», nome della lista civica nata apposta per sostenerla? «Volevo fare il gruppo unico. Poi c’erano problemi con il consigliere eletto, non eravamo adatti a stare insieme. Andiamo d’accordo, eh, ma non condividiamo del tutto le posizioni politiche. Abbiamo convenuto che era meglio non stare insieme». Ma come: non condivide le posizioni della lista civica col suo nome? «Io non mi ero occupata della lista, non avevo tempo di occuparmi di tutto. E come spesso capita nelle liste civiche, ognuno ha la sua storia». Curioso: uniti per Bresso, insieme per Bresso e poi divisi? «Questo deriva dal meccanismo elettorale: Uniti per Bresso era il listino, Insieme per Bresso era un’autentica lista». Poteva anche andare nel gruppo del Pd, il suo partito. «Potevo, e non escludo di farlo. Ma il candidato presidente ha una certa difficoltà a rientrare nel partito, io poi non avevo né voglia né interesse a fare il capogruppo».

I vantaggi del monogruppo? «Se non sei capogruppo non sai veramente ciò che accade in Consiglio. E si fa meglio l’opposizione».

Poi ci sono i soldi. «Li hai comunque, la differenza è minima. Il vantaggio è l’autonomia». Per la Regione ciò ha un costo. «Ma il mio gruppo corrisponde a una persona che ha preso un milione di voti e che non ha diritto a rimborsi elettorali anche se è quella che ha speso di più in campagna elettorale». Quindi si tratta di soldi pubblici ben spesi? «Sì». [G. SAL.]
I VANTAGGI «Nonminascondo, volevo aiutare chi lavora con me da tanto tempo»

 

 

SPRECHI I CONTI DELLA POLITICA

Nelle Regioni una Casta di single

Unico consigliere, stipendio più alto, benefit e rimborsi: i 60 monogruppi costano 30 milioni di euro

GIUSEPPE SALVAGGIULO giusal@lastampa.it

L’evoluzione Nel 2005 erano 57 Ora si tocca il record: un gruppo su quattro ha un solo componente

Mille simboli Una ragazza davanti ai manifesti elettorali prima delle elezioni regionali del 2010, che hanno eletto presidente e Consigli

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

Come direbbe Totò, è la somma che fa il totale: indennità addizionale per la gravosità del compito di coordinare il gruppo, cioè se stesso (un migliaio di euro netti al mese, oltre allo stipendio che arriva a 15 mila euro); uffici, computer, telefoni, auto e accessori vari; segretari e portavoce da assumere discrezionalmente (le regole variano da Regione a Regione, ma si arriva a sette persone con stipendi da 1000 a 3 mila euro circa); budget per «spese di funzionamento» (in genere circa 70 mila euro l’anno). Euro più euro meno, ogni monogruppo pesa sui contribuenti da 100 mila a 150 mila l’anno, da 500 mila a 750 mila nella legislatura. Un gruzzolo che costituisce un formidabile incentivo a mettersi in proprio.

La scoperta di questi organismi unicellulari avvenne qualche anno fa in Calabria, quando una leggina bipartisan garantì prebende sardanapalesche (da un autista a disposizione a sontuosi uffici sparsi in tutta Reggio Calabria), moltiplicando in breve i monogruppi: 12 su 19 gruppi e 40 consiglieri. Un record che fece indignare Francesco Fortugno, allora semplice consigliere, poi vicepresidente del Consiglio prima di essere ammazzato dalla ’ndrangheta a Locri, il 16 ottobre 2005. Il 1˚ marzo 2004 Fortugno depositò una proposta di modifica del regolamento che cominciava così: «La proliferazione dei monogruppi è diventata una vera anomalia. Ciò comporta sprechi enormi di risorse». Quindi li elencava, proponendo di abolire i gruppi con meno di tre consiglieri «fiducioso che prevalgano i colleghi di buona volontà, perché credo che questa situazione per certi versi scandalosa non possa rimanere così più a lungo. I monogruppi sono una brutta pagina, che va cancellata al più presto».

Additata come paradiso dei privilegi della nomenclatura, la Calabria si è emendata. Qualche tempo dopo l’esplosione dello scandalo, fu approvata la stretta proposta da Fortugno. I monogruppi, già ridotti a tre nel 2008, oggi sono quasi scomparsi: sopravvive solo la Federazione della Sinistra. Pulizia ancor più energica in Campania, dove la modifica dei requisiti per la costituzione di un gruppo richiede ora almeno cinque componenti (tre se già presente in parlamento). Risultato: monogruppi azzerati. Limiti analoghi a statuto speciale, con identici risultati.

Bene, ma le altre? In quelle a statuto ordinario, nel 2005 si contavano 57 monogruppi, due anni dopo erano diventati 75 su 199 gruppi, il 37,7 per cento. E, a scanso di luoghi comuni, il boom si concentrava nel Nord, con 36 monogruppi (10 solo in Veneto!). Imbarazzati, partiti e monogruppi promisero: mai più. Fioccavano mea culpa e disegni di legge draconiani. Fino alla campagna elettorale dello scorso anno, quando la «riduzione dei costi della politica», i peana al bipartitismo e gli anatemi contro la «frammentazione del sistema politico» risuonavano come un mantra in comizi e dibattiti tv.

Promessa mantenuta? Macché. Oggi i consiglieri-single, nelle Regioni a statuto ordinario, sono 60 su 157 gruppi, il 38,2 per cento. E se Liguria, Puglia, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Calabria (oltre a quelle a statuto speciale) si comportano decisamente meglio, nelle altre la corsa al monogruppo impazza. In Piemonte (7 su 13), Molise (8 su 14), Basilicata (7 su 11), Abruzzo (6 su 11), Marche (7 su 13) sono addirittura la maggioranza assoluta. Con alcune bizzarrie. In Piemonte, l’ex presidente Mercedes Bresso ha costituito il monogruppo «Uniti per Bresso», staccato dall’altro monogruppo «Insieme per Bresso», che poi era la lista civica che la sosteneva. Uniti? Insieme? Figurati. Nel Lazio, Antonio Paris, eletto nella lista Polverini, si ritrova capogruppo di un gruppo misto che di misto non ha nulla, visto che è da solo come in Veneto Diego Bottacin, eletto nel Pd, e in Umbria Francesco Zaffini, il più votato (ma evidentemente incompreso) nel Pdl.

Ma il capolavoro si compie nelle Marche, dove Gian Mario Spacca (Pd), oltre a fare dal 2005 il presidente della giunta, ha trovato il tempo di costituire in Consiglio un monogruppo. Con inevitabile autointitolazione: «Gian Mario Spacca Presidente». Uno e trino: consigliere, capogruppo, presidente.

LA REDENZIONE Calabria, Campania hanno introdotto regole restrittive e li hanno azzerati PROMESSA MANCATA L’anno scorso, in campagna elettorale, tutti avevano promesso di ridurli

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Intervento di Marco Marchese sui doppi incarichi dei Consiglieri Regionali della Calabria.

Marco Marchese del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e Dirigente di Calabria Radicale interviene sui doppi incarichi dei Consiglieri Regionali della Calabria e sul costituente comitato referendario per l'abrogazione della norma che li permette; in audio anche un'intervista rilasciata a Radio Radicale questa sera... (Continua) Continua a leggere

Fonte: http://www.almcalabria.it/calabriaradicale/2011/02/08/intervento-di-marco-marchese-sui-doppi-incarichi-dei-consiglieri-regionali-della-calabria/

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http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_09/sarzanini-feste-ruolo-della-tommasi-bufi_a60de218-3413-11e0-89a3-00144f486ba6.shtml

 

INCHIESTA - LE CARTE

Feste, incontri e sms
Il ruolo della Tommasi

L'attrice avrebbe inviato messaggi minacciosi al Cavaliere

L'INCHIESTA - LE CARTE

Feste, incontri e sms
Il ruolo della Tommasi

L'attrice avrebbe inviato messaggi minacciosi al Cavaliere

NAPOLI - Incontri a pagamento organizzati a Napoli, ma anche a Roma e a Milano. Si muovono all'ombra del clan camorrista dei Mallardo i «gestori» del giro di prostituzione che incrocia le feste del presidente del Consiglio. Fissano gli appuntamenti con facoltosi clienti per Sara Tommasi, ospite assidua di Silvio Berlusconi. E proprio intercettando le loro conversazioni si scopre che almeno in un'occasione la starlette sarebbe stata prelevata sotto la sua casa nella capitale dalla scorta del capo del governo, anche se Palazzo Chigi ha nettamente smentito la circostanza. Lei con Berlusconi mostra di avere familiarità, gli manda quindici sms sul suo telefonino personale. Ma il 15 gennaio, quando diventa pubblica la notizia dell'avviso a comparire spedito dai magistrati milanesi, in cinque ore gli manda nove messaggi di insulti e minacce. L'informativa consegnata dalla squadra mobile ai magistrati partenopei che indagando su un traffico di euro falsi sono arrivati alle feste, mostra come la ragazza rappresenti ormai l'anello di congiunzione tra la scuderia di Lele Mora e la criminalità organizzata. Un legame alimentato da Fabrizio Corona che ai «reclutatori» propone anche di mandare da un nuovo cliente Cecilia Rodriguez, la sorella della sua fidanzata Belen, soubrette diventata ormai famosa tanto da essere stata chiamata a presentare il Festival di Sanremo. Personaggio chiave dell'inchiesta si conferma Vincenzo Seiello, conosciuto come «Bartolo», che si muove con disinvoltura nel mondo dello spettacolo e fissa incontri a pagamento per le ragazze anche mentre si trova a Roma nella villa dell'Olgiata del cantante Gigi D'Alessio.

Sara Tommasi Sara Tommasi     Sara Tommasi     Sara Tommasi     Sara Tommasi     Sara Tommasi     Sara Tommasi     Sara Tommasi

«È arrivata la macchina e se l'è portata»
È il 9 settembre scorso, Bartolo e il suo socio Giosuè Amirante sono a casa di D'Alessio. Contattano la Tommasi per avvisarla che un imprenditore la aspetta per la serata all'hotel Hilton. Lei accetta. Ma un paio d'ore dopo richiama per dire che non andrà all'appuntamento. «Mi ha chiamata una persona che non vedo da tempo», spiega. Loro si agitano, le dicono che il cliente è già in albergo, insistono. Poi vanno sotto casa per convincerla. Ma non fanno in tempo a fermarla. Il motivo lo raccontano subito dopo a un tale «Checco» che contatta al telefono.
Giosuè: «Guaglio' in vita mia non mi è mai capitata una cosa del genere... Mentre stiamo aspettando giù al palazzo che scende ci ha mandato un messaggio: "Giosuè adesso scendo!"... È arrivata due macchine con le guardie del corpo di Berlusconi! Se la sono venuta a prendere a questa e se la sono portata... guarda è una incredibile!».
Checco: «Ho capito».
Giosuè: «Mannaggia... ma poi è scesa senza bagagli quindi deve ritornare per forza là. Io adesso sono per corso Francia dopo che sono andato a spiegare a Gino quello che era successo e torno là un'altra volta perché devo cercare di capire... Adesso lei non risponde al telefono... Checco sono rimasto allibito di quello che ho visto stasera...».
Bartolo prende il telefono e aggiunge i dettagli: «Ci ha fatto andare là e poi abbiamo visto arrivare queste due macchine, un'Audi A8 e un Audi A6».

 

E Corona chiede 4.000 euro per Cecilia
Dopo qualche settimana Sara Tommasi fa sapere a Bartolo che non vuole più lavorare e in un sms gli scrive: «Mi spiace non voglio più avere niente a che fare con Corona, né con Lele, né con questo mondo. Addio». In un successivo messaggio tira in ballo Marina Berlusconi, in un altro rifiuta «i manager di Mediaset come voleva la vostra amica Susanna Petrone, i trenini con Fede e Moschillo». Lui la chiama, cerca di convincerla ma lei appare categorica: «Le marchette non le voglio fare, fate conto che Sara Tommasi è morta». E così, forse per sostituirla, Corona pensa alla Rodriguez. Ma quando gli dicono che il cliente rifiuta di pagare 4.000 euro e vuole spenderne al massimo 1.500, sbotta: «Ma che fai, che stai a fare l'elemosina, vuoi fare l'elemosina a Cecilia Rodriguez, mia cognata. 1.500 euro, ma chi sei tu, ma me lo compro questo locale e lo chiudo anche. Hai capito, me lo compro, lo sputtano e lo chiudo».

La Tommasi: «Viviamo in un mondo corrotto, perché stupirsi?»

Sara e gli sms a «Silvio»
Il telefono della Tommasi viene intercettato a partire da dicembre proprio per trovare riscontro alle accuse di induzione alla prostituzione nei confronti di chi la recluta per gli incontri. Annotano i poliziotti nell'informativa: «Le comunicazioni telefoniche danno un quadro indicativo dei tanti contatti prestigiosi che può vantare, ma anche una rappresentazione inquietante della sua personalità fragile e spregiudicata». I primi sms inviati a Berlusconi sul cellulare personale sono molto affettuosi. «Amore ti ho mandato un pensiero da Licia. Spero tu capisca questa volta», scrive il 5 gennaio scorso. Ma pochi giorni dopo usa un tono ben diverso: «Silvio vergognati! Mi hai fatta ammalare... paga i conti dello psicologo». Una settimana dopo torna docile forse perché ha ricevuto una telefonata dal presidente: «Amore perdonami ho visto solo ora la tua chiamata... Se posso fare qualcosa... Bacio grande». E dopo sette secondi: «Mi sei mancato tanto. Spero tu mi possa richiamare presto. Ti amo ancora sai? Lady X». Ma tre giorni dopo, quando per Berlusconi arriva l'accusa di prostituzione minorile, la rabbia della Tommasi esplode. Il primo sms lo spedisce alle 18.24 del 15 gennaio e va avanti fino alle 23.18. «Spero che crepi...»; «Spero che il governo americano inizia a dare lustro a quello ignobile nostrano... la politica è una cosa seria non una barzelletta come l'hai intesa tu». E poi minacce che appaiono farneticanti tipo «riprendi subito Ron (Ronaldinho ndr) nella tua squadra di m... o ti faccio escludere da Obama dai Grandi del mondo» oppure «ci vuole una buona reputazione per governare!!! Anche tu fai festini Dinho deve tornare» e ancora: «Stai abusando di potere... immeritato tra l'altro, vedi processi e quant'altro». Quattro giorni dopo parla con la madre e piangendo le dice: «Non so più dove scappare... sono perseguitata da Berlusconi e da tutti, non so dove mettere le mani».

Del Noce, il Marocco e la fiction Rai
Alla vigilia di Natale, la Tommasi invia al direttore di Rai Fiction Fabrizio Del Noce un sms molto confidenziale che si riferisce ad un loro incontro. Il giorno dopo i due parlano al telefono. Annotano i poliziotti: «Sara dice di essere in partenza per il Marocco, ospite dei reali marocchini, amici di Gheddafi. Sara dice che deve capire di che morte deve morire, nel senso lavorativo, e in particolare quando la farà partecipare alle riprese della serie televisiva "Un posto al sole". Lui le risponde che ne riparleranno quando torna dal Marocco». Il 6 gennaio, appena torna, invia un sms al ministro La Russa e lo chiama «amore». Poi gli telefona, ma lui le spiega che dovranno risentirsi «perché sono appena tornato dall'Afghanistan».

Fulvio Bufi Fiorenza Sarzanini
09 febbraio 2011

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"La Stampa", 5/02/10

 

ll bilancio della sanità veneta: profondo rosso

In un «libro bianco» inefficienze e sprechi delle ventiquattro strutture regionali

VENEZIA

Duecento milioni di buco sanitario da ripianare entro fine marzo, altrimenti in Laguna arriverà il commissario da Roma (ladrona). A tanto ammonta il deficit delle 24 aziende sanitarie venete, esclusi ammortamenti e pagamenti ai fornitori. La Ulss più disastrata è la numero 12, quella di Venezia. Secondo il libro bianco della regione, presentato prima di Natale, è la struttura che spende di più per i servizi sanitari e per quelli accessori come lavanderia, pulizie, telefoni e riscaldamento. Inoltre ci sarebbe «troppo personale nei distretti, troppi ricoveri inappropriati, troppi addetti all’assistenza ospedaliera nonostante il tasso di occupazione dei posti letto sia molto più basso della media regionale». Insomma sprechi e inefficienze che fanno lievitare i budget nonostante la Ulss veneziana riceva ogni anno 1.857 euro pro capite dal fondo sanitario (la struttura ha in carico 316mila persone) rispetto ai 1.580 di una Ulss praticamente identica per dimensioni come quella di Vicenza. Ma quel che preoccupa di più in Laguna è la vicenda del «Project financing» sanitario insieme alla sclerosi della rete ospedaliera, definita in alcune province «ridondante» dalla Corte dei Conti, come in una Campania qualsiasi. Sul primo nodo pesa soprattutto l’operazione finanziaria del nuovo ospedale di Mestre. Tanto che i magistrati contabili invitano Palazzo Balbi a «monitorare con attenzione» gli altri Pf avviati in regione: l’ampliamento degli ospedali di Castelfranco e Montebelluna, la ristrutturazione del Cà Foncello di Treviso e il nuovo ospedale di Santorso nell’Alto Vicentino.

Il meccanismo del Pf prevede infatti che i capitali privati attivati per costruire le strutture vengano «restituiti» ai finanziatori attraverso una lunga concessione della gestione ospedaliera. Per capirsi, solo nel 2010 la regione ha pagato 54 milioni al concessionario privato per un ospedale di medie dimensioni come quello mestrino. Decisamente troppo. Non a caso la maggioranza si è spaccata: il Pdl difende il meccanismo, la Lega vorrebbe cancellarlo. Sul secondo nodo, l’eccesso di posti letto e di piccoli ospedali, pesano invece le guerre intestine dentro al Carroccio. Per la Corte dei Conti è soprattutto la rete veronese - feudo di tutti gli ultimi assessori leghisti alla sanità regionale dall’attuale sindaco scaligero, Flavio Tosi, a Francesca Martini, a Sandro Sandri fino a quello odierno Luca Coletto - ad essere «oggettivamente ridondante rispetto al panorama regionale e nazionale». Viziata da «un’offerta eccessiva di posti letto» che si ripercuote sia nel tasso di ospedalizzazione che nei costi assistenziali». Non bastasse, «accanto ad una rete ospedaliera pubblica sovradimensionata, l’Usl 22 comprende 2 tra le strutture convenzionate più importanti del Veneto (Negrar e Pederzoli) che non si differenziano tra loro per le specialità mediche e chirurgiche…».

Come uscirne? È un rompicapo. Oggi la regione è in mano al leghista trevigiano Zaia, ma la sanità resta in mano al leghista veronese Tosi. Che ovviamente difende la sua rete provinciale… [M. ALF.]
200 milioni di euro Il «buco» della sanità veneta da ripianare entro marzo o arriverà un commissario 1.857 euro procapite La quota che il fondo sanitario destina alla Ulss di Venezia Altre di identiche dimensioni ne ricevono 1.580

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"La Stampa", 5/02/10

 

La Regione degli assenti Uffici vuoti, c’è il mercato

La Guardia di Finanza di Rovigo indaga sui “fannulloni” nella terra di Brunetta

MARCO ALFIERI MILANO

115 I dipendenti dell’ufficio della Regione Veneto a Rovigo Molti lamentavano carichi di lavoro pesantissimi 98di cui Al centro dell’indagine per assenteismo: sono stati filmati mentre lasciavano l’ufficio dopo aver timbrato

Il Veneto perde punti...si è italianizzato troppo!», scrive a metà mattina un lettore indignato di nome «xten» sul sito del Gazzettino del Nord-Est, intasato in poche ore da decine e decine di messaggi allibiti. Appena sopra lo spazio dei commenti, il quotidiano riporta l’ultimo scandalo in salsa veneta, il terzo in poche ore dopo la parentopoli alla Actv di Venezia, l’azienda dei trasporti locali (autobus e vaporetti), e la scoperta della «cricca» degli appalti nordestina (cene, escort, mazzette e sette arresti tra imprenditori e funzionari): 98 dipendenti sui 115 (sic!) della sede di Rovigo della Regione Veneto sono indagati nell’ambito di un’inchiesta per truffa ai danni dello Stato aperta dalla stessa procura del capoluogo polesano, con il sostituto Sabrina Duò.

L’accusa è molto pesante. Dopo aver timbrato il cartellino i dipendenti si sarebbero allontanati più e più volte dal posto di lavoro, lasciando la scrivania anche per molte ore. In molti casi le telecamere nascoste avrebbero filmato decine di impiegati uscire e poi rientrare in ufficio con le sporte della spesa e i sacchetti dello shopping. Soprattutto al martedì, che a Rovigo è tradizionalmente giorno di mercato...

Dunque, se verrà confermato, saremmo davanti ad un intero ufficio territoriale fantasma, in vacanza perenne nella terra di Renato Brunetta. Senza controlli e senza rimorsi. Dell’inchiesta, partita da alcune segnalazioni di dipendenti che si lamentavano degli eccessivi carichi di lavoro, necessari evidentemente a coprire l’assenteismo dei «fannulloni», ha parlato l’altro giorno il procuratore della Repubblica di Rovigo, Dario Curtarello, nella sua relazione di bilancio dell’anno giudiziario, in Corte di appello a Venezia. Ma l’indagine è tuttora in corso - fanno filtrare dal tribunale - dovrebbe chiudersi nel giro di un mese. La Guardia di Finanza, che dispone di oltre 170 ore di riprese video, sta svolgendo accertamenti per capire e distinguere le posizioni dei quasi cento indagati.

Le dimensioni della fannullopoli rodigina sta ovviamente sconvolgendo la quiete della cittadina veneta, abituata ai toni bassi e all’

understatement

tipicamente contadino. Il numero uno dell’ufficio inquirente del tribunale nella sua relazione parla infatti di un «succedersi di reiterati episodi di arbitrario assenteismo dai posti di lavoro». In sostanza, registravano l’ingresso, personalmente o per delega, e poi via.

Sul fronte del materiale probatorio acquisito nel corso dei sopralluoghi effettuati dalla GdF, ci sarebbero «perquisizioni, documenti (tabulati meccanografici, badge - card, fogli di presenza, ordini di uscita, permessi) e l’esame tecnico del materiale informatico (hard disk del videoregistratore)». «Se, al termine dell’indagine, emergeranno responsabilità, allora chi ha sbagliato dovrà assumersi le proprie responsabilità», commenta il vicepresidente della Regione Veneto nonchè assessore con delega alle Risorse umane, il pidiellino Marino Zorzato.

Degli accertamenti la Regione era comunque al corrente da alcuni mesi. «Ancora in estate - prosegue Zorzato - da parte della procura di Rovigo ci era arrivata la richiesta di inviare tutta la documentazione a disposizione della Regione alla magistratura. Una richiesta alla quale abbiamo ottemperato con la massima celerità, mettendoci subito a disposizione».

Prudenti a loro volta i sindacati, che invitano a non fare di tutta l’erba un fascio - «la maggior parte dei dipendenti pubblici fa con scrupolo il proprio lavoro» - e ad aspettare i riscontri della magistratura. Ma certo a colpire molti cittadini è la dimensione degli addebiti e il numero delle persone coinvolte. Praticamente l’intero ufficio regionale. Oltre al già citato «xten», sul sito del Gazzettino si è scatenato non a caso il tam tam dell’indignazione. «Zaia svegliati se no non ti votiamo più! Taglia tutti questi dipendenti, non ci servono...se no il federalismo regionale serve solo a fare le stesse cose di Roma ladrona!», scrive nel suo post Franco Lupo. «Se tutta ‘sta gente si permette di andare a spasso invece che stare in ufficio, vuol dire che non hanno niente, o poco, da fare e che sono incardinati in strutture inutili, quindi vanno licenziati assieme ai dirigenti che permettono ciò e a chi doveva controllare e ha finto di non vedere (politicanti compresi). Si risparmierebbero almeno 2/300.000 euro al mese che potrebbero essere utilizzati a favore di anziani, indigenti, emarginati...», scrive tale «cc 13».

«Finalmente è stato sfatato il detto che queste cose succedono solo al meridione», sfotte l’orgoglio venetista un internauta che si firma «anonimo». «Napoli? Reggio Calabria? Palermo? Noooo, Rovigo!!!», rincara Nando.

Insomma uno spicchio di sud nel ricco e «asburgico» Veneto leghista: vecchi luoghi comuni che si sciolgono, rilanciando insieme l’atavica allergia verso il pubblico impiego «colonizzato dai meridionali», come scrivono alcuni lettori del Gazzettino: «quando finirà tutto questo, com’è possibile che la maggior parte dei posti statali in Veneto siano occupati da meridionali?», si chiede «Silvano.ss».

È caustico anche Gianfranco Bettin, scrittore, ambientalista, ex vice di Massimo Cacciari al comune di Venezia: «l’assenteismo e i furbetti della Pubblica amministrazione sono una malattia endemica. Anche qui, purtroppo, ormai non ne siamo immuni...».

FUGHE STRATEGICHE Filmati mentre escono e poi tornano al lavoro con la spesa appena fatta ORGOGLIO LEGHISTA La protesta corre sul web “Zaia sveglia o non ti votiamo più Noi non siamo Roma ladrona”